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Le ragazze fantasma

Le ragazze fantasma
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Consegna prevista Dicembre 2022

La vicenda prende spunto da avvenimenti drammaticamente accaduti, e altresì poco noti. Siamo nello Stato del New Jersey, dove nel 1917 s’impianta una nuova fabbrica. Ragazze, molto giovani, cominciano ad essere impiegate come dial painters, ossia dipingono i quadranti degli orologi con una vernice fosforescente, composta da un materiale appena scoperto e dal mondo intero esaltato e celebrato. Rapidamente, una dopo l’altra, iniziano ad ammalarsi misteriosamente. Per cinque di loro avrà inizio un percorso travagliato e sofferto, alla ricerca della verità e di quel poco di vita ancora fruibile.

Perché ho scritto questo libro?

Ci sono storie che reclamano con veemenza la nostra attenzione, per poter essere raccontate perché, grattando la crosta della superficie, si può scoprire qualcos’altro, che prima non si vedeva. Come le ingiustizie più sordide, nascoste, a volte, nei meandri dei giochi di potere; ma anche il coraggio e la fiera dignità di chi è costretto ad affrontarne le conseguenze, senza, però, piegare la testa.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Mary camminava svelta, dentro quella mattina di inizio dicembre. Le sembrava non soltanto di recarsi al lavoro, in quella fredda alba di un autunno crepuscolare, ma, più propriamente, d’essere come uno dei fili d’erba, lì, in mezzo a quei campi che costeggiavano la strada. Avvertiva quasi oscillare il proprio corpo alla stessa brezza che smuoveva le piante e i rami più sottili, facendoli dondolare con dolcezza, come in una culla. Nell’ultimo tratto le parve di vedere il mondo intero, rannicchiato a mo’ di bimbo indifeso, ai piedi del grande cancello dello studio dove, per la prima volta, avrebbe messo piede da giovane donna lavoratrice. Si sarebbe chinata per prenderlo delicatamente per mano e condurlo all’interno, assieme a lei. Non che quello fosse il primo incarico che era chiamata a svolgere. Due anni prima, esattamente il giorno del suo diciassettesimo compleanno, aveva incominciato a lavorare come sarta per un’importante fabbrica che si occupava di produrre cappelli di tutti i tipi e, in particolare, quelli a larghe tese per le donne. Le piaceva quel mestiere, innanzitutto perché, dati i risultati, si sentiva particolarmente portata per i lavori che richiedevano una manualità esperta, precisa, paziente. E poi, la sensazione del tessuto che scorreva ora veloce ora lentissimo sotto le sue mani metodiche le trasmetteva, a tratti, la gaiezza del pelo liscio di un cagnolino.

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E infine, sì, c’era da ammetterlo, il prodotto finito quanto assomigliava agli indumenti che sbirciava sulle riviste di moda! Le prime occupazioni, comunque, risalivano ancora più indietro, quando, poco più che bambina, si faceva carico delle scarpe e della fame dei fratellini. Erano sette in tutto, quattro maschi e, inclusa lei, tre femmine. Mary non l’avrebbe mai annoverato tra gli impieghi. Non lo considerava affatto un dovere calato dall’alto, ma più come una necessità a cui si fa fronte con animo premuroso e sollecito. Era lei la più grande, d’altronde, non poteva esimersi dall’impegno di andare a prenderli a scuola, quando le lezioni terminavano, di scortarli fino a casa, di accendere il fuoco per riscaldare gli avanzi della cena e, se le rimaneva tempo, di acconciare il pranzo mescolando nuovi ingredienti. Quando era di buon umore, e quando la legna abbondava, indugiava accanto alla stufa mescolando zuppe di verdure, di cui soprattutto Michael andava goloso. Vista la sua abilità nel cucito, poi, tutti in famiglia, genitori compresi, si affidavano a lei, quando avevano vestiti e calzature da rattoppare. Allo sguardo stanco di sua madre che quand’era stravolta piegava le sopracciglia leggermente all’ingiù, mentre la punta verso l’interno, per contro e a sua insaputa, si alzava, conferendole il dissonante aspetto di uno Charlot privato – mentre provava allo specchio le sue smorfie –, non sapeva dire di no, quando, sfinita da una lunghissima giornata trascorsa tra i macchinari di uno stabilimento che detestava, le porgeva con mano incerta la veste sgualcita.

Era stata Margaret a dirle dell’opportunità. «Si tratta del lavoro più pagato in città, quanto sarebbe bello poterci entrare!», le rovesciò addosso una volta il suo entusiasmo di sposa ragazzina. «Ma perché non ci vai tu, allora?» le fece osservare, pensando che il suo mestiere nella fabbrica di cappelli le andava più che bene. Certo, la paga lasciava un po’ a desiderare, ma era la condizione che accomunava la gran parte non solo dei più giovani, ma anche delle loro famiglie. Ci si arrangiava, in qualche modo. «Lo sai che puoi arrivare a guadagnare anche più di venti dollari a settimana?». Margaret era stata ben informata da Katherina, che vi lavorava da qualche mese, fin dalla nascita di quella nuova, curiosa, industria. «Un motivo in più per andarci, allora», le ribadì, celando lo stupore nel sentire la cifra. La sua intera retribuzione mensile ammontava suppergiù a quella somma. «Almeno va’ a darci un’occhiata; fallo per me», insistette, con quell’aria della bambina che, a diciott’anni appena compiuti, aveva da poco smesso di essere. «Lo sai che John non vuole che io continui a lavorare. Dobbiamo pensare ai figli che arriveranno. Ma tu sei libera. Libera come un uccellino fuori dalla gabbia», ammiccò all’amica, facendola ridere, suo malgrado. Con quel ritornello antico come l’infanzia riusciva sempre nell’impresa di strapparle un sorriso e, con un po’ di fortuna, anche la promessa d’un’azione futura. La sorte era stata favorevole anche in quell’occasione. Mary si sentì incuriosita, anche se non lo ammise subito. La prima volta che mise piede dentro lo studio di High Street non ne fece parola con nessuno. In fin dei conti, voleva solo gettare uno sguardo all’interno di quell’edificio imponente, a quattro piani. Aveva sentito, negli ultimi tempi, che un numero sempre maggiore di ragazze stavano venendo assunte. Molte dial-painters, così le chiamavano per il lavoro che svolgevano, si facevano promotrici esse stesse di nuove assunzioni. I nostri soldati in Europa hanno bisogno di noi; quello che costruiamo a loro può essere d’aiuto, esclamavano non senza una punta di orgoglio. Là dentro, difatti, stavano sedute tutto il giorno con la testa piegata in avanti, a dipingere diligentemente d’una pittura fluorescente i quadranti della strumentazione utile all’aeronautica e anche quelli degli orologi che poi i militari americani avrebbero indossato, ricavandone il vantaggio di vedere pure al buio quei numeri luminosi. Venne accolta con un caloroso sorriso da una signora sulla quarantina che era responsabile di valutare la tempra e le attitudini delle giovani. La portò su, fino al quarto piano; era lì che le ragazze lavoravano. Lo stanzone in cui si ritrovò era immenso, ed accoglieva, calcolò a occhio e croce, più di un centinaio di dipendenti. «Io sono Elizabeth Rooney, ma puoi chiamarmi anche solo col nome», si presentò cordialmente la signora. «Vieni, andiamo di là a parlare», disse agitando la mano destra indicando un posto indefinitamente avanti, mentre la sinistra sostò un momento sulla schiena della ragazza, come per infonderle maggior affabilità. Si mossero, ma gli occhi di Mary non riuscivano a distogliersi dallo spettacolo così insolito che il nuovo ambiente le offriva. Orologi di tutti i tipi e di tutte le dimensioni erano ordinati su dei vassoi, che ciascuna ragazza aveva accanto. Ognuna, pareva, aveva almeno un vassoio dal quale attingere per compiere il lavoro. Dipingevano svelte, senza distrarsi. Solo di una riuscì a intercettare lo sguardo mentre passava. Ma ciò che di gran lunga le fece più effetto non fu né la benigna accoglienza di Mrs Rooney, né il numero delle dial-painters assise, una di fianco all’altra, su lunghissime fila di panche e sedute. Fu la luce. La luce che emanava da quel materiale che impregnava non solo l’attenzione delle lavoratrici, bensì anche i loro vestiti e gli oggetti circostanti. Tutto pareva soffuso d’un alone mai visto.

2022-04-28

Aggiornamento

Le ragazze fantasma sono andate anche in onda in radio! Qui l'intervista per Lecco fm: https://www.facebook.com/LECCOFM/videos/1128929151226034

Commenti

  1. Laura La Bella

    (proprietario verificato)

    Non vedo l’ora di avere il Romanzo tra le mani, l’anteprima mi ha messo tantissima curiosità…è una storia veramente interessante e sembra anche scritta molto bene

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Virginia Benenati
Classe 1990 e una laurea in Scienze Filosofiche. Scrive da sempre – probabilmente da prima di cominciare a parlare – inizialmente in versi. Nel 2020 dà alle stampe la sua prima silloge poetica, intitolata Perielio (Edda edizioni), risultata vincitrice alla prima edizione del Premio Scaramuzza. Si cimenta più di recente con la prosa; alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su antologie miscellanee nonché su riviste online. Per un certo periodo si è dedicata alla realizzazione di un canale YouTube che si propone di parlare di donne – delle loro vite, dei loro diritti, della loro storia – in una maniera insolita e provocatoria; la mancanza di tempo ha poi rallentato il progetto, riuscirà a riprenderne le fila? Nutre inoltre un forte interesse nei riguardi della nostra società digitale (suoi interventi critici si trovano sulle riviste Gazzetta filosofica, Frammenti e Paginauno).
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