Per molto tempo ho creduto che fosse soltanto la storia di mio fratello Aldo. Poi ho capito che non era così.
Questa è la storia della nostra famiglia: di mio padre Beni, di mia madre Isabella, di me, Sergio, il fratello maggiore, di Aldo e della più piccola di casa, Beatrice, che tutti abbiamo sempre chiamato Bibi.
Eravamo una famiglia come tante, con le nostre abitudini, le discussioni per le piccole cose, le vacanze, la scuola, il calcio, i compleanni e i progetti che sembrano destinati a ripetersi uguali per sempre.
Poi, quando Aldo aveva nove anni, arrivò il diabete.
Non bussò alla porta e non annunciò il suo arrivo. Entrò lentamente nelle nostre giornate, quasi in punta di piedi, fino a diventare una presenza costante. All’inizio nessuno di noi poteva immaginare quanto avrebbe cambiato le cose.
Io avevo undici anni e osservavo tutto dal posto che occupano spesso i fratelli maggiori: abbastanza vicino per vedere, troppo giovane per capire davvero.
Quello che racconto in queste pagine nasce dai miei ricordi, dalle emozioni di allora e dalle storie che negli anni ci siamo raccontati mille volte attorno a un tavolo. Alcuni episodi li ricordo come fossero ieri, altri li ho ricostruiti ascoltando chi era lì con noi.
È soprattutto la storia di Aldo, certo. Della sua infanzia, delle sue paure, della sua forza e della sua ostinazione. Ma è anche la storia di ciò che accade a una famiglia quando qualcosa di inatteso entra nella sua vita e la costringe a trovare un nuovo equilibrio.
Perché, in fondo, il diabete colpì Aldo. Ma imparare a conviverci fu un viaggio che facemmo tutti insieme.
Questa è la storia di quel viaggio.
Capitolo 1 – Caramella al limone
L’estate che cambiò tutto
Per Aldo l’estate a Serramazzoni rappresentava una specie di conto alla rovescia lungo undici mesi. Ne parlava già a primavera, quando mancavano ancora settimane alla partenza.
Io ero più grande di lui e fingevo di essere meno entusiasta. Era quello che fanno spesso i fratelli maggiori. Ma la verità è che aspettavo quell’estate esattamente quanto lui.
Quell’estate, però, non era come le altre. A Serramazzoni c’eravamo soltanto io e Aldo. I nostri genitori, infatti, ci avevano iscritti a un campo estivo che occupava gran parte delle giornate.
La mattina ci allenavamo sui campi da tennis, tra partite, esercizi e tornei improvvisati che per noi avevano spesso l’importanza di una finale vera. Nei momenti liberi partecipavamo alle gite organizzate nei boschi e lungo i sentieri che attraversavano le colline. Camminavamo per ore tra il verde, respirando l’odore degli alberi e tornando in albergo stanchi ma felici.
A undici anni mi sentivo quasi responsabile di mio fratello e, forse proprio perché eravamo sempre insieme, iniziai ad accorgermi prima di altri che qualcosa in lui stava cambiando.
Le prime avvisaglie arrivarono di notte, in modo così discreto che all’inizio non mi sembrò nulla di importante.
Una notte Aldo si alzò per bere. Poi successe di nuovo la notte successiva. E poi ancora. Dopo qualche giorno quei risvegli cominciarono a far parte della vita della camera in cui io e lui eravamo.
Aldo, che aveva nove anni, si svegliava nel buio senza preavviso. Lo sentivo alzarsi dal letto, prima ancora di capirlo davvero, e attraversare il corridoio con passi rapidi. La luce del bagno si accendeva di colpo e per un attimo la stanza sembrava svegliarsi con lui.
Poi l’acqua, sempre troppa acqua.
Il rubinetto aperto troppo a lungo, il bicchiere riempito e svuotato e riempito ancora. Non mi sembrava una sete normale.
Io restavo nel letto con gli occhi aperti, ascoltando quei rumori che impari a riconoscere senza volerlo. Anche se avevo solo 11 anni, mi sembrava strano che la notte potesse avere così tante cose dentro.
Di giorno, invece, Aldo era diverso.
Bastava poco per renderlo nervoso. Una parola detta male, uno scherzo che fino al giorno prima lo avrebbe fatto ridere. O semplicemente niente.
Ricordo in particolare una gita sulle colline di Serramazzoni insieme agli altri ragazzi del campo. Stavamo percorrendo un sentiero quando Aldo si fermò e mi chiese di allacciargli una scarpa che si era slacciata. Mi chinai per aiutarlo. Probabilmente ci misi qualche secondo di troppo. Forse stavo scherzando, forse ero semplicemente lento come sanno essere i fratelli maggiori quando viene chiesto loro qualcosa.
All’improvviso lui si innervosì.
Cominciò a colpirmi con piccoli pugni sul collo, uno dopo l’altro, con una rabbia che non gli avevo mai visto addosso.
Non mi fece male davvero. Quello che mi colpì fu altro.
Mi impressionò la sua reazione.
Aldo non era fatto così. Litigavamo come tutti i fratelli, ci prendevamo in giro continuamente, ma quella volta c’era qualcosa di diverso. Era come se la sua pazienza si fosse consumata tutta insieme.
Poco dopo si calmò e riprese a camminare come se niente fosse successo. Io invece continuai a pensarci per il resto della giornata.
Ma i giorni continuavano a passare e Aldo non migliorava.
La sete aumentava, il nervosismo anche. Durante le telefonate serali raccontavo a mamma e papà quello che vedevo. Parlai delle notti passate ad alzarsi per bere, della stanchezza che sembrava non lasciarlo mai e anche di quella camminata in collina, quando si era arrabbiato per una sciocchezza e mi aveva colpito sul collo.
Non credo che fu un singolo episodio a convincerli. Fu l’insieme di tutte quelle cose.
Ricordo però che da quel momento la loro preoccupazione cambiò tono.
Pochi giorni dopo ci comunicarono che sarebbero venuti a prenderci. Non ci furono parole drammatiche né allarmi particolari. Solo la decisione che fosse meglio interrompere la vacanza e tornare a casa.
Quando vidi la loro automobile comparire davanti all’alloggio del campo estivo, capii che qualcosa li aveva spinti ad agire.
Intorno sembrava tutto uguale ma, per noi, quell’estate era finita in anticipo.
Non sapevamo ancora cosa stesse accadendo ad Aldo. Sapevamo soltanto che stavamo tornando a casa perché qualcosa non andava.
Capitolo 2 – Menta
La scoperta
Tornare a Roma non cambiò le cose. Anzi, per Aldo fu quasi peggio.
Eppure, appena rientrati nella nostra casa di via Senafé, nel quartiere Africano, fece quello che avrebbe fatto qualunque ragazzino della sua età. Posò in fretta le sue cose e si precipitò nella sua stanza. Sul letto lo aspettava l’album delle figurine dei calciatori della stagione 1976.
Era una delle nostre occupazioni preferite. Passavamo interi pomeriggi a cercare di completare le pagine, confrontando doppioni e figurine mancanti. Ognuno aveva il proprio album e gli scambi erano una faccenda serissima.
«Ti serve Rivera?»
«Solo se mi dai Chinaglia.»
Trattative infinite che per noi valevano quanto quelle dei presidenti delle squadre vere.
Accanto a noi c’era quasi sempre Tobia, il nostro cane Beagle. Non so come fosse successo, ma da tempo nessuno lo chiamava più così. Per tutti era semplicemente Topone. Si sdraiava sul pavimento della nostra stanza seguendo con gli occhi ogni nostro movimento, nella speranza che prima o poi qualcuno interrompesse gli scambi di figurine per portarlo fuori o, meglio ancora, per offrirgli qualcosa da mangiare.
Quel pomeriggio Aldo si mise a sistemare le nuove figurine con la stessa attenzione di sempre. Per qualche minuto sembrò che non ci fosse altro al mondo oltre ai calciatori, alla colla e alle caselle ancora vuote da riempire.
Ma la sete continuava a seguirlo ovunque.
Beveva in continuazione: bicchieri d’acqua lasciati a metà sui mobili, bottiglie vuote vicino al letto, passi veloci verso la cucina anche nel cuore della notte.
Di giorno era stanco. Non una stanchezza evidente, ma qualcosa di continuo, appoggiato addosso. Si distraeva facilmente, restava zitto più del solito. Anche quando usciva con gli amici sembrava esserci solo a metà.
Una volta, mentre eravamo giù sotto casa, un suo amico lo guardò bere direttamente dalla bottiglia. «Ma quanto bevi?»
Aldo fece spallucce. «Sto bevendo tantissimo, sarà il caldo.»
Ma eravamo ormai all’inizio dell’autunno.
A casa, mamma aveva iniziato a osservarlo con discrezione, come se cercasse di non spaventarlo. Non lo faceva in modo evidente. Erano piccoli sguardi mentre sparecchiava la tavola o mentre passava davanti alla sua camera.
Una sera la trovai in cucina con una bottiglia d’acqua vuota tra le mani. La guardava come se stesse cercando una risposta scritta sull’etichetta.
«Era piena stamattina», disse quasi tra sé e sé.
Sul tavolo ce n’erano altre due finite a metà. Nessuno avrebbe pensato che una bottiglia d’acqua potesse diventare qualcosa da osservare con preoccupazione. Eppure stava succedendo proprio questo.
Aldo era sempre stato quello che correva di più, che si stancava per ultimo, che trasformava qualsiasi posto in un campo da gioco. Adesso, a volte, si sedeva sul divano senza un motivo particolare e rimaneva lì qualche minuto in silenzio.
Anche Bibi era lì, ma in un modo completamente diverso da tutti noi. Aveva appena due anni e viveva quei giorni con la leggerezza che solo i bambini molto piccoli possiedono, continuando a muoversi per casa trascinando pupazzi e bambole, ignara di tutto.
A volte seguiva Aldo da una stanza all’altra perché voleva giocare con lui. Quando lo vedeva alzarsi continuamente per andare a bere, probabilmente pensava fosse uno dei suoi tanti spostamenti da fratello maggiore.
Quello di mio fratello non era un cambiamento enorme. Era qualcosa di più difficile da spiegare, come una fotografia leggermente fuori fuoco.
Mamma riempiva il tavolo di spremute, frutta, yogurt. Gli chiedeva continuamente se si sentisse bene, ma sempre con un tono leggero, quasi casuale.
«Vuoi mangiare qualcosa?»
Lui scuoteva la testa.
«Non ho fame.»
Ed era proprio quello a sembrare strano. Beveva continuamente, ma mangiava poco.
A un certo punto avevamo smesso perfino di contare quanta acqua beveva.
Se qualcuno avesse prosciugato il lago di Bracciano, probabilmente avremmo dato la colpa ad Aldo.
Lui rideva quando glielo dicevamo, poi si scolava un altro bicchiere e il sospetto rimaneva.
Papà reagì in modo diverso da mamma. Non faceva domande continue e non cercava di rassicurare nessuno. Semplicemente osservava. Sembrava che la sua attenzione si fosse spostata sui dettagli più piccoli: le bottiglie d’acqua che si accumulavano nel cestino della raccolta, il numero di volte che Aldo si alzava da tavola, i passi che attraversavano il corridoio durante la notte. Era come se stesse cercando di mettere insieme un puzzle senza avere ancora l’immagine finale davanti agli occhi.
Ogni tanto incrociava lo sguardo di mamma e tutti e due non sapevano cosa dirsi.
Una sera trovammo Aldo in cucina, fermo davanti al frigorifero aperto. Stava ancora bevendo dalla bottiglia dell’acqua, questa volta senza nemmeno usare il bicchiere.
Mamma si avvicinò lentamente.
«Aldo.»
Lui abbassò la bottiglia.
«Domani dovrai svegliarti presto perché andremo a fare le analisi del sangue.»
Per qualche secondo rimase zitto.
«Perché? Io mi sento bene.»
La frase uscì debole, poco convinta perfino alle sue orecchie.
Papà si sedette accanto a lui.
«Lo sappiamo ma vogliamo solo capire perché bevi tanto e vai sempre al bagno.»
Nessuno aggiunse altro.
Il giorno del prelievo ci alzammo prima del solito. I nostri genitori non sapevano a chi affidarmi e decisero quindi di portarmi con loro, mentre Bibi l’avevano portata alla scuola materna.
Roma appariva ancora mezza addormentata quando uscimmo di casa, ma il traffico stava già iniziando a riempire le strade. Durante il tragitto nessuno parlò molto.
Per alleggerire la tensione, mi ricordo che papà ci domandò qualcosa sul campionato di calcio che stava per iniziare.
Una volta arrivati, presso lo studio medico di piazza Sant’Emerenziana, questo aveva l’aria impersonale che sembrano avere tutti gli ambulatori. Nell’aria c’era il solito odore di disinfettante e detergente, un odore che associavo automaticamente agli aghi e alle visite.
Aldo sedeva accanto a mamma sfregando lentamente le suole delle scarpe sul pavimento. Ogni tanto alzava lo sguardo verso la porta dello studio e poi tornava a fissare il pavimento, come se stesse contando i minuti senza avere un orologio.
«Quanto ci vuole?» chiese Aldo.
«Poco, bisogna avere pazienza», rispose mamma.
Era la risposta che si dà sempre quando non si conosce la risposta vera.
Papà invece continuava a controllare l’orologio. Non credo che stesse guardando davvero l’ora. Era uno di quei gesti che si fanno quando si vorrebbe fare qualcosa ma non si può fare niente.
Quando l’infermiere preparò l’ago, lui girò la testa dall’altra parte.
Mamma gli teneva una mano stretta tra le sue. Papà camminava avanti e indietro vicino alla finestra senza accorgersene.
Dopo qualche ora arrivò il responso.
Il medico entrò nella stanza senza sorridere e con alcuni fogli in mano. Prima di parlare li guardò ancora una volta.
«I valori della glicemia sono molto alti, cinquecentodieci.»
Mamma si irrigidì.
«Cosa significa questo?»
Il medico si sedette e pronunciò la diagnosi senza pensarci troppo.
«Aldo ha un diabete di tipo 1.»
Per alcuni secondi non successe nulla o almeno, questo è il modo in cui lo ricordo.
Il medico continuava a parlare, spiegava valori, terapie e controlli, a cui Aldo avrebbe dovuto sottoporsi, ma le parole sembravano arrivare da molto lontano. Come se qualcuno avesse abbassato il volume del mondo.
Io, lo confesso, a quell’età conoscevo poco o niente la parola diabete. Forse l’avevo solo sentita nominare qualche volta, ma non sapevo davvero cosa significasse. Sapevo soltanto che il modo in cui il medico l’aveva pronunciata non lasciava spazio all’idea che fosse una cosa da poco.
Guardai mamma che era rimasta immobile, con le mani intrecciate sulle ginocchia.
Papà invece fissava il foglio delle analisi come se potesse trovare una spiegazione diversa tra quei numeri.
Aldo era l’unico a non osservare nessuno. Con il candore di un bambino della sua età, si guardava intorno e continuava a sfregare lentamente il pollice contro l’indice.
Io continuai a vedere il foglio che teneva mamma e che riportava il numero cinque-centodieci.
A undici anni non avevo idea di quale fosse un numero normale. Però capii subito che cinquecentodieci non era un voto da portare a casa con orgoglio.
Per un attimo pensai persino che magari il laboratorio avesse sbagliato persona e che si poteva trattare di un equivoco.
Cinquecentodieci mi sembrava il punteggio finale di un videogioco, non qualcosa che potesse stare nel sangue di mio fratello.
Vidi Aldo che fissava le proprie mani.
Le apriva e le chiudeva piano, come per controllare che fossero ancora le stesse.
«Si può curare?» chiese mamma.
«Non esiste una cura per guarire dal diabete ma si può gestire molto bene», rispose il medico. «Bisogna iniziare subito trovando un diabetologo che vi possa seguire.»
Papà annuì lentamente, senza staccare gli occhi da Aldo.
Per un po’ nessuno parlò.
Poi mio fratello disse soltanto:
«Mi dispiace tanto, non volevo farvi preoccupare.»
Mamma gli si avvicinò immediatamente.
«Non hai fatto niente di sbagliato.»
Papà gli mise una mano sulla spalla.
«Adesso impariamo come affrontare il problema, non ti preoccupare.»
Il viaggio verso casa fu più silenzioso dell’andata.
Avevo la sensazione che qualcosa di enorme fosse appena accaduto e che il resto del mondo avrebbe dovuto accorgersene.
Invece non era cambiato niente.
Aldo sedeva sul sedile posteriore accanto a me e, per gran parte del viaggio di rientro a casa, guardò fuori dal finestrino.
Ognuno sembrava chiuso nei propri pensieri.
Io ricordo solo di aver pensato che, quando saremmo entrati in casa quella sera, la nostra vita sarebbe stata la stessa di sempre e completamente diversa allo stesso tempo.
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