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Le voci del frattempo

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A Villa Criseide, un piccolo albergo sull’isola di Ponza gestito da Lavinia, ci sono solo due regole: si soggiorna uno alla volta e l’ospitalità si paga con una storia. Vera o inventata, felice o triste, poco importa quello che i suoi ospiti le raccontano, ciò che conta per Lavinia è entrare in contatto con la loro più intima emotività. E così, dopo aver abbandonato un difficile passato, la locandiera improvvisata ascolta successi personali e aneddoti spassosi, ma anche traumi mai superati ed esistenze giunte a un punto di non ritorno. Nemmeno lei sa con precisione perché faccia tutto questo, ma quando una terribile sofferenza bussa alla sua porta, Lavinia capisce che l’unico modo per sconfiggere il dolore è condividerlo.

PROLOGO

Lavinia ama da sempre tre cose: il mare delle piccole isole, la cucina e scrivere poesie. Arrivata alla pensione a sessant’anni, ha passato la vita a insegnare matematica in una scuola media del capoluogo emiliano. Pochissimi gli amici, un ex marito scomparso nel nulla e due genitori che riposano da un decennio nella Certosa della città che non le ha dato i natali, ma che l’ha adottata fin dai tempi dell’università. La scelta, quindi, di sbarcare a Ponza, con tre grandi valigie, più diversi scatoloni al seguito e la voglia di aprire un ristorante, è stata priva di rimpianti.

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Nelle sue vacanze estive, programmate e vissute quasi sempre in solitudine per evitare condivisioni faticose, le isole per lei sapevano di libertà. Quella in particolare, dall’accento romano, le era rimasta nel cuore, dopo un lontano week-end. Ha affittato una villa, scrostata dal sale e dal vento, appoggiata da tempo su una corta insenatura, e con la liquidazione l’ha ristrutturata, acquistarla le sarebbe stato impossibile. Però è stata premiata nella sua lunga ricerca, viste le dimensioni della casa. I fondamentali per avviare il suo progetto di fatto erano solo un tavolo su una grande terrazza, due camere, una per l’ospite, una per lei, e una cucina attrezzata. Sì, perché la sua particolare locanda propone una cena e una prima colazione solo per una persona. In due avrebbero fatto coppia, sarebbero bastati l’uno all’altro, di più avrebbero generato scompiglio. Invece Lavinia vuole dare e ricevere attenzione, due occhi e una voce sono ciò che cerca. Ha trascorso un anno di fughe in treno armata di schizzi, mappe e planimetrie, ogni volta più contenta di scorgere il profilo del piccolo porto dalla parte alta del traghetto, sempre all’aperto, stretta in un piumino o a braccia nude, per godere del vento salato. 

Non si aspetta guadagni, la quota richiesta è simbolica, le basta pareggiare le spese principali della casa. Il suo obiettivo è poter regalare al cliente un brevissimo soggiorno, alla ricerca di un allenamento di quei sensi dimenticati nella frenesia della vita quotidiana. Un’esperienza limitata nel tempo, ma profonda, tale da desiderarne la replica. Alzarsi da tavola con un po’ d’appetito, se il cibo è buono, esalta il piacere di quanto appena assaporato e aumenta la voglia di sedersi lì di nuovo. La cornice in cui è inserita la sua attuale dimora è un vero paradiso. Chi la visiterà potrà farsi pizzicare il naso dal profumo del pitosforo, affondare le mani nella sabbia fresca della notte e gustare il sapore di piatti cucinati con passione. Cosa vuole in cambio? Storie, spaccati di vita. Fino a ora Lavinia non ha stretto particolari relazioni, non ne è mai stata capace. I numeri sono stati l’unico veicolo di contatto con i ragazzi, degli adulti non le è mai importato granché. Angosciata fin da piccola dalla ruota del tempo che gira sempre più veloce, vuole spendere i giorni che verranno conoscendo persone attraverso i loro racconti.

Dotata di una buona memoria, si immagina di raccontare, attorno al fuoco dell’aldilà, quanto ascoltato, un po’ come facevano i nostri antenati, quando gli avvenimenti non rimanevano fermi sulle sole pagine.

Portata per le nuove tecnologie, ha costruito un sito, in cui descrive il ristorante e nel quale avanza le sue personali richieste.

Una terrazza a Ponza, una cena a sorpresa, un solo ospite, un sonno ristoratore e un risveglio tra croissant e cicale. Una proposta originale per persone speciali. Il costo del pacchetto è convertito in parole. Lavinia accetterà ciò che vorrete offrirle di voi, attraverso una narrazione spontanea, ma personale. Di seguito tutte le informazioni necessarie. È richiesto anche un piccolissimo contributo in denaro. Le foto sono solo un assaggio per farvi entrare nell’atmosfera… 

Lavinia non vuole scrittori o attori professionisti, solo gente in grado di regalarle emozioni.

Villa Criseide, questo il nome dipinto sul portone d’ingresso. 

Sono le diciannove dell’undici luglio e Lavinia attende con ansia il suo primo cliente.

FAUSTO

Lavinia stringe la mano destra di un uomo piccolo, con due spilli neri al posto degli occhi e un modo di camminare impacciato, l’altra è pronta a prendere il trolley. Avrà sì e no quarant’anni, ha il collo della camicia stropicciato sotto la giacca troppo grande.

«Piacere, Fausto» dice tirando verso di sé la valigia. «Non importa, se mi dice dov’è la camera ci penso io.»

«Va bene, salga la scala, è la seconda porta a destra. La cena è alle venti.»

«Grazie.»

Il legno dei gradini scricchiola sotto i mocassini del cliente, seguiti a ruota dalle ballerine di Lavinia che, una volta in terrazza, controlla, per l’ennesima volta, se tutto è a posto. Come apparecchiare una tavola l’ha imparato su Internet. La lama del coltello va verso l’interno, nessuna forchetta è ammessa a destra a parte quella per le ostriche, presenza improbabile; il piattino del pane sta in alto a sinistra. Si ferma, per godersi il panorama, le braccia tese, strette alla ringhiera che dà sul mare. Sono quasi le otto e il sole non è ancora tramontato, le onde si rompono sulla piccola spiaggia sotto di lei, sempre più lente.

La giusta ispirazione su cosa cucinare l’ha avuta al mercato questa mattina. Lavinia gioca, scegliendo prodotti quasi a caso, facendosi attirare dai colori e dai profumi e seguendo l’umore del momento. Una volta ai fornelli, crea abbinamenti, con quella voglia di rischiare che le dà la giusta adrenalina. È un menù a sorpresa per l’ospite e un po’ anche per lei, che ha cucinato al massimo per qualche amico, ma che quando era in forma poteva stare sui fuochi anche una giornata intera. 

Porterà i piatti in successione, illustrandoli. Il battesimo del fuoco prevede una crema fredda di avocado con crostini al timo, dei gamberi avvolti nel lardo e infiammati col cognac vicini a una frittura di zucchine, per finire con una bavarese di fragole, servita con un passito. La curiosità, mentre ascolta, ingrandisce gli occhi del signor Fausto, su quella pelle forse mai accarezzata dal sole. Le labbra abbozzano un sorriso, che sembra più convinto all’arrivo del primo piatto.

La cena prosegue nel silenzio interrotto solo dal rumore delle posate, da un grazie, un prego e poco altro.

La padrona di casa serve i piatti velocemente, poi si rintana in cucina. Osserva l’ospite, non vista, dalla volta che dà sul corridoio, vorrebbe parlargli, chiedergli di lui, ma forse è troppo presto, meglio aspettare. Alle nove, dopo aver bevuto il caffè, il signor Fausto si guarda attorno, dopo aver recuperato il bordo dei polsini da sotto le maniche della giacca. Se non ha capito male, dovrebbe iniziare a raccontare. Lavinia capisce il suo disagio e in un istante gli è seduta di fronte.

«Vorrei parlarle di un amico» dice lui, lisciando il tovagliolo. 

«Prego.» 

Il signor Fausto si schiarisce la voce, tirando il mento verso l’alto poi, dopo un respiro, incomincia.

In quel vicolo si sentiva il rumore delle scarpe, si dice che cigolino se uno non le ha pagate. Ma Sante si sentiva a posto, le aveva comperate nel negozio della Franca, sotto il portico dei Signori, due anni prima, quando lo stipendio l’aveva ancora.

Era portiere alla Siltef, una ditta di condensatori che lui non sapeva neanche cosa fossero e il lavoro non era male. Gli piacevano i turni, che muovevano la settimana, in più conosceva un mucchio di persone, operai, dirigenti e poi quelli dell’amministrazione che passavano tutti i giorni davanti a lui, una timbrata, un sorriso e due chiacchiere. Sante non era un pettegolo, ma a volte dalla guardiola vedeva delle cose buffe. 

Come quel Natale, quando arrivò un pacchetto per la segretaria del capo, ma non dal marito. Gliel’aveva portato su lui, Sante. Aveva fatto una faccia, leggendo il biglietto. Se n’era parlato per mesi del regalo della Fiorella, con tutte le ipotesi su chi l’avesse scritta. Lui, che l’aveva avuto tra le mani, era stato interrogato da quelle invidiose dell’ufficio vicino. 

«La carta com’era, eh, scura?» 

«Il nastro era di quelli che hanno la scritta che si ripete.» 

«Argentata o dorata? C’era l’adesivo del negozio? E il biglietto, la calligrafia era da uomo?»

Un tormento. Non aveva mai visto tante unghie laccate, né sentito tanti profumi femminili, lui che con le donne non aveva avuto fortuna.

Lavinia piega il corpo in avanti e appoggia i gomiti sul tavolo, adagio.

Proprio in quel momento, un gatto metteva il muso in un sacco dei rifiuti già a pezzi.

Sante si chinò per accarezzare quel micio così magro, ma lui corse via veloce. Scappa anche tu, come tutti gli altri, o morirai di fame. Un colpo e Sante si fermò, perché era caduto un pezzo di cornicione. Se non era per il gatto, magari era la volta buona, pam, una botta in testa e via, però se non muoio subito, posso rimanere a terra per parecchio tempo, aveva pensato.

«Qui non c’è nessuno!» urlava poi in mezzo al vicolo.

La nebbia dei calcinacci gli fece venir voglia di fumare, così si tastò alla ricerca del pacchetto. Baciò l’ultima sigaretta rimasta, poi decise di fare due passi verso la fontana della piazza.

La rotellina dell’accendino gira sotto il pollice di Lavinia e la fiamma è già sparata verso l’alto.

Posto da appoggiarsi sotto i putti che non spruzzavano più ce n’era tanto, non come all’ora dell’aperitivo, che ci trovavi tutti col bicchiere in mano, o di notte, che ci bivaccavano i ragazzi passandosi una bottiglia di birra.

Coi polmoni pieni di fumo Sante guardò in alto. Una spaccatura si apriva sotto l’orologio della torre. La scossa principale, che era stata devastante, quella che aveva svegliato tutta Brindoli, di notte, con la luna piena, aveva lasciato il segno anche lì.

Girò su se stesso. I palazzi rimasti sembrava fossero stati presi a morsi. Sante non aveva studiato molto, della sua città conosceva a malapena il nome delle vie, però sapeva che in quella piazza ovale c’era tanta storia.

Le lancette erano ferme sulle cinque e lì sarebbero rimaste, forse per sempre. L’ordinanza del sindaco aveva obbligato tutti ad andarsene, Brindoli era pericolante. Ma quali cinque segnava l’orologio della piazza? Quelle dell’alba del suo primo turno di lavoro o quelle del tè delle signore alla Pasticceria Valli?

Il suo finto Rolex faceva le undici e il sole picchiava, ma tutt’attorno c’era il silenzio che si sente solo di notte.

La cicca gli bruciava sulle labbra, ma se la gustò fino in fondo, poi la lasciò andare senza pestarla e proseguì il giro.

Lavinia allunga la mano per cercare il posacenere che non ha messo sul tavolo, la cenere non sa neanche dov’è caduta fino a ora.

Sante strappò il nastro rosso e bianco che qualcuno aveva messo davanti all’entrata del municipio e andò verso l’ufficio del sindaco. Una trave aveva spezzato la scrivania, ma la poltroncina di pelle era ancora intera. Spostò la bandiera italiana che la copriva e si mise a sedere. Si ricordò di quella richiesta di un lavoro che aveva gridato nella stanza, prima di essere portato via come un delinquente. Sembrava passato un secolo, ma ora anche il tempo si era fermato a Brindoli, tutto era morto, come quei cinquanta cittadini.

Cominciò a scendere le scale, non aveva paura di quello che poteva cadergli addosso, non aveva nulla da perdere, per questo non se n’era andato come tutti gli altri. Gli altri, che non si erano neanche accorti che era rimasto lì, nel paese in cui era nato e dove aveva provato a vivere per trentasette anni.

Si ritrovò nel giardino vicino al liceo Pari. In quella scuola non c’era mai entrato, non aveva neanche finito le professionali, ma lì ci andava a prendere la Gigliola, all’una. O meglio, la guardava da lontano in mezzo ai ragazzi che cercavano le fidanzate per baciarsele davanti a tutti. Cercò la panchina, in cui aveva tentato un bacio, ma dove aveva avuto indietro solo uno schiaffo.

Era basso, ma non brutto.

«Con quegli occhi neri cadranno tutte ai tuoi piedi» diceva mamma Tonia. 

«Venti centimetri in più e saresti un gran figo» aveva detto una volta Valeria. 

Ma l’altezza era rimasta quella e le donne pure.

Davanti al cimitero, che è attaccato al paese, c’erano tante corone di fiori secchi.

Si bagnò con un po’ dell’acqua scura rimasta sul fondo di un annaffiatoio, poi girò tra le tombe, qui ci veniva molto di rado. Si chinò.

C’erano due occhi scuri come i suoi che gli sorridevano da una foto. Sante voleva tanto quella sorellina, ma la gestosi aveva portato via lei e mamma Tonia. Sante si sdraiò vicino alla madre pensando al padre, che dormiva nel campo a fianco, solo i ricchi si possono permettere di stare vicini, dopo.

Chiuse gli occhi, era tanto stanco e le pillole stavano facendo effetto.

Fu il suo addio a Brindoli.

Fausto solleva il bicchiere, sperando che l’acqua sciolga il nodo che gli stringe la gola. Lavinia vorrebbe commentare, toccargli la mano, ma preferisce alzarsi per portarlo alla spiaggia attraverso la scaletta di ferro. 

«Togli le scarpe, la sabbia è fresca.» Un tu non chiesto né autorizzato sembra naturale, ora.

Camminano in silenzio, uno accanto all’altra, fermandosi ogni tanto per sentire gli odori portati dal vento. Le luci di una barca dondolano lontano, chissà chi ci vive, chi ci dorme, chi ci respira.

«Lo sai che sei il primo che si è seduto sulla mia terrazza?» 

«Davvero? Sono onorato.»

«Cosa ti ha spinto a venire a Villa Criseide? A proposito, da dove vieni?»

«Modena.»

«Ma quanto tempo ci hai messo ad arrivare qui?»

«Parecchio. Viaggio in treno, gratis, sono un ferroviere. Faccio la valigia, metto in tasca un giallo e via.»

«Sei sposato?»

«No. Stavo con la Lina, ci volevamo bene, poi un giorno lei mi ha lasciato. Era stanca di rotaie e sale d’aspetto, voleva volare, ma io ho il terrore degli aerei.»

«Allora come mai sei qui?»

«Mi è piaciuta la tua proposta, non cara e originale. Legami non ne ho, impegni ancora meno, così ho preso dei giorni di ferie e son partito.»

Un poco di luna illumina i due, che sono fermi sotto l’unico ombrellone della caletta.

«Sono stato lì lì per disdire la prenotazione, sai?»

«Perché?» chiede Lavinia, stringendosi le braccia, sente freddo. 

«Perché volevi un pezzo della mia vita e io non sapevo se sarei stato all’altezza, oltre al fatto che le mie giornate sono così poco interessanti. Poi, ho pensato di regalarti la fine di Sante, l’amico più caro che ho, che avevo.»

«È stato un grande regalo.»

«Un giornalista, che manco lo conosceva, ha scritto un pezzo sulla morte di Sante. Belle parole, sicuramente d’effetto, ma false, vuote. E io durante il viaggio per arrivare qui mi son chiesto cosa ti avrei raccontato di lui. Di una persona semplice, ma profonda a modo suo. Ci conoscevamo da bambini, quando si giocava in cortile. Ci dicevamo poche parole, ma ci si capiva con uno sguardo. Non ha avuto una vita facile. È stato un amico discreto, ma sempre presente, anche quando me ne sono andato in un’altra città.»

«Merce rara.»

«In treno ho buttato giù delle frasi, ma tutto mi sembrava così stupido, allora ho lanciato quei pezzi di carta dal finestrino.»

«Ma quello che ho ascoltato era tutto tranne che banale.»

«È vero. È successa una cosa strana, mentre ero lassù con te.» Fausto si gira verso la terrazza. «Le parole venivano fuori da sole, mentre le immagini mi passavano davanti come in un film. L’ho pensato là, nel caldo e nel silenzio, nel paese che non ha mai lasciato, in mezzo ai ricordi di un uomo che ha preso un’ultima coraggiosa decisione. Chissà cos’ha provato davvero?» Scuote la testa, i gomiti sulle gambe, le dita intrecciate.

«Che importa?» dice Lavinia. «È stato un bellissimo ricordo, lui lo apprezzerà.»

«Rientriamo? Quest’umido si infila nelle ossa.» Fausto in piedi la aiuta ad alzarsi.

«Certo, andiamo, anch’io sono stanca.»

Lavinia ride, aggrappata al braccio di Fausto, i granelli di sabbia le fanno il solletico sotto i piedi, che sono la parte del corpo dove è più sensibile, dicono che il segno dei Pesci raccolga lì tutte le sue fragilità. 

«Credo che dormirò profondamente» dice lui davanti alla porta della camera da letto, con le scarpe in mano, poi aggiunge: «Tornerò per parlarti ancora di me, oggi ho capito che sono capace di farlo».

«Abbiamo ancora la colazione di domattina» aggiunge Lavinia, ma l’uomo dalla giacca abbondante e gli occhi neri è già scomparso. 

Invece il sonno per Lavinia tarda a venire. La prima scossa, quel venti maggio se la ricorda molto bene. Era stata così lunga da svegliarla, darle il tempo di guardare il lampadario dondolare e mettersi in piedi per capire cosa fare. Ricorda la strana vibrazione sotto le mani appoggiate sul prato della scuola, dove era scappata coi ragazzi lo stesso giorno. In quel momento aveva capito che le scosse di per sé non sono pericolose, si sentiva come su un gigantesco tapis roulant verde e morbido. I pezzi di terra su cui viviamo si scontrano e si allontanano da milioni di anni, fregandosene della presenza dell’uomo, lui cerca di possederla e lei lo disarciona, come fa un cavallo imbizzarrito col suo fantino.

Lavinia ricorda la paura che, per parecchio tempo, le ha fatto sentir muovere quello che fortunatamente era fermo.

Durante la seconda forte scossa, nove giorni dopo, era in banca, allo sportello, quella mattina iniziava tardi a lavorare. Rivede lo sguardo terrorizzato della cassiera, che le chiedeva con un filo di voce di stringerle le mani, dopo aver allungato le sue sotto il vetro. Erano rimaste così, immobili, per un tempo eterno.

Lavinia ora respira profondamente e ripete gli esercizi di training autogeno, sperando di addormentarsi presto.

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Commenti

  1. Elisabetta Santalucia

    (proprietario verificato)

    È stato per me un appuntamento serale al quale arrivavo curiosa e consapevole di leggere storie delicate! Ci sono le cose che amo e Lavinia ha saputo regalarmele preparando e offrendomi un piatto ricamato di bellezza! E poi l’ho riletto!

  2. (proprietario verificato)

    Una storia fatta di tante storie. In una estate si risolve la vita di una donna che ha tanto da dare alla vita e agli altri. Una vita fatta di incontri, persone, esistenze e generosità. La capacità di ascolto, qualità tanto rara, è la vera protagonista del romanzo. Un libro molto bello, leggero e profondo allo stesso tempo. Fantasioso e intrigante. Una lettura ottima, di qualità. Una scrittura raffinata e limpida. Un romanzo che appassiona dalla prima all’ultima pagina. Fortemente consigliato.

  3. (proprietario verificato)

    Immergendosi nella lettura di questo romanzo alterni sensazioni di leggerezza ad altre di profondità. La leggerezza della brezza del mare, delle bollicine del vino e dei toni dell’azzurro e del blu. La profondità di alcuni incontri che non hanno bisogno di tempo per lasciare un segno e farti riflettere. C’è tanta generosa femminilità in Lavinia
    C’è attenzione per gli altri, cura e operosità.
    C’è molta passione, anche se la capacità d’amare è solo percepita e non descritta.
    Viene da dire: evviva le donne che sanno sempre reinventarsi, andare avanti e sorridere, anche nei momenti di importante difficoltà. Una lettura importante tutta al femminile: da non perdere

  4. (proprietario verificato)

    Libro bellissimo, di gran classe. Una piacevole compagnia che, la sera, non vedevo l’ora di ritrovare. Lavinia già mi manca. Consigliatissimo.

  5. (proprietario verificato)

    Letto e apprezzato. Tecnicamente non lo definirei un romanzo, ma una raccolta di racconti in una cornice che li unifica. L’idea del bed and breakfast per un ospite alla volta è bella, lo stile è molto curato e i racconti prendono. Una piacevole lettura che consiglio a tutti

  6. (proprietario verificato)

    Ho letto il romanzo tutto d’un fiato! Il libro appassiona, è intenso e molto femminile. Lo consiglio.

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Maria Elisabetta Mancini
Originaria di Imola, vive a Bologna dai tempi dell’università, è sposata e ha due figlie ormai grandi. Ha una laurea in Scienze geologiche ed è una docente di matematica da poco in pensione. Dopo aver frequentato corsi di scrittura creativa, partecipa a diversi concorsi letterari con i suoi racconti. Compare come autrice in “Bologna a Modo nostro. Trame, percorsi, emozioni” (2012) e in “Cantiere 2 agosto” (2017). “Le voci del frattempo” è il suo primo romanzo.
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