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L’eco del mare

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Consegna prevista Dicembre 2024

Alba, una donna con un passato traumatico segreto, viene trascinata in un viaggio emotivo quando un malore la porta a riconsiderare la sua vita. Tra flashback della sua infanzia e adolescenza, il difficile rapporto con il padre e il primo amore, Alba affronta i suoi demoni interiori con l’aiuto della terapia. Decisa ad affrontare il suo passato, lascia la città e torna nel paesino d’infanzia. Troverà la forza per affrontare un dolore troppo grande, liberarsi dal peso che si porta dietro e riuscire finalmente a perdonarsi?

Perché ho scritto questo libro?

Il primo motivo che mi ha spinto a scrivere questa storia è stato la necessità. Ho sentito il bisogno potente dentro di me di dare voce a chi crede di non averne più una. Quante volte ci siamo sentiti persi nel mondo e soli, con mostri e soprattutto paure troppo grandi per credere di essere in grado di affrontarli.
Ho scritto questa storia per fare chiarezza e parlare in modo realistico riguardo temi ancora affrontati male: la salute mentale, la depressione, l’ansia, l’importanza della terapia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

PROLOGO

«Miguel, dove vanno a finire i ricordi che perdiamo?»

«Più che perderli, credo che rimangano nascosti in qualche minuscolo spazio della nostra mente. Anche se non li ricordiamo, faranno sempre parte di noi. Alcuni ricordi ti restano dentro senza che tu te ne accorga.»

Il vento leggero dell’autunno scuoteva i rami delle ginestre e dei lecci che costeggiavano il lungomare. Ne staccava le foglie che si lasciavano trasportare senza meta per poi depositarsi silenziose sul terreno e la sabbia. La nuova stagione era appena iniziata, ma l’aria era già fredda e umida, il mare di un indaco intenso. Uno stormo di gabbiani sostava lungo la riva, le zampe sfiorate dalle onde.

Ad Alba non era mai piaciuto quel periodo dell’anno: l’estate era finita, le persone se ne erano andate e il suo paesino era a un tratto vuoto. Tutto intorno le cose sembravano rallentare, quasi fermarsi, lo spazio si allargava e il silenzio le dava più tempo per pensare, riflettere. Perché le si contorceva lo stomaco?

Ecco, provava una strana malinconia durante le mezze stagioni, anche se allo stesso tempo le piaceva quella lieve tristezza mescolata alla quiete. Non riusciva proprio a spiegarsi come quell’emozione negativa potesse coesistere con un’altra positiva.

Strinse la mano del padre, anche lui silenzioso come il lungomare.

Decise di non farsi altre domande; aveva otto anni e aveva tempo per scoprire cosa volesse dire quella sensazione. Quando sarebbe diventata più grande, si disse. Staccò la mano da quella del padre e cominciò a correre verso il bagnasciuga, rincorrendo i gabbiani che zampettavano per qualche istante e si alzavano in volo sempre prima di essere raggiunti. Dopo un breve tratto Alba si fermò, si guardò intorno, poi ricominciò a correre; voleva raggiungere le onde, oscillare come loro, tentare di toccare il vento. Stanca, si lasciò cadere sulla sabbia bagnata.

«Sono felice, papà.»

Sarebbero passati anni prima che nella mente di Alba riaffiorasse il ricordo di quell’episodio sulla spiaggia. Sarebbe stato lui a ricordarglielo, durante un viaggio che oggi le sembrava come un sogno.

Si trovavano bloccati nel traffico sull’autostrada per Stoccarda. L’aria condizionata asciugava il sudore prodotto dal caldo afoso di metà luglio. L’uomo alla guida aveva sbagliato strada, e aspettavano da almeno due ore di raggiungere un’uscita per poter tornare indietro. Erano entrambi seduti sui sedili posteriori, stanchi ma felici della giornata trascorsa. Il padre di Alba appariva emozionato, e un senso di nostalgia ancora gli attraversava il cuore: aveva portato la figlia a visitare il paese dov’era cresciuto, dove aveva trascorso la sua infanzia, e le aveva mostrato la casa in cui aveva vissuto con i genitori. Non ricordava un periodo della sua vita più felice di quegli anni di spensieratezza, marachelle e avventure con gli amici. Quanto desiderava poter riavvolgere il nastro e rivivere quei momenti, prima che la nonna di Alba si ammalasse, prima che lui fosse costretto a crescere, prima delle difficoltà e del buio che alla fine lo travolse.

«Quindi eri felice, quando abitavi qui?»

«Sì, molto. A sette anni già me ne andavo in giro per le strade da solo. Camminavo per ore e scoprivo ogni giorno qualcosa di nuovo. Combinavo parecchi guai, devo ammetterlo, ma erano innocenti. Come lo ero io, del resto.»

Alba ascoltava con attenzione i racconti del papà, al punto che poteva quasi vederlo correre per quelle strade che aveva calpestato anche lei solo qualche ora prima. Lo poteva quasi vedere suo padre in quell’altra epoca, libero e pieno di sogni, ed era una visione così vivida che persino lei sentiva la nostalgia di quei momenti, anche se non li aveva vissuti.

Si lasciò cadere sul sedile e appoggiò la testa contro il finestrino, volgendo lo sguardo sulla strada illuminata appena dalle luci anabbaglianti. «Invece io credo di non essere mai stata felice, papà. Non ricordo nemmeno una volta in cui io l’abbia sentito o detto ad alta voce.»

«Ti sbagli, una volta me l’hai detto. Lo ricordo come se fosse ieri. Eravamo sulla spiaggia e tu ti eri buttata a terra dopo aver tentato di inseguire dei gabbiani…»

Nella mente di Alba si accesero delle immagini sempre meno confuse mano a mano che il padre raccontava. Le aveva vissute in un’altra vita quelle sensazioni? Non ricordava di aver pronunciato quelle parole, ma il motivo sì. Anche allora, da bambina, stava pensando alla felicità, al fatto che non l’avesse mai provata, proprio come avvertiva quella sera. Aveva deciso di dire quelle parole sperando che le si imprimessero nella mente e nel tempo. Così, in un futuro ipotetico, se qualcuno le avesse mai chiesto: «Qual è la prima volta in cui sei mai stata felice?», lei avrebbe avuto una risposta da dare.

In cuor suo sapeva di averlo fatto anche perché si sentiva spaventata: aveva paura che non l’avrebbe mai provata, la felicità. Così, almeno, le sarebbe rimasto quel ricordo.

Quella sera, persa con suo padre lungo qualche strada della Germania, si ricordò ciò che aveva dimenticato. E sorrise.

CAPITOLO 1: IN SALA D’ATTESA

Quella notte faticai a prendere sonno nonostante le due pastiglie di melatonina e un ansiolitico. Mi svegliai di soprassalto verso l’alba, il pigiama umido di sudore, la fronte ancora percorsa da piccole gocce e il respiro affannoso. Niente di nuovo: gli incubi mi tormentavano fin da quando ne avevo memoria.

Dopo aver realizzato di trovarmi ancora nel letto, il mio secondo pensiero fu per chi stava condividendo con me quelle lenzuola aggrovigliate e il materasso saturo di calore. Mi voltai e tirai un sospiro di sollievo: non lo avevo svegliato. In quel momento, provai una sensazione di invidia nei confronti di mio marito e della sua espressione serena. Come sempre, del resto.

Mi alzai cercando di limitare i movimenti al minimo e in silenzio mi diressi in bagno. Il corridoio che lo collegava alla camera da letto mi sembrò più stretto del solito e allungai le braccia da un lato e dall’altro, quasi volessi spingere le pareti più lontano. Ma il senso di soffocamento non se ne andava.

Aprii il rubinetto e mi passai le mani bagnate sul viso. Mi guardai allo specchio: ero pallida. Non ero particolarmente sorpresa, il mio colorito abituale era di appena un tono superiore, ma non ero nel pieno delle forze e la mia pelle me lo stava urlando.

Tornando dal bagno mi affacciai nella cameretta di Juan, che ancora dormiva. A darmi il buongiorno, come accadeva tutti i giorni da circa tre anni, fu l’immagine di Cristiano Ronaldo stampata su un poster appeso al muro accanto al letto. Quella mattina mi sentii osservata persino da lui, come se avesse seguito ogni mio movimento fino a lì.

Guardai ancora Juan. Il plaid che fino a poco tempo prima gli copriva interamente il corpo adesso gli arrivava a malapena al ginocchio. In quell’istante mi cadde addosso la consapevolezza che mio figlio stava crescendo e che, a dire il vero, era già cresciuto. Eppure era così bello e ancora così indifeso! Avrei voluto proteggerlo da tutto e da tutti, dal mondo, dalla cattiveria, dal dolore.

Da me.

Chissà se, una volta adulto, si sarebbe ricordato di quel plaid a quadri rossi e gialli. Io ricordavo ancora la copertina di lana blu elettrico che usavo da piccola. Mia madre mi ci avvolgeva dentro ogni mattina, mi prendeva in braccio e dal letto mi trasportava sul divano. Così ogni giorno, fin quando arrivò la mattina in cui non riuscii più ad avvolgermici e fui costretta a gettarla.

Cosa altro avevo sostituito da allora?

Mi diressi verso il balcone.

Una delle poche cose che mi calma davvero, quando la mia testa pullula di pensieri, preoccupazioni e ansie, è fermarmi a guardare il cielo, sentire in lontananza il rumore del mare, seguire con lo sguardo il lento movimento delle nubi mentre la città ancora dorme. Osservo come la vita scorre davanti ai miei occhi mentre io fermo il tempo, blocco la mente, che si svuota e mi lascio attraversare solo dalla sensazione di libertà che alla fine mi pervade. Porgo l’orecchio ora al mare, ora al cinguettio dei primi uccelli del mattino, ora al fruscio del vento, ora a una musica in lontananza. L’occhio emozionato segue con vivace stupore l’infinito ciclo che chiamiamo vita; la bocca tenta di assaporare la brezza dell’attimo, e ogni volta sembra riuscirci ma non fa mai in tempo, perché è già passato. Ma ti rimane dentro quella sensazione di benessere che ti riempie anche se solo per un istante di serenità, di pace.

Peccato che quella mattina le uniche cose che attirarono l’attenzione delle mie orecchie furono i clacson delle auto e dei tram che svegliavano la città, e il panorama che si presentava davanti i miei occhi era attraversato da nubi grigiastre che già cominciavano a coprire il sole.

Una presenza alle mie spalle mi fece voltare. Peter appoggiò le sue labbra sulla mia fronte e mi sorrise. Abbozzai un sorriso a mia volta.

«Buongiorno, tesoro, dormito bene?»

Lo guardai per un momento. «Sì, abbastanza bene.»

«Vuoi che ti accompagni alla visita, stamattina? Dopo aver portato Juan a scuola?»

Qualunque fosse stata la mia risposta, sapevo che lo avrebbe fatto comunque.

«Certo, intanto vado a cambiarmi.»

Alle nove in punto varcai la soglia della sala d’attesa della clinica Torre del Sole e, sotto lo sguardo noncurante degli altri pazienti, mi sedetti sulla prima poltrona libera. E aspettai.

Intorno a me, l’unica nota di vitalità nell’ambiente era data da un paio di quadri che raffigurano due donne: una su una barca e l’altra sdraiata su di un prato. I miei occhi andarono come ogni volta alla vetrata situata sul lato opposto della sala, dalla quale si intravedeva la luce fioca dei raggi di sole che attraversavano il vetro e tentavano di riscaldare l’ambiente immobile. Ero appesantita, mi parve quasi di soffocare sotto i pensieri che sembravano macigni pronti a schiacciarmi.

Due signore sedute di fronte a me iniziarono a guardarmi e mormorare tra loro. Mi accorsi solo in quel momento di avere ancora gli occhi coperti dagli occhiali da sole.

Abbassai le palpebre, assaporandone il lieve movimento, quasi potessi avvertire il peso delle ciglia che scendeva fino alle guance.

Sono sdraiata sotto le coperte del mio letto nella casa di nonna e guardo fuori dalla finestra. Cominciano a intravedersi le prime luci del mattino, e lui è sdraiato accanto a me.

«Perché non dici niente? Ti sto annoiando?»

«No, ti sto ascoltando. Ti si illuminano gli occhi, quando parli dei tuoi sogni.»

«Forse, è perché sto per piangere.»

«Fallo. Non lo saprà nessuno.»

Intime confidenze, sogni e speranze lasciati appesi ai muri di quella piccola stanza, dentro alla quale sono al sicuro, protetta. Al suo interno il tempo non esiste, è solo una nostra percezione.

L’odore di disinfettante e umido che aleggiavano nella sala mi riportarono sulla poltrona di pelle rossa. Accanto alle signore pettegole, una donna in dolce attesa si stava facendo aria con un catalogo di ricette americane, mentre un bambino correva avanti e indietro lungo il corridoio, tra le poltrone e – ovviamente – sotto gli sguardi scioccati delle due signore e il sorriso della donna incinta.

Avevo ancora gli occhiali poggiati sul naso, ma non mi andava di toglierli. Indossarli mi faceva sentire protetta, come se fossero uno scudo che filtrava le immagini e mi permetteva di vederle come in un film. Come se non fossero reali.

In verità, servivano anche a coprire i due solchi che si trovavano sotto i miei occhi a causa del sonno agitato di quella notte. Avevo la nausea e cominciavo a non respirare bene. Erano le 9:25, e l’infermiera ancora non aveva fatto il mio nome. Abbassai di nuovo le palpebre.

È una calda notte estiva e sono distesa sul bagnasciuga. Guardo il cielo inondato di stelle, ma non riesco a trovare la luna, forse è nascosta dietro qualche nube. Mi sento libera, sono giovane e lui mi guarda e sorride. Dopo qualche minuto, lo guardo a mia volta e una lacrima mi scivola fino alle labbra.

«Perché piangi?»

«Perché sono felice. Mi sento in pace con l’universo, come se avessimo trovato un equilibrio e io avessi trovato il mio posto.»

Mi lascio cullare dal dolce suono delle onde, da quella dolce melodia che Miguel e io amiamo ascoltare.

«Io non stavo guardando le stelle. Mi basta guardare te per sentirmi in pace con l’universo.»

Non dico nulla. Riprendo a guardare il cielo. La nube ha fatto spazio alla luna e ora il cielo brilla di una luce nuova.

Fuori dalla vetrata, delle gocce di pioggia presero a mescolarsi con il sole.

Non avevo sentito l’entrata di Peter nella sala ed ebbi un piccolo sobbalzo quando si sedette accanto a me e mi prese la mano.

«Ancora niente?»

Gli feci un cenno negativo con il capo.

«Tranquilla. Ti aspetto fuori, qua si muore di caldo. Ti scoccia?»

Conoscevo molto bene i problemi di Peter con gli spazi chiusi e con gli ospedali in particolare.

«No, vai pure. Dovrebbero chiamarmi a momenti.»

Non avevano acceso l’aria condizionata e anche io stavo iniziando a sentirmi accaldata. Aspettai che Peter varcasse le porte scorrevoli e mi avviai verso il bagno per rinfrescarmi. Mi spruzzai dell’acqua fredda sul viso, abbassai le palpebre e ancora una volta mi trovai là, in quello spazio della mia mente che sembrava essere il mio vero presente. Dovetti reggermi al bordo del lavandino mentre i ricordi mi invadevano potenti come la luce abbagliante del sole d’estate.

Miguel e io stiamo passeggiando nella pineta vicino la villetta dove abita mio padre. Il mio sguardo si sofferma su tutto e niente e cammino in silenzio. Adoro perdermi nella natura per ritrovare me stessa. Ad un certo punto, scorgo il tramonto e mi fermo.

«Che c’è? Perché ti sei fermata?»

«Guarda.» Indico davanti a me.

«Sai cosa mi piace di te? La capacità di meravigliarti anche ogni giorno dello stesso tramonto.»

«Non è mai lo stesso tramonto, perché ogni giorno lo guardiamo in maniera diversa.»

Uscii dal bagno. Una donna alta, di corporatura esile e con un ampio sorriso stampato sul volto mi stava aspettando accanto alla poltrona sulla quale ero stata seduta.

«Signora Castillo, la prossima è lei. Il medico ha portato i referti delle analisi e della TAC.»

«Come sono andate? Mi dica solo questo.»

«Stia tranquilla. Le dirà tutto il dottore.»

I battiti stavano accelerando. Dovevo calmarmi.

Pensai a mio figlio, che doveva aver trovato nello zaino la merenda che gli avevo preparato. La sua preferita: pane al burro di arachidi e gocce di cioccolato.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Benedetta Vasile
Benedetta Vasile, ventidue anni, nata ad Agropoli (SA), e cresciuta ad Ascea: piccolo borgo nel cuore del Cilento. Ha cominciato a scrivere poesie all’età di sedici anni e dopo la maturità classica decide di proseguire i suoi studi in lettere antiche a Bologna, dove vi risiede da circa due anni. Non ha mai abbandonato la passione per la scrittura, coltivando insieme i suoi interessi per la filosofia, psicologia e arte in generale. Durante il lockdown comincia a scrivere in prosa, e da un racconto autobiografico sviluppa il suo primo romanzo.
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