Quanti di loro hanno davvero scelto di essere qui? E quanti stanno solo seguendo il flusso?
Un annuncio interruppe i suoi pensieri, una voce metallica che rimbalzò tra le pareti dell’aeroporto. Il display sopra di lui lampeggiò di nuove destinazioni, nomi di città che scorrevano davanti ai suoi occhi come scelte possibili, mondi alternativi. Da qualche parte, in un altro aeroporto, qualcun altro stava vivendo lo stesso momento. Lo stesso limbo.
Gli tornò in mente qualcosa che aveva studiato anni prima, all’università.
La teoria del caos.
Era stata una delle poche lezioni di fisica che lo avevano affascinato. Forse per la passione con cui il professore ne parlava, o forse per quel senso di imprevedibilità che sembrava avvicinarla più alla vita reale che ai numeri e alle equazioni su cui di solito inciampava. Ricordava ancora il modo in cui il professor Zanetti, un uomo magro con una camicia perennemente spiegazzata, si muoveva nervosamente tra i banchi, agitando le mani come se dovesse afferrare concetti invisibili e renderli concreti per chi lo ascoltava.
«Immaginate una pallina da ping pong lanciata in una stanza» diceva con un sorriso quasi complice. «Colpirà un punto del pavimento, rimbalzerà su un tavolo, contro il muro, poi di nuovo giù. Se ripetete il lancio, anche di un solo millimetro diverso, tutta la traiettoria cambierà. La fisica classica direbbe che tutto è prevedibile. Ma la realtà è diversa. Basta una piccola variazione nelle condizioni iniziali e ogni evento prende una direzione del tutto inaspettata.»
Tommaso si ricordava ancora il brivido che lo aveva attraversato quella volta. Perché, per la prima volta, sentiva che la fisica parlava la lingua della vita. Ogni piccolo gesto, ogni decisione, ogni coincidenza: tutto aveva il potere di cambiare il corso degli eventi.
«E poi c’è il butterfly effect» aveva aggiunto il professore, disegnando una piccola farfalla sulla lavagna. «Il battito d’ali di una farfalla in Brasile potrebbe generare un uragano in Texas. Il che non significa che ogni farfalla scateni un uragano, ma che anche il più piccolo evento può avere conseguenze imprevedibili. Il problema è che il sistema è così complesso che non possiamo mai sapere quale battito d’ali è quello decisivo.»
Tommaso aveva passato giorni a rimuginarci sopra. Aveva iniziato a vedere il butterfly effect ovunque. Un treno perso, uno sguardo, una frase detta a uno sconosciuto. Eventi minimi, apparentemente insignificanti, che in realtà mettevano in moto una catena di conseguenze impossibili da prevedere.
E ora, seduto su quella panchina di plastica nell’aeroporto, la sensazione tornava prepotente. E se fosse vero non solo per i fenomeni fisici, ma anche per le emozioni? Se un piccolo gesto, un sorriso, un dubbio, avessero il potere di cambiare un destino, di innescare un effetto domino capace di stravolgere intere vite?
E un pensiero gli attraversò la mente: tutto ciò che accade non è importante in sé, ma per le conseguenze che genera. Il luogo e il tempo sono irrilevanti.
E allora, cosa sarebbe accaduto se quel giorno lui avesse scelto un volo diverso? Se fosse arrivato un’ora dopo o un’ora prima? Se non si fosse seduto proprio su quella panchina? Se non avesse pensato a tutto questo proprio ora?
La risposta era chiara. Non aveva importanza. Lui era lì. Adesso.
E in qualche modo tutto il resto ne sarebbe derivato.
Si alzò lentamente, infilò le mani nelle tasche e lasciò che l’aeroporto lo inghiottisse.
Ora ne era davvero convinto: quello che conta è cosa accade e perché. Tutto il resto è solo un’illusione che ci raccontiamo per illuderci di avere il controllo.
Quella sera il pub era avvolto da una luce calda, il chiacchiericcio si fondeva con il tintinnio dei bicchieri, creando un’atmosfera vibrante di vita. L’odore di birra e legno impregnato dal tempo dava alla serata una sensazione familiare, quasi rassicurante.
Tommaso era seduto a un grande tavolo di legno scuro, le mani intorno al bicchiere ancora mezzo pieno. Davanti a lui Luca rideva, il viso illuminato dalla luce soffusa delle lampade sopra il bancone.
«Allora?» chiese Luca, inclinando leggermente il capo, con quel suo modo di scrutare dentro le persone. «Che ti prende?»
Tommaso si strinse nelle spalle. «Nulla»
Luca scosse la testa, appoggiando i gomiti sul tavolo. «Cazzate. Ti conosco da troppo tempo.» Poi, con un sorriso sghembo, aggiunse: «Hai tutto, eppure hai la faccia di uno che sta cercando qualcosa che non sa nemmeno nominare».
Tommaso si girò leggermente, lasciando che il suo sguardo vagasse nel locale. Vedeva coppie che si sussurravano all’orecchio, amici che si prendevano in giro, camerieri che si muovevano veloci tra i tavoli.
«Non so» ammise, girando il bicchiere tra le mani. «A volte ho la sensazione che questa non sia davvero la mia vita.»
Luca non distolse lo sguardo. Non lo giudicava mai. «E allora di chi sarebbe?»
Tommaso rise senza convinzione. «Di qualcun altro. Di quello che ho sempre pensato di dover essere.»
Un attimo di silenzio si insinuò tra loro, ma non era scomodo. Luca prese un sorso di birra e si appoggiò allo schienale. Alzò un braccio per sistemarsi i capelli, e i suoi braccialetti di cuoio e metallo tintinnarono leggermente. Ne portava sempre diversi al polso, alcuni più nuovi, altri consumati dal tempo e dai viaggi. Un suono leggero che Tommaso ormai associava a lui da sempre.
«Sai cosa penso? Che tu sei come un uomo che ha tutto ma non ha ancora deciso cosa vuole davvero.»
Tommaso sollevò un sopracciglio. «E tu invece hai capito tutto?»
Luca fece un mezzo sorriso, scuotendo la testa. «Macché.» Fece girare la birra nel bicchiere per un attimo, poi aggiunse: «È che… boh, non mi ci vedo in quella roba lì. La vita perfetta, il lavoro giusto, tutto a posto…». Si strinse nelle spalle. «A me basta non sentirmi spento, ecco.»
Tommaso abbassò lo sguardo, lasciò che quelle parole si insinuassero dentro di lui. Si sentiva sempre più un estraneo nella sua stessa esistenza.
Si erano conosciuti anni prima, in un altro contesto, in un altro tempo. Il campo da pallavolo era stato il primo terreno comune. Luca era già parte della squadra, uno di quelli che facevano gruppo, che sapevano come muoversi tra il gioco e le dinamiche di spogliatoio. Tommaso invece era il nuovo arrivato, quello che doveva dimostrare qualcosa. Avevano lo stesso ruolo, facevano spesso esercizi insieme. E, dopo un set particolarmente intenso, gli aveva dato una pacca sulla spalla.
«Oh, sai che hai un bel tocco.» Fece un cenno con la testa. «Se fossi un filo più alto saresti una rottura di palle per chiunque.»
Paola Giacomelli
Mentre tu sei dall’altra parte del globo ed è quasi sera, io mi sono svegliata di buon’ora per terminare il tuo bellissimo racconto e rendermi veramente conto che tu sei lo gnomo e io la fata e che siamo perfettamente coscienti di essere nella favola, la nostra💓
329 pagine di viaggio nel nostro “IO”.
Un aeroporto come metafora della vita che scorre frenetica, senza sosta, dove i rumori della quotidianità scandiscono e nascondono la vera essenza di ogni viaggio. Pagina dopo pagina ho percepito questo aeroporto come la stanza del terapeuta, dove le persone vanno per cercare un dialogo col proprio sè. Un susseguirsi di emozioni ad incastro come in un grande puzzle, dove tassello dopo tassello prende forma il grande disegno della Vita.
Lo hai pensato e costruito proprio bene questo romanzo, intrecciando tante vite di perfetti sconosciuti, toccando luoghi lontani ma descrivendoli alla perferzione. Hai talento nel trasmettere ciò che senti, sei uno Gnomo e una Fata insieme e spero vivamente che questa tua favola possa arrivare nelle corde di tante altre vite, come è arrivata nelle mie. Siamo tutti trolley rumorosi in giro per il mondo alla ricerca dei nostri perché.
Grande ROMAN zo!🥰
📌 Mi rendo conto che ogni emozione può nascondere in sé la chiave per trovare risposte.
..Forse cercare risposte significa anche sapere quando fermarsi e riflettere
📌 Per accettare il passato, bisogna prima affrontarlo, e che il dolore può trasformarsi in una forza motrice per il cambiamento.
📌 Ma gli gnomi e le fate sono coscienti di essere dentro la favola?
📌 La presenza non si misura in giorni o anni, ma in legami che vanno oltre il tempo e lo spazio. Perché in fondo, dove e quando non contano. Ma cosa e perché si.
Valentina Giavani
Aggiungo… che ho avuto la fortuna di leggero tutto!!!!
Valentina Giavani
Ecco un libro non banale, scritto per essere letto e ritrovarsi nei personaggi come se fossero persone realmente incontrate! Il finale… una sorpresa! Lo consiglio vivamente perché è sempre intrigante “spiare” nella vita degli altri e ritrovare se stessi! Bravo allo scrittore in erba e all’esordio, adesso aspetto il tuo prossimo libro!