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L’Enciclopedia Medica della Lanterna

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Consegna prevista Marzo 2027
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Una bufera di neve costringe una sgangherata compagnia teatrale a raggiungere una misteriosa cittadina lacustre. Lì un omicidio li porterà a disperdersi e a scavare nelle marce profondità del paese, facendo emergere dal fango storie di rapimenti, sette religiose e morti che apparentemente tornano in vita. Tutto sembra legato ad un misterioso incendio di diversi anni prima e alla scomparsa dell’autore di una famosa Enciclopedia. Il lago nero, la cattedrale, la baraccopoli e la tetra isola con la colonna di fumo, fanno da sfondo ad un inestricabile intreccio di vicende che risalgono indietro nel tempo, fino a mettere in dubbio la concezione stessa della vita umana. Le scelte morali e di convenienza dei protagonisti li porteranno quindi a schierarsi per fazioni opposte, che lottano per sopravvivere, e a dover scegliere fra vecchi amici e nuovi. Ma non c’è tempo, l’impiccagione avverrà fra sette giorni e ogni minuto rende il cappio sempre più stretto. Cosa significa essere vivi?

Perché ho scritto questo libro?

Un pregiudizio sui labirinti è che abbiano un solo modo per essere attraversati: la via più breve fra entrata e uscita. Non è così. Ognuno è prima di tutto smarrito e esplora ogni bivio secondo una sua personale idea o sensazione. Allo stesso modo in questo libro ci sono una miriade di bivi da esplorare, personaggi da conoscere e esperienze da vivere. Ho scritto un romanzo che potesse far vivere ad ogni lettore qualcosa di nuovo e garantire lo stesso ad ogni rilettura. Ho scritto un labirinto.

ANTEPRIMA NON EDITATA

4391 giorni all’esecuzione

Petro schioccò la lingua sonoramente. Una folata rovente gli aveva raschiato la gola e il giorno aveva esalato il suo ultimo respiro dalle dune. La caviglia sinistra gli faceva male e scricchiolava quando ci metteva il peso. Ma non ci faceva caso. I bambini non conservavano il corpo per paura di romperlo, ma lo lanciavano a tutta velocità puntando alle stelle. E nel peggiore dei casi avrebbe avuto qualche cicatrice bianca sulla pelle scura da mostrare agli amici. Non che Petro ne avesse. Non di reali per lo meno. Finalmente avrebbe visto gli attori, finalmente il padre lo avrebbe perdonato. Li aveva immaginati, li aveva sognati e aveva pregato ogni notte gli spiriti del deserto di riuscire a vederli un giorno. Non lo sapeva ancora, ma le notti del sud erano diverse da quelle del nord. Al sud la notte brillava e l’aria suonava accarezzando la sabbia. Al nord la notte era buia, pesava sulle spalle e l’aria era muta. Al sud si faceva l’amore per essere felici, al nord lo si faceva per scaldarsi. Non avrebbe più visto una notte del sud come quella per tutta la vita e, se l’avesse saputo, non sarebbe mai andato a teatro. Forse. Il padre camminava spedito chiacchierando delle meraviglie che avrebbero visto e il figlio gli saltellava attorno, tirandolo per la mano in ogni direzione nel tentativo di prevedere da che parte sarebbero andati. I due vivevano soli in una tenda di tela sgualcita e piena di rammendi, ogni tanto il vento portava qualche pietra che squarciava le pareti e la famigliola doveva ricucire tutto pazientemente. Una volta Petro era stato colpito in testa e aveva passato due giorni a letto svenuto. Il padre non andò al lavoro quindi non mangiarono per una settimana. Ma erano felici, più o meno.

“Calma ranocchio non riesco a starti dietro.”

“Muoviti vecchio che arriviamo tardi!” L’uomo rise.

“Arrivo. Arrivo.”

Lo spettacolo si svolgeva appena fuori dalla città, in uno spiazzo riparato dal vento grazie alle basse mura di terra che separavano le case dal grande deserto. C’erano una manciata di panche sgangherate e un sipario montato sopra un carro, che probabilmente fungeva da camerino per gli attori. Non c’era un palco e i saltimbanchi ne approfittavano per girare in mezzo al pubblico durante le scene. Era una compagnia del nord, di Alianto. Petro ne aveva sentito parlare dai racconti del padre, ma non era una delle città più entusiasmanti e il bimbo non ricordava praticamente nulla. Il primo ad entrare in scena era un uomo molto alto, con le braccia pelose e un sorriso gentile. Parlava con voce profonda di un giovane studioso che aveva perso la sorella a causa di una strana malattia e voleva riportarla in vita. O qualcosa del genere. Petro si addormentò alla fine del primo atto. Il padre guardò il figlio sbavargli sulla gamba e russare di gusto.

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6 giorni all’esecuzione

Gli occhi dell’attore si aprirono con fatica. Le lacrime gli si erano congelate, sigillandogli le palpebre e il corpo intorpidito scricchiolava e non rispondeva ad alcuno dei suoi comandi. Non vedeva quasi nulla e gli occhi erano intorpiditi come se fosse immerso nell’acqua. La sola cosa che percepiva chiaramente era un rumore orrendo, ritmico e seghettato. Non capiva. L’ultima cosa che ricordava era di essersi appisolato nel riparo di fortuna assieme ad Emilio e Mastino. Cercò di respirare lentamente, i pensieri e i ricordi si mischiavano come colori su una tavolozza. Colori scuri. Muovere le dita o qualche articolazione minore era assolutamente impossibile, ma forse sarebbe riuscito a muovere le braccia. Nulla. Erano bloccate ai polsi e alle spalle da catene sollevate. Il rumore si fermò per un attimo, come se si fosse accorto del risveglio del sabachiano. Poi riprese. L’attore non riusciva a vedere ancora nulla e il corpo aveva perso ogni sensibilità a causa del freddo che, come un animale, gli artigliava le interiora, ultimo calore vivo oltre l’anima. C’era un contorno scuro attorno, come se avesse qualcosa in faccia che gli lasciava liberi solo gli occhi, una maschera. Sentiva il respiro intrappolato al suo interno, che gli scaldava leggermente il volto e manteneva acceso il fuoco delle viscere, come un mantice. L’uomo iniziò ad aprire e chiudere gli occhi più veloce che poteva, nel tentativo di mettere a fuoco la sua attuale situazione. Ci volle un po’. Il gelo spingeva il suo corpo a dormire, a lasciarsi andare. Ma Petro non si sarebbe arreso come l’ultima volta, non si sarebbe più addormentato. I contorni delle cose si facevano a poco a poco più nitidi, mentre i capillari negli occhi dell’attore si spezzavano per lo sforzo di restare cosciente. Era completamente buio, eccetto che per la luce sporca di una lanterna, situata alla fonte del rumore. Una figura curva gli dava le spalle e armeggiava vigorosamente con un arnese di metallo, in modo ritmico, piegando e distendendo un braccio su qualcosa accasciato a terra. Stava tagliando senza sosta, senza una parola. Petro pensò per un attimo a chiedere aiuto, ma poi non lo fece. Ovviamente l’individuo era ben consapevole delle sue condizioni, probabilmente era stato proprio lui a metterlo lì. La trachea era completamente congelata e l’attore sentiva rivoletti di sangue disgustoso scivolargli lenti nello stomaco dalle spaccature lasciate per il freddo. I sensi lo abbandonavano inesorabilmente, fuori dal suo controllo, come allo spettacolo di tanti anni prima. L’ultima cosa che vide furono dei piedi spuntare da sotto la figura che lavorava, illuminati da un lampo giallo di lanterna. Erano piedi familiari, calzari già visti, poi calò il buio sul primo atto. Sipario.

4391 giorni all’esecuzione

Petro si svegliò giusto un paio di volte durante lo spettacolo. Vide una donna con il passo fiero, un ragazzo robusto e un bambino strambo. Ma non riusciva a tenere aperti gli occhi, l’aria della sera lo cullava accarezzandogli la testa e intrecciandogli i capelli. La musica sgangherata e giocosa dello spettacolo gli saltellava nelle orecchie, accompagnandolo nel mondo dei sogni a passo di danza. Quando alla fine tornò padrone del suo corpo ancora assonnato erano andati via tutti. Il ragazzino stava disteso sulla rigida panca di legno e si sollevò per guardare il padre. Quest’ultimo stava parlando con l’uomo dalle braccia pelose, ridevano e gesticolavano. Petro sorrise, gli piaceva vedere la persona che lo aveva cresciuto divertirsi davvero, e non fare finta come quando giocava con lui. Quest’ultimo si accorse che il ragazzino si era svegliato e si voltò con uno sguardo sereno.

“Per fortuna che volevi vedere lo spettacolo.”

“L’ho visto tutto, è stato bellissimo.”

L’uomo rise accondiscendente. “Certo certo. Andiamo ranocchio, vieni qui che ti presento una persona.”

Petro si alzò ubbidiente e andò verso il padre. Non si fermò accanto a lui come un moccioso impaurito, ma puntò direttamente all’uomo dalle braccia pelose e gli strinse la mano con tutta la sua forza. Sapeva che il rispetto degli uomini parte con una stretta di mano vigorosa. Il Capocomico ricambiò la stretta divertito.

“Insomma Damos, mi avevi parlato di un ragazzino piagnucoloso invece qui ho davanti un toro del deserto.”

Petro tirò su col naso con fierezza. “E’ un piacere signor attore! Io sono…”

“So chi sei ragazzo, ti va di andare a vedere il carro mentre io e questo vecchio scambiamo due parole?”

“Sicuro!”

Il giovane sabachiano corse verso il tendone su ruote della compagnia, da cui provenivano una serie di rumori bizzarri. Ci girò attorno tutto emozionato cercando l’ingresso ma si fermò. Il ragazzo robusto era seduto a terra e masticava distrattamente un bastoncino di liquirizia. Petro allungò il braccio verso di lui, che in risposta lo squadrò serio.

“Ciao sono Petro!”

“Dovresti fare i complimenti agli attori prima di presentarti.”

Dall’interno del tendone si sentì un vociare concitato, seguito da rumori confusi.

“Chi è là? Chi è là?”

“È solo Frank, dai non fare casino.”

“Voio vede-e!”

Il sipario si aprì e lasciò il posto a due teste che facevano a gara a quale sarebbe uscita per prima. Uno strambo volto sorridente e due spenti occhi verdi in mezzo a un mucchio di capelli color topo.

“Come ti chia-ami?”

“Guarda che l’ha appena detto, Pesce.”

“No, io so-o Peesce.”

Petro scoppiò a ridere.

6 giorni all’esecuzione

I soli concetti di dolore e freddo erano ormai lontani dalla psiche dell’attore, li guardava da fuori come qualcuno che guarda un pazzo con pietà, per poi scoprire di essere di fronte allo specchio. L’individuo misterioso si era fermato e aveva sollevato il capo, come alla ricerca di un qualche suono, ma Petro non sentiva nulla. Aveva della condensa congelata nei padiglioni auricolari che gli attutiva i sensi, come una palla di neve presa in pieno volto. D’un tratto la lanterna dell’uomo si spense e quest’ultimo corse arrancando verso un angolo avvolto nell’oscurità. Una flebile luce arancione tremolava da quella che doveva essere una galleria laterale e quel colore caldo annunciava che della vita stava entrando in quel luogo di morte sospesa. Petro si sentiva immerso nel suo stesso corpo, con un peso che lo trascinava a fondo nei bui abissi dell’oblio, ma quella luce dava al suo animo la forza di lottare per raggiungere la superficie dei suoi occhi, per respirare. Tre figure entrarono nel suo campo visivo, avvolte da piccole fiamme di fiaccola. Uno aveva una statura massiccia, uno era più basso ma comunque ben piazzato e l’ultima doveva essere una figura femminile, anche se era difficile giudicare visto che si muoveva poco e aveva le mani sul volto. Una delle voci era familiare e gli scivolava acquosa nel cranio producendo una sensazione ruvida e amichevole. Suonava di speranza. Discutevano e si guardavano intorno con circospezione, la femmina sembrava molto spaventata e cercava di farli tornare indietro come se già sapesse cosa o chi avrebbero incontrato. Ma gli altri due, quello robusto in particolare erano ben decisi a proseguire nella loro ricerca. Il gruppetto si avvicinò alla parete dal lato di Petro e l’attore udì chiaramente lo scarso tentativo di soffocare un grido di stupore e disgusto. Ora il sabachiano non riusciva più a vederli con il campo visivo coperto dai bordi della maschera, ma sentiva i loro respiri che rimbalzavano sulla roccia umida. Sono qui! Muovetevi cazzo! Liberatemi! Petro voleva gridare o fare rumore anche solo con un piccolo movimento, ma il corpo non rispondeva a nessuno dei suoi comandi. La speranza bruciava come un incendio il suo cervello, lanciando impulsi di vita in ogni direzione, pregando e bestemmiando contemporaneamente. Il gruppo proseguiva lento, scrutando qualcosa lungo le pareti senza dire una parola. Andiamo sono qui! Ogni secondo che passava era un ago crudele che penetrava la carne dell’attore, giocando con le sue emozioni e con la sua vita. Quando alla fine lo raggiunsero era al colmo della disperazione ma si era preparato. Doveva fargli vedere di essere vivo. Il Sabachiano raccolse le poche energie rimaste e le inviò agli occhi e al diaframma, per respirare con tutte le sue forze e per guardare i suoi possibili salvatori. La luce arrivò, accarezzandolo con le sue dita chiare e tiepide, e a Petro venne quasi da piangere. Era allo stremo. Poi lo vide. Una mascella robusta e familiare coperta da una barba ispida da cinghiale. I suoi occhi scuri che scrutavano le cavità della maschera con la sicurezza di un uomo cresciuto sulla terra dura. Il respiro pesante e un volto rude e familiare, che gli ricordava un grosso cane e l’odore della liquerizia. FRANK! Appena Frank notò il respiro di Petro si rivolse al compagno di viaggio.

“Dominique! Questo poveretto respira ancora, dammi una mano a tirarlo giù.” Questo poveretto? Sono io, Petro!

L’attore tentava disperatamente di farsi riconoscere dall’amico, ma quello continuava a guardarlo senza sapere chi avesse davanti. La disperazione strisciava facendo le fusa nello stomaco del Sabachiano, prendendosi il suo tempo e pregustando il momento in cui avrebbe squarciato la speranza con le sue zanne affilate. Ti prego Frank liberami! Ti supplico!

“D-dobbiamo andare via. Sta arrivando…”

La donna insisteva per abbandonarlo e oramai era chiaro quale fosse il suo schieramento in quella orribile situazione. Petro doveva riuscire a dire qualcosa, doveva convincere l’amico a portarlo con sé. Vedeva negli occhi di Frank il volto del padre tanti anni prima, voleva toccarlo, raggiungerlo, sapeva che se ce l’avesse fatta sarebbe andato tutto bene.

“Chi?”

“Vi spiegherò tutto, ma vi prego dobbiamo andare via!”

Gli occhi di Frank erano dubbiosi sul da farsi, guardavano il corpo appeso di Petro dall’alto in basso, indecisi. Andiamo non ascoltare quella stupida donna, liberami! Petro voleva piangere, gridare e dare un pugno in faccia al suo migliore amico, ma il suo corpo rimaneva beffardamente congelato. Poi vide Frank spezzare qualcosa accanto a lui e mettere il risultato di quell’azione sotto al suo corpo sollevato. Petro non capiva bene cosa stesse accadendo ma, quando sentì le braccia più leggere non ebbe alcun sollievo ma una sola, terribilmente familiare certezza: lo avrebbero abbandonato.

“Torneremo presto, te lo prometto.” Non tornerete più.

Petro chiuse gli occhi, abbandonandosi lentamente all’oscurità della rassegnazione, che inghiottì l’ultima scintilla di speranza rimasta, mentre i tre correvano lontano lungo il tunnel.

4391 giorni all’esecuzione

Erano il trio più strano che si potesse immaginare. Il ragazzo sorridente ora stava tirando i capelli del suo compagno di tenda che rideva come un matto e quello più robusto con la liquerizia li sgridava con finta severità. Il giovane capì subito che quelli erano i suoi nuovi amici. D’un tratto i due smisero di bisticciare e si rivolsero a Petro all’unisono:

“Vuoi vedere il carro?”

Erano piuttosto affiatati per essere così diversi. Il ragazzino sorrise e annuì eccitato. I due gli fecero spazio e Petro entrò gattonando nel camerino. La stoffa morbida gli accarezzava la schiena e gli dava la sensazione di essere entrato in un grande nido. Odorava di polvere ma c’era anche una lieve fragranza femminile che dava un’idea di ospitalità e famiglia. Idea che Petro non aveva mai avuto prima di allora. Voleva molto bene a suo padre, ma si era sempre identificato come parte di una coppia di vagabondi che stavano sempre nello stesso posto. Ora era in una casa che si spostava ovunque, tutto un altro mondo. Dentro alla tenda c’erano vari giacigli e accanto ad ognuno gli effetti personali del proprietario. Erano a malapena cianfrusaglie, ma dovevano essere molto importanti per i membri della compagnia. In fondo al carro c’era una seconda tenda di lino all’interno di quella più grande che componeva il sipario e, probabilmente, era la stanza privata del capo della compagnia. I lembi bianchi frusciarono e si scostarono leggermente e un bambino uscì lentamente nello spazio comune del tendone. Doveva avere circa due anni ed era completamente nudo, ma i capelli biondi e i penetranti occhi azzurri lasciarono Petro interdetto. Sembrava che una qualche divinità scherzosa avesse ficcato a forza una cascata dentro al corpo di un gracile marmocchio e la cosa dava un po’ i brividi.

“Lui è il piccolo Emilio, il figlio del boss. È un po’ strano, ma d’altronde chi non lo è?”

“Io no so-o stano.”

“Va bene Pesce sono tutti strani tranne te, contento?”

“Babene.”

Emilio tornò nella tendina privata in silenzio, dopo essersi accertato che il Sabachiano non fosse niente di che. Petro aveva l’impressione che si stessero presentando a lui come ad un nuovo arrivato più che ad uno in visita. Sembrava che sapessero qualcosa che lui ignorava. Rimase a chiacchierare con gli attori, fino a quando la curiosità non lasciò definitivamente il posto alla preoccupazione dei bambini che danno troppo per scontata la presenza dei genitori. Una donna entrò e si diresse verso la camera privata, lasciando a Petro un sorriso dolce e così rapido che il ragazzino si chiese se fosse davvero accaduto. Poi entrò il boss, facendosi strada fra la stoffa e gli oggetti con le sue robuste braccia ispide. Diede un comando secco a Frank che annuì ubbidiente e uscì dal lato opposto all’ingresso.

“È tutto pronto, sbrighiamoci a partire.”

Petro tirò fuori la sua espressione più educata e riconoscente.

“Grazie di avermi fatto visitare il carro, ora torno dal vecchio che mi starà aspettando.”

Il capocomico sorrise comprensivo e fece per ribattere, ma Petro si era già avviato più veloce che poteva verso l’uscita, scavalcando l’omone con un balzo. Ormai aveva capito cosa stava accadendo. L’uomo lo prese per la caviglia e cercò di trattenerlo senza fargli male, ma abbastanza forte per fargli capire che non aveva via di scampo. Petro si mise a gridare, gli attori lo avevano tradito, la mamma lo aveva tradito. Poteva fidarsi solo del suo vecchio padre. Divincolandosi riuscì ad aggrapparsi all’apertura della tenda che dava verso l’esterno ma, quando guardò fuori, la volontà lo abbandonò completamente e d’un tratto non ebbe più forza né voce. Suo padre era in piedi e contava soddisfatto un mucchietto di pezzetti di metallo che brillavano avidi fra le sue dita. Li contava e ricontava, accarezzandoli come se fossero figli suoi. Di colpo sollevò la testa e i suoi occhi incrociarono quelli del suo piccolo ranocchio. Petro si aspettava rimorso, malvagità, tradimento o gioia sadica. Si aspettava tutte le reazioni possibili tranne quella che suo padre gli mostrò. Fu sorpreso per un attimo, poi lo guardò con dolcezza. Sorrideva gentile, con amore paterno mentre le monete ancora gli tintinnavano nelle mani. Gli aveva consegnato il suo ultimo regalo: una vita di viaggi e avventure. Una vita di musica, amici e cibo sicuro ogni giorno. La vita che avevano sempre sognato l’uno per l’altro. Le lacrime di entrambi piovevano salate sotto il cielo vivo del sud. Al sud la notte brilla e l’aria suona accarezzando la sabbia. Al sud si fa l’amore per essere felici. Al sud un padre ti ama e ti odia allo stesso tempo.

“Buon compleanno ranocchio”

6 giorni all’esecuzione

L’individuo strisciò lentamente al suo posto e terminò il lavoro che aveva interrotto, dopo aver riacceso la sua lugubre lanterna. Alla fine, sollevò il prodotto sporco e insanguinato, ammirandolo alla luce fredda. Era una testa, pazientemente tranciata dal collo segando la colonna vertebrale, la cui estremità spuntava penzolando da sotto la mascella senza vita. Era sollevata per una ciocca di capelli neri e particolarmente

mossi, che avvolgevano un volto immobile dalla pelle molle e scura. Petro aprì di nuovo gli occhi, ancora inesorabilmente vivo, e si trovò faccia a faccia con un incubo. La testa sollevata di fronte a lui era quella che aveva visto allo specchio per tutta la vita.

Era la sua.

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Matteo Galliazzo
Sono nato l’ultimo giorno d’estate del 1995. Fin da piccolo mi incuriosiva tutto e questa attitudine mi portava inevitabilmente alla letteratura. Alla ricerca di mondi da esplorare e annoiato dai personaggi principali, mi trovavo a fantasticare ad occhi aperti sulle vite di coloro che comparivano solo per poche righe. Crescendo mi sono occupato di musica, alpinismo, cucina, cinema, volontariato e di tutto ciò che stimolava la mia immaginazione. Mi sono laureato in Filosofia nel 2017 e, invece di proseguire con la carriera accademica, sono partito per il Portogallo senza conoscere la lingua. Lì ho vissuto senza fissa dimora per un breve periodo, facendo turni di notte e arrivando a perdere quindici chili. Ho conosciuto però mia moglie, con cui sono tornato in Italia dove lavoro come bibliotecario. Oggi vivo con lei e due gatti, fantasticando ad occhi aperti mentre le persone mi parlano.
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