Alessio, giovane laureato in economia con una grande passione per la matematica e la geometria, e Clara, architetto specializzato in restauri conservativi, si trovano, loro malgrado, invischiati in un succedersi di rivelazioni. Tali scoperte, insieme a misteri legati al passato, porteranno i protagonisti all’interno di faide e società segrete, utili per la risoluzione dell’enigma: “come ha potuto muoversi una mola di quelle dimensioni? Quel vetro blu cosa significa?”
Perché ho scritto questo libro?
Risolvere un problema matematico è come entrare in una escape room o risolvere un puzzle complesso: hai degli indizi, segui una logica e quando finalmente tutto si incastra, la sensazione è impagabile. La geometria è il linguaggio di tutto ciò che ci circonda. Il mio intento è trasmettere la passione per una materia vista troppo in modo astratto quando invece in realtà “La matematica è nascosta nella natura”
ANTEPRIMA NON EDITATA
CAPITOLO 1
IL PESO DELLE OMBRE EREDITATE
L’odore della polvere non era solo un segno del tempo, ma una consistenza fisica che Alessio sentiva depositarsi sui polmoni a ogni respiro. La bottega di suo nonno, situata in un vicolo cieco dove il mare sembrava solo un sussurro lontano, era rimasta chiusa per tre anni. Quando la chiave girò nella serratura, il suono metallico parve un lamento. Alessio non era tornato per nostalgia ma perché i numeri non tornavano. Laureato in economia con una passione quasi patologica per la geometria applicata non poteva accettare che l’eredità di una vita fosse ridotta a un cumulo di debiti inesplicabili.
Le persiane di legno massiccio filtravano lame di luce che tagliavano l’oscurità in segmenti precisi. Si avvicinò al bancone di quercia massiccio dove un tempo la bilancia a bracci uguali regnava sovrana. Accanto ad essa, un vecchio registro rilegato in pelle attendeva di essere interrogato. Lo aprì con cautela quasi temesse di spezzare le fibre della carta ingiallita. Le pagine erano fitte di annotazioni: grammi, chilogrammi, frazioni di libbra. Suo nonno usava ancora le vecchie misure per i pigmenti più rari, quelli che servivano a restaurare le vetrate delle cattedrali.
Accese una lampada da tavolo la cui luce calda rivelò una colonna di cifre che catturò immediatamente la sua attenzione. Si trattava dell’ultima fornitura di lapislazzuli: peso lordo 1,2 Kg. Poco sotto, la voce tara indicava 150 grammi. Fece un calcolo veloce a mente, il peso netto avrebbe dovuto essere 1,05 Kg. Eppure una nota a margine in matita rossa riportava: netto effettivo 0,85 Kg. Mancavano 200 grammi di una sostanza che valeva più dell’oro.
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Quella discrepanza non era un errore isolato. Sfogliando le pagine trovò decine di esempi simili. Era come se la materia stessa si fosse rarefatta nel passaggio tra il contenitore e la vendita. Si sedette sulla sedia scricchiolante, sentendo il peso di quella scoperta premere contro le sue tempie. Se il nonno era stato un uomo onesto, come tutti giuravano in città, allora qualcuno lo aveva derubato sistematicamente, manipolando le equivalenze tra le diverse unità di misura per nascondere l’ammanco.
La bottega era un labirinto di scaffali che si innalzavano fino al soffitto, carichi di barattoli di vetro e scatole di latta. Alessio iniziò ad esplorare lo spazio cercando di visualizzare il volume di ciò che mancava. La geometria della stanza era irregolare; le pareti non erano perfettamente perpendicolari. Misurò a occhio la distanza tra gli scaffali notando come il pavimento presentasse un’usura asimmetrica. Qualcuno aveva passato molto tempo in un angolo specifico lontano dalla luce della vetrina. Mentre esaminava una serie di pesi in ottone, sentì la pelle d’oca sollevarsi sulle braccia. Il silenzio della bottega era troppo denso, non era il silenzio della pace, ma quello dell’attesa.
Prese uno dei pesi da 500 grammi e lo sentì strano nel palmo della mano. Era freddo e sembrava avere il suo equilibrio alterato. Lo posò sulla bilancia cercando un contrappeso. La lancetta oscillò pigramente, rifiutandosi di fermarsi sullo zero.
“Non dovresti essere qui” disse una voce roca nell’ombra che fece trasalire Alessio. Dalle retrovie emerse una figura curva, avvolta in un cappotto troppo grande. Era Dario il vecchio contabile che aveva lavorato per suo nonno per quarant’anni.
“Dario mi hai spaventato. Sono tornato per mettere ordine le cose”.
“L’ordine è una pretesa dei giovani” mormorò Dario “tuo nonno sapeva che la vita è fatta di scarti. La tara non è mai solo il peso del legno o del vetro. E’ il peso della polvere, del sudore, delle promesse non mantenute.”
“Guarda Dario cosa ho scoperto” mostrando il registro “qualcuno ha usato la confusione tra i sistemi di misura per sottrarre valore.”
Dario scosse la testa, le mani che tremavano leggermente “I numeri sono come le parole, possono essere usati per dire la verità o per abbellire la menzogna. Tu cerchi la precisione in un mondo che ha preferito l’approssimazione. Se continui a scavare in questi registri, troverai solo debiti che non puoi pagare.”
“I debiti di Bruno?” chiese Alessio, citando l’uomo che reclamava la proprietà della bottega. Dario non rispose: si limitò a osservare la bilancia che continuava a oscillare impercettibilmente.
“Vattene ragazzo. Il mare sta salendo e l’umidità altera i pesi. Torna quando avrai capito che non tutto ciò che conta può essere misurato.” e chiuse il registro con forza alzando una nube di polvere.
Alessio rimase immobile mentre il vecchio usciva dal negozio svanendo nella nebbia che iniziava a risalire dal molo.
Prese in mano il peso da 500 grammi girandolo fra le dita…un’incisione attirò la sua attenzione: una piccola frazione, 1/4, scolpita nel metallo.
Rimettendo a posto il peso si accorse che una trave di legno del pavimento dondolava ed era leggermente più corta delle altre lasciando intravedere una fessura di pochi millimetri. Prese un tagliacarte e fece leva per alzare l’asse. Sotto trovò un piccolo vano foderato di velluto scuro. All’interno giaceva un taccuino nero, molto più piccolo del registro ufficiale. Lo afferrò sentendo il cuore battere contro le costole. Era il diario privato di suo nonno, e la prima pagina conteneva solo una formula:
Totale-Lordo-(Tara+X).
Che cos’era quella X? Alessio sapeva che in matematica l’incognita rappresenta ciò che deve essere scoperto, ma in quel contesto sembrava indicare un segreto deliberato.
Iniziò a sfogliare il taccuino, ma improvvisamente un rumore metallico, un colpo secco e pesante, risuonò nel retrobottega proprio dove si trovavano le vecchie mole per la molatura del vetro. Il ragazzo si bloccò. Non c’era nessuno in quella parte dell’edificio e la porta sul retro era sprangata dall’interno.
Il rumore si ripeté, ritmico, come se qualcosa venisse trascinato sul pavimento di cemento. Prese la lampada e si diresse verso il buio, il cerchio di luce che tremava insieme alla sua mano. Ogni passo sembrava amplificare il vuoto dello spazio circostante, una geometria di ombre che pareva restringersi intorno a lui.
Quando raggiunse la soglia del retrobottega, la luce illuminò una scena che non aveva senso: una delle mole, che pesava almeno un quintale, si era spostata di diversi centimetri dalla sua posizione originale, lasciando una scia scura sul pavimento. Sopra di essa un unico frammento di vetro blu brillava come una stella caduta.
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