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L’erba del vento

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Consegna prevista Luglio 2027
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Alcuni segreti non scompaiono. Aspettano. Nell’autunno del 2026, Chiara Baccaro torna a Locorotondo, nella masseria della sua famiglia, dopo anni trascorsi a tenere lontani quel luogo e i ricordi che custodisce.
Il nonno Cenzino è in fin di vita e la vecchia casa sta per essere venduta. Dovrebbe essere soltanto un ultimo ritorno.
Ma sotto la terra rossa della Valle d’Itria qualcosa riaffiora dal passato. Una traccia rimasta nascosta per più di ottant’anni conduce Chiara fino al 1943, quando la guerra arrivò anche tra gli ulivi e i muretti a secco della sua famiglia. È l’inizio di una storia che nessuno le ha mai raccontato. Una storia di amore, silenzi e scelte impossibili, capace di mettere in discussione tutto ciò che Chiara credeva di sapere sulle proprie origini.
“L’Erba del Vento” è una storia di memoria, amore e identità, sospesa tra due epoche, in una terra dove il passato non muore mai davvero.

Perché ho scritto questo libro?

A Bari si dice: è mentalità. Lo dicono i pescatori, i commercianti, gli avvocati, i banchieri, tutti. Lo dicono in risposta alla domanda: cosa vi lega così tanto a questa terra? Quella semplice risposta parla di radici invisibili, perchè per quanto si possa provare ad andare via dalla Puglia, la Puglia rimane cucita addosso come una benedizione o una maledizione. Questo romanzo nasce dal legame viscerale tra me e la mia terra.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

PROLOGO

Correva.

Correva e piangeva.

Il suo volto ormai era diventato una maschera di polvere e cipria. 

Il vestito da sposa si impigliava nei rovi, si lacerava, si macchiava del colore scuro di quella terra rossa.

Il mondo attorno a lei svaniva. Il dolore si stringeva attorno alle tempie, al cuore, ai muscoli.

Correva attraverso i saggi e rugosi ulivi che accoglievano i suoi sospiri, in fuga da quella verità nera come il mare di notte, appiccicosa e pungente come l’erba del vento.

1.

—Biglietto prego!

Chiara aprì gli occhi e si guardò attorno. Tutto era ancora al suo posto. Il finestrino alla sua destra, il ragazzo che faceva i cruciverba alla sua sinistra. La signora che leggeva una rivista di fronte a lei.

Senza dire una parola prese il suo smartphone e mostrò il codice del biglietto al controllore.

Dall’Interfono una voce annunciò l’arrivo imminente alla stazione di Pescara Centrale.

Non era la sua destinazione. Ci voleva ancora molto. Sbuffò e girò lo sguardo sul panorama. Una lunga litoranea di sabbia lasciava sempre più spazio a caseggiati e infrastrutture cittadine.

Ci si abitua a stare al Nord o al Sud, ma non ci si abitua mai a quel viaggio.

Quando si sale il corpo e la mente iniziano a pianificare le giornate, a calcolare tempi e costi dei prossimi progetti. Magari si accende il laptop, si legge qualche mail. Cosa faccio questo fine settimana? La vita ricomincia subito a prenderti a schiaffi.

Quando si scende la decompressione è al contrario. I muscoli si rilassano, magari si dorme. Non si ha voglia di fare nulla. Giù il tempo scorre più lentamente e con meno rispetto. Si aspettano i profumi, si vuole vedere il mare, si fa ritardo. Viaggiare verso sud era anche come tornare a una cena di famiglia dopo un litigio. Sai che prima o poi dovrai parlare con tutti. Speri solo che nessuno inizi.

Chiara non andava giù da troppi anni. Una volta tornava per piacere, ora per dovere. Quel viaggio doveva essere l’ultimo. Nonno Cenzino era in fin di vita e aveva chiesto di vedere sua nipote.

Aveva fame.

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Il ragazzo che faceva i cruciverba non c’era più. Forse era sceso a Pescara. Passò rapidamente nel corridoio e cominciò a percorrerlo nella direzione del vagone ristorante.

Il treno era ripartito. Camminava come se si trovasse su un tappeto elastico. Ad ogni passo doveva trovare un appiglio. Non viaggerò mai più in treno pensò.

Eppure, viaggiava molto per lavoro. In Aereo o con l’auto aziendale. Le piaceva, e secondo i suoi capi era anche molto brava.

Un senso di nausea cominciò a farsi strada. La carrozza ristorante era a pochi passi. Doveva percorrere l’ultimo vagone.

Alzò la testa come per ricacciare indietro la nausea e si fece forza. Qualcuno la stava guardando. Un uomo, forse della sua stessa età. Poteva avere un viso famigliare ma non era sicura. 

Decise di fregarsene. Gli passò oltre pur sentendo ancora i suoi occhi addosso.

Raggiunse la cabina ristorante e finalmente si lasciò andare su un sedile con tavolino. Prese un respiro e guardò fuori dal finestrino. Il mare e la sabbia avevano ripreso a farsi spazio sul panorama. Provò un senso di calma. Fece passare qualche minuto e poi si diresse verso il bancone attrezzato. Avrebbe preso un’insalata e un succo di frutta, poi però ordinò un panino con la cotoletta e le salse e una coca cola.

Mangiava di gusto, benché recitasse nella sua mente il mantra del suo nutrizionista

Quando sei bambino hai bisogno di tre certezze per vivere: l’amore, il gioco, il cibo. Da adolescente punti tutto sull’amore che diventa parte del gioco mentre il cibo può anche aspettare. Da adulto l’amore può non bastare, il gioco si è trasformato in lavoro, e il cibo si accumula nella pancia più in fretta che nelle altre fasi. Stai attenta Chiara!

—Mi scusi ma lei è la dottoressa Baccaro?

La voce le arrivò alle spalle. Una voce da uomo. Non si girò, ma posò il panino e aspettò il contatto visivo.

L’uomo si rivelò. Era lo stesso che la stava osservando.

—Sono Michele Dellino non so se ricorda di me. Due settimane fa ci siamo incontrati nel suo ufficio assieme al Dottor. Demarco.

Chiara continuava ad avere la sensazione di conoscerlo. Sicuramente Demarco era il suo capo, quindi il signor Dellino probabilmente lavorava nella stessa azienda.

Lavorava…Si ricordò tutto come se qualcuno gli avesse appena fatto un backup con una chiavetta USB

—Signor Dellino senta…

—Volevo ringraziarla—la interruppe subito—e non voglio neanche toglierle tempo per il pranzo ma sentivo che dovevo ringraziarla per quello che ha fatto per me;

Ringraziarmi per averti licenziato? Il suo corpo era all’erta la sua mente incuriosita. Non rispose. Aspettò

—Mi rendo conto che l’avevo presa un po’ male due settimane fa…

Ti abbiamo dovuto far scortare fuori dalla sicurezza. Ma non rispose ancora.

—Ma adesso sto meglio e ho capito che finalmente grazie a questo licenziamento posso provare a dedicarmi davvero alla mia passione più grande e perché no? Anche trasformarla in lavoro.

Ancora silenzio.

—Intendo fare lo scrittore a tempo pieno.

Chiara simulò della tosse improvvisa per nascondere le risate. Bevve un sorso di coca cola

—È davvero una bella notizia Sig. Dellino. Sono contenta.

Fece capo a tutte le sue forze e a tutta la sua dignità per non ridergli in faccia e dargli una risposta rispettosa.

—Anche lei è di giù? Riprese il Dellino.

—Si sono di Bari— Mentì lei sperando con tutta sé stessa che non abitasse dalle sue parti

—Ma dai anche io sono di Bari!

Chiara esultò. Per fortuna non era di Locorotondo. Sarebbe stato una spina nel fianco se si fossero beccati in giro.

—Allora ci potremmo beccare in giro – continuò lui.

—Non credo Sig. Dellino. Ma mi ha fatto piacere ricevere il suo riscontro. Adesso però le devo chiedere la cortesia di lasciami finire il pranzo. Grazie ancora.

Il signor Dellino fu come scosso da un fulmine e annuendo la salutò cordialmente svanendo nella carrozza successiva.

Era un bravo programmatore ma iniziava a costare troppo all’azienda. Poi con la Intelligenza artificiale molti processi si erano snelliti. Serviva una riorganizzazione aziendale.

D’altronde era proprio quello il mestiere di Chiara: Il tagliatore di teste.

Molti dei suoi conoscenti lo ritenevano un duro mestiere. 

Come ci si sente a mandare a casa della gente?

Hai mai avuto degli strascichi dopo una tua decisione?

Queste erano solo alcune delle domande che gli poneva la gente quando scopriva di cosa si occupasse.

Era anche terribilmente noioso dover provvedere a delle risposte. 

A volte si concedeva a qualche spiegazione, ma a volte, non ne aveva voglia e contrattaccava:

Sei sicuro di non mettere mai i tuoi colleghi in situazioni difficili?

Prendi sempre decisioni sicure?

Il suo lavoro le piaceva perché riusciva a guardare il mondo senza troppe sfumature. Non ricordava se ci fosse diventata così cinica e distaccata o se ci era nata. Forse la verità è che le dava fastidio ammettere che lei nel suo cinismo ci si trovava a meraviglia.

Non doveva rendere conto a nessuno. La solitudine era una benedizione. Non amava la gente e la gente non amava lei. Le davano fastidio i posti troppo affollati. Le mettevano un senso di disordine mentale.

Non aveva amiche o amici o quel genere di persone con cui ci si confida. Si vedeva con i colleghi ogni tanto. Faceva quei viaggi organizzati con gli sconosciuti. Anche il sesso era occasionale e i legami a lungo termine non li aveva neanche in agenda. Neanche adesso che si stava avvicinando ai quaranta.

I suoi genitori erano emigrati a Bologna per lavoro quando lei finì la quinta elementare. Di quel periodo aveva ricordi felici: la masseria dei Nonni, le ore intere a giocare all’aperto, la specchia del diavolo. Le era proibito andare alla specchia da sola, ma era un luogo magico dove faceva finta di entrare nel regno di Alice e delle sue meraviglie. Da adulta non ci era ancora tornata alla Specchia benché fosse nel perimetro della proprietà dei Baccaro.

L’adolescenza invece era stata durissima. Città nuova, gente nuova, freddezza e isolamento. Neanche i suoi genitori erano riusciti a integrarsi bene nella nuova città.

Culture diverse. Clima diverso: il sole, il mare e il vento influiscono su alcune persone come una malattia professionale. Se vengono a mancare si muore lentamente. 

Qualche anno dopo il loro trasferimento i suoi genitori si separarono. Chiara aveva appena compiuto 18 anni. 

Sua madre Nilde era caduta in una grave depressione e decise di tornare in puglia alla Masseria. Diceva che li avrebbe ritrovato il sole il mare e il vento. L’anno dopo la ricoverarono in una casa di cura perché aveva tentato il suicidio. Fu suo nonno a salvarla. Nonno Enzo detto Cenzino

Anche suo padre Nicola andò via Bologna. Fu trasferito a Milano per lavoro. Non ho scelta le disse quando le comunicò la notizia. Lasciò a Chiara la casa di Bologna e una retta mesile per pagarsi gli studi e per sopravvivere. Tempo dopo scoprì che si era rifatto una vita e un’altra famiglia. 

Era lì che aveva cominciato a fare i conti con la solitudine. Era lì che Chiara aveva visto quanto dolore ci potesse in neanche vent’anni di vita. Studiò psicologia forse non impazzire, o forse per darsi quelle risposte che non aveva mai ricevuto.

Ogni tanto andava a trovare sua madre giù in puglia. Andava in quella Masseria che diventava sempre più un luogo di odio e frustrazione.

Se non fossero mai andati via da lì…

Perché il sole il mare e il vento non hanno funzionato?

Più andava giù, più quei sentimenti la rendevano la Chiara cinica e spietata.

Dopo questo viaggio la masseria non avrebbe avuto più nessun legame terreno.

Il telefono di Chiara cominciò a squillare: era Ludovico, un suo collega di lavoro.

Non rispose.

SI alzò per tornare al suo posto, ma quel senso di nausea tornò in maniera molto più acuta.

Il telefono squillò nuovamente.

Guardò il mittente: un numero fisso di Locorotondo. Riconosceva il prefisso.

—Pronto?

—Signorina Baccaro sono Vito Laforgia dell’agenzia immobiliare. Mi sente?

— Si la sento 

—Io non la sento benissimo…senta è già arrivata a Locorotondo?

— Non ancora penso di arrivare nel pomeriggio. Mi scusi ma è successo qualcosa?

— A ma quindi non sa nulla? Qui è successo un casino…

La linea era disturbata, la voce del Sig. Laforgia andava e veniva

—La Specchia. Signorina Baccaro ha capito?

—Non ho capito nulla. Sono in treno. Può ripetere gentilmente?

Chiara pensò che nonno Cenzino fosse passato a miglior vita.

La voce però continuò:

—La Sopraintendenza mi ha appena comunicato che gli scavi nella specchia del diavolo proseguiranno per altre tre settimane almeno. I compratori si vogliono tirare indietro…

Chiara vomitò il panino con la cotoletta.

—Signorina Baccaro ha capito? Questo fatto complica notevolmente le cose…

Poi si accasciò a terra e divenne tutto buio.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Davide De Santis
Mi chiamo Davide De Santis ho 35 anni e sono nato e cresciuto a Bari. Sono in primis un lettore appassionato e un amante della storia. I miei eroi sono Annibale, Alessandro Magno, Odisseo. Apprezzo i romanzi storici, i thriller, i gialli, i family mystery. La verità però è che non disdegno nulla in quanto come dice Zafon, il più delle volte è il libro che sceglie me. Nel mondo reale sono laureato in Ingegneria Ambientale e per lavoro mi occupo di collaudare macchine automatiche per il settore farmaceutico. Vivo a Bologna dal 2017 e nel tempo libero mi dedico alla scrittura e alle mie due figlie.
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