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L'esotico
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Consegna prevista Giugno 2023

Hai mai sentito di non riuscire a controllare la tua vita? Come se ogni evento avvenisse per una sorta di inspiegabile fatalismo?
Il protagonista di questo romanzo soffre dello stesso problema. Anchise è un ragazzo incapace di comprendere le leggi che regolano il mondo. Come se non bastasse, però, i suoi genitori non nutrono alcun dubbio: dovrà iscriversi all’Università.
Incapace di capire cosa sia l’Università, Anchise si ritrova a seguire il destino che gli altri hanno pensato per lui. Non nutre alcuna volontà precisa, soltanto molti dubbi.
Lo sforzo costante di estrapolare dalla realtà delle regole di comportamento porta Anchise in molte situazioni grottesche. L’Università sembra un sistema chiuso e Anchise fatica a comprenderne le stranezze.
Sarà solo attraverso una serie di coincidenze che Anchise riuscirà a scalare le gerarchie universitarie. Nonostante questo, però, non riuscirà mai a sentirsi completamente a proprio agio.

Perché ho scritto questo libro?

Come ogni lettore infaticabile, anche io ho sempre sentito la necessità di creare qualcosa di mio.
Da studente di filosofia mi chiedevo: su cosa potrei scrivere un romanzo? Dovrebbe essere qualcosa di personale, che conosco direttamente.
Ecco perché ho deciso di dar vita ad Anchise, un personaggio colmo di debolezze, che stenta a capire il mondo. E dove poteva ambientarsi questo mio romanzo, se non tra le aule universitarie?

ANTEPRIMA NON EDITATA

Parte prima

Come decisi di intraprendere la carriera universitaria

Uno degli eventi più straordinari della mia ambigua esistenza è la nascita. Mia madre, quando avevo poco più di cinque anni, mi raccontò che appena nato feci una smorfia. La cosa fu reputata assai strana. Di queste smorfie, a parer dell’ostetrica, se ne vedevano molte: era la smorfia di uno di quei romanticoni scansafatiche che vogliono intraprendere la carriera universitaria. La cosa mandò su tutte le furie sia mia madre sia l’ostetrica. 

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«Ma cosa si sarà messo in testa questo neonato?» chiese mia madre indignata.

«Signora mia, cosa vuole che le dica? Cose del genere capitano tutti i giorni. Andrebbero scartati, signora mia, glielo dico io!» rispose benignamente l’ostetrica, mostrando un bel sorriso affabile.

«Ah! E si può fare?»

«Pare proprio di no. Però, signora mia, magari crescendo… ci ripenserà. Si faccia forza!»

Era ciò che diceva a tutte le madri che si trovavano in questa assurda situazione. Non era mica facile. Io adesso lo capisco bene. Anche se, in tutta sincerità, quando a cinque anni mia madre mi raccontò questo aneddoto non mi comportai molto bene: scoppiai lacrime. La cosa le diede il pretesto di esclamare, riferendosi a mio padre: «lo vedi tuo figlio? Si vede che è uno scansafatiche! Non ha mica cambiato idea. Queste sono lacrime universitarie!»

Di “lacrime universitarie” ne versai molte altre. In effetti, non sono mai stato troppo intelligente. Non che non capissi la matematica o robe del genere. È solo che non riuscivo proprio a capire i contesti. Vi faccio un esempio: quando mi portavano in chiesa, non capivo proprio cosa stessi facendo lì. Vedevo questo scalmanato dagli abiti variopinti, mentre blaterava robe incredibili che non riuscivo proprio a cogliere. Avevo paura di far brutta figura, così osservavo gli altri intorno a me per capire cosa dovessi fare. A parte, però, l’alzarsi e il sedersi in base alle voglie di quel matto (Dio mio! perché i suoi abiti continuavano a cambiare tutti questi colori?) che oltre a blaterare, gesticolava copiosamente, non riuscivo a cogliere il senso della mia presenza in quel posto.

La maggior parte dei presenti erano sempre degli anziani. Non potevo prendere troppo spunto da loro. Così, mi toccava sempre cercare con lo sguardo qualche ragazzino come me, nel tentativo di copiare il suo “stile”. Mi sentivo davvero un pesce fuor d’acqua. Ero sicuro che tutti quegli anziani, posando il loro sguardo colmo di esperienza su di me, pensassero robe del tipo: «questo ragazzino non sa proprio star in piedi in questo posto. I ragazzini come lui dovrebbero piegare il ginocchio destro di quarantacinque gradi e tenere le mani sulle orecchie. Lo sanno tutti!»

Dio santo! Io non lo sapevo proprio! Bisognava correre ai ripari. Era chiaro che fossero tutti intenti a confabulare tra loro. Non era possibile mostrarmi troppo interessato alle altre persone, quindi osservavo gli altri soltanto a intervalli regolari. Senza dare troppo nell’occhio. Inoltre, le parole di quell’orso con la tunica mi colpivano da ogni dove. Non che ne capissi mezza, ma il suono era fastidiosissimo. Non mi permettevano di ragionare.

Un giorno riuscii a identificare un ragazzo un po’ più grande di me, che aveva proprio l’aria di uno che la sapesse lunga. Lo ricordo benissimo, perché per molto tempo lo considerai il mio “maestro di stile”. In effetti, posso dire retroattivamente che fu il mio primo maestro in assoluto. Aveva i capelli biondi, corti e non troppo curati. Occhi castani, pelle chiarissima, ma insomma, chi se ne frega? Il punto era il suo “stile”: quando bisognava rimanere seduti, si sporgeva in avanti, poggiando gli avambracci sulle ginocchia. Piegava, inoltre, leggermente la testa verso sinistra, mostrando quello che, almeno ai tempi, sembrava uno sternocleidomastoideo incredibilmente villoso. Come è ovvio, non conoscevo la parola “villoso”, figuriamoci “sternocleidomastoideo”. Ma la cosa più importante era il suo viso. Capii grazie a lui, per la prima volta, che in chiesa facesse molto figo mantenere un’espressione corrucciata e pensierosa. Avevo comunque dimostrato a me stesso di disporre di un ottimo intuito: il furbacchione del biondino, sapeva proprio il fatto suo, perché notai che piegare la testa aiutasse a mantenere un’espressione seria.

Quando, invece, era richiesto di alzarsi, era importantissimo dimostrarsi indifferenti al cambio di posizione. E non era una cosa troppo facile. Il tuo corpo doveva alzarsi, ma il tuo viso doveva esprimere: “sai che c’è? A me non frega proprio nulla di alzarmi in questo preciso instante, perché io ho pensieri troppo profondi che mi ronzano in testa. Potrei alzarmi e sedermi altre cinquanta volte di fila, a me non interessa proprio nulla, anzi. Sai che c’è? Adesso guardo anche verso la vetrata tutta colorata. – Avevo capito che fosse una sorta di “mossa speciale” – Tutti, guardandomi, penseranno: «questo qui sa vivere». Infatti, quando a causa di quei mille colori della vetrata non mi veniva una sorta di crisi epilettica, posso affermare di aver guadagnato una buona dose di rispetto ecclesiastico.

Rimasi soltanto con un unico dubbio, che tutt’ora mi affligge: il ragazzo era un po’ più grande di me, quindi, c’era la possibilità che il mio comportamento non fosse adeguato. Mi sentivo, a volte, come un bambino che passeggia con delle scarpe troppo grandi per il suo piedino minuto. Era, però, una sensazione che riuscivo a tenere a bada. Mi facevo forza pensando che anche gli altri presenti dovessero essere afflitti dalle stesse insicurezze. Perciò, tentavo di dimostrare a tutti i costi il contrario.

Nonostante finissi molte volte per disperarmi, devo ammettere che me la cavassi abbastanza bene. Durante i primi anni della mia infanzia, mi capitava di piangere spesso. Praticamente ogni volta che mi ritrovassi in una situazione in cui non riuscivo a capire il mio ruolo. Osservando gli altri, però, riuscivo quasi sempre a dimostrarmi “degno” delle situazioni, almeno credo. Imitare i comportamenti altrui fu la mia unica via d’uscita. Dopo un po’ di tempo, così, mi abituai a quella costante sensazione che potrei definire di inadeguatezza rispetto ai contesti. Tranne quando i miei genitori continuavano a parlarmi male dell’Università. Quello non riuscivo davvero a capirlo.

Ricordo precisamente il giorno della prima visita dei nostri “amici di famiglia”. Erano delle persone pagate dal Castello per aiutare le famiglie con una problematica come la nostra. La cosa mi causò vari problemi nella comprensione del termine “amicizia”. Questa coppia, un uomo e una donna, si presentava ogni volta a casa nostra e discuteva soltanto con me, a intervalli regolari. A me seccava mortalmente, ma proprio non riuscivo a capire come potessero essere degli amici di famiglia: con i miei genitori si davano del “lei”.

Come nel caso del prete in chiesa, sembravo totalmente immune ai discorsi degli altri. Tant’è che, a volte, i miei genitori mi chiamavano “il sordo”. Il punto era questo: non riuscivo in nessun modo a concentrarmi sulle parole che fluivano dalla bocca del mio interlocutore per più di due o tre minuti. Il risultato era che rimanevo a fissarlo con un’aria ebete, come di chi non solo non comprende nulla, ma sembra non ascoltare. Un sordo, appunto.

In ogni caso, con gli “amici di famiglia” concentrami sarebbe stato impossibile. Continuavo a pensare: ma in che senso questi due sono “amici” dei miei genitori? Io conoscevo due o tre marmocchi che consideravo miei “amici”, ma né io né loro avevamo ancora dei figli, eravamo troppo giovani. Quindi, non potevamo certo andare l’uno a casa degli altri per discutere con i nostri figli. Però i miei “amici”, riflettendoci, non mi avevano neanche mai chiesto se avessi un figlio, che ne sanno loro! Tutto può essere. Era un’evidente mancanza di rispetto nei miei confronti. Adesso capivo bene una frase che avevo sentito in televisione che diceva: «i coltelli fanno male agli amici». No, così non sembra avere molto senso. Era comunque qualcosa del genere, giuro. Il punto era che gli amici fanno del male. Proprio come i miei “amici”. E io che un giorno avevo anche lasciato a uno di questi “amici” metà di un cornetto al cioccolato. «Che sciocco che sono stato!» Mi ripetevo. Non si erano neanche degnati di chiedermi se avessi dei figli.

Intanto gli “amici di famiglia” (loro almeno avevano un giorno fisso alla settimana in cui venire a parlare con me!) ripetevano, come di consueto, il solito discorso.

«Ci hanno detto che “qualcuno” – ammiccando violentemente su quel “qualcuno” – non si è ancora deciso a desistere… questo non va bene. No e poi no! Ma noi siamo qui per questo. Noi vogliamo solo il tuo bene. L’Università è un terreno di bestie feroci, bestie! Credi a noi. Il precariato è terribile, è un vero e proprio mostro, peggio di quelle bestie dei professori; che non sono professori, no no…» I due, a questo punto, si fermavano un attimo per scambiarsi uno sguardo d’intesa. Poi all’unisono: «sono PO-LI-TI-CI!».

Cosa dovevo capire io di parole come “precariato”, “politici”? La stessa “Università” significava per me soltanto confusione totale. Erano emissioni d’aria, che proprio non riuscivo a cogliere.

Non posso riportare il resto del discorso, perché a quel punto la mia attenzione cadeva di botto. E iniziavo a pensare ai miei irrispettosi “amici”. Quello che ricordo, è che dopo sei ore di monologhi senza pausa contro l’Università, non riuscissi neanche a ricordarmi come mi chiamassi. Inoltre, gli “amici di famiglia” arrivavano a quel punto sempre tutti paonazzi, sudati e affranti. Così affranti che, con le mie ultime forze in corpo, cercavo sempre di spiegare, dispiaciuto per la loro condizione, che avessi capito tutto, che l’Università fosse il male assoluto e bla bla… Per poi osare sempre: «ma se voi, quindi, siete “amici” dei miei genitori, rispetto a me cosa siete?». A quel punto, solitamente, scoppiavano in lacrime. Che esagerati! Se non mi volevano come loro amico, bastava dirlo chiaramente! Poi non avevo figli, quindi sarebbe stato anche impossibile. Ignoranti!

A ogni modo, qualche anno più tardi scoprii che gli “amici di famiglia” erano cambiati cinquantaquattro volte. Io non mi ero reso conto di nulla. La cosa la dice lunga sulla mia poca attenzione. L’elemento più scioccante, però, è la motivazione. Dopo una decina di sedute del genere, sentendosi ripetere le mie domande sull’amicizia e capendo che i discorsi non provocassero alcun tipo di effetto; arrivati al parossismo del loro discorso, ci rimanevano secchi. Varie volte la cosa era successa anche di fronte ai miei occhi, ma non avevo ancora ben chiaro cosa fosse la morte. In effetti, non l’ho troppo chiaro ancora oggi. Ma questo non è che un particolare. Adesso ho capito che se uno muore, o come dicono in televisione “tira le cuoia”, non torna più. Questi, invece, tornavano eccome. Almeno fin quando non diventai maggiorenne.

Tutti mi parlavano di questa “Università”. La cosa mi dava anche un certo fastidio. Gli “amici di famiglia” venivano ogni settimana da me, soltanto per parlarmi dell’Università. Ogni volta mi ripetevo: «questa è la volta buona, ora comprenderò tutto!» Invece nulla. Non riuscivo. Era più forte di me.

Sembra si fosse anche sparsa la voce in tutta la città che io fossi uno di “quelli”. Io non comprendevo davvero nulla a riguardo. Eppure chiunque credeva che fossi un “arco di scienza”. Anche durante gli incontri più fortuiti, come ad esempio quello avvenuto con un piccione impettito.

«Tu vai all’Università, ah?» mi disse il piccione pieno di sicumera. Come facevano proprio non lo so, ma lo capivano tutti!

«No, non è vero, a me non piace l’Università! Come non mi piacciono i professori… sono tutti politici. Che schifo!»

«Tu vai all’Università, come è vero che io sono un piccione».

«Senti qua. Io vado solo a casa da mia madre e mio padre. Adesso vola via!» e cercai di acchiapparlo, mentre quello fuggì in volo.

L’incontro con il piccione si dimostrò molto edificante. Avevo capito che l’Università fosse un posto in cui si va, proprio come la casa o la chiesa. La cosa mi incuriosì terribilmente. Magari aveva delle belle vetrate colorate. Speravo solo, ingenuamente, che non fosse anche questa piena di vecchi.

2022-09-02

Aggiornamento

Il primo obiettivo è andato: abbiamo raggiunto 60 copie in meno 72h! La pubblicazione è sempre più vicina. Ringrazio tutti quelli che mi stanno supportando. Niente sarebbe stato possibile senza di voi. Sto ricevendo molte opinioni e recensioni. Siete tutti molti carini. Mi fa piacere sapere soprattutto una cosa: il libro risulta piacevole, scorrevole ed è capace di strappare un sorriso! Il prossimo (e vero) obbiettivo sono le 200 copie. Vamos!

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Andrea Barnaba Parise
Andrea Barnaba Parise è originario di Cosenza.
Ha esordito con un poema satirico in versi: Il Ghigno (Orizzonti Meridionali, 2015). Ha conseguito una Laurea Magistrale in Scienze Filosofiche.
Oltre ad essere uno scrittore, è anche un pittore emergente.
Per la tesi magistrale, ha studiato il concetto di azione nella filosofia leopardiana.
La sua linea di pensiero è, infatti, di stampo pragmatico: cerca di mettere in luce l’importanza della teoria per la pratica.
I suoi testi sono caratterizzati da una tagliente ironia. Vogliono mettere in luce alcuni aspetti controversi della modernità e suscitare un sorriso nel lettore.
Questo è il suo primo romanzo.
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