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Li chiamano Trogloratti

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Consegna prevista Giugno 2027

Li chiamano Trogloratti è una raccolta di dodici racconti: tre per ciascuna stagione dell’anno, mese per mese, a partire dall’inverno. Lo stile pulp del narratore mostra i lati grotteschi e caricaturali dei personaggi durante eventi mondani e ricorrenze comandate. Esseri umani trogloditi e ratti che lentamente stanno naufragando. Vite alla deriva che rivelano la ferocia, l’assurdo e la tragicomica fragilità della nostra epoca.

Perché ho scritto questo libro?

“Li chiamano Trogloratti” nasce dal desiderio di raccontare, attraverso il grottesco, la follia della società moderna. Personaggi tragicomici alla deriva nei loro rituali quotidiani, esasperandone vizi e paure, rancori e desideri. Le storie diventano così un teatro dell’assurdo, un calendario mensile e annuale del naufragio.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Indice

1) Li chiamano Trogloratti

Lido di Volano – 12 gennaio

2) Resort Heaven

Sesto Pusteria – 14 febbraio

3) 360

Edimburgo – 29 marzo

4) La Villa Cocomero

Guidonia Montecelio – 18 aprile

5) Festa di laurea

Rovigo – 5 maggio

6) Scatolette di tonno

Torino/Gallipoli – 22 giugno

7) Am I under arrest?

Cipro – 8 luglio

8) Gruppo Alti

Iglesias – 14/15 agosto

9) Poker al Kettle Kraken

Civitanova Marche – 30 settembre

10) Zoso

Montalcino – 31 ottobre

11) Il Birragabbro

Milano Marittima – 11 novembre

12) Ortigacci & Sambarini

Monzuno – 26 dicembre

TI AVVERTO:

non ci saranno eroi.

Li chiamano Trogloratti

Al Lido di Volano, località marittima a 21 km da Comacchio, nella stagione invernale il Bagno Cozza ricorda il set di un film post-apocalittico.

Refoli d’aria gelida si insinuano tra le cuciture dei vestiti, pizzicano il corpo e rosicchiano la pelle. Il vento solleva dalla riva cartacce, mozziconi e preservativi usati. Un’oasi di ruggine e sabbie mobili, che offre ai clienti l’accesso gratuito alla piscina: cratere d’acqua verdastra. Le sdraio giacciono logore sotto gli ombrelloni penzolanti come antenne e lo stabilimento balneare, operativo 365 giorni l’anno, assume le sembianze di un cimitero per chi ha rinunciato a ogni speranza; creature umane e animalesche.

Lo gestisce Samuele Benito Gravestà. Viscido sessantunenne paffuto. Spalle larghe, mani tozze, denti storti e capelli arruffati ad arte, palpebre pesanti come tappi di sughero. Le orbite cavernose, due biglie nere da squalo. Indossa sempre lo stesso paio di occhiali dorati farlocchi, marca DGG, e una giacca viola sgargiante che fa a cazzotti con la cravatta scolorita.

Vive lì, da solo.

Dopo aver ereditato l’arenile, con la solennità di un giudice che legge il verdetto della corte, ha estromesso tutti i consanguinei dal contratto di locazione.

Avido custode del proprio bottino: Samuele Benito.

La mattina del 12 gennaio si sente in forma. 

Caffè: preso. Bisogni primari: soddisfatti. Arcate dentali spazzolate: più tardi.

Esamina le pareti della sua camera da letto, che, per inciso, è una lurida topaia vicina al cesso. Sono appesi quadri di Cassius Marcellus Coolidge. Icona Kitsch popolare. Cani borghesi che sorseggiano whisky, sfogliano libri, discutono di filosofia e di affari. Il materasso puzza di piedi e intorno a lui sono sparsi panni sporchi di ogni genere: calze, maglioni, mutande ingiallite e via così. Prima o poi metterà in ordine. Forse.

L’interno del chiosco fa ancora più schifo. I fornelli da campeggio incrostati di grasso, pile di stoviglie sudice e un tegame con avanzi di maccheroncini ai frutti di mare. Un aroma molesto proviene dalle tazze di latta smaltata; cicche spente che straripano. Dietro il bancone, fischia un minuscolo frigorifero che lotta per restare acceso e all’esterno la scritta Bagno Cozza oscilla dall’alto della baracca in cemento, si muove in base alla frequenza delle folate.

Poco più in là, intorno a un tavolino di plexiglass, sotto il tendone sdrucito, siede un grottesco branco di individui, a metà tra barzelletta e disperazione sociale.

Li chiamano Trogloratti.

Vivono nei paraggi del Lido e gravano sulle spalle di famiglie disfunzionali. 

La loro routine è molto semplice: evitare come la peste di averne una. Teppisti minorenni che alternano furtarelli nei supermercati a vandaliche scorribande notturne.

Nessun futuro.

L’evoluzione torna indietro.

In retromarcia.

I Trogloratti fumano tabacco Pueblo trinciato e seguono scrupolosamente i codici di comportamento imposti da Vanja Svenjowsky, un bullo adolescente mezzo polacco che determina i rituali d’ingresso e le gerarchie. Quindici anni portati male. Orecchie a sventola che accompagnano gli altri elementi della sua faccia scavata. Naso aquilino, pelle sbiadita e accenni sparsi di rughe. Un corvo che veste solo di nero: felponi, jeans, anfibi, tutto nero. Sostiene di averla lasciata in una discoteca, la verginità, e non perde occasione di elogiare la fantasia della ragazza nei preliminari. Adora anche rammentare l’episodio con il compagno di banco sfigato, quando, durante la lezione di algebra sull’equazione della retta, gli ha spezzato le dita della mano sinistra.

«L’avevo avvertito di non toccarmi l’orologio nuovo del Decathlon.»

Accanto a lui c’è il suo vice: Elia Di Peggio. Tredicenne delinquente. Rachitico dai baffetti trasandati. Rasato a entrambi i lati della testa al cui centro corre una cresta verticale. Moccioso pluribocciato in prima media che una volta ha abbattuto un gabbiano in volo, colpendolo con un sasso davanti agli occhi commossi di Vanja. Ci sono prove video che Elia abbia cucinato l’animale ucciso senza battere ciglio.

«Era squisito…» ripete con tono nostalgico mentre cicca per terra.

«Cazzo, Eli. Povera bestia.»

«Chiudi la fogna, nicolino.»

Elia mastica la Big Babol bianca e rosa e di tanto in tanto gli pizzica il coppino rossastro.

«Basta! Cazzo.»

Nicola Ciabatta è un’anomalia biologica. Il suo aspetto cambia tonalità in base alle emozioni. Le fulminee metamorfosi cromatiche lo fanno somigliare a un camaleonte, con due occhioni enormi che spuntano fuori dalla testa ovoidale e le dita prensili. Pigro, in carne, bifolco spelacchiato diciottenne che convive con la sua codardia. Debole. Si è unito alla comitiva quando Vanja l’ha beccato a spacciare Marjuana dentro una comunità di recupero per tossicodipendenti.

Il quarto e ultimo membro è Giada Nibboni. La strega dei Trogloratti. Una cascata di capelli biondo platino cade sulle sue scapole e prosegue fino a sfiorarle il coccige. Ammantata di un pelliccione sintetico rosa cipria, lancia maledizioni su coloro che si comportano male con lei. Nessuno la contraddice, perché gira voce che un professore di ginnastica, dopo averla rimandata a settembre, si sia ritrovato a combattere contro un’aggressiva e inesorabile forma di alopecia.

La presenza di Giada genera continue liti. Gli esseri di natura femminile non sono accettati, tanto meno una fattucchiera che giura di poter scagliare sortilegi incontrovertibili, ma Vanja la ammira e questo basta.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Giovanni Iannucci
Articolista di UnderTrenta, autore del racconto "Il tempo che resta", pubblicato in audiolibro per "La Voce di Biondi-Santi". Al centro del mio lavoro ci sono le storie: si scoprono viaggiando, nascono dall’immaginazione, emergono dalla realtà quotidiana.
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