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Licenza di follia – stigma, giustizia e il falso mito dell’infermità mentale

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Consegna prevista Ottobre 2026
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“Licenza di follia” è un viaggio dentro le crepe della nostra cultura, quelle in cui la fragilità diventa colpa, la sofferenza diventa devianza, e la malattia mentale viene raccontata più attraverso i suoi miti che attraverso la realtà. Da psichiatra e criminologo, intreccio storie, casi e riflessioni per mostrare come lo stigma si insinui nel linguaggio comune, nei giudizi, nei media e nelle nostre paure quotidiane.
Questo libro non cerca mostri, ma esseri umani, quelli che incontriamo nei reparti, nei tribunali, nelle famiglie e dentro noi stessi. È un invito a osservare la malattia mentale senza pregiudizio, a comprendere prima di giudicare, a restituire dignità a chi, troppo spesso, viene raccontato solo attraverso il suo sintomo.
Una critica culturale, ma anche una chiamata alla responsabilità collettiva, perché cambiare il modo in cui parliamo di mente significa cambiare il modo in cui ci prendiamo cura degli altri.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché ogni giorno incontro persone schiacciate dallo stigma e da narrazioni distorte sulla malattia mentale. Volevo restituire complessità, umanità e verità a ciò che viene spesso semplificato o temuto. È un tentativo di cambiare lo sguardo collettivo, di offrire strumenti critici e di ricordare che dietro ogni storia c’è molto più di un’etichetta. Scriverlo è stato anche un modo per restituire senso al mio lavoro, ringraziando chi lo merita di più, i pazienti.

ANTEPRIMA NON EDITATA

La “follia” non comincia mai dove pensiamo. Non nasce nei reparti, nei tribunali o nei titoli dei giornali. La “follia” comincia molto prima: nel modo in cui la osserviamo, nel linguaggio che scegliamo per raccontarla, nelle paure che le cuciamo addosso. Ogni giorno, nel mio lavoro, vedo come la cultura influenzi più della clinica: piega interpretazioni, orienta giudizi, decide destini.

È per questo che ho iniziato a scrivere questo libro, perché troppo spesso la sofferenza mentale viene osservata dall’esterno, con uno sguardo che separa “noi” da “loro”, “i sani” dai “malati”, “le persone” dai “mostri”. È uno sguardo che semplifica, riduce, incasella, e quando la realtà non entra nelle nostre categorie, non cambiamo le categorie, cambiamo la realtà. La distorciamo finché sembra confermare ciò che ci rassicura.

Ricordo un uomo che arrivò in reparto in silenzio. Non urlava, non minacciava, non agitava le mani. Era fermo, immobile come un oggetto dimenticato.

La famiglia lo descriveva come “pericoloso”, “imprevedibile”. Il medico di medicina generale aveva scritto “possibile stato psicotico”, il vicino di casa segnalava “comportamenti strani da giorni”. Quando gli rivolsi la parola, lui rispose con una lentezza insolita ma precisa, come se stesse scegliendo la frase più sicura possibile. Non era “folle”, era spaventato. Aveva perso il lavoro, la moglie lo aveva lasciato e da settimane dormiva pochissimo. Tutto ciò che diceva era comprensibile, coerente, persino dolorosamente lucido. Ma il mondo attorno a lui aveva già messo un nome su quel suo modo di essere: “pazzia”. Una volta assegnata quell’etichetta, tutto il resto era diventato secondario.

C’è una cosa che la società non ama ammettere: etichettare qualcuno come folle è un modo rapido per non ascoltarlo più. Nella cultura collettiva, la malattia mentale è stata trasformata in un luogo oscuro dove tenere ciò che ci disturba: il dolore, la fragilità, l’ambivalenza, la perdita di controllo, la vulnerabilità. Tutto ciò che non vogliamo guardare dentro di noi lo proiettiamo su qualcun altro, chiudendolo poi in una diagnosi, in un reparto, o peggio ancora in una narrazione che non gli appartiene.

In ambito forense, questo meccanismo diventa ancora più evidente. La “follia”, lì, non è solo un tema clinico, ma un campo di battaglia tra morale, legge e paura; in un’aula di tribunale si percepisce quanto questo sia complesso. La società vuole sapere se una persona è “responsabile” oppure “non lo è”. Vuole classificare, dividere, incasellare. Vuole una risposta chiara, possibilmente breve. Ma la mente umana non è mai breve, né chiara.

Ci sono storie che sembrano chiedere vendetta, altre che sembrano supplicare perdono. In questo mondo, invece, si è chiamati a cercare una verità che non è mai comoda. Perché quando si osserva da vicino una persona, non l’etichetta, non il reato, non il fascicolo, la verità è sempre complessa, e spesso sorprende.

Ho incontrato persone segnate da conflitti con la giustizia che sembravano disumane e che, dopo ore di colloquio, mostravano una fragilità devastante. Altre che apparivano miti, quasi innocue, invece covavano ostilità e distorsioni profonde. Ho visto vittime trattate come colpevoli e colpevoli trattati come vittime, solo perché qualcuno aveva deciso in anticipo dove collocarli nel “grande teatro morale”.

La malattia mentale, quando entra nella cronaca, diventa un personaggio; il rischio è che ci dimentichiamo la persona.

È così che nasce lo stigma, da una narrazione sbilanciata, ripetuta all’infinito. La “follia” come pericolo, colpa, mostruosità.

Ma la verità è che la follia, quella vera, non ha nulla a che vedere con i mostri; ha a che fare con esseri umani che soffrono, con storie che implodono, con vite che non hanno mai ricevuto il linguaggio giusto per essere comprese.

Un giorno una donna mi disse: «Dottore, io non sono pazza, sono stanca». Stanca di essere trattata come un problema, stanca di essere fraintesa, stanca di dover dimostrare continuamente che la sua paura non era una colpa. Nel suo sguardo c’era una richiesta potente: essere vista per ciò che era, non per ciò che tutti avevano deciso che fosse.

Ho capito allora che la follia non è un’entità clinica da isolare, ma un dialogo interrotto tra la persona e il mondo, e che la psichiatria, la criminologia, la giustizia, tutte, a modo loro, possono contribuire a ripristinare questo dialogo, oppure a spegnerlo del tutto.

Questo libro nasce per raccontare ciò che raramente entra nelle statistiche e nelle sentenze: la vita quotidiana della malattia, il suo lato umano, i silenzi, gli sguardi, le fratture che non compaiono nei manuali diagnostici. Nasce per criticare una cultura che riduce, semplifica e stigmatizza. Nasce per mostrare che la sofferenza non è mai un mostro , ma una storia. E ogni storia merita di essere ascoltata prima di essere giudicata.

Perché la “follia” non è un permesso per disumanizzare e scrivere questo libro è stato, per me, un modo per restituire dignità a tutte le persone che hanno avuto la sfortuna di essere ridotte a un’etichetta.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Mattia Donio
Psichiatra e criminologo, svolgo attività clinica integrata, confrontandomi ogni giorno con il confine fragile tra patologia, normalità e devianza. Mi occupo di salute mentale nelle sue forme più complesse, dalle crisi acute ai disturbi di personalità, e studio come il contesto sociale e giudiziario influenzi le scelte, le cadute e le possibilità di riscatto delle persone. Nel mio lavoro cerco di smontare luoghi comuni, raccontare la sofferenza senza sensazionalismi e restituire dignità alle storie che spesso restano nell’ombra. Con la divulgazione online porto la psichiatria fuori dagli stereotipi, esplorando ciò che accade quando la fragilità incontra lo stigma, la legge e la paura collettiva. Il mio lavoro nasce da queste domande quotidiane.
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