L’incubo senza fine. 33 minuti di ritardo.
L’odore arrivò prima del rumore. Non apparteneva alla stanza. Era un soffio gelido, un fantasma molecolare che filtrò attraverso le fessu-re della finestra socchiusa: l’odore acre, denso e dolciastro di fumo di sigaretta. Tabacco economico bruciato fino al filtro.
Quinn bloccò il petto a metà di un’inspirazione. Le sue ali del naso si contrassero in un fremito automatico, rifiutando quell’intrusione che non avrebbe dovuto essere lì. In quella casa nessuno fumava. Non da anni. Sentì il sapore della cenere sulla punta della lingua, una sec-chezza ruvida che le risalì la gola fino a farle mancare il fiato.
Gettò lo sguardo sulla sveglia digitale del comodino. 03:32. Le cifre rosse brillavano nel buio con una ferocia elettrica, ma non pulsavano. Erano fisse, immobili, come se il tempo si fosse incastrato in una crepa del cemento.
Poi arrivò il suono. Lontano. Un’auto. Il sibilo delle ruote sull’asfal-to umido, ovattato, infinito. Quinn trattenne il respiro. C’era qualcosa di mostruoso in quel rumore: non passava oltre. Restava sospeso nel-l’aria del soggiorno, una scia sonora che continuava a rotolare su se stessa senza trovare una fine, come un’eco imprigionata in una stanza senza pareti. Non arrivava dalla strada. Nasceva da dentro.
Quinn si alzò dal letto. Le sue dita si chiusero d’istinto attorno al ciondolo d’argento che le pendeva sul petto, stringendolo fino a farsi penetrare i bordi netti nella pelle del palmo. Il metallo del 33 era fred-do, di un freddo minerale, e vibrava a una frequenza impercettibile che le risaliva lungo i tendini del polso fino alla base del cranio.
Fece tre passi nel corridoio, i piedi nudi sul pavimento gelido. Uno.
Due. Tre. Si fermò davanti allo specchio.
La luce lattiginosa della strada tagliava il vetro d’argento, riman-dandole la sua immagine. Quinn inclinò la testa di pochi gradi a sini-stra. Il riflesso rispose. Ma non subito. Ci fu uno sfasamento di un mil-limetro. Un ritardo cronico, una pigrizia calcolata del vetro che si mosse un battito di ciglia dopo di lei. Come se l’altra Quinn, quella racchiusa nella lastra di mercurio, stesse decidendo se imitarla o meno.
Quinn respirò più velocemente, i muscoli del collo tesi come corde di violino. Sollevò lentamente l’indice destro verso il vetro. Nello specchio, la sua copia sollevò l’indice sinistro. I due polpastrelli si av-vicinarono nello spazio immobile del corridoio, rallentando l’aria, fin-ché non si toccarono.
Il vetro non oppose la resistenza fredda della materia. La polpa del dito di Quinn affondò di un millimetro nella superficie, percependo la tensione superficiale di un fluido denso, un bacio gelato tra due mon-di che non avrebbero mai dovuto comunicare. L’aria intorno si incre-spò. Cerchi sottili e liquidi si allargarono dal punto di contatto, facen-do tremare il riflesso della casa.
Dall’altra parte della lastra, gli occhi dello Specchio si fecero duri, geometrici. Privi di qualsiasi pietà. Gli angoli della sua bocca si tesero in un sorriso che Quinn non aveva comandato. Un sorriso di denti bianchi nel buio.
La radio in cucina si accese da sola con un lancio di scariche stati-che. Una voce maschile, roca, distorta come se stesse parlando da sot-to un metro d’acqua, urlò un nome nel silenzio: «…Skyler…»
In quel preciso istante, il calore del vetro sotto il polpastrello di-venne il freddo polare di una maniglia metallica. La lamiera di un in-cidente mai avvenuto vibrò sotto le sue scarpe.
Quinn non lo sapeva ancora, ma l’inizio non era l’inizio. Era già successo. E la donna dall’altra parte del vetro stava per smettere di chiedere il permesso per uscire.
Parte I. L’asincronia.
Capitolo I — 03:33. Il primo risveglio
Fuori dalla finestra, nel parco, oltre l’asfalto vuoto, le catene gelide bloccavano l’altalena: blindata in un tempo fermo. I lampioni dise-gnavano cerchi d’oro nella nebbia. La notte era immobile, eppure qualcosa si era mosso prima di lei. Qualcosa di invisibile.
Quinn premette Rewind. Il videoregistratore scattò. Due cicatrici bianche lacerarono il buio dello schermo. Il tubo catodico ronzò e le immagini scorsero all’indietro, sfigurate dal magnetismo del nastro. Il film era finito. Le ultime sequenze, però, le erano rimaste addosso.
Appiccicose.
Senza un finale.
Sfilò la videocassetta.
Le dita ancorate alla plastica grigia. Sentì il nastro magnetico muo-versi all’interno della scocca, un fruscio cieco, come il respiro di un animale addormentato che custodisce un segreto tra le sue spire nere.
Click.
Fece scivolare la cassetta nella custodia di plastica — un incastro sordo, perfetto — e, con precisione millimetrica, finì allineata alle altre sulla mensola.
Eppure, anche voltandole le spalle, continuò a percepire il peso di quel nastro fermo al buio: una striscia di tempo congelata che spinge-
va dall’interno del muro, come se lo spessore della plastica non ba-stasse a contenere quel ronzio morto.
Restò qualche secondo pietrificata nel soggiorno, con la testa incli-nata a sinistra e rivolta verso l’alto. Gli occhi persi nell’angolo scuro del soffitto. Un colpo netto sull’archetto degli occhiali.
Nel silenzio, lo sentì: il fruscio di otto zampe che si spostavano len-te sulla ragnatela. Sotto lo sguardo fisso di Quinn, la creatura inter-ruppe la marcia. La ragnatela oscillò ancora qualche istante nel vuoto.
Prese l’aspirapolvere dallo stambugio e inserì la bocchetta a lancia, stringendo il tubo d’acciaio fino a farsi dolere il palmo.
Salì sulla sedia. Piedi al centro esatto della seduta. Il cerchio perfet-to dei tacchi sul legno. Sollevò il tubo.
Shuwium.
L’inestetismo nero fu risucchiato. L’ordine era ripristinato. Riposizionò tutto nel buio, chiudendo la porta a soffietto.
Lo sguardo finì sul telecomando sopra il tavolino. Tirò su col naso, lo prese e lo appoggiò sul porta TV, allineandolo al profilo del televi-sore.
Lo guardò un istante. No. Non era perfettamente dritto. Lo ruotò un millimetro, sfiorandone appena la base.
«Ora sì», mormorò.
Attraversò il corridoio a memoria, senza accendere le luci, insegui-ta da ombre morbide, il bagno sulla destra, la camera degli ospiti a sinistra, intatta, perfetta e mai usata, e dritto innanzi a lei la camera da letto.
Si infilò sotto le coperte cercando di non pensare, lasciando che il freddo delle lenzuola le anestetizzasse il cervello, tagliando fuori il resto del mondo. Occhi fissi al soffitto.
16 ore prima. 07:33.
Un braccio scattò fuori dalle coperte. La mano brancolò alla cieca sul legno del comodino, urtò la sveglia e la mise a tacere. I numeri di fosforo rosso si spensero di colpo, lasciando la stanza nel buio.
Nel silenzio improvviso, Quinn buttò giù un piede, poi l’altro, toc-cando il pavimento freddo.
«Sss-ah…» un sibilo aspro le sfuggì tra i denti stretti, mentre la pel-le d’oca le raddrizzava i peli sulle braccia.
Movimenti automatici, eseguiti a memoria. Bagno.
Cucina.
Fette biscottate classiche (mai integrali, quei granelli avrebbero spezzato la regolarità della superficie) con un velo di burro così sottile da apparire trasparente e a temperatura ambiente. Quinn spalmò il burro. Il coltello procedeva con una precisione chirurgica, millimetro dopo millimetro.
A ogni passata della lama, i muscoli della fronte si rilassavano, spianando le piccole rughe d’espressione intorno agli occhi. Un calore pigro le distese gli angoli della bocca. Le piaceva quel silenzio mattu-tino, quel controllo assoluto sulle cose piccole; le dava una sensazione di pulito, una pace domestica che le ammorbidiva il petto. Godeva di quel minuscolo ordine perfetto.
Si fermò, sentendo la solita morsa alla base del collo — il primo segnale che il perimetro cedeva. Un brusco scatto di lato, un mezzo sorriso sghembo rivolto al nulla, e poi tornò a fissare la sua fetta bi-scottata. Ogni millimetro doveva essere geometrico; era l’unico argine che le impediva di annegare. Niente marmellata — troppo acida, troppo rossa, un fluido caotico pieno di frammenti di polpa impreve-dibili — ma solo lo yogurt bianco, una massa magra, lattiginosa e pri-va di varianti, e il caffè necessario a costringere i pensieri a disporsi in fila.
Sul tavolo, il cellulare vibrò con uno squillo violento.
La scarica elettrica le arrivò dritta allo sterno prima ancora che l’orec-chio codificasse il suono; la mano destra scattò sul petto, premendo contro il tessuto della camicia per bloccare quel sobbalzo violento del-le costole. Quinn si proiettò in avanti, afferrando lo schermo.
«Quinn, sono io, ci sei?» La voce di Eddie grattò nel ricevitore come carta vetrata. «Sei in ritardo. Quando salti l’orario il capo s’in-cazza, lo sai. Muoviti.»
«Eddie, finisco di vestirmi e arrivo.»
Appena fuori dalla porta di casa, il gelo la investì sulla soglia. Fu un morso improvviso, un freddo che le arrivò dritto alle ossa prima ancora che potesse fare il primo passo. D’istinto, le dita scattarono nella tasca dei jeans, artigliando la graffetta d’acciaio. Freddo. Perfetto. Un contatto fisico immediato, brutale, che le conficcava la forma del mondo nel palmo. L’unica ancora rimasta per impedire all’ansia di sventrarla prima che il caos prendesse il sopravvento.
Non fece in tempo: quella mattina il diario rimase bianco.
«Buongiorno, signor Book.»
«Buongiorno, Quinn. Come stai oggi?»
«Bene, grazie. A spasso con Zecca?»
Quinn si piegò sulle ginocchia, accoccolandosi sull’asfalto umido per portarsi alla sua altezza ed evitare lo sguardo del vecchio. L’afrore di pelo bagnato, fango e terra del bastardino la investì in pieno, strin-gendole la gola come un pezzo di realtà troppo solida.
«Ehi, piccoletto… » sussurrò.
Allungò la mano, le dita tese che cercavano la rassicurazione della carne e del calore biologico. Ma Zecca non le andò incontro per farsi grattare dietro le orecchie. Il cane iniziò a girarle intorno, frenetico, descrivendo un cerchio stretto, quasi geometrico, intorno alle sue scarpe. Le unghie corte ticchettavano sull’asfalto con un ritmo irrego-
lare che a Quinn ricordò, per un millisecondo, un battito cardiaco ac-celerato.
Il bastardino teneva il muso basso, le narici tese. Sui vestiti di Quinn — o nello spazio vuoto tra le sue scapole — c’era un odore in-concepibile per un animale. Una scia acida. Un odore fuori tempo. Fu il primo essere vivente ad accorgersene. Quinn avvertì una micro-con-trazione all’angolo dell’occhio, un tic familiare che cercò di maschera-re passandosi la mano sulla fronte. Il cane le girava intorno, sì, ma non scodinzolava; la stava recintando, come si fa con un pericolo o con un estraneo. Più lei cercava di accarezzarlo, più l’animale scivolava via, assecondando una traiettoria invisibile.
Le labbra le si assottigliarono in una linea sottile e le sopracciglia si contrassero bruscamente sopra il naso, scavando una ruga profonda tra gli occhi che le bloccò i lineamenti nella tensione.
«È nervoso stamattina», commentò il signor Book, stringendo il guinzaglio. «Non fa che guardarsi alle spalle. Come se qualcuno ci stesse seguendo.»
«Adesso scappo, sono già in ritardo. Buona giornata, signor Book.» Venti minuti dopo, Quinn varcò la soglia dell’ufficio. Istintivamen-
te aumentò il passo, il viso infuocato da un calore repentino che le ri-salì dal collo come una sanzione fisica, affondando il mento nel cotone del cardigan; ma lì, davanti al suo quartiere generale, il capo la stava aspettando.
Braccia conserte. Una postura di pietra.
Senza proferire parola, allargò la mano destra, indicando con un cenno secco la sua postazione. Poi iniziò il solito discorso. Le stesse frasi, gli stessi rimproveri.
Quinn teneva gli occhi fissi sui mocassini lucidi dell’uomo. Le sue labbra mimavano quelle parole un istante prima che il capo le pro-nunciasse: un copione stampato sulla retina. Sotto la tempesta di paro-
le, cercò con la mano destra l’intimità del taschino dei jeans, infilando le dita a fondo per aggrapparsi a qualcosa, ma la fretta e la pressione la tradirono. Un pizzico acuto, metallico.
«Ahi», mormorò tra i denti, ritirando la mano di scatto. Il capo non se ne accorse nemmeno e continuò a sbraitare; per Quinn, quelle paro-le erano solo querimonie. Quinn abbassò la mano sulla scrivania per nascondere il dito ferito: afferrò la matita e la spostò di due millimetri: afferrò la matita e la spostò di due millimetri, sistemandola esattamen-te parallela al bordo del mousepad. Solo allora guardò il polpastrello dell’indice: una minuscola goccia di sangue vermiglio brillava sulla pelle, rompendo la simmetria pulita della scrivania.
Proprio mentre la solita ramanzina volgeva al termine, portò d’istinto l’indice alla bocca per asciugare quella macchia, accogliendo sulla lingua il sapore ferroso e freddo della sua stessa carne.
Sollevò la mano, il palmo aperto rivolto verso la faccia dell’uomo. Le dita, tese e rigide fino a farsi bianche sulle nocche, tremavano sotto la pressione del neon come una paratia di legno che cede sotto il peso di una piena. Non lo stava ascoltando; stava solo misurando lo spazio necessario a non farsi toccare dal fiato di lui.
«Sì, lo so. Non si ripeterà più», tagliò corto Quinn. Il gesto della mano parve dire che non c’era più spazio per le parole. Il capo si girò e se ne andò.
Quinn accese il computer. Intorno, la stanza prese vita. Le voci dei colleghi si accavallarono subito in un berciare confuso, un rumore di fondo che le premeva contro i timpani. Quinn si irrigidì sulla sedia, serrando le dita attorno al bordo della scrivania finché il profilo ad angolo retto del laminato non le intagliò la pelle.
Il sudore le scivolava lungo le tempie e le pizzicava agli angoli de-gli occhi. Passò la lingua sulle labbra. Erano salate. Forse per il caldo. Forse per le lacrime.
Poi sussultò, staccò le mani di scatto e premette i palmi contro le orecchie, cercando di ristabilire un confine contro quel caos di voci. I conteggi si susseguirono pigri, fino a quando la mattinata si trascinò a metà strada.
Toc… Toc…
Quinn abbassò le mani dalle orecchie e si voltò.
La destra cercò subito la matita sulla scrivania e vi si aggrappò.
«Ti disturbo?»
«Ciao, Eddie, no… no. Che succede?»
La voce di Quinn uscì come un rantolo metallico. Trattenne il fiato, con i tendini del collo che si gonfiavano sotto la pelle come corde di violino tese fino allo schianto, la matita sospesa a mezz’aria in un ge-sto che il cervello aveva dimenticato di terminare.
«Mi vuole di nuovo? Il capo?»
Eddie ridacchiò, scuotendo la testa. «No, no, tranquilla, lo sai co-m’è fatto. Gli sale il sangue alla testa, ma un minuto dopo se n’è già dimenticato.»
«Se n’è dimenticato.» Eppure i segni del sangue restavano lì.
Tchet-tchet.
Eddie schioccò la lingua contro il palato.
Quinn socchiuse gli occhi e le labbra si sollevarono appena, arric-ciandosi in una smorfia di disgusto che le scivolò sul viso come una macchia d’olio. Era un riflesso viscerale, una nausea che le risalì dalla gola fino al palato, come se quel suono umido non fosse solo uscito dalla bocca di Eddie, ma fosse entrato direttamente nel suo spazio vi-tale, sporcandolo.
«Dai, prendi la borsa. Andiamo giù al diner a bere un caffè.»
Quinn fece sparire il telefono all’interno della borsa, ne afferrò i manici di pelle e la sollevò, sentendo il peso familiare e rassicurante degli oggetti che si assestavano sul fondo, ognuno al proprio posto.
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