Quinn ha trentatré anni, un passato pesante che si trasporta addosso come una vertebra scheggiata e una casa sommersa da un silenzio innaturale. Ma alle 03:32 di una notte qualunque, quel silenzio cambia consistenza.
La radio si accende da sola, grattando un nome che fa sanguinare la memoria. Fuori, un’auto sfreccia sull’asfalto viscido lasciando un’eco infinita. E sullo specchio del corridoio, il riflesso di Quinn smette di risponderle: ha uno sguardo più duro, freddo, pronto al calcolo di un impatto imminente.
Non è follia. La realtà di Quinn si sta sfaldando a piccoli scarti geometrici e ogni strada la riporta esattamente davanti a quel vetro. C’è una Quinn alla finestra, una intrappolata in un’auto che odora di dopobarba fantasma e una Quinn spietata che graffia la superficie dell’argento per rivendicare la propria carne.
Il tempo non è una linea, è una trappola. E per uscirne, lo specchio pretende il prezzo più alto: il sangue.
Perché ho scritto questo libro?
Amo da sempre scrivere e inventare storie: è una dimensione che mi fa stare bene e che mi dà vita. Con questo libro volevo spingermi oltre, unendo la mia passione per la trama psicologica a una struttura rigorosa e a un metodo di scrittura studiato nei minimi dettagli. Ho scritto questo thriller per sfidare me stesso e per regalarvi un’esperienza che non si limiti a intrattenere, ma che vi trascini dentro la storia fino all’ultima pagina.
ANTEPRIMA NON EDITATA
L’incubo senza fine. 33 minuti di ritardo.
PROLOGO:
L’odore arrivò prima del rumore. Non apparteneva alla stanza. Era un soffio gelido, un fantasma molecolare che filtrò attraverso le fessure della finestra socchiusa: l’odore acre, denso e dolciastro di fumo di sigaretta. Tabacco economico bruciato fino al filtro.
Quinn bloccò il petto a metà di un’inspirazione. Le sue ali del naso si contrassero in un fremito automatico, rifiutando quell’intrusione che non avrebbe dovuto essere lì. In quella casa nessuno fumava. Non da anni. Sentì il sapore della cenere sulla punta della lingua, una secchezza ruvida che le risalì la gola fino a farle mancare il fiato.
Gettò lo sguardo sulla sveglia digitale del comodino. 03:32. Le cifre rosse brillavano nel buio con una ferocia elettrica, ma non pulsavano. Erano fisse, immobili, come se il tempo si fosse incastrato in una crepa del cemento.
Poi arrivò il suono. Lontano. Un’auto. Il sibilo delle ruote sull’asfalto umido, ovattato, infinito. Quinn trattenne il respiro. C’era qualcosa di mostruoso in quel rumore: non passava oltre. Restava sospeso nell’aria del soggiorno, una scia sonora che continuava a rotolare su se stessa senza trovare una fine, come un’eco imprigionata in una stanza senza pareti. Non arrivava dalla strada. Nasceva da dentro.
Quinn si alzò dal letto. Le sue dita si chiusero d’istinto attorno al ciondolo d’argento che le pendeva sul petto, stringendolo fino a farsi penetrare i bordi netti nella pelle del palmo. Il metallo del 33 era freddo, di un freddo minerale, e vibrava a una frequenza impercettibile che le risaliva lungo i tendini del polso fino alla base del cranio.
Fece tre passi nel corridoio, i piedi nudi sul pavimento gelido. Uno. Due. Tre. Si fermò davanti allo specchio.
La luce lattiginosa della strada tagliava il vetro d’argento, rimandandole la sua immagine. Quinn inclinò la testa di pochi gradi a sinistra. Il riflesso rispose. Ma non subito. Ci fu uno sfasamento di un millimetro. Un ritardo cronico, una pigrizia calcolata del vetro che si mosse un battito di ciglia dopo di lei. Come se l’altra Quinn, quella racchiusa nella lastra di mercurio, stesse decidendo se imitarla o meno.
Quinn respirò più velocemente, i muscoli del collo tesi come corde di violino. Sollevò lentamente l’indice destro verso il vetro. Nello specchio, la sua copia sollevò l’indice sinistro. I due polpastrelli si avvicinarono nello spazio immobile del corridoio, rallentando l’aria, finché non si toccarono.
Il vetro non oppose la resistenza fredda della materia. La polpa del dito di Quinn affondò di un millimetro nella superficie, percependo la tensione superficiale di un fluido denso, un bacio gelato tra due mondi che non avrebbero mai dovuto comunicare. L’aria intorno si increspò. Cerchi sottili e liquidi si allargarono dal punto di contatto, facendo tremare il riflesso della casa.
Dall’altra parte della lastra, gli occhi dello Specchio si fecero duri, geometrici. Privi di qualsiasi pietà. Gli angoli della sua bocca si tesero in un sorriso che Quinn non aveva comandato. Un sorriso di denti bianchi nel buio.
La radio in cucina si accese da sola con un lancio di scariche statiche. Una voce maschile, roca, distorta come se stesse parlando da sotto un metro d’acqua, urlò un nome nel silenzio: «…Skyler…»
In quel preciso istante, il calore del vetro sotto il polpastrello divenne il freddo polare di una maniglia metallica. La lamiera di un incidente mai avvenuto vibrò sotto le sue scarpe.
Quinn non lo sapeva ancora, ma l’inizio non era l’inizio. Era già successo. E la donna dall’altra parte del vetro stava per smettere di chiedere il permesso per uscire.
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