È una sera di fine estate a Desiderio, una comunità psichiatrica per ragazze nascosta tra le campagne lombarde. Un luogo che, a un primo sguardo, sembra sospeso, lontano dal tempo e dal resto del mondo. Tra le ospiti ci sono Melissa, incapace di distinguere fino in fondo ciò che è reale da ciò che prende forma nella sua mente, e Miriam, segnata da un dolore antico e da una violenza che non ha mai smesso di esistere. Una notte si allontanano insieme. All’alba, però, solo Melissa fa ritorno.
Sarà la dottoressa Romeo, spinta dal bisogno di comprendere, a tentare di ricostruire ciò che è realmente accaduto, addentrandosi nei sogni e nei diari della ragazza.
Mentre presente e passato si confondono e la verità sembra dissolversi tra ricordi, allucinazioni e sospetti, una domanda continua a riaffiorare: che cosa è davvero accaduto quella notte?
1
Quella sera, Melissa era distratta.
Le sue mani di diciottenne, affusolate e nervose, tremavano lievemente mentre sedeva sulla terrazza del primo piano della comunità riabilitativa. Erano otto mesi che risiedeva lì, sospesa tra una promessa di normalità e il precipizio che si spalancava ogni volta che chiudeva gli occhi.
Al primo piano c’erano ragazze come lei: minorenni o appena maggiorenni, piene di problematiche comportamentali, sparse come fantasmi sull’ampio terrazzo. Si muovevano pigramente tra sedie di plastica scolorite, scambiandosi cenni svogliati di conversazione. Ognuna apparteneva al proprio mondo, in quella sera di fine estate ormai al crepuscolo.
Melissa giocherellava con le dita, aprendo e chiudendo le mani, filtrando la luce che danzava beffarda davanti ai suoi occhi. Un gioco infantile, ripetitivo, necessario.
Chiudeva l’occhio sinistro, poi il destro, disegnando scenari alternativi, frammenti di storie non sue.
Le tornava in mente un fatto di cronaca nera sentito distrattamente alla radio: un uomo aveva ucciso i propri genitori, lasciandoli marcire per giorni sul divano di casa nel pieno agosto. Cercava di immaginare come quell’uomo fosse riuscito a compiere il massacro. Aveva colto solo parte della notizia, perché Alessia, una delle compagne, aveva voluto cambiare stazione per cercare musica disco.
Era sabato, e il sabato alle ragazze veniva concesso di vestirsi e truccarsi come se potessero andare a ballare, a rimorchiare ragazzi, come se una porta magica si aprisse su una discoteca invisibile. Un carnevale patetico e demenziale, secondo Melissa.
Un tubino rosso, cortissimo, per Eva. Una minigonna nera con stivali alti, sempre neri, per Federica. Una camicia sbottonata con sotto un reggiseno scuro per Lalla. Profumi, trucchi, smorfie. Solo a Melissa e a Miriam la cosa non suscitava alcun interesse.
Il sole filtrato tra le dita di Melissa dipingeva ombre mutevoli. E lei vedeva l’assassino.
Era lì, davanti a lei, come su un palco in penombra. Ne immaginava le voci, i rumori.
Ecco la scena.
Un uomo di circa cinquant’anni, vestito con pantaloni blu slavati, scarpe di vernice marrone, una giacca grigia troppo larga. Un uomo banale, forse.
Ma capace di un’atrocità senza nome. Melissa lo immaginava mentre infilava la chiave nella toppa – una vecchia porta a vetri satinati, il pomello di ottone liscio e tiepido sotto le dita – spingendo piano, per non farsi sentire.
Il vetro satinato color ambra era abbastanza trasparente da lasciar filtrare la luce del caldo pomeriggio e permettere di intravedere quell’ombra fatta di fuliggine che la morte sembrava portare con sé.
E loro? I morti, gli assassinati, dove mai avrebbero potuto trovarsi se non davanti alla TV? Seduti su un divano a fantasie floreali, impregnato di macerata routine. Ormai anziani e inutili, si saranno spesso addormentati lì, appoggiando sui braccioli mani con la pelle raggrinzita e stretta da monili e bracciali.
Ma chi per primo? Melissa conosceva la risposta: la madre sarebbe stata di certo la prima vittima. L’assassino – il figlio – si sarebbe avvicinato in silenzio alle sue spalle; fissandole la nuca, vi si sarebbe accanito con un martello, colpendola ripetutamente, spaccandole il cranio. Il padre si sarebbe svegliato senza nemmeno il tempo di capire, subendo la stessa sorte.
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Avrà creato un bel disastro in quella casa, gli schizzi di sangue avranno imbrattato tutto: le pareti, i soprammobili, i ricordi incorniciati.
Melissa immaginava persino il crepitio delle ossa che si spezzavano sotto i colpi, un suono che nella sua mente somigliava a quello delle patatine che si frantumano sotto mani nervose. Non riusciva però a immaginare il volto: ci provava, ma le era impossibile, come una parola che si vuole pronunciare e che improvvisamente sfugge dalla mente, strozzandosi in gola. Un’amnesia della sua immaginazione. Quell’uomo portava un panno di lino bianco sul viso, una specie di pupazzo di stoffa, con tratti appena accennati e nient’altro.
I suoi pensieri furono interrotti dall’odore acre di copertoni bruciati che da lontano aveva cominciato a raggiungerla. Oltre la recinzione c’erano delle baracche, dove i rom che vi abitavano a volte davano fuoco a qualcosa. Melissa si guardava intorno, lo sguardo scavalcava la rete metallica che sovrastava il terrazzo e chiudeva il perimetro di quello spazio comune su cui si affacciavano tutte le stanze del reparto femminile.
In effetti era una grande gabbia, pensata perché né lei né le altre potessero scappare, volare via o – più verosimilmente – sfracellarsi sul cemento del piano terra.
Lalla, la sua compagna di stanza, conosceva ormai bene le “assenze” di Melissa, sapeva che in quei momenti la sua testa si allontanava dal corpo. Le si avvicinò all’orecchio e disse: «Ragazzina, sveglia! Stai di nuovo con il cervello a friggere! La puzza che sentiamo temo venga dal tuo cervello e non dai copertoni degli amici delle baracche!».
Melissa la guardò e, con un sorriso che piano piano si allargava, rispose che forse a bruciare era la sua “fessa”.
«Ieri sera hai rimorchiato in discoteca?»
Si misero a ridere entrambe. Lalla l’abbracciò baciandola sul collo: «Dio solo sa quanto sei matta! A che diavolo stavi pensando?».
Mentre ridacchiavano, Melissa le raccontò del delitto sentito alla radio e di quanto fosse difficile non immergersi, corpo e mente, in quella scena. A quel punto il sorriso di Lalla svanì; guardando la compagna corrucciò la fronte e pronunciò soltanto: «Capisco».
Melissa rimase in silenzio e poco dopo si morse il labbro inferiore. Era un suo vizio, lo faceva spesso. La psicologa del centro, la dottoressa Romeo, sosteneva che fosse un modo per riportarsi alla realtà. Le sue labbra erano sempre sciupate, spellate o sanguinanti, eppure erano belle: rosse, carnose. La pelle chiara, punteggiata di lentiggini sulle guance e sul naso, incorniciava due grandi occhi grigio-blu e lunghi capelli ramati.
Tutti doni di quella stronza di mia madre, era la risposta che dava sempre a chi le chiedeva se fosse italiana oppure no.
2
La madre di Melissa si chiamava Bettina. Un nome asciutto, quasi maschile, ma che si addiceva alla sua figura slanciata e pallida da donna nordica. Era nata e cresciuta ad Amburgo, nel quartiere elegante di Altona: un luogo carico di storia e di apartheid aristocratica, dove il tempo sembrava scorrere più lento tra ville neoclassiche e parchi dai nomi impronunciabili. Suo padre era stato un noto mercante d’arte, freddo e severo, mentre la madre una pianista mediocre che, dopo un’esibizione fallita alla Konzerthaus di Berlino, aveva smesso di suonare per sempre.
Bettina si era trasferita in Italia per frequentare un master in arti visive a Brera, dopo aver conseguito una laurea all’Accademia di Belle Arti di Monaco. L’Italia – e Milano in particolare – le sembrava un mondo vivo e caotico, un flusso continuo di arte e bellezza. Non parlava bene la lingua, ma compensava con intuito e un’ossessione per il dettaglio, come se la sua mente fosse stata una lente d’ingrandimento.
Fu in una sera d’autunno, sotto una pioggia battente, che decise di incontrare l’uomo che sarebbe diventato il padre di Melissa. Aveva ventisei anni. Era appena uscita da una mostra fotografica al padiglione di Arte Moderna e guidava lentamente nel traffico impazzito, diretta verso l’appuntamento che si era data.
Sapeva chi fosse quell’uomo: lo aveva visto più volte, sempre da lontano. Lo aveva osservato uscire da un elegante palazzo in via Vivaio, salire su un taxi che lo attendeva, o leggere il giornale seduto al tavolo di un bar. Sempre con la stessa valigetta in pelle, sempre elegante e ben curato, con quell’espressione dolce, quasi infantile.
Lo aveva sentito nominare per la prima volta in accademia. Si chiamava Lorenzo Berrini, discendente di una solida famiglia borghese. Proprietario di alcune gallerie d’arte molto quotate, curava anche rubriche su riviste di settore. All’epoca aveva quarantasei anni.
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