Watson era un bastardino nero con la zampa anteriore destra completamente bianca — come se avesse infilato un guanto da sera prima di uscire nel mondo — ed era l’unica creatura vivente in tutta la provincia di Padova a non giudicare la mia chioma infuocata o quel profilo che a scuola attirava le risate dei compagni. Per lui ero solo la ragazza con le dita che sapevano di biscotti alla cannella e la persona che, due estati prima, si era calata nel fango fino alla cintola per tirarlo fuori da un tubo di scolo intasato di canne marce e rifiuti.….
Dal Capitolo 2 – La Finta Stampella e i Banchi del Prato (Maggio 2024)
Polline, Peonie e un Imprenditore Furioso
Maggio a Padova è il mese in cui la città si sveglia dal torpore umido dell’inverno e si riempie di una luce abbagliante, quasi sfacciata. I tigli lungo i bastioni fioriscono tutti insieme, riempiendo l’aria di un profumo dolciastro che si mescola allo smog dei viali e scatena le allergie di mezza provincia.
In ufficio all’Arcella le finestre erano spalancate per la prima volta dopo mesi. Sulla scrivania, accanto alla solita tazza di caffè nero, Marisa, la mia assistente part-time di sessantatré anni -un passato da segretaria notarile e una vocazione innata a raddrizzarmi la vita – aveva sistemato un vaso sbeccato con tre enormi peonie rosa fucsia comprate alla fioraia di Piazza delle Erbe.
«Portano allegria» aveva decretato alle nove del mattino, mentre attaccava il consueto post-it giallo sul bordo del mio schermo: «Hai starnutito quattro volte in dieci minuti. Prendi l’antistaminico e non fare la martire. Alle dieci e mezza c’è un appuntamento importante: cerca di non sembrare un brigante da strada. Marisa»
Allo scoccare delle dieci e mezza la porta a vetri si aprì con uno strattone vigoroso, facendo tintinnare il campanello d’ottone.
Marisa mi ha “adottata” tre anni fa dopo aver letto un banale annuncio di ricerca personale. Aveva stabilito sul posto che una donna di quarantanove anni, con i capelli color rame e la tendenza a dimenticare le scadenze fiscali, non potesse mandare avanti un’agenzia investigativa senza una guida materna e inflessibile. E aveva ragione.
Sulla soglia comparve un uomo massiccio, sulla sessantina, con il collo taurino, una camicia a maniche corte color cachi che faticava a contenere le spalle larghe e due braccia segnate dal sole e dai capillari rotti di chi lavora all’aperto da una vita. Aveva l’andatura pesante e decisa degli uomini di campagna che hanno fatto i soldi con la logistica e la fatica fisica.
Si presentò come Giorgio Tognon, titolare della Tognon Ortofrutticola & Trasporti, una delle realtà più grandi all’interno del MAAP, il mercato agroalimentare all’ingrosso di Padova Est.
«Dottoressa Landy, mi manda il comandante Bianchi dei carabinieri» esordì con una voce che sembrava un motore diesel al minimo, sedendosi sulla poltroncina che cigolò sotto la sua stazza. «Mi ha detto che se voglio beccare un delinquente senza fare troppo casino in tribunale, lei è la persona giusta».
«Il maresciallo esagera sempre» risposi, versandogli un bicchiere d’acqua fresca. «Di cosa si tratta, signor Tognon?»
L’uomo appoggiò i pugni pesanti sulla mia scrivania, facendo vibrare il vaso delle peonie.
«Si tratta di un mio dipendente, Damiano Carraro, trentadue anni, magazziniere carrellista. Sei mesi fa, durante il turno di notte per lo scarico dei meloni, cade da una pedana di mezzo metro. Dice di essersi spaccato il menisco, lesione del legamento crociato e due ernie discali espulse. Risultato? Infortunio sul lavoro certificato, sei mesi a carico dell’INAIL, una causa per risarcimento danni da ottantamila euro intentata dal suo avvocato contro la mia azienda e lui che si presenta alle visite mediche collegiali in sedia a rotelle o con due stampelle canadesi, piangendo che non riesce nemmeno a mettersi le calze da solo.»
«E lei cosa sospetta?»
Tognon sputò fuori una risata amara, carica di rabbia operaia.
«Sospetto che quel lazzarone stia benissimo. L’altra sera un mio autista giura di averlo visto scaricare casse di arance al mercato del sabato. Non posso licenziarlo senza una prova schiacciante, altrimenti il giudice del lavoro mi fa chiudere i cancelli. Voglio che lo segua. Voglio foto, video e orari di tutto quello che fa quando pensa che nessuno lo stia guardando.»
Accettai l’incarico, facendomi lasciare l’indirizzo di Carraro — una palazzina bifamiliare a Mortise, a due passi dall’argine del fiume Brenta — e il numero di targa della sua utilitaria.
La Commedia delle Stampelle a Mortise
Il pedinamento iniziò il giovedì mattina alle sette.
Parcheggiai la solita Punto grigia lungo la via residenziale, riparata dall’ombra di una siepe di alloro. Sul sedile del passeggero tenevo la fotocamera con il teleobiettivo da trecento millimetri e il thermos di caffè.
Alle 8:15 la porta della villetta di Carraro si aprì.
Sulla rampa d’accesso comparve un ragazzo alto, capelli neri rasati ai lati, con una vistosa ginocchiera elastica sopra i pantaloni della tuta e due stampelle di alluminio sottobraccio. Camminava con una lentezza esasperante, trascinando la gamba destra come se fosse un pezzo di legno morto, facendo pause ogni tre passi per massaggiarsi la zona lombare con smorfie di dolore visibili a cinquanta metri di distanza. Raggiunse la cassetta della posta, ritirò una busta e tornò indietro zoppicando pesantemente.
Un’interpretazione da premio Oscar.
Scattai una decina di foto della sequenza, annotando orari e movimenti sul mio taccuino. Ma il mio istinto da investigatrice, allenato a cogliere le minime discrepanze muscolari, registrò un dettaglio fondamentale: quando Carraro si era chinato per raccogliere la posta caduta a terra, il carico del peso corporeo era stato scaricato sulla gamba “malata” senza che il muscolo cedesse di un millimetro. La forza c’era, eccome.
Il vero spettacolo andò in scena alle due del pomeriggio.
Un furgone cabinato bianco, senza scritte aziendali ma con targa polacca, entrò nel cortile posteriore della casa. Dieci minuti dopo, la porta sul retro si spalancò: Carraro uscì in calzoncini corti, maglietta smanicata e scarpe da ginnastica. Niente ginocchiera, niente tutore, niente stampelle.
Salì al posto di guida del furgone con un balzo elastico e partì a velocità sostenuta in direzione della tangenziale nord.
L’Inseguimento tra i Banchi di Prato della Valle
Lo seguii mantenendomi a tre auto di distanza fino a Prato della Valle, che quel sabato mattina ospitava il tradizionale mercato settimanale.
L’anello dell’Isola Memmia era un formicaio caotico di furgoni, tendoni a strisce, profumo di porchetta calda, grida di venditori ambulanti e frotte di anziani con i carrelli della spesa. Carraro infilò il furgone nell’area di scarico merci riservata al settore ortofrutticolo, dietro i banchi posizionati verso la Basilica di Santa Giustina.
Parcheggiai la macchina e mi mossi a piedi, indossando un cappellino di tela neutro e un paio di occhiali da sole scuri. Mi mescolai tra i clienti che contrattavano il prezzo dei carciofi e dei pomodori, tenendo la fotocamera nascosta sotto una borsa della spesa di paglia con un piccolo foro laterale per l’obiettivo.
Quello che vidi nei quaranta minuti successivi avrebbe fatto stracciare la cartella clinica a qualsiasi medico legale. ….
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