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L’Investigatrice in Giallo e Rosso

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Consegna prevista Agosto 2027
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Clara Landy non è una detective come le altre. Capelli color rame, naso “alla Cyrano” e in sella a una Moto Guzzi, gestisce la sua agenzia all’Arcella, quartiere popolare di Padova. Aiutata dalla sarcastica Marisa, smaschera truffatori, amanti clandestini e i torbidi segreti della borghesia veneta.
Ma chi svela le menzogne altrui è spesso il miglior custode delle proprie. A quindici anni, spiando il padre in una notte di pioggia, Clara scoprì il suo tradimento e scelse il silenzio, capendo che certe bugie sono l’unica corazza per salvare una famiglia.
Tra pedinamenti su un’anonima Punto grigia, indagini pericolose e il ricordo incancellabile di una Graziella gialla e rossa, Clara esplora le zone d’ombra dell’animo umano. Sullo sfondo di una Padova avvolta dalla nebbia, “L’Investigatrice in Giallo e Rosso” è un romanzo intenso sui chiaroscuri della vita, dove l’indipendenza ha sempre un prezzo e la verità intera, spesso, fa più danni di un segreto taciuto.

Perché ho scritto questo libro?

Questo romanzo nasce dall’intreccio tra le vicende di una vera investigatrice e la mia fantasia. Il profondo amore per la verità, che accomuna scrittore e detective, fonde in queste pagine le nostre esperienze di vita vissuta. Da questa unione prende forma Clara: un personaggio che incarna il mio spirito libero e anticonformista, immersa nella follia di una quotidianità intessuta di bugie e tradimenti

ANTEPRIMA NON EDITATA

Dal Capitolo 1 – Il Naso e l’Ombra (Padova, 10 febbraio 1990) 

Mancavano poco meno di quattordici ore al mio quindicesimo compleanno e l’unica certezza che possedevo era che il mio corpo sembrava avermi dichiarato guerra aperta.  

Abitavo al primo piano di una triste palazzina  all’Arcella, un quartiere operoso schiacciato tra i binari della ferrovia e lo smog della tangenziale. Un dormitorio come lo definiva mio padre, un luogo abitato di notte, e vuoto di giorno. La mia stanza era un piccolo delirio, quella tipica di una adolescente con le idee poco chiare, perennemente in conflitto con se stessa: pareti tappezzate di ritagli di riviste di moto da cross, foto di ragazzi a torso nudo con i capelli lunghi e, al posto d’onore sopra la testata del letto, un’illustrazione d’epoca di Sherlock Holmes con pipa e mantella a quadri.  

Mi guardai allo specchio dell’armadio sbuffando. Da bambina ero graziosa, una bambolina con i boccoli rossi; poi l’adolescenza aveva fatto esplodere ogni proporzione. I capelli avevano preso una tonalità rame acceso impossibile da domare, come volessero essere certi di essere notati, il seno, di par suo, era cresciuto con un’arroganza che mi costringeva a camminare curva per nasconderlo sotto maglioni sformati e, al centro della faccia, troneggiava una vistosa sporgenza alla Cyrano de Bergerac che, come ripeteva sempre mio padre per far aumentare la mia insicurezza, arrivava a destinazione cinque minuti prima del resto del mio corpo. Forse a lui sembrava uno scherzo innocente ma da adolescente i propri difetti sembrano  così vistosi da pensare che la gente non veda altro, poi col tempo capisci che per la maggior parte delle persone sei invisibile, ma nel frattempo hai già fatto danni rilevanti che richiederanno anni di terapia per essere sedati. 

Al liceo classico Tito Livio la situazione non era migliore. Tra compagne di classe impeccabili con le trecce impeccabili e le gonne a pieghe perfette, io ero l’anomalia dissonante. L’unica ancora di salvezza era Sara Bellodi, la mia compagna di banco fin dalle medie, magra come un chiodo e provvista di un sarcasmo affilato come un bisturi. Quella mattina stessa, durante l’intervallo, il solito capannello di testosteroni di quarta aveva iniziato , come al solito, a schernirmi per la mia vistosità dovuta alla  mia chioma fulva  e delle mie forme troppo prorompenti. Sara mi aveva afferrato per un braccio prima che potessi tirare un vocabolario di greco sulla testa del capo-clan, trascinandomi nei bagni a ridere di loro a denti stretti.  

Rientrando a piedi dal Tito Livio verso l’Arcella, prima che mia madre mettesse a bollire l’acqua per la pasta, c’era un rito che non saltavo mai: dieci minuti lungo il vecchio argine del Piovego con Watson al guinzaglio.  

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Watson era un bastardino nero con la zampa anteriore destra completamente bianca — come se avesse infilato un guanto da sera prima di uscire nel mondo — ed era l’unica creatura vivente in tutta la provincia di Padova a non giudicare la mia chioma infuocata o quel profilo che a scuola attirava le risate dei compagni. Per lui ero solo la ragazza con le dita che sapevano di biscotti alla cannella e la persona che, due estati prima, si era calata nel fango fino alla cintola per tirarlo fuori da un tubo di scolo intasato di canne marce e rifiuti.…. 

 

Dal Capitolo 2 – La Finta Stampella e i Banchi del Prato (Maggio 2024) 

Polline, Peonie e un Imprenditore Furioso 

Maggio a Padova è il mese in cui la città si sveglia dal torpore umido dell’inverno e si riempie di una luce abbagliante, quasi sfacciata. I tigli lungo i bastioni fioriscono tutti insieme, riempiendo l’aria di un profumo dolciastro che si mescola allo smog dei viali e scatena le allergie di mezza provincia.  

In ufficio all’Arcella le finestre erano spalancate per la prima volta dopo mesi. Sulla scrivania, accanto alla solita tazza di caffè nero, Marisa, la mia assistente part-time di sessantatré anni -un passato da segretaria notarile e una vocazione innata a raddrizzarmi la vita – aveva sistemato un vaso sbeccato con tre enormi peonie rosa fucsia comprate alla fioraia di Piazza delle Erbe.  

«Portano allegria» aveva decretato alle nove del mattino, mentre attaccava il consueto post-it giallo sul bordo del mio schermo: «Hai starnutito quattro volte in dieci minuti. Prendi l’antistaminico e non fare la martire. Alle dieci e mezza c’è un appuntamento importante: cerca di non sembrare un brigante da strada. Marisa» 

Allo scoccare delle dieci e mezza la porta a vetri si aprì con uno strattone vigoroso, facendo tintinnare il campanello d’ottone. 

Marisa mi ha “adottata” tre anni fa dopo aver letto un banale annuncio di ricerca personale. Aveva stabilito sul posto che una donna di quarantanove anni, con i capelli color rame e la tendenza a dimenticare le scadenze fiscali, non potesse mandare avanti un’agenzia investigativa senza una guida materna e inflessibile. E aveva ragione.  

Sulla soglia comparve un uomo massiccio, sulla sessantina, con il collo taurino, una camicia a maniche corte color cachi che faticava a contenere le spalle larghe e due braccia segnate dal sole e dai capillari rotti di chi lavora all’aperto da una vita. Aveva l’andatura pesante e decisa degli uomini di campagna che hanno fatto i soldi con la logistica e la fatica fisica. 

Si presentò come Giorgio Tognon, titolare della Tognon Ortofrutticola & Trasporti, una delle realtà più grandi all’interno del MAAP, il mercato agroalimentare all’ingrosso di Padova Est. 

«Dottoressa Landy, mi manda il comandante Bianchi dei carabinieri» esordì con una voce che sembrava un motore diesel al minimo, sedendosi sulla poltroncina che cigolò sotto la sua stazza. «Mi ha detto che se voglio beccare un delinquente senza fare troppo casino in tribunale, lei è la persona giusta».  

«Il maresciallo esagera sempre» risposi, versandogli un bicchiere d’acqua fresca. «Di cosa si tratta, signor Tognon?»  

L’uomo appoggiò i pugni pesanti sulla mia scrivania, facendo vibrare il vaso delle peonie. 

«Si tratta di un mio dipendente, Damiano Carraro, trentadue anni, magazziniere carrellista. Sei mesi fa, durante il turno di notte per lo scarico dei meloni, cade da una pedana di mezzo metro. Dice di essersi spaccato il menisco, lesione del legamento crociato e due ernie discali espulse. Risultato? Infortunio sul lavoro certificato, sei mesi a carico dell’INAIL, una causa per risarcimento danni da ottantamila euro intentata dal suo avvocato contro la mia azienda e lui che si presenta alle visite mediche collegiali in sedia a rotelle o con due stampelle canadesi, piangendo che non riesce nemmeno a mettersi le calze da solo.» 

«E lei cosa sospetta?» 

Tognon sputò fuori una risata amara, carica di rabbia operaia. 

«Sospetto che quel lazzarone stia benissimo. L’altra sera un mio autista giura di averlo visto scaricare casse di arance al mercato del sabato. Non posso licenziarlo senza una prova schiacciante, altrimenti il giudice del lavoro mi fa chiudere i cancelli. Voglio che lo segua. Voglio foto, video e orari di tutto quello che fa quando pensa che nessuno lo stia guardando.» 

Accettai l’incarico, facendomi lasciare l’indirizzo di Carraro — una palazzina bifamiliare a Mortise, a due passi dall’argine del fiume Brenta — e il numero di targa della sua utilitaria. 

 

La Commedia delle Stampelle a Mortise 

Il pedinamento iniziò il giovedì mattina alle sette. 

Parcheggiai la solita Punto grigia lungo la via residenziale, riparata dall’ombra di una siepe di alloro. Sul sedile del passeggero tenevo la fotocamera con il teleobiettivo da trecento millimetri e il thermos di caffè.  

Alle 8:15 la porta della villetta di Carraro si aprì. 

Sulla rampa d’accesso comparve un ragazzo alto, capelli neri rasati ai lati, con una vistosa ginocchiera elastica sopra i pantaloni della tuta e due stampelle di alluminio sottobraccio. Camminava con una lentezza esasperante, trascinando la gamba destra come se fosse un pezzo di legno morto, facendo pause ogni tre passi per massaggiarsi la zona lombare con smorfie di dolore visibili a cinquanta metri di distanza. Raggiunse la cassetta della posta, ritirò una busta e tornò indietro zoppicando pesantemente. 

Un’interpretazione da premio Oscar. 

Scattai una decina di foto della sequenza, annotando orari e movimenti sul mio taccuino. Ma il mio istinto da investigatrice, allenato a cogliere le minime discrepanze muscolari, registrò un dettaglio fondamentale: quando Carraro si era chinato per raccogliere la posta caduta a terra, il carico del peso corporeo era stato scaricato sulla gamba “malata” senza che il muscolo cedesse di un millimetro. La forza c’era, eccome.  

Il vero spettacolo andò in scena alle due del pomeriggio. 

Un furgone cabinato bianco, senza scritte aziendali ma con targa polacca, entrò nel cortile posteriore della casa. Dieci minuti dopo, la porta sul retro si spalancò: Carraro uscì in calzoncini corti, maglietta smanicata e scarpe da ginnastica. Niente ginocchiera, niente tutore, niente stampelle. 

Salì al posto di guida del furgone con un balzo elastico e partì a velocità sostenuta in direzione della tangenziale nord. 

 

L’Inseguimento tra i Banchi di Prato della Valle 

Lo seguii mantenendomi a tre auto di distanza fino a Prato della Valle, che quel sabato mattina ospitava il tradizionale mercato settimanale.  

L’anello dell’Isola Memmia era un formicaio caotico di furgoni, tendoni a strisce, profumo di porchetta calda, grida di venditori ambulanti e frotte di anziani con i carrelli della spesa. Carraro infilò il furgone nell’area di scarico merci riservata al settore ortofrutticolo, dietro i banchi posizionati verso la Basilica di Santa Giustina.  

Parcheggiai la macchina e mi mossi a piedi, indossando un cappellino di tela neutro e un paio di occhiali da sole scuri. Mi mescolai tra i clienti che contrattavano il prezzo dei carciofi e dei pomodori, tenendo la fotocamera nascosta sotto una borsa della spesa di paglia con un piccolo foro laterale per l’obiettivo.  

Quello che vidi nei quaranta minuti successivi avrebbe fatto stracciare la cartella clinica a qualsiasi medico legale. …. 

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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