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L'ironia della morte

L'ironia della morte
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Consegna prevista Giugno 2023
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Albert, il protagonista del romanzo, è un umorista di professione. Un giorno si ritrova privo di spunti. Da qui hanno inizio tutta una serie di riflessioni sulla propria esistenza. In particolare, rivedendo un avvenimento luttuoso capitatogli in passato, Albert scopre il rovescio della medaglia di quella dolorosa vicenda nella quale la Morte apre al protagonista una visione ironica dell’esistenza.

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro vuol portare alla luce la dolce e amara vita di un umorista, di solito considerato come una persona in grado di provocare, unicamente, ilarità e divertimento. Se questa cosa, da un lato, è sicuramente indiscutibile, da un altro spesso sfugge alle persone anche, o soprattutto, l’altrettanto curioso travaglio quotidiano della sua esistenza attraverso il quale egli riesce a dar vita alle sue ironiche considerazioni sul mondo che lo circonda.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

1

Un mercoledì, non certo da leoni, me ne sto ad armeggiare alla scrivania. Mattino storto, nemmeno un carato in bocca. Decisamente facile presagire, dunque, come saranno le future ore: una bella rottura di maroni. Conseguenza: stizzito malumore. Quasi spezzo la gabbia toracica di Willy, lo scheletro di plastica che sto costruendo. Perché costruisco uno scheletro? Perché mi va. Nessun motivo in particolare. Serve sempre una spiegazione? È un passatempo. Uno come tanti. Punto. Completato il teschio, la colonna vertebrale e posizionato il coccige, oggi toccherebbe ai segmenti posteriori delle costole. Poche ancora le frattaglie. Molto poche: solo il polmone destro. D'altronde, fin quando non sia stata chiusa l'intera volta del torace, nessun organo avrebbe potuto esservi collocato. Non c'è fretta, insomma. Devo attendere le uscite dei futuri incastri. Pazientare. Sai che novità. Circa l'organismo in carne e ossa, ovvero io, non è importante sapere chi sia dove sia e bla, bla, bla. Diciamo questo: sono un pincopallino, uno dei tanti. Certo, ho un nome, Albert, e anche un cognome. Dati irrilevanti, in fondo. Tanto, parliamoci chiaro, il dire chi si sia, di regola non aggiunge granché ad una formale conoscenza, no? Come il farvi sapere, per quel che mi riguarda, dove io viva, come sia fatto o che età abbia. A che servirebbe? La questione non cambierebbe di un millimetro. Mi girano le scatole, questo è il punto. D’altronde, non potrebbe andare in altro modo viste certe questioni che non reggo più. Quali? Beh, prima di tutto la vita, la mia e quella in generale, che sono quello che sono.
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Poi, il mondo, che va come va. Poi, Dio, o chi per esso, che se ne sta lì a guardare delle vite che sono quelle che sono e un mondo che va come va. Infine, tutti questi fatti messi insieme che, ciliegina sulla torta, finiscono regolarmente con il rammentarmi un'ulteriore cosa, altrettanto insopportabile: non esistono spiegazioni plausibili al riguardo. Insomma, quello che intendo è che uno, da quando viene al mondo, si chiede: nel nome di chi o di che cosa avviene tutto quanto? Secondo i disegni imponderabili di un Padreterno, infallibile, possente e imperturbabile? O tutto gira in virtù di indiscussi principi stabiliti da una madre Natura che, fatto curioso, solo quando la vedi dipinta morta dici: cribbio, che bella? O in virtù di scelte dettate da quel diavolo di libero pensiero che, alla faccia di ritenersi libero, è sempre frutto di un qualche autoconvincimento? Nessuna risposta, mai, cribbio. Allora, adesso, mi sono proprio rotto. Di che? Di ricorrere al solito, consolatorio, artificio conclusivo: tirare in ballo il destino. Che senso ha prendersela per l'ennesima volta con questa vuota parola? Inventata ad arte per motivare cose immotivabili? Nessuno, dai ammettiamolo. Meglio, significa, come sempre, solo perdere tempo, sprecare fiato.

Il sole, stamani, si è levato alle sette e ventiquattro. Tramonterà alle diciassette

e venticinque. Così, almeno, dice quel diavolo di calendario appeso al muro. Il cielo è bello nuvoloso, al contrario della mattina precedente. Conferma quanto quel diavolo di previsioni meteorologiche hanno annunciato. Porca miseria: anche 'sta volta ci hanno azzeccato. Nel preciso istante in cui mi sono svegliato, il mio cuore ha battuto, fino a quel momento, un miliardo quattrocentosessantuno milioni e ottocentottantottomila volte. Andando a ritroso, con un banale calcolo matematico, da tale cifra potrei arrivare, minuto più minuto meno, fino a quando nel ventre di mia madre Eloise alcune cellule si sono assemblate nel miracoloso abbozzo del mio curioso organismo. Ragionando ancora in questo modo, potrei risalire addirittura oltre: all’istante in cui, per la prima volta, il mio cuore ha preso a funzionare. Calcolando una media di cinquantotto/sessanta battiti al secondo, secondo quel che riportano i sacri testi medici, e tenendo presente un certo numero di extrasistole, la particolare conformazione del mio organo cardiaco, nonché la mia indole sportiva, il conteggio può ritenersi più che attendibile. Considerando infine che tra le ore sette e trenta e le ventiquattro di oggi sarebbero intercorse sedici ore e mezzo, c'è da attendersi che anche in quest'arco di tempo il mio muscolo cardiaco avrebbe pulsato sangue in tutto il corpo ad un ritmo complessivo di cinquantanovemila e quattrocento battiti.

Secondo questo punto di vista, cosiddetto scientifico, c’è ben poco da discutere: la vita dell’individuo Albert è tutta qui. Secondo altri punti di vista, invece, ci sarebbe anche dell'altro da considerare. Ma il venirne ad una certa comprensione non è affatto cosa da ridere, ammesso che a qualcuno possa interessare. Perché tutto dipenderebbe da una straordinaria coincidenza di molteplici fattori. Capire, capirsi, farsi capire, dal mio punto di vista, non è mica una cosa tanto ovvia, come tanta gente invece crede. Proprio per niente. È un po' come il darsi da fare per azzeccare il Superenalotto: difficile, possibile, casuale, impossibile, superfluo, straordinario, tempo buttato.

                                                           

2

La radio, accesa fin dal mio risveglio, trasmette la solita babele dell'intrattenimento. Sapienti giornalisti espongono, frizzanti digèi conducono, brillanti comici dileggiano, dotti esperti sentenziano, indiscutibili opinionisti opinionano. Sui giornali e sulle riviste, che avrei sfogliato di lì a poco, idem con patate. Scommettiamo? Gli articoli articoleranno su ogni cosa senza una sensata articolazione; i titoli titoleranno a vanvera circa la notizia che avrebbero dovuto titolare; le foto pretenderanno di inquadrare alla perfezione persone e fatti mentre, al riguardo, in realtà diranno poco o niente; le strategie di marketing, con studiati slogan proporranno come sempre stili e modi di vita lontani anni luce dalla realtà terrena; le pubblicità reclamizzeranno, tutte, l'ottimo, il perfetto, il più conveniente, l'irrinunciabile; le rubriche, le rubrichine e le rubrichette rubricheranno su tutto il mondo dell'ovvio e del banale. E non finisce qui. Sì, va là. Basterebbe che accendessi quel diavolo di televisore, che mi connettessi alla Rete, che inserissi un dvd, entrassi in qualche Social, andassi al cinema o scendessi in strada a fare quattro passi. Lo show continuerebbe, alla grande perché, questa straripante zuppa comunicativa, palese o travestita da pan bagnato, fuoriesce da ogni dove procurandosi molteplici e svariate vie di sfocio: programmi, trasmissioni, fiction, reality, spot, siti, blog, social network, chat, portali, messaggi commerciali, cartelloni pubblicitari, slogan esistenziali, chiacchiere da bar e bla, bla, bla. Un vero e proprio assedio. Tipo Fort Apache. E non vale un gran bel fico secco il provare a resistere asserragliati nel proprio fortino cerebrale, confidando nel salvifico arrivo de “i Nostri”. I Nostri? Quali Nostri? Quelli non esistono più da un pezzo. A patto che mai siano esistiti, davvero, al di fuori di qualche film creato ad arte. Insomma, secondo me le cose vanno così: terminata la santa pausa notturna chiamata sonno, l'intera umanità si tira giù dal letto e, come ogni giorno che Dio, o chi per esso, manda sulla terra, ancora inebetita si reimmerge in questo subdolo frullato di nozioni quotidiane di cui la cosiddetta “informazione globale” ne è l'ultima ridicola definizione. E non ci sono né santi né madonne: nell'arco delle ventiquattro ore, questo beverone di messaggi monchi va trangugiato, tutto. A grandi o piccoli sorsate. Buono o cattivo che sia. Che lo si voglia oppure no. Senza pause degne di nota o qualcuno che, di tanto in tanto, faccia pietosamente notare: << Tutto quello che vi stiamo propinando, va preso con le pinze, lo sapete, vero? >>.

3

È un momento topico, come si dice, della mia vita. Devo decidermi: continuare a fare il mestiere di umorista o mandare tutto e tutti a quel paese? La questione è chiara. Anzi, super chiara. Ma, santo Dio, proprio perché così lampante, è anche un bel diavolo di problema. Si tratta di cose che non si possono mica risolvere in un amen. Quindi, in attesa di input dai geni o dalla divina Provvidenza, incastrato l'ultimo pezzo di Willy, mollo tutto, esco di casa e vado a giocare il Superenalotto, quella specie di chimera a cui do la caccia, due volte alla settimana. Giocata minima, intendiamoci: due euro, due combinazioni. Non lo faccio per smania di denaro, cupidigia o cose del genere. Lo faccio solo perché, da buon umorista, immagino la goduria di uno che, da un giorno all'altro, si ritrovi in banca un conto da nababbo che finalmente gli permetterebbe di dire al mondo: “Ora ti fotto io, bello!”.

Sbrigata l’incombenza di questo diavolo di caccia alla chimera, rientro all’ovile, dopo circa mezzora. Mi risiedo alla scrivania. Osservo di sfuggita il teschio di plastica di Willy, appoggiato sul lato sinistro del ripiano. I finti globi oculari di quella specie di moderna vanitas, fissati nelle orbite prive della naturale massa muscolare che circonda l'occhio del vivente, sembrano ricambiare la mia occhiata con l'identica, irritante e perfetta vacuità di tutte le vanitas, vere o finte che siano. Bah.

Accendo il computer. Attivo l'accesso alla rete. Guardo se ci siano mail. L’editore mi ha scritto? Una nuova casa editrice si è fatta avanti? Qualche lettore mi comunica un lusinghiero apprezzamento? Niente. Nemmeno posta-spazzatura, diavolo. Eppure non chiedo mica tanto. Mi accontenterei di una frase confortante, in fondo. Due righe, con l'aspetto di una pacca sulla spalla. È troppo? Certo, a pensarci bene non posso nemmeno lamentarmi più di tanto. In giro, c'è pieno di gente che i conforti, o cose del genere, le aspetta da una vita, invano. Impreco lo stesso. Almeno, questo, posso farlo?

Penso a quelle frasi gratuite, inventate proprio per superare piccoli e grandi momenti di sconforto. Saggi ammonimenti esistenziali. Parole del tipo “nessuna nuova, buona nuova”, “abbi fede”, “finché c'è vita c'è speranza”, “per aspera ad astra”, “est modus in rebus”, “fiat voluntas dei” e avanti così. Cavolate belle e buone, signori miei. “Nessuna nuova, non buona nuova”, “abbi fede, ma non quella nuziale”, “finché c'è vita c'è mattanza”, “per aspera ad astrakan”, “est modulus in rebus” e cose del genere. Queste, sì, sono parole sensate. Perché non sono diventate, quelle ironiche, le vere massime a cui aggrapparsi nel momento del bisogno? Misteri delle frasi celebri e di chi le ha stabilite come tali. E, soprattutto, di chi ha stabilito i dubbi parametri della loro notorietà. Anche alle frasi di talento serve una botta di culo per emergere. Altro che storie

4

Mi metto a battere sui tasti di quel diavolo di computer. Quasi alla cieca. Provo a buttare giù qualche idea riguardo a certe modifiche che quell'avvoltoio di editore ha richiesto al mio ultimo libercolo. Tra parentesi, devo consegnarlo di qui a poco, diavolo. Niente da fare. Nisba. Zero spunti. Allora cerco di portare avanti qualcuno dei lavori già abbozzati e giacenti, rinsecchiti, nella sezione “documenti”, in attesa della resurrezione degli scritti che verrà. Nulla, anche su quel fronte. Buio pesto, insomma. Un perfetto vuoto pneumatico di idee. Mi alzo e mi risiedo. Più di una volta. Avrei voglia di spararmi una sigaretta. Sarebbe proprio la morte sua, in questo momento. Maledizione, dimenticavo, sto provando a smettere di fumare. Sigarette non ce ne sono. Non è che proprio non ce ne siano. In realtà ne ho a disposizione due. Che però sarebbero anche il massimo che ho deciso di concedermi lungo l'ennesima ridicola via crucis della disintossicazione. Se ne fumo subito una, mi brucio troppo presto il primo bonus giornaliero. Non impreco, 'sta volta. Ci vado molto vicino, però. Do una scorsa al giornale del giorno prima, girando le pagine a casaccio. Metto a posto qualche cosa.  Gesti privi di senso, in parole povere. Forse un po' di autoerotismo mi farebbe bene, ipotizzo, in preda allo smarronamento. No, no. Il clima non è affatto quello giusto per mettere in piedi un'adeguata fantasia. Accantono l'idea. Brutto segno. Se sono stanco anche del fai-da-te, la questione non è da sottovalutare. Riordino il letto. Faccio altre amenità. Sempre idiote e del tutto irrilevanti.

In realtà, dato il mio mestiere, questa serie di inutili azioni, sono anche una consuetudine. Una specie di rito che intercorre tra il buio dell’ideazione e l’istante in cui si dovrebbe accendere la divina scintilla dell’ispirazione. Il preludio della genesi creativa, insomma. Di qualunque diavolo di genesi creativa, ben inteso. Mica solo la mia. Sono certo che perfino l'Onnipotente, prima di dar via al suo Disegno divino, abbia lasciato andare a briglia sciolta il pensiero, girandosi i pollici e fissando in silenzio il vuoto sconfinato che gli si parava innanzi. D'altronde, ragioniamo: com'è possibile che possa essersi inventato, in due e due quattro, tutto l'ambaradan che ha messo in piedi?  Nel ben più modesto caso che riguarda il sottoscritto, comunque, la stramaledetta favilla celeste è ben lontana dal voler dare il via all’innesco. Più che palese il blackout dei miei tre o quattro neuroni. Mi alzo dalla sedia e mi trascino fino in bagno. Tanto per fare un giro. Mi guardo nell’ovale dello specchio rischiarato dalla luce fioca di una sola lampadina. L’altra è saltata, oramai da mesi. Il mio volto appare per metà in luce e per metà in ombra. Sembra una inquadratura intensa, in bianco e nero. Alla “Bergman”, sentenzierebbero i dotti cinefili. A essere sinceri, e a mio modesto avviso, la trovo più “alla Chaplin”. Senza ombra di dubbio. Accantono la riflessione cinefila. Guardo in giù, verso il lavandino. Quel diavolo di calcare, anche se sottoposto a recenti trattamenti, come si sente dire in certi spot, continua ad attorniare i rubinetti. Pare voglia dirmi: vediamo chi la vince, bello. Sento montare un diavolo di rabbia. È il momento di cambiare aria. Con quel diabolico ammasso di silicati farò i conti più tardi. La questione non finisce certo qui.

Quello che mi ci vuole, adesso, è un bel cappuccino tiepido. Che non avrebbe risolto un beneamato fico secco, chiaro. Ma, in certi frangenti, quando non rimane proprio più niente da dire o da fare, di sensato, nel cervello si fanno strada misteriosamente questi curiosi ragionamenti. Che sono privi di senso e figli di pensieri altrettanto istintivi e privi di logica, tipo “quello che ci vuole è un buon caffè”, “fatti una bella dormita e vedrai che passa tutto”, “mettici una bella pietra sopra e non pensarci più” e bla, bla, bla.

Afferro il giaccone. Varco la soglia di casa. Richiudo alle mie spalle la porta di quel dannato bozzolo polveroso nel quale vivo e dal quale sono convinto che, un bel giorno, spiccherò il volo con ali di farfalla. Nonostante continuassi a restarci dentro, intanto, con l'aspetto di un eterno bruco. Però, niente male come titolo per un libro, la mia esistenza: “Gioventù brucata”.

2022-09-22

Aggiornamento

L'idea di questo libro, come si può leggere anche nell'anteprima, nasce dal desiderio di svelare al lettore quali strani percorsi compie la mente di uno scrittore umoristico ( così come quella di tutti i creativi) per giungere alla produzione delle proprie opere. Sono tragitti del tutto personali, ovviamente, ma generalmente caratterizzati da un comune vissuto nel quale il dolce e l'amaro sono presenti in eguale dosaggio. Il dolce, perché definito dal piacere di portare alla luce un qualcosa di estremamente intimo; l'amaro, perché, di solito, è un vissuto contraddistinto da difficoltà, sia soggettive che oggettive, nel riuscire a far conoscere al mondo il proprio pensiero. Albert, il protagonista del mio romanzo, vive appieno questa duplicità: il piacere di smontare, con le sua ironia, i beceri luoghi comuni di cui siamo, anche inconsapevolmente, imbevuti e l'aver capito di quanto le persone non si accorgano, di contro, della poca consapevolezza presente nelle varie circostanze che definiscono il loro modo di essere.

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Roberto Bonistalli
Roberto Bonistalli, 64 anni, sposato con Giorgia, due figli, Greta e Gugliemo.
Vivo a Verona. Ho lavorato come disegnatore di biglietti augurali umoristici nonché come vignettista presso quotidiani e riviste locali. Con la Giunti-Demetra ho pubblicato, con vignette (a firma RoBo) e battute, alcuni libercoli umoristici reperibili accedendo all’apposito sito del Gruppo Editoriale sopra citato. Attualmente, data la crisi del settore editoriale in genere, lavoro come giardiniere. Cerco di mantenere in ogni caso una visione umoristica nonché ironica dell’esistenza. Sono ottimista, insomma. Non ho alternative.
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