Nel cuore aspro della Val Sesia, Bellafonte è un paese di montagna dove tutti si conoscono e la quiete ha il suono dei passi sul selciato e del vento nei boschi. Ma quando i lupi tornano a popolare i pascoli, riemergono paure antiche e la valle si spacca: allevatori esasperati e cacciatori da una parte, animalisti e difensori della fauna dall’altra.
Poi, il ritrovamento dei coniugi Filippetti trascina la comunità in un incubo, e la caccia al colpevole sembra avere un bersaglio perfetto: il branco. Eppure i dettagli non tornano, e tra pettegolezzi, rancori, desideri taciuti e sensi di colpa mai risolti, il paese continua a vivere come se bastasse un nome – “lupo” – per sentirsi al sicuro.
Ma a Bellafonte il vero predatore non ulula: osserva, aspetta, colpisce nell’ombra. E quando la verità affiora, è molto più vicina e feroce di quanto chiunque sia pronto ad ammettere.
Capitolo 1
I gradini in pietra erano ancora macchiati di sangue quando le prime luci del giorno iniziavano a illuminare la severa facciata di Villa Aprilia, elegante sede del comune di Bellafonte.
L’osteria I viandanti, come ogni giorno, apriva le sue porte all’alba per accogliere coloro che approfittavano di una pausa caffè per fare due chiacchiere prima di dirigersi a lavorare in fondo valle. Tuttavia, nel corso degli anni erano sempre meno le persone che continuavano a percorrere quel lungo tratto di strada, tra un paese con un passato di gloria e una valle che aveva poco da offrire. Quella mattina, i clienti abituali dell’osteria erano più ciarlieri del solito, non facevano che parlare animatamente dell’incontro patrocinato dal comune e avvenuto proprio a Villa Aprilia.
Nel momento in cui il sontuoso campanile della collegiata di San Gaudenzio a Varallo, centro urbano di riferimento del fondovalle, rintoccò dieci colpi, Aronne Bernasconi, sindaco di Bellafonte, sedeva nervosamente nella guardiola della caserma dei carabinieri in attesa di essere ricevuto dal comandante per esporre la propria versione dei fatti avvenuti la sera prima.
Il sindaco continuava a rigirarsi sull’unica sedia di legno e di tanto in tanto osservava il cellulare, per poi tornare a cercare una posizione più comoda.
Aveva da poco superato i cinquantacinque anni e, sebbene il volto presentasse più d’una ruga e il suo abbigliamento non fosse all’ultima moda, l’atteggiamento fiero e altero dava l’impressione di un carattere con forte personalità.
Anche quel giorno aveva indossato il solito completo a coste marrone.
Guardò per l’ennesima volta l’orologio e sbuffò. Era un’ora che aspettava e la sua pazienza si era esaurita da un pezzo. Aronne non amava le sale d’attesa, men che meno “fare anticamera”. Quando fu sul punto di sbottare, arrivò il piantone che, con aria mortificata, lo fissò per qualche secondo come a dover trovare il coraggio per aprir bocca e disse: «Signor sindaco, sono spiacente, ma il comandante non riuscirà a riceverla in giornata».
«Aspetto da un’eternità!» sbottò il sindaco. «Vi pare che abbia tempo da perdere?!»
Il carabiniere scambiò uno sguardo imbarazzato con il collega.
«Ci dispiace, ma il comandante ha avuto un imprevisto» riuscì a balbettare.
L’intemperanza di Aronne non risparmiò il sottoposto, che, poverino, in realtà non aveva alcuna responsabilità per l’assenza del suo superiore. Fu necessario l’intervento del secondo agente che, con modi poco ortodossi, riuscì a placare l’animosità del sindaco che, ormai sfiancato da quella nottataccia infinita, inveiva contro di loro con insulti razzisti nei confronti dei “meridionali e della loro poca voglia di lavorare”. Normalmente Aronne non avrebbe mai detto niente di simile, ma era davvero sfinito dagli ultimi eventi.
Aveva pensato di presentarsi in caserma per chiarire le dinamiche dello scontro avvenuto a Villa Aprilia così da archiviare al più presto quel brutto episodio, invece aveva solamente perso del tempo. Frustrato, fece ritorno al paese ripercorrendo i venti chilometri di curve che lo separavano dalla sua destinazione. Durante il tragitto, l’aria fresca e il paesaggio circostante lo aiutarono a stemperare la rabbia e a organizzare le idee sugli innumerevoli impegni che lo attendevano.
Giunto in prossimità del centro abitato, riuscì anche a sorridere compiaciuto nello scorgere il nuovo cartellone pubblicitario che dava il benvenuto a tutti i passanti da parte della Gerla, l’agriturismo di famiglia che gestiva con la moglie Vivienne.
La vecchia Panda bianca con la scritta Comune di Bellafonte si arrestò, con un leggero stridore di cinghie, tra il palazzo comunale e l’osteria che generalmente in tarda mattinata era frequentata dagli anziani del paese e da qualche perditempo pronto a farsi offrire un bicchiere di vino bianco e qualche arachide rafferma, ma sempre gradita. Gilberto, il vivace gestore del bar, era entusiasta quel giovedì mattina perché a differenza del solito aveva avuto parecchi clienti.
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Aronne Bernasconi, per dovere di primo cittadino o forse perché si sentiva fortemente legato alle persone con cui aveva condiviso i suoi cinquantacinque anni di vita, non riuscì a esimersi dall’entrare nel bar dove lo avrebbe atteso una raffica di domande su quanto era accaduto la sera precedente. Con sua grande sorpresa, quando varcò la soglia del locale, notò la presenza del fotografo del giornale provinciale e di un paio di uomini distinti dall’abbigliamento impeccabile.
Dopo pochi secondi, il fotografo si fece avanti. Si chiamava Agostino Ramballi, lavorava per La voce della valle e gli chiese con gentilezza il permesso di scattare un paio di foto. Con un sorriso preconfezionato, Aronne si mise in posa per un primo piano. In quel momento, guardando dentro l’occhio nero della Nikon, percepì un brivido percorrergli tutto il corpo. Quella macchina fotografica aveva immortalato incidenti, calamità e drammi familiari, sofferenze e luoghi di dolore che segnavano, indelebilmente, la vita di coloro che ne erano stati coinvolti. Era un po’ come se dietro quella lente si celasse un oscuro archivio di tristezza.
Agostino Ramballi era visto con disprezzo in paese, anche se nessuno esprimeva così apertamente il suo risentimento, perché farlo avrebbe significato rievocare un dramma che aveva colpito la comunità nel lontano giugno del 1989 quando, alla sua prima esperienza, il giovane fotografo era stato incaricato di documentare la tragica morte di una bambina. Che fosse per inesperienza o per macabro gusto, poco importava: Ramballi aveva sbattuto i dettagli di quel corpicino martoriato in prima pagina e l’intero paese aveva pianto la vittima e odiato lui.
Gli scatti impegnarono Aronne solo pochi attimi, dopodiché il fotografo venne congedato con garbo, così gli “stranieri” ben vestiti ebbero campo libero e il più anziano dei due si rivolse al sindaco: «Possiamo farle qualche domanda?».
L’uomo si presentò come l’inviato di Rai 1 incaricato di realizzare un servizio giornalistico destinato al programma di punta della fascia pomeridiana.
Da quel momento in poi il silenzio nel bar fu totale, tanto da far credere che anche il motore del vecchio freezer dei gelati si fosse ammutolito per ascoltare le loro parole. Aronne, ancora sorpreso, fu colto da un misto di entusiasmo e cautela, magnetizzato dalla piccola telecamera che lo stava riprendendo. L’ego lo proiettava in un futuro di fama e popolarità e la prospettiva di vedere il suo volto sullo schermo lo riempiva di orgoglio.
Il LED rosso si accese sul fronte della telecamera.
«Signor sindaco, la vostra piccola comunità sta vivendo un momento difficile, sono trascorsi solo dieci giorni del macabro ritrovamento dei coniugi Filippetti e poche ore fa le forze dell’ordine hanno dovuto sedare la violenta rissa avvenuta nel cuore amministrativo del paese.»
Aronne, soppesando con attenzione le parole, rispose: «La paura cresce nell’animo umano nello stesso modo, che sia gente di montagna o di pianura, la differenza è la maschera indossata dalla minaccia. Con molta probabilità voi temete di cadere vittime di rapinatori, noi invece oggi siamo spaventati dalla possibilità di diventare le prede di un branco di lupi».
Sempre più incalzante, il giornalista chiese: «Attribuite allora con certezza l’uccisione dei Filippetti nel loro cortile all’attacco di un lupo?».
«Le informazioni in nostro possesso ci conducono a credere a questa ipotesi. È per questo motivo che ho invitato un importante etologo, cosicché ci possa fornire indicazioni utili sui comportamenti che dovremo imparare ad avere con i nostri nuovi coinquilini.»
Tutto andava per il verso giusto fino a quando il cronista con tono beffardo insinuò che fosse premeditazione, magari a scopo pubblicitario, invitare a Villa Aprilia oltre ai paesani e agli allevatori, anche i rappresentanti di una delle più agguerrite organizzazioni animaliste. E con una certa insolenza sentenziò: «È ingenuo credere in un punto d’incontro tra visioni così opposte, anzi, era scontato che gli animi si accendessero per degenerare in rissa».
Per un attimo Aronne non credette alle sue orecchie; l’affermazione così esplicita gli risuonò come una diretta e offensiva provocazione. L’animo di montanaro gli fece stringere i pugni, era pronto ad attaccare prendendo per la collottola il giornalista; fortunatamente i sette anni di attività comunale gli avevano insegnato a incassare le provocazioni riuscendo, persino con una buona dialettica, a sfruttarle a proprio vantaggio. In quell’istante il suo cellulare iniziò a squillare, e quella breve interruzione gli permise di riprendere il controllo della situazione. Scusandosi, rifiutò la chiamata mentre distrattamente leggeva il nome di chi lo stava cercando.
«Certo… C’erano dei rischi, infatti le forze dell’ordine erano presenti e hanno evitato conseguenze peggiori. Ma in qualità di primo cittadino, il mio dovere è quello di fare il massimo per risolvere un problema e la mia gente necessita di sicurezza, anche se comprendo il diritto del lupo di trovare spazio nei nostri territori.»
Il telefono squillava ancora, era sempre lo stesso numero, quello della banca. Aronne sapeva perfettamente il motivo della chiamata e che avrebbe dovuto assolutamente rispondere, ma il contesto non lo permetteva. Strinse la mandibola nervosamente e lo silenziò per la seconda volta. L’intervista riprese, ma chiaramente l’ultima affermazione aveva segnato il punto a favore per il sindaco e le domande successive vennero poste più per giustificare la trasferta dei due professionisti che per utilità all’inchiesta. Ancora gli squilli interruppero il momento, questa volta, però, sullo schermo apparve il viso solare di Vivienne.
«Scusate ancora!» disse il sindaco e rispose alla chiamata. «Amore, sono impegnato con un’intervista per la Rai, non ti preoccupare, ho visto le chiamate di Enzo, tra due minuti quando avrò finito lo richiamerò, ciao, a dopo.»
L’inviato recepì il messaggio che il tempo a sua disposizione era terminato e concluse la conversazione ringraziando per la cortesia.
Nessuno al bar aveva più domande da fare, anche perché il giornalista era stato in grado di formularne parecchie e anche più esaustive delle loro. L’attenzione di tutti era ora indirizzata alla telecamera dell’operatore che raccoglieva alcune immagini del locale al fine di utilizzarle nel montaggio del servizio televisivo e tutti, come goffe caricature di attori hollywoodiani, cercarono di mettere in evidenza il loro profilo migliore.
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