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Consegna prevista Aprile 2023
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Avevamo lasciato Livia e Pedro così: innamorati e, finalmente, insieme.
Ma… cosa succede dopo?
Livia è alle prese con un Alexis sfuggente e con un problema che potrebbe travolgere la loro libreria. Pedro, invece, si concentra sulla sua prima mostra fotografica.
La vera sfida adesso è far combaciare i loro caratteri: quello metodico e razionale di Pedro, che pensa già al futuro, e quello selvatico di Livia, che fatica ad accettare l’appoggiarsi a qualcuno, anche quando ne avrebbe bisogno.
Una cosa è sicura: la voglia di viaggiare, di lasciare la vista del Tamigi per esplorare il mondo.
Tra viaggi dell’ultimo minuto, nuove proposte di lavoro, notizie bomba e, soprattutto, la conoscenza delle rispettive famiglie, si troveranno a fare i conti con le loro differenze, con i loro desideri, con la comprensione dei bisogni dell’altro.
Troveranno la forza nel loro amore quando il passato, quella sera di novembre dimenticata troppo in fretta, tornerà prepotente a chiedere il conto?

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro risponde a una domanda: cosa succede dopo che due innamorati hanno finalmente deciso di stare insieme?
Litigano? Sì, ma fanno anche pace.
Vanno d’accordo con le rispettive famiglie? Ecco, questo è un punto…
Ma soprattutto, riescono a far combaciare i loro caratteri?

È proprio qui che ho deciso di concentrare la nuova avventura dei miei personaggi Livia e Pedro, sullo stare davvero insieme e su quanto questa decisione comporti.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prologo

Liverpool Street Station

“Io dico fidanzato.”

“Io dico famiglia, tipo mamma e sorella. È vestita troppo casual.”

“Scommettiamo?”

“Ovvio!”

“Chi perde lava i piatti questa sera?”

“Affare fatto!”

Londra era precipitata nel delirio più delirante in cui si trova ogni città: l’ultimo dell’anno.

Il via vai di gente nella stazione di Liverpool Street la rendeva un vespaio impazzito di viandanti frettolosi, cittadini scontrosi e turisti appena arrivati che non avevano idea di dove sbattere la testa per trovare la strada per l’albergo.

In tutto questo, Livia se ne stava con la schiena appoggiata al petto di Pedro, mezza sdraiata e con la gamba sinistra più stesa possibile per non sentire troppo fastidio.

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“Ecco che si agita!”

La ragazza diventata oggetto della scommessa aveva iniziato a sbracciarsi, in direzione di qualcuno al di là dei tornelli.

Livia lanciò un urlo soddisfatto non appena nel loro raggio visivo entrarono altre due donne. La più grande riccia, con i capelli legati alla bell’e meglio in una treccia, guardava la ragazza londinese con gli occhi lucidi, mentre la stringeva e la tastava sul viso e sulle braccia. Non poteva che essere la mamma. La seconda donna, la più giovane, zampettava intorno alle due, in attesa del suo turno di abbracci. La sorella minore.

“Hai imbrogliato” decretò Pedro, prima di mangiare il penultimo nigiri della confezione take away di Wasabi.

“Sono mezza strega da parte di madre. Mi spiace, bello.”

“Da piccolo le streghe mi facevano paura.”

Livia si girò verso di lui, avvicinò le labbra alle sue: “E adesso?”

“Anche, però me ne sono pure innamorato.”

Livia si accorse da un paio di colpi di tosse che non erano a casa loro e che forse il loro bacio poteva anche urtare la cortesia di convenienza britannica.

“Forza, finisci l’ultimo pezzo di sushi così andiamo, prima che chiamino i bobbies per farci accomodare fuori!” le disse lui, le fronti che ancora si toccavano.

“Pensa,” rispose Livia dopo aver ingurgitato un rotolino di alga e riso, “potremmo finire in galera, separati, il nostro amore osteggiato dalla legge, e ci parleremo solo tramite lunghe lettere, e chiameremo i nostri amici a fare dei cortei di protesta per liberarci, inneggiando all’amore libero e al diavolo le buone maniere!”

“Proponi questa trama a Chris, così ci scrive il suo prossimo spettacolo.”

“E sarei così babbea da farmi rubare l’idea della prossima love story mondiale? Non credo!”

Livia balzò in piedi, ma il suo slancio emotivo non venne supportato dalla gamba sinistra, ancora indebolita dall’incidente.

Una fitta poco più giù del ginocchio le tolse il respiro e la costrinse a chinarsi di scatto, con una smorfia di dolore.

Pedro scattò e la afferrò pronto: “Livia!”

Gli fu grata di avere riflessi ben più recettivi dei suoi, mentre poteva spostare il peso dalla gamba grazie al suo appoggio.

“Aspetta, siediti. Ti prendo in braccio?”

Si risedette sulla panchina tenendo la gamba dritta, per massaggiarsi il ginocchio: “Tranquillo, adesso mi passa”.

La fitta le si acuì nella testa mentre notava lo sguardo basso di Pedro, che le aveva dato il cambio nel massaggio pur di non guardarla.

“Mi prendersi in braccio tipo principessa?”

“Tutto quello che vuoi.”

“Allora voglio essere presa in braccio tipo principessa nel bel mezzo della stazione.”

Pedro si alzò e subito dopo si chinò per prenderla.

“Amore, scherzavo, scherzavo!” rise lei, ma tanto ormai era fatta: Pedro l’aveva sollevata da terra e le aveva pure fatto fare un giro.

Poi, non contento, le stampò un altro bacio, tanto che un gruppo di giovani turisti gli fece pure i complimenti.

“Adesso puoi mettermi giù, abbiamo dato abbastanza spettacolo.”

“Sicura, ti fa ancora male?”

“Sicura. Tanto mi tieni tu.”

Pedro la lasciò andare e la tenne finché non vide che Livia non stava più in piedi su una gamba sola come un fenicottero. A quel punto intrapresero la strada verso casa, pronti a salutare l’anno vecchio e a tuffarsi in quello nuovo.

1

Livia

Livia stentava a crederci. Lei e Aly, dal suo trasferimento a Londra, avevano sempre snobbato la festa dell’ultimo dell’anno. Tutto quell’imbellettarsi, i locali dannatamente affollati, la gente più ubriaca del solito e l’orda di turisti giunti in città con l’esclusivo intento di tenerla in scacco per quei pochi giorni.

Una volta, in segno di protesta verso chi sa chi, avevano deciso di trincerarsi a casa di Livia, come fosse una serata qualsiasi, salvo poi finire ubriache – nessuna di loro reggeva il vino rosso – a cantare abbracciate sotto una coperta in plaid con un’improbabile stampa di gattini. Livia, il giorno dopo, mentre si aggirava per casa moribonda e senza meta, con un calzino sì e uno no e i capelli più rasta di Bob Marley, aveva trovato Alexis a dormire a faccia in giù sul divano, abbracciata a una bottiglia di Prosecco. Il problema era che nessuna delle due ricordava di aver mai comprato quella bottiglia, che si era dunque materializzata sotto i cuscini del divano come un augurio di buon anno.

In quel momento, oltre ad aver ribattezzato il divano tortora come Il Divano dei Miracoli, aveva anche capito che Alexis era la donna della sua vita. Si erano bastate a vicenda. Prima fino a Randy, a cui Aly aveva fatto posto senza mai dimenticarsi di Livia. E poi a Pedro.

Livia fece il conto di quante cose erano cambiate da quella gloriosa serata, ora che si apprestava a diventare una sorta di donnina di casa, che preparava il buffet per gli amici.

L’idea di invitare qualcuno, e si era sorpresa lei per prima, era stata proprio sua. Non sapeva dirsi quanto questo c’entrasse con il volersi mostrare perfetta agli occhi di Pedro, per reggere un confronto che si era creata lei stessa.

Sarebbero stati giusto Chris e Tracy, Aly e Randy, Nancy e Marcia. Queste due si erano unite solo all’ultimo. Avevano appena trovato la clinica per provare l’inseminazione artificiale. Costava un sacco di soldi, aveva detto Nancy a Pedro ma lui ci aveva letto, e lo aveva riportato poi alla compagna, che Nancy iniziava a prepararsi per il trattamento e stare tranquilla in un’ambiente familiare le era sembrata la scelta più giusta. Quello che affascinava Livia, e in qualche modo spaventava a morte, era il fatto che tra Nancy e Marcia c’era stata una scelta su chi avrebbe condotto la gravidanza. Si era messa nei loro panni, aveva rivisto le loro conversazioni. Sarà stata una scelta automatica, dettata dal lavoro di Marcia? E magari questo aveva coinciso con la voglia di Nancy di portare il bimbo dentro di sé?

Non riusciva a darsi risposte, perché non aveva mai avuto molta familiarità con la gravidanza, nemmeno per interposta persona. La donna con figli più vicina a lei era sua cugina Melissa, eppure era così lontana…

Mentre era persa in questi pensieri, rincasò Pedro, che Livia aveva spedito al Sainsbury’s sotto casa a fare rifornimento di patatine.

Lui, come al solito, appoggiò sul tavolino d’ingresso il portafogli e le chiavi, poi si sfilò il cappotto e infine si sfregò le mani. 

Era un rito che nemmeno sapeva di compiere ma di cui Livia si era subito innamorata. In quel breve minuto era come sospeso. Era già in casa ma ancora non c’era, rimasto per un ultimo secondo nei pensieri che poi lasciava fuori dalla porta e che lo seguivano solo come una scia di profumo, destinata a svanire.

Quando si girava verso di lei e le sorrideva o la chiamava, allora era tornato.

Questa volta però Livia lo precedette, sorridendogli già. Lui arrossì, colto alla sprovvista, e a lei venne in mente una citazione di Marquez che parla dell’eleganza di arrossire.

Le andò incontro per darle un bacio: “Perché sorridi?”.

“Perché sono contenta che tu sia tornato.”

“Anche se sono inutile con i preparativi della cena?”

“Sì, perché per quello potrò prendermi io tutti i meriti.”

Lui le strinse forte le spalle prima di stamparle un bacio gelido sulla guancia.

“Credi che vada bene quello che ho preparato?”

Livia mostrò a Pedro il roastbeef, che non poteva non servire a degli inglesi, l’insalata di patate, una torta salata agli spinaci e una pizza, mentre contava sulle dita il dolce e le salse per le pita che avrebbe portato Alexis.

“Principessa, siamo in otto. Non in ottanta.”

Pedro la lasciò per andare a cambiarsi, mentre lei dava le ultime mescolate al suo hummus.

Mentre lo sentiva fischiettare, si sentì soddisfatta ma nervosa allo stesso tempo. Per la prima volta, nella sua vita da adulta, si sentiva meno in difetto. Verso la sua famiglia e verso la società stessa. E pensare che la differenza la stava facendo il fatto che adesso avesse un compagno accanto a sé, le causò un’ondata di tristezza, come se la storia dell’emancipazione, dietro cui si era trincerata per tutta la vita, in realtà non fosse altro che una scusa per sentirsi meno sola in momenti come quello. Nello stesso istante si sentì anche stupida, perché non aveva nessun motivo valido per sentirsi strana o triste, eppure lei ci stava riuscendo lo stesso.

Le feste hanno sempre questo potere di scombussolarci l’anima, e Livia ci era cascata con tutte le scarpe.

Alle sette e mezza volò a cambiarsi, salvo poi stare per dieci minuti davanti alle porte dell’armadio con la testa reclinata in analisi. Non voleva sembrare troppo formale ma nemmeno troppo casual, con una modella in arrivo: scelse una gonna a palloncino e un maglioncino bianco.

Pedro invece aveva indossato una camicia grigia, ma tanto lui stava bene con tutto. Almeno agli occhi di Livia, che ancora non era riuscita a trovargli un difetto.

Avevano appena sistemato le patatine nelle ciotole, e si era quasi sentita all’altezza di sua madre, quando avevano suonato alla porta.

“Di già? Ma non sanno che è buona educazione fare almeno cinque minuti di ritardo?”

“Quindi tutte le volte che mi hai fatto congelare a Tottenham mentre ti aspettavo cercavi solo di essere educata?” le rispose Pedro prima di aprire la porta.

“Ma quanto siete britannici?” sbottò Livia guardando Randy e Aly alla porta.

“Che avrei fatto, adesso?”

“Sei arrivata puntuale!”

Aly sbuffò prima di fare appena un cenno di saluto a Pedro e porgergli il cappotto senza quasi guardarlo.

La situazione tra i due era ancora tesa. Da parte di Alexis permaneva un astio di sottofondo, mentre lui si affannava in tutti i modi a riguadagnare la fiducia persa. Livia si ripeteva che era solo questione di tempo, che sarebbe tornato tutto come prima, ma non poteva affatto esserne sicura.

Non aveva mai visto Alexis arrabbiata così tanto con qualcuno, nemmeno con la madre che era una donna petulante o con uno dei loro capi in ufficio, un maschilista incallito che Livia aveva mandato a quel paese un paio di volte.

Dunque che lo fosse verso Pedro era grave, e anche tanto, e avrebbe fatto qualsiasi cosa per mettere a posto le cose.

Randy invece manteneva il suo aplomb e chiacchierava volentieri con Pedro. Principalmente di libri o di mostre, visto che il secondo grande amore di Randy dopo Alexis, il calcio, non interessava Pedro più del volo di una mosca per la stanza. E visto quanto Livia lo trovasse uno sport senza fascino, il suo bello aveva acquisito altri punti perfezione.

Randy si accomodò sul divano, mentre Alexis la aiutava a far posto in frigo alla cheesecake fragole e caramello.

Pedro provò a sfoderare il suo miglior sorriso: “Aly, cosa posso offrirti da bere?”

“Qualcosa di analcolico” rispose lei in fretta, e a Livia parve di scorgere una nota nervosa nella voce dell’amica.

“Della soda va bene? Per te invece, Randy? Abbiamo vino bianco italiano o rosso cileno.”

“Scegli bene, Randy!” gli urlò Livia.

“Livi! Perché devi sempre mettermi in difficoltà! Sto con Pedro, però. Rosso, grazie.”

“Ah, ah!” le fece Pedro, “siamo uno a zero!”

“Se è una gara cambio idea, non voglio inimicarmi Livia!”

“Ormai è tardi, Randino, hai fatto la tua scelta. Solo poi non stupirti quando ti troverai una testa di cavallo sotto le lenzuola!”

Il silenzio calò in casa, mentre Pedro iniziava a esser scosso da una risata che a stento stava tenendo a bada.

Aly intanto scosse la testa prima di ricordare a Livia, in labiale, che i genitori di Randy i cavalli li allevavano.

“Era una citazione, no? Il Padrino! Avessi minacciato di rapire Alexis non ti saresti scandalizzato così!”

“Lo so, Livy, ero solo sotto shock per la tua capacità di fare gaffe.”

Mentre i due uomini brindavano alla serata, Aly si era portata alla parete delle fotografie. Livia non ebbe il tempo di chiederle se era tutto a posto, le sembrava troppo silenziosa, che arrivarono Nancy e Marcia. Bellissime come sempre ma con una luce diversa negli occhi, quella dell’attesa. Pedro corse ad abbracciarle visto che del bimbo, o della bimba, che sarebbe arrivato sarebbe stato davvero il padrino, in ossequio alla promessa fatta un tempo.

“A proposito di padrino, lo volete sapere cosa ha appena detto Livia?”

Né Nancy né Marcia trovarono la storia particolarmente divertente, ma loro erano spagnole e non sentivano verso i cavalli la tipica venerazione britannica.

Livia non aveva mai avuto il coraggio di dire ad Alexis e Randy che lei amava gli straccetti di cavallo che la nonna le preparava da piccola quando le appariva deperita, cioè sempre. Sarebbe sembrata ancora più aliena, e già se lo sentiva troppo di suo.

Le due coppie di amici non si erano ancora incontrate, e Livia non poté non notare che Alexis era diventata ciarliera, soprattutto con Nancy.

Le si era seduta accanto e dopo alcuni minuti di chiacchiera inutile, come la chiamava Livia, su meteo e traffico, Aly chiese con garbo dell’inseminazione.

Gli occhi le si illuminarono mentre sentiva Nancy spiegare la procedura, com’era la clinica, quanto fosse in ansia. Aly più di ogni altro, perfino di Marcia, sembrava partecipe di quel racconto, con risposte piene di termini tecnici che Livia non aveva mai sentito nominare in vita sua.

Al suono del campanello, Livia aprì il portoncino e iniziò a credere che ci fosse qualcosa, scritto da qualche parte, che le stava sfuggendo, ostinato.

In quel preciso istante di consapevolezza, Chris entrò in casa sbattendo la porta.

Poi ci si appoggiò e con aria solenne da attore navigato disse: “Ragazzi, sono nella merda.”

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. Aurora Redville

    (proprietario verificato)

    Non vedo l’ora di leggerlo!! in bocca al lupo per la campagna e attendo….

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Katiuscia Napolitano
Nata a Palermo, vivo e lavoro nella bergamasca da vent’anni. Nel 2017 un colpo di testa mi ha portata a Londra e da lì mi sono portata a casa tanti libri, di cui uno scritto da me. Oggi divido il mio tempo tra il lavoro giornaliero e la mia più grande passione, le parole e le storie, in veste di autrice, editor freelance e book blogger. Quando non ho il naso appiccicato a un libro curo le mie piante, passeggio nei boschi vicino casa e, possibilmente, viaggio.
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