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L’osmosi del Coc-co-dril-lo

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La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Giugno 2024
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La mano ferma e precisa del pittore sembrava seguire un confine invalicabile e invisibile.
Il pennello rivelava lentamente i lineamenti di un volto su una tela bianca.
Il rosso, poi il rosa, il nero dei capelli, un verde incerto…ciascun colore contribuiva a delineare il ritratto dell’esistenza del suo autore: Renato Sfamanti.
Egli, atterrito, ne studiava i confini…gli stessi che aveva sempre temuto, come una bugia nuda stesa sulla sabbia.
Decise di osservarlo. Lo guardò da più angolazioni ma non trovò traccia del motore che manovrava la sua esistenza in alcun parcheggio cromatico.
Allora prese a scavare a mani nude tra le dune dei suoi ricordi. Trovò un pennello a punta fine, quello giusto, quello pronto a disegnare nuovi orizzonti… quelli che non pensava di meritare né di poter assaporare.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo romanzo per dare luce ad un lato dei miei pensieri che spesso preferisce rimanere nascosto. Si parla spesso di storie “gloriose” che possano avere un alto impatto scenico. Qui ho voluto dare spazio al percorso di un individuo, pervaso anche da forme di umana incoerenza, elemento, questo, che spesso rivela invece le reali intenzioni.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

 

L’Osmosi del Coc-co-dril-lo

Lo scopo dell’educazione è di aiutarti fin dall’infanzia a non imitare nessuno, ma ad essere te stesso in ogni momento (Krishnamurti)

 

Capitolo 1: Pensieri

Lo sguardo, duro e fisso, l’avevo rivolto verso un punto indefinito della stanza. Strizzavo gli occhi e attorno ad essi comparivano rughe più profonde del Grand Canyon. Cercavo di focalizzarmi su pochi particolari, anche se intorno a me era tutto buio. Non avevo acceso alcuna luce e restarmene immerso nell’oscurità era una sensazione gratificante, paragonabile ad una doccia gelida in una calda giornata estiva in cui il termometro supera abbondantemente la soglia dei quaranta gradi. Quella era mia condizione ottimale, mi piaceva la notte, perché non amavo il giorno e, soprattutto, soltanto in quelle condizioni di luce potevo essere me stesso e sentirmi totalmente libero da vincoli sociali, affettivi e familiari. Il buio era la mia libertà e la mia luce e l’amore della notte era il momento più entusiasmante della mia vita.
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Più di una volta mi era capitato di pensare che l’esistenza di un individuo è proprio meravigliosa e, nonostante il pessimismo generalizzato che ci accompagna, niente e nessuno potrà farmi cambiare idea. Dico questo perché la nostra quotidianità è costituita da piccoli grandi eventi e grandi battaglie. Ci possono essere una lunga serie di porte che si aprono o di eterne soprese a cui siamo destinati una volta girato l’angolo. Durante i nostri trecentosessantacinque giorni annui nessuno sa quali saranno le infinite possibilità o combinazioni in cui potremmo imbatterci.

Io credo fermamente che il nostro animo sia stato programmato per farci gestire le gioie e i dolori della nostra esistenza in maniera abbastanza superficiale. Mi è capitato, più di una volta, di imbattermi in situazioni che mi hanno spinto a convenire con questo pensiero, anche se più ci penso e più ritengo il paragone assurdo e anche un po’ scellerato. Però, penso, e ne sono convinto fin dentro il midollo, che quasi ognuno di noi possa essere paragonato ad un automobilista indisciplinato. Ci sarà capitato spesso di osservare per strada mezzi a quattro, tre o due ruote compiere manovre, sorpassi o azioni molto azzardate. Ma se ci pensate per un istante, qualora queste azioni non andassero a buon fine, si giungerebbe comunque ad una meta: una di queste potrebbe essere il commettere un incidente, dopo il quale ci sarebbe una sorta di calma apparente che piomberebbe, come un disco volante, sulla testa dell’automobilista scriteriato. Questo soffierebbe sulla sua fretta, di colpo evaporata, come fosse stata una candelina e dovrebbe rimboccarsi le maniche e con coraggio per affrontare la pazienza dell’attesa delle autorità competenti, di accordarsi con l’altro automobilista infuriato e di attendere eventuali mezzi di soccorso.

Tutto questo per spiegare che il nostro animo, è sì molto inquieto, ma è anche profondo come un abisso, perché alle volte riesce a superare con un perfetto aplomb la più brutta delle notizie e anche il più profondo dei fallimenti. Nel momento in cui si riceve una valutazione negativa in merito al proprio lavoro o ad un progetto in cui avevamo riposto le nostre segrete speranze e illusioni, mentalmente ci andiamo a spiaggiare sulle sponde del fallimento, ma è possibile anche che dentro di noi la cocente delusione si possa coprire, come se ci si gettasse sabbia e bitume, magari con l’accensione di una nuova fiammella che possa segnare l’inizio di un nuovo corso o l’attesa di un altro, nuovo, evento.

Quella sera mi sentivo veramente melanconico, mi guardavo attorno con occhio inquisitore ma non percepivo né tensione né frustrazione accanto a me. Quella era la mia beatitudine e la fiamma che alimentava la calma interiore. Col passare del tempo la vista si adattava all’assenza di luce e incominciai a scorgere le sagome dei mobili e degli oggetti che erano vicino a me. Vidi che mi trovavo col braccio sinistro che poggiava proprio sul bordo del tavolo e, mantenendolo nella stessa inclinazione con cui avrebbe preso il via una sfida di braccio di ferro, mi misi ad osservare le dita della mano. Con l’indice e il pollice tenevo, ben salda, una biglia di vetro. Era un oggetto da sempre presente nella mia vita e conservava ancora le stesse peculiarità di quando lo avevo acquistato sulla bancarella di un mercatino estivo.

Faceva caldo e avevo sfilato i piedi dalle scarpe, non mi andava di tenerli per terra, per un innato senso di pulizia, per cui poggiai i talloni sulla tomaia della calzatura. Non mi dondolavo sulla sedia e neanche cercavo di muovermi sfruttando le rotelle della sedia. Ero fermo e immobile e, pur essendo al buio, osservavo molto attentamente la pallina di vetro.

La squadrai attentamente e più passava il tempo più la sua visione mi regalava dettagli. All’interno aveva una specie di simbolo misterioso, sembrava un geroglifico o il carattere di qualche altra scrittura spazzata via dai secoli. I polpastrelli della mano non avvertivano alcuna imperfezione. La cosa che più affascinava, e più precisamente ammaliava, era lo strano riflesso della mia immagine.

La mia scrivania era vicina ad una finestra che si affacciava su una strada generalmente trafficata: essendo notte, le macchine che passavano di tanto in tanto portavano qualche raggio di luce dei loro fari che spegneva l’incendio di ombre e buio attorno a me. Fu in quegli istanti di visione chiara e nitida che vidi il riflesso della mia immagine completamente distorto e per nulla naturale. L’occhio sembrava distante dal naso di tanti centimetri e le labbra, che erano sottili, avevano assunto delle sembianze mostruose. La stranezza di quel riflesso mi catturava e inondava la testa dei pensieri più assurdi.

Non potevo distinguere l’iride marrone né il viso scavato, ma quel nuovo aspetto austero sembrava riflettere pienamente la mia vita: strana, difficile e meravigliosamente inconcludente.

 

Capitolo 2: Fiamme

Pian piano qualcosa incominciava a salire a galla…molto lentamente un’ombra sembrava risalire dalle profondità marine e, avvicinandosi sempre più alla superficie, inaugurava la distruzione del riflesso del paesaggio circostante. Qualche bolla d’aria, che saliva dal fondo degli abissi per andare a esplodere in superficie, sembrava anticipare la venuta dell’oggetto che riemergeva da un lontano, lontanissimo, passato.

Con una certa ciclicità, alla stregua del movimento di un topolino nella rotella, le domande, le curiosità e gli angosciosi dubbi, tipici delle nostre esistenze, sembravano riaffiorare con prepotenza e con lo stesso ritmo e tempismo di un esercizio di nuoto sincronizzato.

La domanda che mi sono posto e che continuamente spalanca le porte della mia testa riguarda la possibilità o meno ad alimentare un fuoco, ma non uno qualunque, quello che intendo è il fuoco di una vita. La fiamma di un camino è abbastanza semplice da mantenere accesa: basta un po’ di carta, qualche esca, alcuni ramoscelli e un bel po’ di legna secca da ardere.

Ma per un’esistenza c’è bisogno di altro e di ben più complesso. Forse sono proprio la speranza e le illusioni che ci tengono in vita e alimentano il nostro spirito di una benzina che ci fa programmare altre aspettative e ci fa immaginare piccoli grandi traguardi spesso irraggiungibili. Sono bei sogni e il più delle volte sono destinati a rimanere tali.

Mi chiamo Renato Sfamanti, nel momento in cui scrivo ho quarantasei anni e non sono mai stato sposato. Sono trascorsi, circa, una decina d’anni ma col tempo e con la memoria vorrei riportare indietro il mio calendario e più precisamente vorrei tornare indietro al 31 luglio del 2010.

Certe volte quando chiudo gli occhi e fermo il corso della mia esistenza alcuni flash, urla di terrore e diapositive raccapriccianti affiorano nella mia memoria. Sono ricordi oscuri di quel periodo, ma anche mostri che spesso vengono a bussarmi alla porta, magari con una nuova espressione, con una nuova pettinatura e con un sorriso sardonico: in quei frangenti devo riuscire a capire come affrontare quelle enigmatiche figure, i vecchi spettri che hanno mutato forma e aspetto.

Mi sono deciso a raccontare questa storia solamente ora e soltanto per un senso d’innata giustizia che mi è stato tramandato e di conseguenza mi ha sempre seguito come un’ombra. Sono ormai trascorse molte estati dagli avvenimenti orribili che mi appresto a narrare, ma il ricordo è talmente vivo in me, che mi sembra ancora che la morte e la paura mi siano rimasti seduti di fianco per tutto questo tempo.

Non è mai facile stabilire un punto di partenza. La logica imporrebbe, sempre, di incominciare dal principio in modo tale da non alterare il fluire della cronologia degli eventi. Io sono convinto che questo sia un principio sano e giusto, però sono anche certo che la nostra esistenza sia un lungo e lento sviluppo, in cui fra alti e bassi, vittorie e sconfitte, riappacificazioni e litigate riusciamo in qualche modo a far assurgere la nostra personalità e, per i più bravi, anche le proprie idee.

Potremmo tutti essere paragonati a tanti piccoli fiumi, ciascuno con il proprio flusso: alcuni sfoceranno in mare con un estuario, simbolo, in questo contesto, di una vita più monotematica, ma non per questo negativa; altri approderanno al termine del proprio percorso con un delta, a simboleggiare un notevole arricchimento spirituale.

Per quanto mi riguarda non ho molto interesse a conoscere come giungerò al mio mare, perché comunque al tramonto della vita terrena sono gli altri ad apporre un’etichetta. In questi casi la persona defunta non ha quasi mai voce in capitolo. Quello che m’interessa e che mi affascina è il percorso che compirà l’acqua per raggiungere il suo traguardo.

Col progredire del tempo, il nostro personale flusso d’acqua ingrandisce i suoi argini: le esperienze ci fanno crescere e mutare e ciò arricchisce il nostro bagaglio culturale. Il nostro fiume travolge tutto e nel suo corso rimescola il nostro sapere, tutta la nostra vita e così anche la conoscenza di alcuni concetti viene messa in discussione allo scopo di modificarli e farli crescere con noi. Proprio pensando a questi concetti la memoria mi ha fatto risalire a galla un prezioso aneddoto del passato. Facendo un balzo molto indietro nel tempo mi tornano alla mente un paio di pantaloncini corti bianchi; questi mi arrivavano al di sopra delle ginocchia, ma quello che mi piaceva di più era il drago rosso stampato sulla parte sinistra. Solitamente chiedevo a mia madre di abbinarci una polo rossa che sul petto aveva ricamato un cavallino nero in una specie di scudetto dal fondo giallo. In molte foto con i miei genitori indosso quella tenuta, è possibile che fossero i miei abiti preferiti e, anche a distanza di anni, li ricordo con particolare affetto.

Ricordo che spesso ero vestito così quando trascorrevo il pomeriggio nell’edicola di mio padre.

Avevo nove anni ed ero un bambino alto e magro, poiché mangiavo davvero poco.

Se chiudo gli occhi rivedo la porta d’ingresso di quel locale che riprendeva i colori della sabbia e del mare ed era incorniciata dal dipinto di due palme verdissime e rigogliose che si intrecciavano fra di loro. Sullo sfondo, invece, si intravedeva un enorme sole ormai sulla via del tramonto. Questo suggestivo scenario l’aveva dipinto a mano mio padre, in memoria di un viaggio esotico che aveva intrapreso da giovane. La stessa immagine, con le debite proporzioni, era riproposta anche sul logo del suo ristorante, “Il sole del Sud America”. Questo era situato su una collinetta che si ergeva alle spalle dell’edicola.

Le nostre attività erano collocate ai margini di una trafficata strada provinciale del Lazio. La clientela era molto variopinta, forse perché la via era ad ampio scorrimento e ci si intratteneva sempre in modo non pianificato. Attorno a noi non è che ci fosse un gran paesaggio… da entrambi i lati non si vedeva che questa lunga lingua di asfalto che sconfinava fino all’orizzonte, mentre di fronte c’era una vallata dall’erba incolta. In lontananza si intravedevano le montagne dell’Appennino, ora ricoperte di neve e ora con macchie di verde sempre più grandi a divorare le ultime tracce dell’inverno.

Varcando la soglia d’ingresso dell’edicola, il paesaggio era completamente diverso e anche assai più stimolante. Ricordo della moltitudine di categorie di riviste, figurine, raccolte di vario genere e di oggettini di cui era circondato il mio paziente genitore. A quell’età mi sembrava che tutta la conoscenza del mondo potesse essere racchiusa in quel locale. Mi sedevo dietro il bancone, proprio di fianco a lui, e trascorrevamo il pomeriggio a sfogliare e osservare le più disparate riviste: da quelle per bambini, con i personaggi più strani e assurdi, passando per una lettura di fumetti, a quelle sulle automobili o sugli orologi antichi. Capitava spesso che mio padre, Angelo Sfamanti, trascorresse molto tempo a spiegarmi i più disparati argomenti. Quando voleva parlarmi di qualcosa d’importante metteva le sue possenti mani sotto le mie ascelle e, sollevandomi di scatto, mi faceva sedere con pazienza sulle sue ginocchia.

Con il dito sulla pagina seguivo la pista delle sue spiegazioni. Ancora oggi è viva in me “la lezione” sulle forme e l’aerodinamica di una vettura sportivissima, la Mazda RX-7, da sempre il suo sogno proibito. La descrizione di quella carrozzeria filante e spigolosa era minuziosa; un giorno tentò di spiegarmi il funzionamento della trazione posteriore e, in quella circostanza, tenendo un piatto di plastica come se fosse un volante, fra una strizzatina dell’occhio e veloci movimenti dei piedi, come se stesse azionando dei pedali reali, cercò di spiegarmi come correggere un eventuale sovrasterzo.

È stato proprio questo rapporto speciale tra padre e figlio la chiave di volta della mia infanzia e anche un’impronta indelebile che mi ha accompagnato per la vita. Le continue conversazioni con papà, i costanti confronti, e anche i soventi rimproveri, sono stati il mio pane quotidiano fino all’età di diciannove anni.

Fino a qualche anno fa se avessi dovuto pensare ad un’età in cui mi ero sentito veramente adulto probabilmente avrei indicato, sbagliandomi di brutto, proprio quella. A quell’età lasciai il paesino piccolo e isolato della provincia laziale, per trasferirmi nella Capitale e frequentare la facoltà di architettura.

Non fu una decisione facile da prendere, perché nei piccoli centri, comunque, ci si conosce tutti, la vita è molto tranquilla e generalmente ci si riesce a ritagliare tanto tempo per le proprie attività. Effettivamente devo ammettere, a distanza di anni, che uscire dal proprio bozzolo della tranquillità, ti pone al cospetto di sfide nuove e anche d’improvvise difficoltà, ma infine sono proprio queste che ti fanno crescere in una continua sfida per raggiungere i tuoi obiettivi e per superare i propri limiti.

 

Capitolo 3: La fontana

Uno scatto di cardini secco e preciso, il rumore violento e inevitabile di una serranda d’acciaio che si abbassava al pari di una ghigliottina,

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Malik Tariq Bashir
È nato a Roma nel 1983. Ha conseguito la maturità scientifica presso l’Istituto Massimiliano Massimo di Roma e nel 2007 si è laureato in Scienze Politiche, con indirizzo internazionale, presso l’Università degli Studi Roma Tre. È iscritto all’albo dei giornalisti pubblicisti del Lazio dal 2010.
Ha pubblicato “Il leone bianco” con Faligi editore nel 2009 e “Il profumo dei Valgesi” con Bookabook nel 2022.
“L’osmosi del Coc-co-dril-lo” è il suo nuovo progetto.
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