«A che cosa?»
Teresa non lo sapeva.
«Ad aiutarti.»
Caterina sorrise appena, un sorriso stanco che Teresa non capì se fosse per lei o per quella risposta.
«Va’, va’ a giocare.»
Teresa rimase ancora un poco sulla soglia, poi andò. Il giorno dopo, però, fu lei a raccogliere per prima i piatti dalla tavola e quello dopo ancora si accorse della cesta dei panni prima che Caterina la chiamasse.
Tra tutti i figli, Giovanni era quello che occupava più spazio. Era il primogenito e Caterina pronunciava il suo nome diversamente, non abbastanza perché qualcuno potesse rimproverarglielo, ma abbastanza perché tutti, prima o poi, se ne accorgessero.
«Giovanni.»
A volte bastava sentirglielo dire.
Prima di lui c’era stato un altro bambino. Di quello si parlava poco, quasi mai. Teresa ne aveva sentito il nome una volta, forse due, e non era nemmeno certa di ricordarlo bene. Sapeva che era morto molto piccolo e che, quando qualcuno lo nominava, Caterina trovava immediatamente qualcosa da fare con le mani.
Poi era arrivato Giovanni. Di lui esistevano più fotografie: una sul comò della camera, una nella credenza buona della cucina, un’altra infilata dietro il vetro della madia. In tutte aveva lo stesso sguardo serio e un ghigno di sfida, come se già sapesse di essere stato atteso più degli altri.
Gli altri figli erano arrivati dopo, uno alla volta. Caterina li aveva cresciuti, sgridati, lavati, stretti a sé. Nessuno avrebbe potuto dire che non li amasse, eppure con Giovanni qualcosa cambiava: una mano sulla nuca, una porzione un poco più grande, il modo di aspettarne il ritorno quando faceva tardi.
Teresa osservava e non avrebbe saputo dire cosa provava. Qualche volta, quando la madre chiamava Giovanni dalla cucina, sollevava la testa anche lei, poi tornava a quello che stava facendo.
Giovanni attraversava la casa come se avesse sempre un posto dove andare. Lasciava porte socchiuse, scarpe in mezzo al corridoio, bicchieri sui davanzali, e Caterina lo chiamava dietro.
«Giovanni!»
Lui rispondeva da un’altra stanza.
«Mo’ vengo.»
E quasi mai veniva.
Teresa passava poco dopo, portava via il bicchiere, raccoglieva le scarpe e chiudeva piano la porta.
Le sue uscite erano poche e sempre misurate. Non aveva paura del mondo, ma ogni volta che si allontanava da casa sembrava portarsene dietro una parte, come se qualcosa potesse accadere proprio mentre lei non c’era.
Eppure amava stare all’aperto, e più di ogni altra cosa amava il cielo. Il terrazzo era il suo posto preferito, con il parapetto basso, il pavimento di ceramica color mattone e le fughe larghe di cemento scuro. Lì il respiro diventava più ampio e il tempo sembrava perdere la fretta che aveva nelle stanze di sotto. Si sedeva sullo scalino, sopra l’antica geometria della volta a “mattrotta”, e lasciava trascorrere i pomeriggi guardando le nuvole e le scie biancastre degli aerei. Ascoltava i rumori che arrivavano dalla strada e quelli più lontani, che non sapeva distinguere, e per qualche tempo riusciva a dimenticare ciò che aveva lasciato salendo le scale. Succedeva soprattutto dopo la pioggia, quando nelle fughe del pavimento rimanevano sottili fili d’acqua e il sole li accendeva per pochi minuti. Teresa si chinava e li seguiva con l’indice immaginando strade viste dall’alto: una passava accanto al vaso del basilico, un’altra si perdeva verso il parapetto, un’altra ancora finiva contro una crepa e lì scompariva.
Dava a quei percorsi nomi di città: Lecce, Brindisi, Napoli e, qualche volta, Milano. Erano nomi sentiti dagli adulti, letti su una busta o rubati a una pubblicità. Li pronunciava appena, muovendo le labbra, perché una città detta ad alta voce poteva già somigliare a una disobbedienza.
Poi prendeva un pezzetto di gesso caduto dal muro a nord che subiva lo scirocco, e tracciava sul pavimento una porta. Ci passava sopra con due dita, fingendo che fossero gambe, e quel gioco la divertiva più di quanto avrebbe saputo spiegare. Una volta rise davvero, senza coprirsi la bocca. Le dita erano scivolate nell’acqua e avevano lasciato sul pavimento l’impronta buffa di un viaggio interrotto. La risata le uscì improvvisa, chiara, quasi fuori posto nel silenzio della casa.
Dal piano di sotto arrivò la voce della madre.
«Teresa.»
Non era un rimprovero. Caterina aveva soltanto pronunciato il suo nome.
Teresa rimase ferma un istante, poi cancellò la porta con il palmo della mano, si asciugò le dita sul vestito e rientrò. Sul pavimento restò una traccia di polvere bianca che il vento portò via prima di sera.
Nei pomeriggi di scuola tornava a casa con la cartella stretta al petto e i passi leggeri. La posava, si cambiava e quasi subito i suoi occhi cominciavano a cercare ciò che era rimasto da fare: i panni da piegare, i piatti asciutti da riporre nella credenza, una commissione da fare per la madre. Il mercoledì Teresa non andava a scuola. Era il giorno del mercato e accompagnava Caterina, camminandole mezzo passo dietro, attenta a non intralciare e a non perdersi.
Guardava i banchi, la frutta, le stoffe, i volti, ma quasi sempre dopo che li aveva guardati sua madre. Se qualcosa la attirava — un colore, un giocattolo, un odore — indugiava per qualche secondo, poi riprendeva a camminare.
Al ritorno le sue mani sulle borse arrivavano per prime. Stringeva i manici fino a far sbiancare le dita e percorreva la strada verso casa con passi brevi e regolari. Soltanto più tardi, quando riusciva a tornare sul terrazzo, lasciava cadere le braccia lungo i fianchi e sollevava il viso verso il cielo.
Teresa amava leggere, anche se in casa i libri quasi non esistevano. Non erano vietati; semplicemente non facevano parte delle cose considerate necessarie. E ciò che non era necessario, in quella famiglia, rischiava facilmente di scomparire.
Lei, del resto, chiedeva poco. Così aveva imparato a leggere quello che trovava.
Soprattutto i bugiardini dei medicinali.
Erano foglietti sottili, ripiegati molte volte, coperti da una scrittura minuscola che sembrava fatta apposta per scoraggiare chiunque. Teresa li apriva con pazienza, li lisciava sul tavolo e li percorreva riga dopo riga.
Imparò così parole che gli altri bambini non usavano: controindicazioni, posologia, somministrazione, avvertenze. Le piacevano perché erano precise. Dicevano quanto, quando, per quanto tempo. Non lasciavano molto spazio ai dubbi.
Con gli anni, quando qualcuno in casa aveva mal di testa, la febbre o una tosse che non passava, Teresa era quella che cercava la scatola, apriva il foglietto e leggeva. La madre ascoltava, il padre annuiva e gli altri finivano per fare ciò che lei diceva.
Non era un medico e non guariva nessuno, ma la sua voce aveva imparato a rassicurare. E molte volte bastava.
Crescendo, quando accompagnava Caterina da Claudia, la parrucchiera del paese, Teresa trovò un altro modo di leggere. Mentre la madre restava sotto il casco caldo, lei sedeva in disparte, con le mani in grembo, cercando di occupare meno spazio possibile.
Alla fine Claudia apriva un cassetto e le porgeva alcune riviste già sfogliate, con gli angoli piegati e le copertine un poco scolorite. «Prendile. Tanto io le ho già lette.» Erano fotoromanzi.
Grand Hotel, Letizia, Bolero Film.
A casa Teresa li leggeva sul letto o vicino alla finestra. Le storie si assomigliavano: uomini misteriosi, donne bellissime, amori impossibili, promesse, addii, ritorni. Per lei, però, non erano ripetizioni. Erano possibilità. Finestre su un mondo in cui si poteva desiderare qualcosa senza doverne prima spiegare il perché.
Non immaginava ancora di viverlo. Le bastava sapere che esisteva.
Il padre si chiamava Gabriele, ma al paese tutti lo chiamavano Gabrieluccio. Con il tempo era diventato mesciu Gabrieluccio, anche il nome sembrava aver bisogno di un mestiere per stare in piedi. Lavorava a Lecce, nello stabilimento Fiat, dove faceva il montatore. Montava cilindri idraulici sulle macchine movimento terra, uno dopo l’altro, seguendo un ordine che non ammetteva distrazioni. Partiva quando Castro dormiva ancora e alle cinque del mattino era già alla fermata della corriera, vicino al cimitero, con il giubbotto chiuso fino al mento e la borsa sotto il braccio. D’inverno lo accompagnava il buio, d’estate l’alba.
A quell’ora si parlava poco, come se perfino le parole dovessero aspettare il giorno per mettersi in moto. Gabriele saliva sulla corriera e raggiungeva Lecce, dove passava le ore tra rumori metallici, odore d’olio e gesti ripetuti fino a diventare automatici.
Quando tornava la sera portava addosso una stanchezza compatta e silenziosa. Del resto, parlava poco anche quando non era stanco. Gabrieluccio era un uomo taciturno, parsimonioso con le parole e quasi altrettanto con i gesti. Non per durezza. Nemmeno per mancanza di generosità. Semplicemente certe cose non le aveva imparate.
Suo padre Nunzio era morto presto. Dopo era morta anche la madre, quando Gabriele era ancora ragazzo. Era cresciuto dentro un mondo di uomini nati nell’Ottocento, uomini ai quali nessuno aveva insegnato che un sentimento dovesse essere detto perché esistesse. Si lavorava, si portavano i soldi a casa, si aggiustava ciò che si rompeva. Si rimaneva. Molto altro non aveva nome.
Forse per questo Gabrieluccio aveva imparato a tenere la vita dentro un ordine semplice, fatto di lavoro, casa e necessità. Non era un uomo burbero, non era nemmeno un uomo particolarmente dolce. La dolcezza, probabilmente, non avrebbe saputo nemmeno dove metterla. Quando voleva bene a qualcuno faceva trovare una cosa aggiustata, lasciava il pezzo di pane più morbido, portava una borsa senza chiedere se pesasse. Poi tornava al proprio posto.
Al paese lo rispettavano soprattutto per la sua abilità con i motori. Bastava una Vespa che tossiva o una macchina che non voleva partire perché qualcuno bussasse alla porta. Gabrieluccio usciva, si puliva le mani sul panno che teneva in tasca e ascoltava il motore con la testa leggermente inclinata. Non aveva bisogno di parlare molto nemmeno con le macchine. Aspettava. Ascoltava. Poi metteva le mani nel punto giusto.
Con i figli era lo stesso. Quando entrava in casa, Teresa era spesso la prima a sentirlo e gli andava incontro. Lui la guardava, accennava appena con il capo e continuava verso la cucina. Qualche volta le posava una mano sulla testa passando. Un gesto breve, quasi distratto, che durava meno di una parola. Teresa aveva imparato a riconoscerlo. Tra loro era nata così un’intesa fatta soprattutto di presenza.
In cucina c’era un grande orologio tondo, con le lancette nere e un ticchettio che riempiva i silenzi della stanza. Teresa aveva finito per occuparsene lei: cambiava le pile, regolava l’ora, controllava che non perdesse minuti, e lo faceva con una precisione che riservava alle cose capaci, secondo lei, di tenere insieme il resto.
Quel compito era nato una sera in cui la tavola era apparecchiata da un pezzo, la pasta era cotta e Caterina aveva rimesso due volte il coperchio sulla pentola per evitare che si raffreddasse. Gabrieluccio sedeva a capotavola e non chiedeva dove fosse Giovanni; continuava soltanto a guardare l’orologio, e Teresa si accorse prima degli altri che quel silenzio non sarebbe durato.
Quando finalmente la porta si aprì, Giovanni entrò senza fretta, ancora con addosso l’aria di fuori. Posò qualcosa sul mobile dell’ingresso e arrivò in cucina come se il ritardo appartenesse a un altro.
«Mo’ mangiamo?»
Gabrieluccio alzò il viso.
«Che ora è?»
Giovanni guardò l’orologio appena un istante.
«Quella che è.»
Caterina smise di muovere il mestolo. Teresa sentì il silenzio cambiare.
«Dove sei stato?»
Giovanni si tirò indietro la sedia.
«In giro.»
«In giro dove?»
Lui fece spallucce.
«Fuori.»
Non c’era una sfida aperta nella sua voce; era peggio, perché Giovanni aveva il modo di rispondere che faceva sembrare inutili le domande degli altri. Gabrieluccio appoggiò entrambe le mani sul tavolo e stava per parlare quando Teresa si alzò.
«Papà, l’orologio va avanti.»
Nessuno la guardò subito. Lei prese una sedia, la trascinò contro la parete e vi salì.
«Da stamattina. Me ne sono accorta prima.»
Aprì lo sportellino e portò indietro le lancette di quasi dieci minuti. Appena le lasciò andare capì di aver esagerato. Caterina la guardò, Teresa rimase con una mano ancora sull’orologio e indicò il quadrante.
«Vedi?»
Gabrieluccio fissò prima l’ora, poi Giovanni. Per qualche secondo sembrò cercare la frase con cui aveva cominciato, ma ormai qualcosa si era spostato e non soltanto nelle lancette.
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