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L’ultimo Gatto Mammone

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Il Re dei Gatti ha dato vita alla sua colonia nella campagna toscana. Per la prima volta, l’ultimo dei Gatti Mammoni ha un luogo da chiamare casa e del quale prendersi cura. Dopo aver a lungo cercato i suoi fratelli e le sue sorelle di tenebra e di sangue, senza trovarne traccia, saranno i gatti comuni a fargli da famiglia.
Ma ci sono responsabilità alle quali un Re non può sottrarsi. La richiesta di un suddito morente e l’incontro con una ragazzina dai poteri straordinari, lo porteranno a scontrarsi con l’antico nemico della sua Stirpe: gli Streghi di Lucca. Sono stati loro ad aver causato la sua solitudine? Una terribile verità sta per abbattersi sull’ultimo figlio di Mammon.

Perché ho scritto questo libro?

Ho avuto un gatto per diciassette anni. Quando lo abbiamo preso andavo alle elementari, ci ha lasciati che ormai mi ero fatta donna.
La gente che veniva a trovarci finiva per dargli un soprannome, dopo che lui li aveva spaventati. “Il sindaco dei gatti” e “il gatto di Satana” erano i miei preferiti, perché rispecchiavano la sua personalità che, nonostante gli agi di una vita casalinga, era rimasta piuttosto selvatica. Questo libro parla di una creatura nobile e fiera, come era lui.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prologo

Secondo un’antica superstizione, i gatti neri sarebbero una presenza demoniaca. Portatori di cattiva sorte, sodali delle Streghe e complici del Diavolo.

Pare che alcuni Papi, in tempi medievali, ne abbiano incoraggiato l’abbattimento al fine di scongiurare le tentazioni del maligno. Tutt’oggi, ci sono persone che, trovandosene uno davanti (un gatto nero, non un Papa) preferiscono cambiare strada.

In verità, i gatti neri sono del tutto innocui, per quanto possa essere innocuo un qualsiasi gatto. Il loro manto non gli conferisce oscuri poteri né li rende particolarmente inclini a tormentare la brava gente.

A meno che non si tratti di un Gatto Mammone.

I Gatti Mammoni possono celarsi nel Mondo delle Ombre e muoversi al suo interno a piacimento. Li si può vedere, se si è abbastanza fortunati, soltanto nelle notti più tetre. E solo se sono loro a volersi mostrare. Si nutrono della cattiveria che alberga nelle giovani anime, perché la cattiveria corrompe l’animo e lo rabbuia, rendendolo nero come le tenebre con le quali i Gatti Mammoni condividono l’essenza.

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Capitolo 1 Il Re dei Gatti La Casa Rossa era immersa nella campagna toscana. Si ergeva solitaria nella valle, ai piedi del piccolo paese di Peccioli, circondata da un fitto bosco di querce ed olmi dove gli animali selvatici trovavano rifugio. Erano passati quasi cento anni da quando la famiglia Bessi l’aveva costruita e ormai il rosso dell’intonaco stava sbiadendo in molti punti, attaccato dall’umidità e dall’edera che aveva preso a crescere sui lati più in ombra della casa. Era un rustico casolare a due piani, come erano soliti costruire i contadini, con al piano terra dei grandi fondi, ormai inutilizzati, che un tempo avevano ospitato bestiame e macchinari per l’agricoltura e al piano di sopra un appartamento dove viveva la sua ultima occupante. Quell’autunno era stato particolarmente piovoso e l’aria attorno alla Casa Rossa era resa pesante dai toni muschiati delle foglie ingiallite lasciate a marcire intorno al perimetro della casa. Le temperature non erano ancora scese e di giorno i raggi del sole abbracciavano delicati il vecchio rustico, filtrati dalle chiome degli alberi. Alcuni gatti erano soliti bazzicare per il cortile, in cerca di topi, ed altri se ne stavano sui gradini che conducevano all’abitazione al primo piano, intenti a lasciar assorbire quanto più calore possibile alle loro pellicce. La Signora Bessi era ormai troppo anziana per continuare ad avere cura del grande casolare come quello avrebbe meritato. C’era entrata da ragazza, subito dopo essersi sposata, ma si era sentita serva in casa sua per molti anni; come da tradizione dell’epoca, nella gerarchia femminile della cura della famiglia aveva dovuto sottostare agli ordini della madre del marito, soprattutto dopo che lui era venuto a mancare. La suocera se n’era andata pochi anni prima, dopo una lunga malattia che l’aveva costretta a letto, incapace di prendersi cura di sé stessa. Non era rimasto nessun altro in casa che avrebbe potuto occuparsi di lei. Non era certo un compito per i suoi due figli maschi, si era detta la Signora Bessi. Così si era assunta quel dovere, pensandosi una martire e lasciando trapelare qua e là tutto il rancore maturato negli anni verso la suocera, che fra sé chiamava quella donna. Poco dopo la malattia della nonna, i due ragazzi si erano trasferiti in città, come avevano preso a fare i giovani in quegli anni. Lasciavano i loro nidi di campagna per non farvi più ritorno ed il piccolo paese di Peccioli lentamente si svuotava, le sue botteghe chiudevano per la penuria di clienti e la vita si faceva più solitaria e lenta. Il lavoro e la famiglia tenevano i due ragazzi troppo impegnati, le dicevano, per andarla a trovare. Ma la Signora Bessi non si tratteneva dallo sfruttare ogni occasione per vantarsi di loro con i compaesani quando saliva con la sua vecchia Renault 4 a riscuotere la pensione o a fare compere. Il figlio maggiore era diventato un architetto e questo, ne era certa, le dava il diritto di ricordarlo a tutti in paese, dove i giovani che avevano conseguito una laurea erano ben pochi. “Mio figlio Andrea, sai l’architetto…”, era il suo modo preferito per introdurre un nuovo argomento di conversazione. Il secondogenito aveva ottenuto un lavoro in fabbrica nella città vicina, del quale la Signora sembrava non conoscere alcun dettaglio, ma al contempo era riuscito a sposare una donna bellissima e accadeva spesso che una foto della giovane coppia le cadesse casualmente dal portafogli quando pagava i suoi acquisti alla bottega degli alimentari. “Oh, che sbadata! La foto del fidanzamento di Marco… come dici, è una bella ragazza? Sì, ma certo, era indossatrice prima del matrimonio. Ma una cosa da nulla, per passare il tempo. Grazie, grazie”, faceva. Restava in contatto con i figli tramite il telefono, quella vecchia e rozza scatola che suo marito aveva installato sulla parete del corridoio. Ogni tanto erano loro a chiamarla, per sentire come stesse e, ne era certa, per alleviare il senso di colpa di averla lasciata tutta da sola in un luogo ormai deserto. Ma la Signora Bessi era felice. Dopo anni passati lì dentro a contare poco o niente, adesso la Casa Rossa era sua. Si alzava la mattina prestissimo per dedicarsi alle pulizie e alla cura dell’orto e delle galline. Conduceva una vita rurale, addolcita da pasti frugali a base di formaggio, pollame e vino. Per sentirsi meno sola si metteva spesso a cantare mentre svolgeva i suoi compiti, a volte accompagnata dalla vecchia radio o dalla televisione. Cantare e parlare, anche da sola e a vanvera, erano le due cose al mondo che preferiva. Negli ultimi tempi aveva preso a dare da mangiare ai gatti perché restassero nei paraggi e si occupassero dei topi. Attirati dalla promessa di cibo, arrivavano da chissà dove e decidevano di stabilirsi nel fienile o nei vuoti locali al piano terra del casale. Alcuni, i più impertinenti, si intrufolavano in casa e pretendevano di dormire sulle poltrone e sui tappeti. Alla sera, mentre si preparava la cena, un bicchiere di vino con un pizzico di zucchero da consumare ammollandovi il pane raffermo, era solita mettere insieme qualche avanzo del giorno per i gatti. “Bravi gattini”, gli diceva, mentre loro spolveravano il piatto di frattaglie, scarti di verdure e mollica. “Mangiate tutto”. Nonostante non fossero i benvenuti nella zona notte, le piaceva averli intorno alla sala pranzo perché mangiassero con lei. Aveva preso l’abitudine di parlargli e spesso quelli sembravano ascoltarla veramente, quasi fossero in grado di comprendere cosa dicesse. Con la pancia piena, capitava che la ringraziassero lasciandosi grattare dietro le orecchie o sotto il mento, producendo fusa sommesse. “Ma che bravi, questi gattini che vogliono stare con me”, diceva lei allora. Dopo cena, si attardava con loro nella cucina lasciando che le si accoccolassero ai piedi o si sistemassero vicino al camino mentre lei guardava la televisione. Ma se si mettevano a litigare fra loro, producendo versi orribili alle sue orecchie, o si comportavano in un modo che lei reputava indegno della sua casa non esitava a cacciarli tutti via con la scopa, fuori dalla porta. Non dovevano dimenticare che erano solo ospiti, la Casa Rossa non era casa loro. Ben presto, grazie all’abbondanza di cibo e alla protezione offertagli, i gatti cominciarono a riprodursi. Il casolare offriva diversi luoghi adatti a diventare un giaciglio per le mamme gatte ed i loro gattini, soprattutto al piano di sopra, più caldo e accogliente. Gli armadi che la Signora dimenticava aperti, gli spazi sotto ai letti o ai grandi mobili con le zampe, diventavano anfratti oscuri e sicuri da chiamare tana. La Signora Bessi non fu affatto contenta della novità. Quando le sorprendeva, nascoste in casa sua, intente ad allattare i piccoli appena nati o a stimolarne i pancini con la loro lingua ruvida, le afferrava per la collottola e le sbatteva fuori. “Stupida gatta”, diceva allora. “Che mangia il mio cibo e poi crede di poter vivere in casa mia”. Le gatte lottavano e si divincolavano, disperate, per non essere separate dai loro gattini. Ma la Signora Bessi non si faceva impietosire e le gettava giù dalle scale senza tanti complimenti. Liberatasi della mamma gatta di turno, si recava in bagno e riempiva d’acqua un secchio con aria serena, come se si stesse preparando a lavare i pavimenti. Poi recuperava i gattini dal loro nascondiglio e, uno ad uno, ve li gettava dentro. I piccoli, spaventati dall’assenza improvvisa della loro mamma, miagolavano senza sosta. Quando lei li lasciava cadere nel secchio, questi andavano giù con un piccolo tonfo prima che i loro corpicini riemergessero dall’acqua. Dimenavano le zampine nel disperato tentativo di trarsi in salvo, colpendosi freneticamente a vicenda, ma erano troppi piccoli per riuscire ad arrampicarsi e a saltare fuori dal secchio, via dall’acqua che gli toglieva l’aria. I loro musetti, con le fattezza abbozzate dell’infanzia, restavano a galla per ultimi, la piccola bocca intenta a miagolare e gli occhietti vacui ancora chiusi rivolti verso l’alto. “Shhh. Bravi, gattini. Ora passa tutto”, li rassicurava la Signora Bessi mentre li guardava perdere le forze ed affogare. Quando anche l’ultimo di loro aveva smesso di lottare, rovesciava il secchio nel fosso più vicino, dove faine e altre bestiacce simili si sarebbero occupate dei piccoli cadaveri. Poi riprendeva la sua giornata con tranquillità. Non sapeva che non è saggio sottovalutare il rancore dei gatti. Nei momenti di difficoltà, possono appellarsi al loro magnanimo Re. Sanno che lui verrà in loro soccorso – e sanno anche che la sua bontà d’animo raramente si estende anche agli Umani. I gatti cominciarono a lasciare la Casa Rossa ed i topi tornarono a farla da padroni, depredando il mangime riservato alle galline e intrufolandosi in casa alla ricerca di qualcosa di più appetitoso. La Signora Bessi tentò di riconquistare il favore dei gatti offrendo loro del cibo ogniqualvolta le capitasse di vederne uno. Ma quelli non erano interessati. Quando la notavano avvicinarsi, si allontanavano velocemente per poi voltarsi a fissarla con le pupille dilatate e la coda gonfia. “Bravo, gattino”, diceva lei, chinandosi per chiamarlo a sé. Ma il gatto di turno correva via da lei, per poi voltarsi a guardarla con astio. Un grosso gatto nero aveva preso il brutto vizio di seguirla in giro per la proprietà. Era sicura di averlo intravisto persino in casa, anche se adesso faceva molta attenzione a non lasciare mai il portone e le finestre aperti. Ma quando si voltava per accertarsi che la vista non la stesse ingannando, il gatto sembrava scivolare via nell’ombra. Più di una volta, le era parso che i suoi grandi occhi grigi la osservassero con severità, e non era riuscita a reprimere i brividi. C’era qualcosa di spettrale in quel gatto. Un tardo pomeriggio di quell’autunno, la Signora Bessi tornò dalla sua escursione settimanale in paese per fare compere, e trovò quel gatto nero ad aspettarla. Era appollaiato sulla panchina di pietra accanto alla quale lei era solita posteggiare la sua Renault 4. Mentre stazionava l’auto, incrociò quel severo sguardo felino, puntato fisso su di lei, e provò un senso di vertigine. Per la prima volta si rese conto di come il gatto nero la spaventasse. Era molto più grosso di qualunque gatto avesse mai visto. Il suo manto non aveva le sfumature fulve che sono soliti avere i gatti di quel colore, sembrava disegnato con un tratto marcato da un pittore che avesse scoperto il più nero dei neri, un’ombreggiatura sotto forma di gatto. La Signora Bessi scese dall’auto, il cappotto beige ben annodato in vita e le buste di carta, ricolme dei suoi acquisti, strette tra le braccia. Il gatto sembrò attendere che chiudesse la portiera per balzare con eleganza giù dalla panchina. Atterrò a pochi passi da lei, il corpo nero come la pece che le arrivava all’altezza delle ginocchia, e quei grandi occhi grigi, splendenti e sinistri, che non si staccavano dal suo viso. Restò paralizzata a fissarlo per alcuni istanti, finché lui non emise un miagolio basso e nervoso che le fece sprofondare il cuore nel petto. Cercò di scrollarsi di dosso quella sensazione. Era sciocca, quello era solo un grosso gatto. “Bravo, gattino”, disse piano, chinandosi instabile con le buste tra le braccia. Ma invece di avvicinarsi, il gatto nero si allontanò di qualche passo. Poi si voltò e miagolò di nuovo, nella stessa tonalità profonda di prima. Voleva che lo seguisse. Era un pensiero assurdo, i gatti non erano così intelligenti, si disse. L’intensità con cui la guardava, l’autorità che dimostrava nel comunicarle che doveva seguirlo le facevano battere il cuore all’impazzata. Non sapeva spiegarsi il motivo, non in maniera razionale almeno, ma era bloccata. Il suo corpo si rifiutava di avvicinarsi a quell’apparizione demoniaca. Quando lei non si mosse, il gatto si allontanò ancora e ripeté il suo richiamo inquietante. Il lamento riecheggiò nel cortile, che sembrava caduto in un silenzio totale. Qualcosa, forse una ritrovata energia o un sortilegio, prese possesso del suo corpo e la Signora Bessi scattò in piedi, lasciando andare le buste, che rovesciarono il proprio contenuto sull’erba umida, e prese a seguire il gatto nero. Con passo deciso e la coda bassa, lui la condusse fino ad uno dei fondi situati al pianterreno della Casa Rossa, dove in passato la famiglia di suo marito aveva tenuto le vacche. Era una lunga stanza con due entrate che si fronteggiavano, poste su due lati opposti della casa, e le vecchie porte di legno un po’ storte che il figlio maggiore aveva pitturato di verde molti anni prima. Entrando, la Signora Bessi accese la lampada al neon appesa al soffitto, unica fonte di luce della stalla, che cominciò a ronzare pigramente. L’odore umido della muffa che aggrediva le pareti le faceva storcere il naso, ma continuò a seguire il gatto nero finché questi non si parò davanti alla porta sulla parete opposta della lunga stanza. Lì si voltò e i suoi spettrali occhi grigi tornarono a fissarla. Si sedette con eleganza, sbarrandole quell’uscita, e il suo corpo nero come la pece, i cui contorni si confondevano nella scarsa luce della lampada al neon, parve ingrandirsi. “Sei stata molto cattiva”, le disse con voce profonda e morbida. La Signora Bessi rimase a guardarlo con occhi spalancati. Era davvero un’apparizione demoniaca? La lunga solitudine le stava giocando un brutto scherzo, si disse. “Non mi piacciono particolarmente gli Umani, ma quelli come te li ho proprio in odio”, continuò il gatto nero con tranquillità, come se stesse parlando del tempo. “La tua cattiveria è molto appetitosa, ma sei troppo vecchia perché io possa mangiarla… Mi sentirei male, capisci?” La Signora Bessi si ritrovò ad annuire, ancora incapace di chiudere gli occhi, anche se non stava capendo niente. Forse, assecondandola, l’allucinazione sarebbe sparita. “E tuttavia non posso lasciare che tu resti impunita”, concluse il gatto nero, lasciando chiaramente intendere come quella fosse una minaccia. Avrebbe voluto chiedergli cosa volesse farle, ma non era sicura di voler conoscere la risposta. “I gatti non parlano”, si sentì dire, sicura di avere ragione. “No, in genere no”, concesse il suo interlocutore. “Eppure miagolano, fanno le fusa. Cercano come possono di comunicare con gli Umani, se proprio devono. Come le gatte che hai strappato dai loro gattini, ad esempio. Loro ti hanno supplicata di lasciarle stare, ti hanno minacciata di grande dolore se avessi toccato i piccoli, ma tu non hai voluto ascoltarle”. La Signora Bessi prese a scuotere la testa meccanicamente, concedendosi di chiudere gli occhi. “Le mie parole ti infastidiscono, forse?”, chiese con disgusto il gatto, prima di continuare. “Anche i gattini che hai ucciso cercavano di comunicare con te, sai? Ti chiedevano aiuto mentre affogavano. Non capivano”. Ad ogni frase che pronunciava, gli occhi del gatto si caricavano di odio e la Signora Bessi non poté trattenersi dal provare un brivido lungo la schiena. I suoi polmoni sembravano incapaci di trattenere l’aria e sentiva qualcosa ostruirle la gola. Si voltò, decisa ad andarsene e lasciarsi alle spalle quella bestia inquietante e le sue parole, ma scoprì di essere in trappola. All’altro lato della grande stanza, proprio davanti alla porta dalla quale erano entrati insieme poco prima, si era radunato un gran numero di gatti. La fissavano con pupille nere cariche d’odio. Alcuni se ne stavano seduti, intenti a ringhiare e brontolare, altri camminavano su e giù nervosi, con le code frementi. Quando incontrava i loro sguardi, le soffiavano contro tutto il loro risentimento. “Ma che bravi questi gattini”, disse con voce incrinata. Fece un passo verso la porta e all’unisono i gatti scattarono verso di lei in una cacofonia di ringhi aggressivi. “Lasciatemi andare”, supplicò, mentre le gambe cedevano e cadeva per terra. “Ti prego, non fatemi del male”, disse rivolgendosi al grosso gatto nero. “Ho sbagliato, mi dispiace. Davvero, lo capisco… anche io sono mamma”. “Ah, i tuoi due ragazzi”, fece il gatto, come ricordandosi improvvisamente di loro. “Andrea e Marco, se non sbaglio. Dimmi, da quanto non hai loro notizie?” “Non avrai… cosa gli hai fatto?”, chiese la Signora Bessi portandosi le mani al petto. “Niente di che. Ho solo giocato un po’ con la loro memoria, non hanno idea di chi tu sia ormai”, la informò. “Se posso dirlo, sono stato fin troppo magnanimo. Un figlio per un figlio sarebbe stato più che giusto, non trovi? Ma tu non ne hai avuti abbastanza da fare ammenda e allora ho dovuto arrangiarmi”. “Chi ti credi di essere per fare una cosa del genere?!”, sbraitò l’anziana donna. I suoi due motivi di orgoglio non potevano essersi dimenticati di lei. “Il Gatto Mammone”, fece lui con un gesto educato del capo, come a scusarsi del fatto di non essersi presentato. “Per gli Umani non sono che una storia per bambini, ma per i gatti io sono il loro Re. Non c’è gatto in difficoltà che non riceva il mio aiuto, se sa come chiederlo. E i gatti di questa colonia lo hanno chiesto… quanto dolore hai causato, vecchia. Hai ucciso i miei sudditi più innocenti e maltrattato le loro madri”. “Ma tu non capisci, erano troppi! Cosa avrei dovuto fare, sfamarli tutti? Prendermeli tutti in casa? No, questa è casa mia! Mia!”, stava urlando e scandiva le parole con gesti ampi delle braccia. “Non avevo altra scelta!”

2024-02-18

Aggiornamento

Oggi sono stata ospite del "Circolo dei giovani lettori" della mia città, Ponsacco. Ho avuto modo di parlare ai ragazzi del libro, del folclore locale al quale è ispirato e di leggere loro un breve estratto. Sono giovani lettori curiosi ed intelligenti, con tante domande e voglia di cimentarsi loro stessi nella scrittura. Sono felicissima che il secondo evento a sostegno della campagna sia stato così positivo e promettente! PS. Abbiamo raggiunto e superato il primo goal dei 60 ordini!
2024-01-27

Aggiornamento

Si è tenuto presso la libreria della mia città il primo evento a sostegno della campagna di crowdfunding de "L'ultimo Gatto Mammone". Ringrazio la Libreria Venagli per avermi ospitata per la presentazione e tutt ele persone che si sono dimostrate interessate alla storia del Gatto Mammone. Il primo obiettivo dei 60 preordini è quasi raggiunto!
2024-01-26

Aggiornamento

Si è tenuto il primo evento a sostegno della campagna di crowdfunding de "L'ultimo Gatto Mammone", presso la libreria della mia città. Ringrazio la Libreria Venagli e tutte le persone che si sono dimostrate interessate alla storia del Gatto Mammone. Il primo goal dei 60 ordini è ormai vicinissimo!

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Greta Vanth
Greta Paperini è nata a Pisa nel 1991 e non ha mai lasciato la Toscana se non per brevi viaggi di piacere. È laureata in Scienze Politiche e lavora (a volte) come impiegata. Scrive sotto lo pseudonimo di "Greta Vanth" perché, fin dai tempi delle elementari, tutti le ripetono quanto il suo cognome sia simpatico.
Ha un cane ma ama i gatti tanto da scrivere un libro con uno di loro come protagonista. "L'ultimo Gatto Mammone" è il suo romanzo d'esordio.
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