Luna e Cristiano si conoscono durante un concerto e dopo aver trascorso insieme la notte decidono di non tornare a casa. A ospitarli nella campagna toscana c’è Anita, un’amica di Luna che gestisce una trattoria poco distante dal Pratino, misterioso luogo di pellegrinaggio in cui sta per svolgersi una festa tradizionale. Su proposta di Anita, Cristiano inizia a lavorare in trattoria. Nella sonnacchiosa vita di provincia, improvvisamente arriva a far visita Alfredo, il figlio ventenne di Luna, che annuncia di voler interrompere gli studi.
A pochi passi dal bosco ballano. Ballano tutti.
Qual è la forza che attira da secoli le persone al Pratino?
Sulla scia di questa domanda, in Cristiano inizia a prendere forma un richiamo intenso e doloroso, tra vecchi incubi e nuove speranze. Con il trascorrere dei giorni Cristiano si coinvolge sempre di più nella relazione con Luna, i cui comportamenti enigmatici sembrano essere tenuti nascosti dalla gente del borgo…
Noi veniamo dal Nord. E tu?
Perché ho scritto questo libro?
Ho scritto “Luna dell’altro” mosso dal desiderio di sottolineare quanto una comunità attiva possa essere in grado di costruire connessioni vere, capaci di restituire valore e dignità alla vita di ciascuno. Luna dell’altro usa l’immagine del Pratino, luogo di pellegrinaggio nascosto nella campagna toscana in cui capitano anche i protagonisti, per delineare le caratteristiche di un ambiente in grado di accogliere l’altro e ricomporre le fratture interiori dei suoi visitatori…
ANTEPRIMA NON EDITATA
Fare l’amore con Luna diventa una regola prima di scendere in cucina a prendere gli ordini della giornata. Fa da cornice lo scoppiettio dei trattori e l’aroma di soffritto che sale in camera intorno alle otto di mattina. Quando arriva il momento di parlare, di solito dopo aver fatto l’amore, anche se a volte sono proprio i contenuti dei racconti a creare le condizioni perché s’inverta l’ordine, Luna appoggia la schiena sulla testiera del letto e stringe le gambe sul seno. I suoi occhi si assottigliano per rovistare meglio tra i ricordi e se hanno bisogno di un appiglio, vanno alla ricerca di qualcosa di stabile. Il palo della luce oltre la finestra. La cabina dell’elettricità. Cristiano in quei momenti per lei non esiste, nel senso che potrebbe essere un uomo qualsiasi seduto su una poltrona che fa da spartitraffico dei suoi pensieri. Un vigile sensibile. Luna gli chiede di non commentare. Al massimo, di farle domande dirette, che affondino al centro di quello che vuole sapere, senza troppi giri di parole.
Alfredo arrivò quando andava in giro per l’Italia a vendere prodotti di bellezza. Lei lo concepì con un autista di pullman a Napoli o a Bari, perché quel fine settimana con l’autista fecero sesso due volte. Una a Napoli e una a Bari. Una volta più intensa, più sporca, più tutto dell’altra. A Napoli o a Bari Luna avrebbe dovuto chiedere all’autista di stare più attento, ma si sa, è difficile pregare un uomo di concludere diversamente. E poi lui era talmente focoso che ancora a Luna s’illumina lo sguardo. L’autista lei lo avrebbe seguito dappertutto, avrebbe passato il resto della sua vita a versargli aranciate e a tenere aperte cartine geografiche sul cruscotto ma tempo due mesi lui la lasciò.
Camera di Luna non è cambiata. A Firenze ci sono ancora i poster degli idoli musicali di venti anni fa attaccati alle pareti e le collezioni dei souvenir chiuse a chiave in delle vetrinette di quando era adolescente. Bamboline, statuette di canini, filtri per farsi le canne, scatole di preservativi con sopra scritto luogo, data e ora, perché il sesso quando Luna iniziò a farlo diventò presto un diario di bordo da aggiornare tutti i giorni. Un calendario da riempire con crocette, segni più, segni meno e vari altri simboli. Dipendeva dalle circostanze. Dalle occasioni. Da piccola Luna aveva amici immaginari con cui ballava davanti allo specchio. In prima superiore prese quattro a inglese e per tre giorni stette ospite da un’amica. Sua madre, che è morta qualche anno fa, la cacciò da casa perché voleva avere una figlia che imparasse bene le lingue. Di lei conserva la catenina di argento che porta al collo. Sì e no dieci grammi. Troppo poco per chiamarli affetto.
Insomma Luna la mattina parla di sé con distacco, allo stesso modo in cui si potrebbe sporgere una denuncia contro ignoti per il furto di un oggetto a cui non tenevi molto. Se vogliono rimanere intimi, Cristiano e Luna sentono musica in camera altrimenti si siedono sui cuscini del soggiorno di Anita, godendosi una casa tutta per loro. Durante un pezzo di musica commerciale, scelto apposta per canticchiarci sopra, Luna accenna al rapporto con suo padre. “È la canzone giusta per descriverlo” dice. Le gira un bonifico ogni quindici giorni, quasi che Luna svolga il mestiere di figlia. E ad Alfredo il nonno paga generosamente affitto e spese universitarie.
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Quando è triste Luna non parla molto. “Va bene se restiamo così” dice. “In silenzio. Fermi”.
Per lei restare ferma in certi momenti è importante. Ecco allora che, arrestato il flusso del suo racconto, si accorge dell’uomo che le sta seduto davanti sulla poltrona ad ascoltarla. Passano i giorni e lunedì è una mattina buia anche se è fine luglio.
“E tu cosa mi racconti di te?” chiede Luna a Cristiano.
Glielo chiede come nessun’altra donna è stata mai capace di chiederglielo. Glielo chiede con la leggerezza di chi può ascoltare i peggiori ricordi perché ha a disposizione uno spazio ampio per contenerli.
Così, Cristiano le parla di sua sorella. Gli viene spontaneo farlo, come se quelle parole fossero lì a disposizione e aspettassero da anni l’interlocutore giusto. Anna arrivò senza essere cercata e colse impreparato suo padre. Fu l’unica a fregarlo giocando d’anticipo e beccandosi la parte migliore di lui. Morì a cinque anni e tutto avvenne in pochi istanti, proprio come il concepimento di Alfredo.
“Incredibile quanto vita e morte si assomiglino” commenta Luna facendo i ghirigori sui suoi capelli.
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Quando Anna morì, Cristiano di anni ne aveva dieci. Dopo un po’ i suoi genitori si separarono non sapendo bene cosa fare con un figlio rimasto. I figli rimasti appartengono a una razza strana. Per un verso sono oggetto di mille attenzioni e per un altro diventano figli in eccesso, proprio perché sono i rimasti. Qualcosa di simile avviene per i sopravvissuti a un attentato o a una catastrofe naturale. Lui ed Evaristo hanno seguito diversi programmi in cui si parlava di questo attraverso testimonianze dirette. Prima di separarsi, però, i genitori di Cristiano restarono insieme per umiliarsi. Impazzirono entrambi, al punto che da bambino Cristiano pensava che, tra un tradimento e l’altro, suo padre, che si chiamava Michele, e sua madre, che si chiamava Marta, avrebbero finito per incontrarsi di nuovo e vivere felici da amanti.
“Che cosa hai visto da piccolo?” gli domanda Luna iniziando di nuovo il rituale dei baci che scendono a piombo.
“Non… non saprei”.
“Provaci. Ti aiuto io”.
Il padre lo vide sbattere la testa fino a farsi venire i lividi. Urlava siete voi i colpevoli. Siete stati voi a rovinarmi. La madre invece cominciò a descrivere al figlio rimasto come scopano gli uomini, che non è esattamente l’argomento migliore per intrattenere un bambino. Questo report pornografico, però, era forse l’unica forma di attenzione che sua madre era ancora in grado di dare a un figlio per aiutarlo a farsi valere nella vita. Un giorno Marta disse vattene a Michele e lui lo fece per davvero. Da quel che Cristiano ne sa, Michele si è trasferito in Francia a gestire un autolavaggio vicino Nantes. Marta invece sta con un impresario di Trento da molto tempo. Abita in una villa a tre piani che a giudicare dalle foto pare un convento, come se avesse deciso di punirsi così, dentro a una casa che non si scalda mai e con le pareti lunghe sei metri.
“E poi?” chiede Luna a Cristiano prima di mettergli la mano sulla bocca.
E poi tutto è scivolato via e Cristiano si è ritrovato a quaranta anni ad ascoltare i Consequenza senza un chiaro destino.
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“Stamani devo andare a Firenze” lo avvisa Luna la mattina di martedì mentre si trucca davanti allo specchio.
“Eh?” dice Cristiano mezzo addormentato.
“Vado a Firenze. Torno stasera”.
“Ma cosa…” balbetta Cristiano. “Sono appena le sei e mezzo…”
“Mi piace essere puntuale”.
“Che devi fare?”
“Altro”.
“Che significa altro?”
“Altro rispetto a quello che faccio qui. Non ti preoccupare. Finché ho in testa te non scopo con nessuno”.
Cristiano le va incontro.
“Vuoi che venga anche io?”
“No” risponde lei andando verso la porta. “Vado a trovare mio padre”.
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