Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors

L’uomo che sfidò Dio

740x420 - 2024-01-18T113853.062
22%
156 copie
all´obiettivo
60
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Ottobre 2024
Bozze disponibili

Nessuno vuole avere a che fare con Dominik, perché Dominik è un ragazzo cattivo. La sua storia inizia tra le nevi del Minnesota dove la sua natura violenta lo porterà ancora minorenne a lasciare la casa paterna in cerca di quel mondo a cui sa appartenere, un mondo fatto di ombre e di sangue e, talvolta, di sbarre d’acciaio. Ed è proprio qui, tra le mura screpolate di una cella del penitenziario di San Quintino, che inizia invece il romanzo. Dominik è ormai un lontano ricordo: da quasi vent’anni, dal giorno del suo primo omicidio su commissione, è semplicemente Jack. Scontata la pena Jack si vedrà affidare un incarico che lo costringerà a lasciare il Paese per San Paolo del Brasile. Ma durante lo scalo accade qualcosa di imprevisto, un incontro che sconvolgerà per sempre la sua vita e rimescolerà le carte delle sue priorità, dando finalmente un senso a una parola fino a quel punto assente dal suo vocabolario: felicità. Fino all’intervento divino…

Perché ho scritto questo libro?

Fondamentalmente per lo stesso motivo per cui ho scritto gli altri, e per il quale continuerò a scrivere: per liberarli. Nella testa di ogni scrittore albergano decine di personaggi che aspettano il loro turno, in attesa più o meno paziente di una storia che permetta loro di esprimere la loro personalità. Nel mio caso Jack ha sgomitato più degli altri, e gliene sono grato perché mi ha portato laddove da solo non sarei mai potuto arrivare.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

COME L’OLIVA PER IL MARTINI

Se avessi saputo che piega avrebbe preso la mia vita be’… avrei fatto tutto esattamente nello stesso modo. Mi sarei risparmiato giusto un paio di cazzate magari, tipo quella di Mason City, o la scazzottata con quel tricheco samoano di Totoa Johnson che mi ha ridotto il naso a una polpetta, ma in linea di massima direi che è andato tutto abbastanza liscio.

Per il mestiere che faccio, s’intende.

  Mi chiamo Dominik Mizraky, e sono un sicario.

  In origine, quando ancora mi dilettavo in furtarelli da pochi spiccioli, ero semplicemente “il Raky”. Il Raky di qua, il Raky di là, il Raky ha pestato questo, il Raky ha rubato quello, quel bastardo del Raky si è scopato mia sorella. Fino a che, lasciato il selciato delle cattive intenzioni per imboccare a tutta velocità la superstrada delle cattive azioni, in un’umida sera di settembre, eccolo lì, il mio nuovo nome, quello che mi porto addosso da quasi vent’anni. Mi aspettava nel retro di una macelleria che nel fine settimana veniva utilizzato come sala da gioco, un bel posticino che odorava di muffa e carcassa di animale. Era lì, stretto tra le dita di un uomo di cui avevo visto solamente il volto in fotografia e il cui unico pensiero era come giocare un river* che non avrebbe mai fatto in tempo a vedere. Era lì, il Jack di picche, e un attimo dopo planava fin sotto i miei piedi ormai orfano della mano dell’uomo morto.

*nel poker texano, l’ultima delle cinque carte che ogni giocatore può utilizzare per totalizzare il punto più alto.

Continua a leggere

Continua a leggere

  Fu il giorno del mio primo lavoro su commissione, del mio primo omicidio, il giorno in cui il Raky lasciò il posto a Jack, il giorno in cui intuii che la morte sarebbe stata una parte fondamentale della mia vita, come l’oliva per il Martini.

  Quello della macelleria fu il primo di una serie di eventi che nel corso del tempo mi hanno portato qui, al grand’Hotel San Quintino, California, il penitenziario più famoso d’America. Come ci sono finito? A raccontarlo non ci si crede.

  Non ho mai tenuto il conto degli uomini a cui ho tolto la vita, non sono uno di quelli che segna una tacca sul calcio del fucile o si tatua una lacrima sulla guancia per ogni cristo spedito sotto terra, nessuno comunque degno di un epitaffio strappalacrime, intendiamoci. Ma, come disse qualcuno prima di me, “al fato non manca il senso dell’ironia”. Già, perché quello che mi ha fatto finire nel limbo di San Quintino l’ho ammazzato per caso; capita, sapete, se attraversate la strada senza guardare. Magari incocciate in un utilitaria e ve la cavate con un paio di ossa rotte, ma al tizio è toccata in sorte una Bronco del ’70 da una tonnellata e mezza: ne è uscito come masticato da un drago. Perché non hai tirato dritto, Jack? Perché non l’hai lasciato lì a crogiolare sull’asfalto di Douglass Street e non te la sei filata? Per due motivi. Uno: in meno di cinque secondi si era formato un drappello di curiosi armati di cellulare che avevano fotografato morto, targa, e pure il sottoscritto. Due, perché nello sciagurato tentativo di evitarlo ero andato a sbattere contro un camion degli spurghi fermo sul ciglio della strada. Capite? Una vasca di merda ambulante! In circostanze come quella la polizia si materializza quasi all’istante, come se avessero a disposizione un fottuta macchina per il teletrasporto che li proietta sul luogo del misfatto alla velocità della luce. È inspiegabile.

  Ad ogni modo accadde che le due precedenti condanne per aggressione e rapina, sebbene risalissero a molti anni prima ( ero ancora “il Raky” ), pesassero come una libbra di carne sanguinolenta sul piatto della bilancia del giudice incaricato del caso, che mostrò tanta indulgenza quanta Shylock ne riservò al mercante di Venezia. Un vero pezzo di merda! E allora eccomi qua.

Lo scorso giovedì è stato il mio compleanno, il quarto che festeggio qui dentro. Niente torta della nonna, come potete immaginare, e niente regali, a meno che una manciata di sigarette sciolte e un paio di giornaletti pornografici dalle pagine quasi intonse si possano ritenere tali. In realtà è passata una vita dall’ultimo vero regalo ricevuto per il mio compleanno, ma ne conservo un ricordo vivido. Compivo diciassette anni e mentre gli altri ragazzi del quartiere già scorrazzavano per la città a bordo delle loro auto, io mendicavo pezzi da cinque, da dieci quando a Raky senior sovveniva che il mutuo della casa era estinto da anni.

  Papà non è mai stato uno di manica larga; quando eravamo piccoli, alla festa del paese, il massimo che a me e ai miei fratelli era concesso era un bastoncino di zucchero filato o una frittella, mai tutt’e due, cascasse il mondo. Quel giorno però la banconota aveva cambiato faccia. A fissarmi con alterigia presidenziale infatti non era quella ingrugnita di Abramo Lincoln, né quella borghese e altezzosa di Hamilton. Nossignori: quella volta a scendere in campo fu il campione dei campioni, il padre fondatore Benjamin Franklin. Me la passò di sottecchi, come se fare un regalo di quella portata al proprio figlio fosse una cosa illegale. Fece anche finta di guardarsi intorno per dare più credibilità alla pantomima. Credo di avergli sorriso, ma in realtà avrei tanto voluto conficcagli gli occhiali di tartaruga nel setto nasale. Accolsi comunque di buon grado quell’incredibile slancio di generosità e intascai il centone: era nuovo di zecca, talmente liscio da sembrare falso. « Comprati quello che vuoi,   figliolo », mi aveva detto il filantropo, fiero del suo gesto divino, ed io lo presi in parola. Quando uscii dal retro della bottega di restauri di Minny “la dolce” avevo ancora venticinque dollari di resto in una tasca e una P.38 di seconda mano nell’altra. Non so se vi è mai capitato di stringere un’arma come quella tra le mani, ma se l’avete fatto saprete ciò che si prova. È come un cocktail ben fatto: un terzo eccitazione, due terzi paura, e ghiaccio ad arrivare al bordo, per raffreddare le vene. 

  Minny era una vera leggenda nel quartiere, un’entità astratta a cui a noi altri tiralatte era concesso di articolare solo il nome, il che la rendeva la cosa più vicina ad un oracolo. La chiamavano “la dolce” non perché assomigliasse a Shirley MacLaine, anzi, ricordo che quando la vidi per la prima volta ebbi l’impressione di trovarmi di fronte alla mamma della banda Fratelli. Avete presente? Quella dei Goonies, solo con una stupida vocina da bambina; col senno di poi mi chiedo come facessi a trovarla buffa anziché inquietante. Ad ogni modo il suo epiteto Minny se l’era guadagnato per la tendenza che aveva di farcire i dialoghi con parolacce e bestemmie belle dure; ne ebbi un assaggio quel pomeriggio in cui mi presentai al suo negozio. Mancavano cinque minuti alla chiusura e ricordo che mi aveva accolto con un « Che cazzo vuoi, spruzzino? », per continuare con: « non ti darei nemmeno un tagliaunghie di merda, figurati una pistola del cazzo », per poi concludere con un impeccabile avvertimento rigorosamente in terza persona: « se qualche bastardo rotto in culo ti chiede dove l’hai presa, digli che segui un’alimentazione ricca di ferro e l’hai cacata fuori, o che te l’ha portata Babbo Natale, o il Grinch, ma non fare mai il nome di Minny. Se fai il nome di Minny, Minny manda qualcuno a prenderti, e poi sono cazzi da cagare ragazzo. »  Chiaro, no? Comunque non ci fu mai nessun “curioso bastardo rotto in culo”, anche perché non andavo di certo in giro a sventolarla sotto il naso della gente. Passò un anno intero prima che la canna della .38 vedesse un proiettile vero: fino a quel momento mi ciondolavo in camera mia fantasticando sul momento in cui avrei sparato a qualcuno ( già allora sapevo che sarebbe successo ) e cimentandomi in ridicole imitazioni di Robert De Niro in Taxi Driver. Credo che imitare De Niro sia un must per noi altri, una sorta di provino per dimostrare al nostro culo che non ci sarà bisogno del pannolino.

  Due anni più tardi vidi il mio primo sole a scacchi. Se ripenso a quei giorni ora mi vien da ridere, ma allora me la facevo sotto. Altro che pannolino! Avevo vent’anni e la prigione era quella di Golden, Colorado. Di quel giorno ricordo nitidamente due suoni: il clanck delle sbarre automatiche che si chiudono e l’ululato selvaggio degli altri detenuti, l’eccitazione vibrante nelle loro voci allo spegnersi delle luci. Quella fu la notte più lunga della mia vita, otto interminabili ore passate a fissare il muro, rannicchiato su un materasso spesso come una sottiletta a pensare cosa mi sarebbe accaduto il giorno dopo. E poi c’era l’odore, l’odore del mondo esterno che si insinuava in ogni pertugio come un sadico bastardo venditore di sogni. Allora ti chiedi come hai fatto ad arrivare a quel punto, come se noi altri non lo sapessimo. La verità è che ci nasciamo così, marci, storti, cattivi. Come tanti Pollicino di un ipotetico film di Wes Craven seguiamo le goccioline di sangue, un sentiero millenario tracciato da altri prima di noi, un sentiero quasi sempre troppo breve. In preda allo sconforto ricordo che arrivai perfino a pregare; che mezza sega!

  Quella prima esperienza, se pur breve ( in fondo avevo solo rapinato un emporio, mica avevo ammazzato   qualcuno ) ebbe l’inaspettato effetto di una secchiata d’acqua gelida durante un sonno profondo. Parlare con gli altri detenuti mi aveva fatto comprendere quanto non fossi affatto speciale. Ero solo un ragazzo stupido e violento, una miscela che non mi avrebbe portato da nessuna parte se non in un’altra prigione. Ma la consapevolezza da sola non basta. È come per la gente grassa: sanno che devono smetterla coi cheeseburger e i refill di Dr. Pepper alla ciliegia, sanno che devono alzare il culo dalla loro poltrona preferita e infilare le scarpe da running, lo sanno. Ma c’è bisogno di qualcuno che glielo urli nelle orecchie, qualcuno che stia lì a ricordargli che lo zucchero è il più spietato dei serial killer, un personal trainer che li conduca sani e salvi attraverso il mare delle tentazioni come un nuovo messia. Io, il mio personal trainer l’avrei trovato poco dopo, un italo-americano che stava nel giro grosso, quello serio, quello in cui una testa calda come il giovane me non avrebbe trovato posto neppure come mulo. Credo di dovere a lui il fatto di essere ancora vivo.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “L’uomo che sfidò Dio”

Condividi
Tweet
WhatsApp
Marco Sanga
Nato a Bergamo nel 1976, padre di tre figli. la mia avventura nel mondo tortuoso della scrittura inizia nell'estate del 2000 quando, in attesa del volo che avrebbe portato me e i miei amici a Goa, nel duty free dell'aeroporto di Malpensa decisi di acquistare un libro per tenermi impegnato nelle nove ore che ci dividevano dall'India. fui attratto da un titolo: "una vena d'odio", di un "certo" Wilbur Smith. Non sono mai stato un gran lettore, ma quel libro ha cambiato tutto. Non l'avevo ancora finito, ma avevo già deciso che avrei fatto lo scrittore, o almeno, che ci avrei provato.
Marco Sanga on FacebookMarco Sanga on Instagram
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors