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L’uomo che sfidò Dio

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La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Ottobre 2024
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Nessuno vuole avere a che fare con Dominik, perché Dominik è un ragazzo cattivo. La sua storia inizia tra le nevi del Minnesota dove la sua natura violenta lo porterà ancora minorenne a lasciare la casa paterna in cerca di quel mondo a cui sa appartenere, un mondo fatto di ombre e di sangue e, talvolta, di sbarre d’acciaio. Ed è proprio qui, tra le mura screpolate di una cella del penitenziario di San Quintino, che inizia invece il romanzo. Dominik è ormai un lontano ricordo: da quasi vent’anni, dal giorno del suo primo omicidio su commissione, è semplicemente Jack. Scontata la pena Jack si vedrà affidare un incarico che lo costringerà a lasciare il Paese per San Paolo del Brasile. Ma durante lo scalo accade qualcosa di imprevisto, un incontro che sconvolgerà per sempre la sua vita e rimescolerà le carte delle sue priorità, dando finalmente un senso a una parola fino a quel punto assente dal suo vocabolario: felicità. Fino all’intervento divino…

Perché ho scritto questo libro?

Fondamentalmente per lo stesso motivo per cui ho scritto gli altri, e per il quale continuerò a scrivere: per liberarli. Nella testa di ogni scrittore albergano decine di personaggi che aspettano il loro turno, in attesa più o meno paziente di una storia che permetta loro di esprimere la loro personalità. Nel mio caso Jack ha sgomitato più degli altri, e gliene sono grato perché mi ha portato laddove da solo non sarei mai potuto arrivare.

 ANTEPRIMA NON EDITATA

 

 

 

EPILOGO 

 

È stata una lunga attesa, ma finalmente ci siamo.  

Tra quattro minuti sarò un uomo morto. 

 

 

COME L’OLIVA PER IL MARTINI 

Se avessi saputo che piega avrebbe preso la mia vita be’… avrei fatto tutto esattamente nello stesso modo. Mi sarei risparmiato giusto un paio di cazzate magari, tipo quella di Mason City, o la scazzottata con quel tricheco samoano di Totoa Johnson che mi ha ridotto il naso a una polpetta, ma in linea di massima direi che è andato tutto abbastanza liscio. 

Per il mestiere che faccio, s’intende.  

  Mi chiamo Dominik Mizraky, e sono un sicario.  
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  In origine, quando ancora mi dilettavo in furtarelli da pochi spiccioli, ero semplicemente “il Raky”. Il Raky di qua, il Raky di là, il Raky ha pestato questo, il Raky ha rubato quello, quel bastardo del Raky si è scopato mia sorella. Fino a che, lasciato il selciato delle cattive intenzioni per imboccare a tutta velocità la superstrada delle cattive azioni, in un’umida sera di settembre, eccolo lì, il mio nuovo nome, quello che mi porto addosso da quasi vent’anni. Mi aspettava nel retro di una macelleria che nel fine settimana veniva utilizzato come sala da gioco, un bel posticino che odorava di muffa e carcassa di animale. Era lì, stretto tra le dita di un uomo di cui avevo visto solamente il volto in fotografia e il cui unico pensiero era come giocare un river* che non avrebbe mai fatto in tempo a vedere. Era lì, il Jack di picche, e un attimo dopo planava fin sotto i miei piedi ormai orfano della mano dell’uomo morto.  

 

*nel poker texano, l’ultima delle cinque carte che ogni giocatore può utilizzare per totalizzare il punto più alto.  

  Fu il giorno del mio primo lavoro su commissione, del mio primo omicidio, il giorno in cui il Raky lasciò il posto a Jack, il giorno in cui intuii che la morte sarebbe stata una parte fondamentale della mia vita, come l’oliva per il Martini.  

  Quello della macelleria fu il primo di una serie di eventi che nel corso del tempo mi hanno portato qui, al grand’Hotel San Quintino, California, il penitenziario più famoso d’America. Come ci sono finito? A raccontarlo non ci si crede.  

  Non ho mai tenuto il conto degli uomini a cui ho tolto la vita, non sono uno di quelli che segna una tacca sul calcio del fucile o si tatua una lacrima sulla guancia per ogni cristo spedito sotto terra, nessuno comunque degno di un epitaffio strappalacrime, intendiamoci. Ma, come disse qualcuno prima di me, “al fato non manca il senso dell’ironia”. Già, perché quello che mi ha fatto finire nel limbo di San Quintino l’ho ammazzato per caso; capita, sapete, se attraversate la strada senza guardare. Magari incocciate in un utilitaria e ve la cavate con un paio di ossa rotte, ma al tizio è toccata in sorte una Bronco del ’70 da una tonnellata e mezza: ne è uscito come masticato da un drago. Perché non hai tirato dritto, Jack? Perché non l’hai lasciato lì a crogiolare sull’asfalto di Douglass Street e non te la sei filata? Per due motivi. Uno: in meno di cinque secondi si era formato un drappello di curiosi armati di cellulare che avevano fotografato morto, targa, e pure il sottoscritto. Due, perché nello sciagurato tentativo di evitarlo ero andato a sbattere contro un camion degli spurghi fermo sul ciglio della strada. Capite? Una vasca di merda ambulante! In circostanze come quella la polizia si materializza quasi all’istante, come se avessero a disposizione un fottuta macchina per il teletrasporto che li proietta sul luogo del misfatto alla velocità della luce. È inspiegabile.  

  Ad ogni modo accadde che le due precedenti condanne per aggressione e rapina, sebbene risalissero a molti anni prima ( ero ancora “il Raky” ), pesassero come una libbra di carne sanguinolenta sul piatto della bilancia del giudice incaricato del caso, che mostrò tanta indulgenza quanta Shylock ne riservò al mercante di Venezia. Un vero pezzo di merda! E allora eccomi qua.  

 

 

Lo scorso giovedì è stato il mio compleanno, il quarto che festeggio qui dentro. Niente torta della nonna, come potete immaginare, e niente regali, a meno che una manciata di sigarette sciolte e un paio di giornaletti pornografici dalle pagine quasi intonse si possano ritenere tali. In realtà è passata una vita dall’ultimo vero regalo ricevuto per il mio compleanno, ma ne conservo un ricordo vivido. Compivo diciassette anni e mentre gli altri ragazzi del quartiere già scorrazzavano per la città a bordo delle loro auto, io mendicavo pezzi da cinque, da dieci quando a Raky senior sovveniva che il mutuo della casa era estinto da anni.  

  Papà non è mai stato uno di manica larga; quando eravamo piccoli, alla festa del paese, il massimo che a me e ai miei fratelli era concesso era un bastoncino di zucchero filato o una frittella, mai tutt’e due, cascasse il mondo. Quel giorno però la banconota aveva cambiato faccia. A fissarmi con alterigia presidenziale infatti non era quella ingrugnita di Abramo Lincoln, né quella borghese e altezzosa di Hamilton. Nossignori: quella volta a scendere in campo fu il campione dei campioni, il padre fondatore Benjamin Franklin. Me la passò di sottecchi, come se fare un regalo di quella portata al proprio figlio fosse una cosa illegale. Fece anche finta di guardarsi intorno per dare più credibilità alla pantomima. Credo di avergli sorriso, ma in realtà avrei tanto voluto conficcagli gli occhiali di tartaruga nel setto nasale. Accolsi comunque di buon grado quell’incredibile slancio di generosità e intascai il centone: era nuovo di zecca, talmente liscio da sembrare falso. « Comprati quello che vuoi,   figliolo », mi aveva detto il filantropo, fiero del suo gesto divino, ed io lo presi in parola. Quando uscii dal retro della bottega di restauri di Minny “la dolce” avevo ancora venticinque dollari di resto in una tasca e una P.38 di seconda mano nell’altra. Non so se vi è mai capitato di stringere un’arma come quella tra le mani, ma se l’avete fatto saprete ciò che si prova. È come un cocktail ben fatto: un terzo eccitazione, due terzi paura, e ghiaccio ad arrivare al bordo, per raffreddare le vene.   

  Minny era una vera leggenda nel quartiere, un’entità astratta a cui a noi altri tiralatte era concesso di articolare solo il nome, il che la rendeva la cosa più vicina ad un oracolo. La chiamavano “la dolce” non perché assomigliasse a Shirley MacLaine, anzi, ricordo che quando la vidi per la prima volta ebbi l’impressione di trovarmi di fronte alla mamma della banda Fratelli. Avete presente? Quella dei Goonies, solo con una stupida vocina da bambina; col senno di poi mi chiedo come facessi a trovarla buffa anziché inquietante. Ad ogni modo il suo epiteto Minny se l’era guadagnato per la tendenza che aveva di farcire i dialoghi con parolacce e bestemmie belle dure; ne ebbi un assaggio quel pomeriggio in cui mi presentai al suo negozio. Mancavano cinque minuti alla chiusura e ricordo che mi aveva accolto con un « Che cazzo vuoi, spruzzino? », per continuare con: « non ti darei nemmeno un tagliaunghie di merda, figurati una pistola del cazzo », per poi concludere con un impeccabile avvertimento rigorosamente in terza persona: « se qualche bastardo ficcanaso ti chiede dove l’hai presa, digli che segui un’alimentazione ricca di ferro e l’hai cacata fuori, o che te l’ha portata Babbo Natale, o il Grinch, ma non fare mai il nome di Minny. Se fai il nome di Minny, Minny manda qualcuno a prenderti, e poi sono cazzi da cagare ragazzo. »  Chiaro, no? Comunque non ci fu mai nessun bastardo ficcanaso, anche perché non andavo di certo in giro a sventolarla sotto il naso della gente. Passò un anno intero prima che la canna della .38 vedesse un proiettile vero: fino a quel momento mi ciondolavo in camera mia fantasticando sul momento in cui avrei sparato a qualcuno ( già allora sapevo che sarebbe successo ) e cimentandomi in ridicole imitazioni di Robert De Niro in Taxi Driver. Credo che imitare De Niro sia un must per noi altri, una sorta di provino per dimostrare al nostro culo che non ci sarà bisogno del pannolino.  

  Due anni più tardi vidi il mio primo sole a scacchi. Se ripenso a quei giorni ora mi vien da ridere, ma allora me la facevo sotto. Altro che pannolino! Avevo vent’anni e la prigione era quella di Golden, Colorado. Di quel giorno ricordo nitidamente due suoni: il clanck delle sbarre automatiche che si chiudono e l’ululato selvaggio degli altri detenuti, l’eccitazione vibrante nelle loro voci allo spegnersi delle luci. Quella fu la notte più lunga della mia vita, otto interminabili ore passate a fissare il muro, rannicchiato su un materasso spesso come una sottiletta a pensare cosa mi sarebbe accaduto il giorno dopo. E poi c’era l’odore, l’odore del mondo esterno che si insinuava in ogni pertugio come un sadico bastardo venditore di sogni. Allora ti chiedi come hai fatto ad arrivare a quel punto, come se noi altri non lo sapessimo. La verità è che ci nasciamo così, marci, storti, cattivi. Come tanti Pollicino di un ipotetico film di Wes Craven seguiamo le goccioline di sangue, un sentiero millenario tracciato da altri prima di noi, un sentiero quasi sempre troppo breve. In preda allo sconforto ricordo che arrivai perfino a pregare; che mezza sega! 

  Quella prima esperienza, se pur breve ( in fondo avevo solo rapinato un emporio, mica avevo ammazzato   qualcuno ) ebbe l’inaspettato effetto di una secchiata d’acqua gelida durante un sonno profondo. Parlare con gli altri detenuti mi aveva fatto comprendere quanto non fossi affatto speciale. Ero solo un ragazzo stupido e violento, una miscela che non mi avrebbe portato da nessuna parte se non in un’altra prigione. Ma la consapevolezza da sola non basta. È come per la gente grassa: sanno che devono smetterla coi cheeseburger e i refill di Dr. Pepper alla ciliegia, sanno che devono alzare il culo dalla loro poltrona preferita e infilare le scarpe da running, lo sanno. Ma c’è bisogno di qualcuno che glielo urli nelle orecchie, qualcuno che stia lì a ricordargli che lo zucchero è il più spietato dei serial killer, un personal trainer che li conduca sani e salvi attraverso il mare delle tentazioni come un nuovo messia. Io, il mio personal trainer l’avrei trovato poco dopo, un italo-americano che stava nel giro grosso, quello serio, quello in cui una testa calda come il giovane me non avrebbe trovato posto neppure come mulo. Credo di dovere a lui il fatto di essere ancora vivo. 

  Vivo, ma al fresco, direte voi. A tal proposito vorrei aprire una piccola parentesi, giusto per mettervi al corrente dei fatti. Negli anni novanta è stata aperta un’inchiesta che ha coinvolto i secondini del penitenziario di Corcoran. Gli “squali”, li chiamavano, un branco di guardie che avevano mandato all’altro mondo un bel po’ di detenuti a suon di manganellate. Ecco, da allora i secondini spaccaossa sono stati gradualmente sostituiti con portieri d’albergo. Non che ti abbassino la patta per prendertelo in bocca, ma nemmeno ti spaccano di botte o ti violentano solo per dare un senso alla giornata. Capite quindi se vi dico che la vita in galera non è poi malaccio, soprattutto, e qui chiudo la parentesi, se l’assapori col palato di chi dovrà starci per poco tempo. 

  Come in ogni società anche in prigione l’anzianità maturata garantisce un certo privilegio, una specie di immunità parlamentare per detenuti che potrei paragonare al mantello dell’invisibilità di Harry Potter; ti accorgi di averlo indosso quando le guardie smettono di guardarti. Giunti a questo punto dell’arduo cammino di espiazione dei peccati riesci a vedere un risvolto filosofico perfino in un cacatoio. Insomma, si diventa un po’ euforici. Come si dice? Quando la libertà è dietro l’angolo, ti gusti ogni centimetro di marciapiede.  

  Ah già, non ve l’ho ancora detto: domani è il mio ultimo giorno. Fuori sulla parola, un bel po’ prima del previsto; non v’incazzate, capita spesso. 

  Sapete, credo che darò una bella festicciola per il mio rientro in società. Qualcosa di intimo, giusto un paio di escort, qualche riga di cocaina ( quella vera, mica quella merda ultratagliata che sniffate voi poveracci ), caviale e champagne ( adoro i classici ) e una coppa di fragole per le ragazze. Una camera al Fairmont andrà più che bene, magari vista Alcatraz.  

  Ora sì, potete incazzarvi.    

   

  

 

A PIEDE LIBERO 

Ci sono molte storie che valgono la pena di essere raccontare, ma quella di Jack… credo che valga più di una candela. Lui avrebbe potuto raccontarvela solo per metà, quindi, per evitare confusione, ho deciso di prendermi tutto l’onere. Chi sono io? Per il momento è irrilevante. Lo scoprirete più avanti. 

  Dunque, partiamo dall’inizio, da quel fulgido giorno di primavera in cui i cancelli del penitenziario di San Quintino si spalancarono restituendo a Jack la libertà.  

  Ad attenderlo, sull’altro lato della strada, appoggiato alla fiancata di un anonima Cadillac grigia degli anni novanta e un sigaro Juan Lopez Selecciòn n.2 sistemato all’angolo della bocca, c’era Bully Guardabascio.  

  Bully era un omone pelato di centotrenta chili dalla carnagione itterica, la voce screpola, e un discutibile gusto in fatto di abbigliamento. A riprova di ciò quel giorno indossava un’inguardabile camicia di raso a righe verticali rosse e gialle su un elegante pantalone blu, e sandali ai piedi. Ma Bully era anche la cosa che più si avvicinava ad un amico. Professionalmente parlando, lui e Jack erano cresciuti insieme ed era capitato spesso di doversi guardare le spalle a vicenda.  

  « Cammini bello dritto per uno che si è fatto quattro anni di galera. » 

  Jack sorrise all’allusione, ma era un sorriso contratto.  

  « Non ti preoccupare » proseguì Bully. « Non ho intenzione di ammazzarti. A meno che mi ordinino di farlo. » 

  « E lo faresti? », chiese Jack, mentre le loro mani si stringe-vano all’altezza del petto.   

  « Senza esitare. »  

  Era la verità. L’avrebbe ucciso, proprio come Jack avrebbe ucciso lui a parti invertite. E detto questo si abbracciarono come fratelli.  

  « Sali. Devo portarti dal capo. » 

  Jack annuì, per nulla sorpreso. Mentre faceva il giro dell’auto trascinò l’indice sul cofano polveroso e leggermente ammaccato della Cadillac. « Ti sei fatto l’auto nuova. Bella! » 

   

 

Mentre attraversavano il Richmond-San Rafael Bridge, Jack gettò lo sguardo alla baia. I piccoli piaceri della vita non lo avevano mai stimolato: cinema, morte e prostitute; questo era il suo mondo. Ma dopo più di millequattrocento giorni di carcere anche un uomo arido come Jack si lasciò penetrare dal suo fascino e da quell’infinito senso di libertà che solo una città di mare riesce a trasmettere. Le increspature sull’acqua mandavano bagliori diamantini, prese in prestito in alcuni tratti dalle scie lasciate dalle imbarcazioni. Oltre la sagoma di Angel Island i vetri di San Francisco scintillavano al sole; Jack poteva scorgerne ogni dettaglio, nitidamente. Pigiò il tasto sul bracciolo rivestito in pelle e il finestrino si abbassò silenzioso; chiuse gli occhi e lasciò che l’aria carica di salsedine gli accarezzasse la faccia. Quando li riaprì catturò il suo volto riflesso nello specchietto retrovisore: c’erano dei fili bianchi all’altezza delle tempie e sul mento, e rughe intorno agli occhi.  

  « Allora. Com’è andata là dentro? » 

  La voce di Bully lo scosse dal torpore. 

  « Ho bisogno di scopare, di un bel film e una vodka, e non necessariamente in questo ordine. E tu? La lavanderia? » 

  « Come al solito. La mano è più svelta dell’occhio. » 

  Lavanderie: questa era l’attività di Bully Guardabascio. Ovviamente non erano panni sporchi che si lavavano. 

  Da quando viveva negli Stati Uniti e lavorava per Stephen Corigliano, Bully aveva dato vita a decine di imprese offshore con sede nei più dislocati paradisi fiscali, dalle Isole Cayman a Singapore. Sfruttando a pieno le rigide regole sul segreto bancario, Bully non faceva altro che reintrodurre nel circuito legale i profitti ottenuti da attività illecite, operazione meglio nota come riciclaggio. I soldi entravano sporchi ed uscivano puliti, lindi e profumati come lenzuola fresche di bucato.  

  « Hanno beccato Nino la scorsa settimana », continuò Bully. « Stava rubando un’auto a Long Beach e l’hanno pizzicato ».  

  « Poco male. Si farà un po’ di ferie a Corcoran. » 

  « L’hanno ammazzato, Jack. Era disarmato e quei bastardi lo hanno ucciso. » 

  Nino era un genio dell’informatica col vizio del buco, un parallelismo che lo aveva sempre reso un soggetto particolarmente imprevedibile. Ma era anche il nipote del capo.  

  « Era un povero coglione. Non mancherà a nessuno. »  

  « Aveva solo vent’anni, Jack. » 

  « C’è chi non arriva a diciannove. Può ritenersi fortunato » disse con noncuranza. « Che hai lì dentro? » chiese poi, lanciando un’occhiata annoiata al lettore cd. « Sempre quello schifo anni sessanta? »  

  Bully si era quasi dimenticato della capacità di Jack di cambiare il soggetto di una conversazione con la stessa disinvoltura con cui un trasformista si cambia d’abito. Raramente concedeva più di un paio di minuti ad un argomento, il che suggeriva che non gli importasse un granché di nulla.   

  « Schifo, dici? » Bully selezionò la traccia numero due e un attimo dopo la voce di Etta James si manifestò in tutta la sua struggente bellezza, graffiando l’abitacolo. Lei non voleva renderti schiavo, non voleva che lavorassi tutto il giorno; tutto ciò che voleva era fare l’amore con te.  

  « Allora? » 

  Jack increspò le labbra; non amava la musica, di nessun genere, a parte le colonne sonore dei film di Tarantino e di Sergio Leone.  

  Chiuse gli occhi. « Svegliami quando arriviamo a San Jose. » 

  Era lì che viveva Stephen Corigliano. 

  Nonostante Bully conoscesse Jack da quindici anni e avesse condiviso con lui decine di colpi, risse e sbronze da ribaltare i tori di Pamplona, la sua vicinanza ancora riusciva a metter-lo a disagio. Jack era capace di chiacchierare per ore rimbalzando come una pallina magica tra gli argomenti più disparati e offrirti da bere per tutta la sera, per poi spararti alla nuca non appena gli voltavi le spalle, se quello era il suo intento iniziale. Agiva come fosse immortale, come se gli umani sentimenti fossero cosa che non gli appartenevano. Jack spezzava vite come fossero grissini, e Bully lo temeva; temeva Jack più di chiunque altro uomo sulla faccia della Terra. Osservandolo notò i segni del tempo sul suo volto, ma il cambiamento si fermava lì. Bully percepiva lo stesso male di sempre, la stessa insana luce omicida, lo stesso cuore di pietra.  

  Si passò il sigaro da un angolo all’altro della bocca e tornò a  concentrarsi sulla strada davanti a lui.  

 

IL BOSS 

 

 

Dopo sessantaquattro miglia di asfalto rovente la Cadillac si fermò al 1300 di Senter Road.  

  « Sveglia socio. »   

  Jack si svegliò di soprassalto. Gli servì più di qualche istante per ricordare dove si trovava. Si stropicciò gli occhi e guardò fuori dal finestrino: il parcheggio del Japanese Friendship Garden di San Jose lo riportò indietro nel tempo, al giorno in cui aveva conosciuto l’uomo che ora avrebbe deciso del suo destino. Pescata una sigaretta sghemba dal pacchetto mezzo accartocciato Jack se la portò alla bocca, ma Bully gli impedì di accenderla.  

  « Ti sei fumato un sigaro intero prima, o sbaglio? », protestò. 

  « I sigari profumano. Le sigarette puzzano » fu la sentenza dell’italiano. 

  Senza replicare, Jack se la parcheggiò nell’incavo dell’orecchio. « Senti, mi devo girare tutto il giardino dell’Eden o…? » 

  « Il ponte rosso », precisò Bully. 

  Jack annuì. Tirò la leva dello sportello e il calore della Silicon Valley si riversò nell’abitacolo come acqua da una diga. Lasciò di malavoglia il sedile della Cadillac per ritrovarsi sotto un cielo blu cobalto in cui il sole brillava di una purissima luce bianca. Si chiuse la portiera alle spalle, poi tornò sui suoi passi. Bully se ne accorse e abbassò il finestrino. 

  « Ce l’hai degli occhiali da sole? » 

  Bully si allungò verso il bauletto portaoggetti e gli passò un paio di Ray Ban. Jack li sostituì alla sigaretta trovando un immediato sollievo.   

  « Mi aspetti qui? » chiese, dando fuoco al tabacco. 

  « Vado da Joe’s a mangiare un boccone. Ci vediamo là. »  

  Jack si rabbuiò.  

  Per boccone Bully intendeva pranzo completo, e l’Original Joe’s era il luogo ideale. Il suo pessimo gusto in abbigliamento era compensato da un palato decisamente fine; a discapito della mole infatti, Bully era tutt’altro che onnivoro. Era schizzinoso ed esigente, e le cucine in vista dietro al lungo banco del ristorante italiano gli permettevano di vedere ciò che sarebbe finito nel suo piatto.  

  « Buon appetito, bastardo di un grassone! » si congedò Jack, sputandogli il fumo in faccia dal finestrino abbassato.  

  Dopo averlo abbondantemente insultato, Bully ingranò la marcia e schizzò verso i suoi due etti di linguine agli scampi e la fiorentina da un chilo. 

 

 

Durante la settimana il Giardino Giapponese dell’Amicizia era pressoché deserto; solo qualche mamma col passeggino e anziani solitari in cerca di pace. Mentre camminava lungo i suoi sentieri di ghiaia pettinati ad arte, Jack si guardava intorno. Un luogo come quello, in una giornata tersa e luminosa come quella, avrebbe ritemprato lo spirito di qualunque essere umano. I prati erano verdi e ondulati come in un campo da golf, punteggiati da mille qualità di fiori provenienti da ogni parte del mondo; arbusti ed alberi secolari dalle chiome possenti, e poi torrenti, specchi d’acqua artificiali, ponticelli ad arco, profumi delicati e il canto degli uccelli. Ma Jack non si stava godendo il paesaggio, anzi, avrebbe potuto trovarsi in uno scenario post apocalittico che sarebbe stato lo stesso. Ciò che invece gli occhi scuri cercavano di catturare oltre le lenti verdi degli occhiali era il lampo di luce che tradiva il metallo, il riflesso del sole su un’arma da fuoco. Solo quando giunse al laghetto delle carpe Koi, Jack si rilassò.  

  Riconobbe Stephen Corigliano dal consueto abbigliamento da barca; appoggiato alla traversa del ponticello rosso, gettava bocconi di pane ai pesci. Ancor prima di raggiungerlo, l’uomo lo salutò. 

  « Bentornato al mondo, Dominik. »  

  Solo Stephen Corigliano lo chiamava col suo nome di battesimo. 

  « Grazie » disse Jack, fermandosi al suo fianco.  

  « Non è incredibile? », continuò l’uomo dalla polo nera senza staccare lo sguardo dallo specchio d’acqua. « Si celano sotto la superficie, e tutto ciò che riesci a vedere è lo scintillio delle squame che incrociano la luce, uno ogni tanto. Ma basta gettare loro un tozzo di pane ed eccoli ammassarsi gli uni sugli altri, a dozzine. » La mano, adorna degli anelli che Jack ricordava, si spalancò lasciando cadere il cibo, e un istante dopo l’acqua prese a ribollire. « Avide creature. Quasi quanto l’uomo. »  

  Quella di Corigliano era una voce profonda e priva di accento; i suoi modi di fare pacati e mai scomposti. Jack lo fissò, e vide un vecchio. In quegli ultimi quattro anni la malattia lo aveva consumato. Jack si rese conto di quanto fosse dimagrito dal dettaglio della cintura, chiusa all’ultimo buco. La folta chioma argentea però era ancora tutta lì, scolpita all’indietro nel gel, segno che aveva rinunciato alle cure farmacologiche tradizionali. Jack non ne fu sorpreso. Corigliano non era un uomo dalle mezze misure; semplicemente aveva scelto di vivere pochi anni soffrendo come un uomo, piuttosto che vivere pochi anni e mezzo soffrendo come un cane. Anche i baffi erano curati e pettinati come sempre, il resto del viso fresco di rasoio. La pelle abbronzata dal sole della California non riusciva tuttavia a nascondere lo stato di malessere in cui versava l’uomo. Sul volto, in particolare, le rughe si erano trasformate in profondi solchi scuri. E quando girò la testa per guardarlo a sua volta, vide che anche lo sguardo era cambiato. Gli occhi di Stephen Corigliano erano di un grigio metallico, gelidi come l’acciaio di una spada e ugualmente taglienti. Ma non più. Ora rimandavano a un cielo mesto foriero di pioggia. 

  « Allora, Dominik. Che mi racconti? »  

  « Esattamente quello che vuol sentirsi dire. Ho tenuto la bocca chiusa. Sono uscito sulla parola. »  

  Il boss accennò un sorriso. « Mi riesce molto più difficile credere alla seconda cosa che alla  prima. »  

  Rimasero a fissarsi per qualche istante, il tempo necessario per assicurarsi che il nodo che li legava fosse ancora ben stretto.  

  « Hanno ammazzato Nino » proseguì il boss. Ora la sua voce era piena di sconforto. 

  « Lo so. Bully mi ha raccontato. » 

  « Voglio che sia tu ad occupartene. » Gettò l’ultimo pezzo di pane all’acqua e si pulì le mani strofinandole l’una sull’altra. Dalla tasca posteriore dei pantaloni fece emergere due buste sigillate, e gliele porse. « Qui ci sono i nomi dei due poliziotti che gli hanno sparato. In quest’altra diecimila dollari. Usali come meglio credi. Li voglio morti, Dominik. Li voglio morti tutt’e due. » Mentre pronunciava senza fiato quelle ultime parole, un rivolo di saliva tracimò dal labbro inferiore: col dorso della mano, Stephen Corigliano si affrettò ad asciugarsi il mento.  

  Quello non era un ordine, pensò Jack, ma una supplica, la supplica di un uomo morente il cui ultimo desiderio era vendicare l’assassinio dell’amato nipote prima che la malattia calasse per sempre il sipario. 

    « So di chiederti molto, ragazzo. Dovrai lasciare il Paese, almeno per un po’. »  

  Jack non fece una piega.  

  Uccidere un poliziotto non era come uccidere un uomo qualunque, soprattutto in America; se ti beccavano potevi solo pregare che il diavolo venisse a prenderti il prima possibile. Ma questo non valeva per Jack. Per lui era solo carne viva che doveva diventare carne morta, come tutti gli altri. Corigliano lo sapeva, per quello si era rivolto a lui.  

  « Ti ricordi di Ray? », continuò il boss. 

  Raymond Tealdo era il cognato di Stephen Corigliano, un fratello di vita che aveva accompagnato Jack e Bully – e un’altra mezza dozzina di pessimi elementi – durante le loro prime bracciate nel mare del crimine organizzato, il “personal trainer” di cui Jack vi ha accennato poco sopra. Dopo la morte della moglie aveva lasciato gli Stati Uniti; da dieci anni viveva a Mongaguá, una soleggiata cittadina coi piedi a mollo nell’oceano Atlantico a un tiro di schioppo da San Paolo, in Brasile.  

  « Potrai stare da lui tutto il tempo che vorrai. A incarico terminato vieni da me. So che non mi deluderai ».  

   

 

All’Original Joe’s risuonava l’inconfondibile voce di Dean Martin. 

  Nonostante il locale tracimasse di clienti Jack dovette faticare ben poco per trovare l’amico: balzava all’occhio come un pesce palla sul banco delle platesse. Se ne stava seduto ad un tavolo da quattro, con la bistecca ormai all’osso e una bottiglia di Amarone quasi vuota. Sembrava la versione hippy di un Buddha cinese, col tovagliolo unto infilato nella scollatura della camicia.  

  « Finito lo spuntino? » 

  Bully alzò gli occhi su Jack; non sembrò sorpreso di vederlo ancora vivo. 

  « Arrivi giusto per il caffè. Siediti » lo invitò, con la voce impastata di patate al forno. 

  Jack prese posto sulla pelle bordò che rivestiva i divanetti, sistemati a ferro di cavallo intorno ad ogni tavolo.  

  « Mi è sempre piaciuto questo posto. Deve fare un sacco di grana. » Agguantò la bottiglia di vino e bevve a canna, sferzando la sensibilità gastronomica dell’amico. « Ricordami perché non lo abbiamo ancora ripulito. » 

  « Perché non ci si pesta i piedi tra paesani. E dammi qua! È un vino da settanta dollari non una Dottor Pepper del  cazzo! » Si riprese la bottiglia e si versò ciò che ne restava. 

  Mentre giravano il cucchiaino nell’espresso, Jack tornò a parlare. « Credo che non ci vedremo per un bel pezzo. » 

  Bully lo guardò con un punto interrogativo sul volto.  

  « Corigliano mi ha affidato un incarico. » 

  Bully comprese al volo. « Nino? » 

  « Nino. » 

  « Brutta storia » valutò, succhiando il cucchiaino. « E dimmi un po’: come intendi fare? »  

  Mentre sorseggiava il suo espresso, Jack soppesò la domanda. « White Russian », rispose semplicemente.  

   

         

 

 

 

(BOOM!) 

 

 

Gli agenti di polizia Crutch e Stevenson stavano sorseggiando un caffè in auto, quando il turista bussò al loro finestrino. Parlava un inglese stentato e sembrava avere seri problemi alle dita delle mani: la cartina della città gli era caduta a terra per ben due volte. Dall’aspetto sembrava un europeo, spagnolo o greco. Quando finalmente parve aver compreso per bene le indicazioni per il molo 39 e si allontanò, i due scoppiarono a ridere. « Che deficiente! » commentò Crutch. 

   

 

Stephen Corigliano scese al piano terra della sua villa di marmo stretto in una vestaglia di seta blu. Baciò la moglie sulla guancia e con lei si sedette in veranda in attesa che venisse servita loro la colazione. Da lì la tv non si vedeva, ma l’audio giungeva comunque forte e cristallino.  

  È notizia di dieci minuti fa che un’auto della polizia è esplosa nei pressi della Transamerican Pyramid a San Francisco. All’interno dell’auto c’erano il sergente Donald Crutch e l’agente Gøre Stevenson, morti nell’esplosione. Altri quattro passanti sono stati feriti, uno in modo serio…  

  Ciò che la giornalista della CNN disse in seguito si perse nell’aria calda della Silicon Valley; Stephen Corigliano pianse dalla commozione e baciò il crocefisso d’oro massiccio che portava al collo.  

 

 

 

TOCCATA E FUGA 

 

 

Mentre la bionda correva in bagno a vomitare, la rossa si tirò le lenzuola fin sotto la naso. Come l’altra era nuda, ad eccezione di due splendidi smeraldi di taglio ottagonale che le pendevano dai lobi delle orecchie, il regalo di un cliente facoltoso. Il trucco pesante era ormai sbiadito, il profumo di Saint Loraint ancora vivo sulla pelle lattiginosa; Jack, nudo accanto lei, si passò la mano sull’inguine mentre la osservava. 

  « Che ne dici di succhiarmelo ancora un po’? » 

  La donna biascicò una manciata di parole incomprensibili, per poi voltarsi dall’altro lato. Era esausta e voleva solo dormire. Ma non fece a tempo ad adagiare la testa sul cuscino che si sentì tirare per i capelli e giù, verso il ventre di quel cliente dall’insaziabile appetito.  

  La festicciola privata che si era ripromesso di fare aveva subito un lieve ritardo a causa della richiesta del capo, ma dopo due settimane eccolo nella suite del Fairmont di San Francisco, in compagnia di champagne francese, vodka russa, fragole della California, cocaina colombiana, Jill e Magda, e un’anonima sacca nera che custodiva i centomila dollari che Corigliano gli aveva consegnato in cambio dei suoi servigi. E mentre la sua carne s’induriva e prendeva fuoco nella bocca umida e calda di Magda, Jack pensò all’immediato futuro.  

  L’assassinio dei due poliziotti avrebbe scatenato una caccia all’uomo d’altri tempi. Di certo avevano già ricostruito l’ordigno che aveva fatto a brandelli l’auto e i suoi occupanti, confiscato tutti i nastri delle telecamere di videosorveglianza nella zona dell’esplosione e interrogato i testimoni. In realtà nulla di tutto ciò lo impensieriva veramente.  

  Tanto per cominciare la bomba non era opera sua, ma di un sovietico noto semplicemente come White Russian, un uomo dal passato a dir poco misterioso che si trascinava come un fantasma da una città all’altra; se Jack aveva sudato le proverbiali sette camicie per rintracciarlo, le forze dell’ordine non ci sarebbero mai riuscite. Per quanto riguardava le possibili registrazioni, Jack si era reso irriconoscibile con barba posticcia e cappellino dei 49’ers a ombreggiare il volto. Inoltre si era disegnato un finto tatuaggio a forma di pesce sul lato destro del collo, in modo che fosse ben visibile, e si era infilato in un paio di scarpe più piccolo di due misure, in modo che anche la naturale andatura ne risentisse.  

  La porta del bagno si aprì sbattendo, mettendo in pausa i pensieri di Jack e restituendo alla camera da letto ciò che restava di Jill. Ondeggiava come un filo d’erba al vento, sul suo volto il risultato matematico di una triplice addizione: orgasmo + cocaina + champagne. L’abbronzatura artificiale era sfumata in un malsano azzurro medusa, gli occhi blu divorati da profonde occhiaie. Della scultura bionda con cui di era presentata tre ore prima al bar dell’albergo non restava che un intrico di capelli arruffati, appiccicati alla fronte e alle guance sudate. Nonostante i segnali di imminente svenimento, Jill s’inginocchiò con audacia sul fondo del letto; Jack la chiamò a sé con un gesto del dito. Mentre lei ubbidiva, trascinandosi sulle lenzuola di seta come una gatta rintronata, Jack si succhiò l’indice e, allungandosi verso il comodino di fianco al letto, lo affondò nel sacchetto di cocaina. « Tira fuori la lingua », le ordinò. Jill spalancò la bocca e l’odore acre del vomito lo raggiunse, eccitandolo ancora di più. Le passò il dito impolverato sulla lingua e la spinse verso il basso.  

  « Riposati un po’, splendida dea dai ricci di fuoco. Lasciane un po’ per la tua amica. »  

  Magda si scostò obbediente e la bionda prese il suo posto. « Tu puoi continuare qui » disse, avvicinandole la bocca ad un capezzolo. 

 

VERSO SUD 

 

 

Jack si era sempre chiesto perché tra tanti posti nel mondo i suoi genitori avessero scelto di trasferirsi in una ghiacciaia come il Minnesota. Di origine siriana, l’albero dei Mizraky prosperava in Romania settentrionale da quattro generazioni. Abili nel lavorare e conciare le pelli, i suoi membri si passavano la palla da quasi un secolo quando, nella Primavera del 1973, un frutto aveva deciso di staccarsi per ruzzolare tra le mani di una bella studentessa americana. Era l’anno di Ultimo tango a Parigi, anno in cui la EMI lanciava sul mercato The Red Album e The Blue Album, le prime due raccolte di canzoni dei Beatles; ciononostante i due non sarebbero mai apparsi sulla lista di coloro che avevano contribuito a far impennare le vendite di burro o a diffondere la musica dei “Fab Four”. Spinti l’una verso l’altro dagli intelletti più che dalla chimica, da quella che si poteva definire come una condivisione di prospettive – i due condividevano interessi, per così dire, meno commerciali, come la musica classica, l’arte barocca, e tutto ciò che scintillava – nei diciotto mesi che erano seguiti al loro incontro, che erano serviti ai futuri coniugi Mizraky per terminare gli studi, i due avevano intessuto una fitta corrispondenza dal sapore di melassa in cui si poteva chiaramente percepire la nota aspra dell’ambizione. Preso il dottorato in economia col massimo dei voti, il giovane Mizraky senior aveva finalmente potuto raggiungere la sua amata oltre oceano, a Baltimora, dove avevano immediatamente messo su famiglia. E lì sarebbe cresciuto il piccolo Dominik se i dissidi religiosi tra i suoi genitori e i nonni materni non avessero raggiunto il punto di non ritorno. Di impronta ortodossa ma fondamentalmente ateo, il padre di Jack era sempre stato trattato come un reietto da una famiglia profondamente cristiana, considerato ricco nel portafoglio ma povero nell’anima, un disgraziato destinato al girone più arido dell’inferno. Fedele al marito e al progetto di lusso sibaritico in cui si erano ripromessi di vivere, la coppia aveva messo in vendita l’appartamento, fatto le valigie e tanti saluti. La scelta del luogo in cui trasferirsi fu fatta seguendo un semplice, futile criterio; in fondo, non avendo amici o parenti negli Stati Uniti al di fuori di Baltimora, un posto valeva l’altro. A far vincere il primo premio al freddo stato del Minnesota fu la passione del dottor Mizraky per la pesca: quale posto migliore quindi della “terra dei diecimila laghi”?  Jack aveva solo cinque anni a quel tempo e dei dodici che sarebbero seguiti avrebbe ricordato solo infiniti inverni spacca ossa e sciami di zanzare assetate di sangue.  

  Quando lasciò per sempre la casa paterna Jack era un diciassettenne inquieto e rissoso, con le nocche perennemente sbucciate e birra al posto del sangue, ottime credenziali per chi da adulto avrebbe scelto l’omicidio come mestiere. Tuttavia, rispetto a ciò che sarebbe diventato, si poteva definire ancora un ragazzo ingenuo, e piuttosto che rubare un’auto aveva preferito spostarsi come capitava; treni, autobus, autostop. E fu così che dopo due lunghi giorni di viaggio attraverso paesaggi innevati e strade scivolose era giunto a Mason City, ridente cittadina dell’Iowa dove Jack, per così dire, perse la verginità.  

  Se a quel tempo qualcuno l’avesse girato sotto sopra, oltre all’inseparabile coltello a serramanico compagno di mille imboscate, dalle sue tasche sarebbero cadute solo monetine. Tuttavia si sarebbe reso conto ben presto che mostrare una pistola a una cassiera terrorizzata era come infilare la carta di credito in una cassa continua: un pacco di soldi in un batter di ciglia, e senza la seccatura del codice pin. In futuro avrebbe sperimentato sensazioni ben più forti, ma come per tutte le prime volte, quella all’emporio di Mason City, Iowa, rappresentò il primo fondamentale ingrediente che gli avrebbe permesso negli anni a venire di apparecchiare una tavola sempre più ricca.  

  Quando l’autobus era ripartito in una nuvola di fumo bianco lasciandolo solo su un marciapiedi acquitrinoso, Jack gli si era trovato proprio di fronte. Il parcheggio, una macchia nera incorniciata da cumuli di neve sporca, era desolato. Solo due auto e una motocicletta, una Harley Davidson messa di traverso di fronte all’entrata, suggerivano che all’interno del negozio c’era vita. Senza bisogno di muoversi Jack riconobbe una delle due auto posteggiate, una Gremlin rossa fiammante tale e quale, ad eccezione del colore, a quella di sua madre. L’altra era anch’essa un’utilitaria, quindi la probabilità che appartenessero al gentil sesso, valutò Jack, erano alte. L’Harley, tuttavia, poteva rappresentare un problema. Nonostante la giovane età la sua mente criminale lavorava già nella giusta direzione: valutare tutte le possibilità e prendere in considerazione la peggiore. Ora, chi guidava un mezzo del genere in quegli anni faceva parte di una grande tribù, una comunità di capelloni tatuati vestiti di borchie e pelle nera, cani randagi che all’occorrenza erano in grado di radunare l’intero branco se qualcuno minacciava l’albero su cui pisciavano. Poteva essere un dipendente dell’emporio, ma da come era messa la moto Jack tese ad escluderlo. Il messaggio che lancia una motocicletta parcheggiata di traverso davanti all’entrata di un qualunque esercizio non può essere che di due tipi: « Mi fermo solo un secondo », oppure: « Qui comando io ». Armato di pazienza, oltre che della .38 di Minny la dolce, Jack aveva deciso di aspettare. L’orologio che portava al polso, un pezzo di plastica che aveva estorto a un ragazzino di buona famiglia giusto un paio di settimane prima, diceva che era quasi mezzogiorno. Non metteva qualcosa sotto i denti da più di dodici ore, e dal ventre cominciavano a sentirsi gorgoglii di protesta. Calma, si era detto. Col collo del piumino allacciato fino al mento e il berretto di lana calcato fin sopra gli occhi, aveva preso a muoversi attorno all’isolato, sciaguattando tra il marciapiedi e la carreggiata per evitare le montagnette di neve. Venti minuti e due sigarette più tardi la situazione nel parcheggio non era cambiata. « Fanculo », si era detto infine.  

  Quando varcò la soglia nell’emporio il cuore gli batteva all’impazzata. Notò subito, oltre al brusco sbalzo di temperatura e alla musichetta di sottofondo, che appoggiato al bancone c’era un tizio con dei lunghi capelli castani, intento a chiacchierare con la giovane cassiera. Non indossava alcun indumento di pelle, ma jeans aderenti, giaccone pesante e stivali ai piedi. Dalla tasca posteriore destra faceva capolino una catena di metallo che assicurava il portafogli alla cintura e, appoggiati sul banco, proprio di fianco a lui, c’era un paio di guanti da motociclista. Nessuno dei due gli prestò attenzione e Jack proseguì. 

  L’emporio era luminoso, di modeste dimensioni; tre file di scaffali pieni di prodotti sistemati per genere. Facendo un rapido giro si accorse con soddisfazione che la sua prima deduzione si era rivelata esatta: le auto nel parcheggio erano di due donne. La prima era al banco dei surgelati: teneva il cesto della spesa nell’incavo del gomito e con una mano faceva dondolare dolcemente un passeggino. Era l’unica cliente, quindi, l’altra auto, non poteva che essere della ragazza alla cassa. Mentre attendeva che il capellone si decidesse ad andarsene, Jack si soffermò al banco frigo. Scelse una confezione di wurstel giganti ripieni al formaggio che divorò con entusiasmo.  

  « Quelli hai intenzione di pagarli, vero giovanotto? » 

  Colto di sorpresa, Jack si voltò fino ad incocciare nel volto austero della donna col passeggino; da sopra la montatura degli occhiali, appollaiati sulla punta di un naso affilato come un machete, lo guardava con rimprovero, come una maestra che ha appena beccato l’alunno copiare durante il compito in classe.   

  « No » ripose, senza smettere di masticare.  

  La donna lo fissò allibita. « Allora sarò costretta a chiamare il responsabile. I tuoi genitori non ti hanno insegnato le buone maniere? Bene, te le insegno io. » 

  « Non credo che lo farà. » 

  « Ah no?! E sentiamo: perché? » lo sfidò, fissando lo sguardo severo sul volto spavaldo del ragazzo in attesa di una risposta, che però, non poteva sapere, si trovava ottanta centimetri più in basso.  

  Con un gesto deliberatamente compassato Jack abbassò la lampo del piumino fino in fondo, dopodiché ne scostò il lembo sinistro così che la donna potesse vedere il calcio della pistola che fuoriusciva dall’orlo dei jeans.  

  « Perché se non si incolla quel buco che ha sotto il naso e fa la brava…la uccido. »  

  I lineamenti rocciosi della donna si sgretolarono in un nanosecondo. 

  Aveva già pronunciato quelle parole minacciose in passato, ai tempi della scuola, quando insieme ad altri bulletti si divertiva a derubare e pestare a sangue i ragazzini più deboli. « Se lo dici a qualcuno ti uccido », era la sua frase preferita. Ma il concetto di morte era qualcosa che ancora sfuggiva alla sua giovane mente, e le minacce rimanevano tali. Ma ora, per la prima volta, capì che poteva veramente farlo, e questa consapevolezza gli diede un brivido che mai aveva provato prima. Indugiò con piacere sul volto terrorizzato della donna, poi lo sguardo di Jack si spostò sul contenuto del passeggino; la donna, notando il movimento dei suoi occhi, lo scostò in un gesto protettivo. 

  « Come si chiama? » le chiese. La donna non rispose. « Le ho chiesto come si chiama! »  

  « Sophie. » 

  « Sophie. Bel nome. Quanto ha? » 

  La donna cominciò a singhiozzare. « La prego…la smetta. » 

  Jack notò con piacere come dal tu era passata al lei. « Un anno? », azzardò. 

  « Dieci mesi. Ha dieci mesi, va bene? Ora possiamo andare? » 

  Indifferente alla supplica della donna, Jack s’infilò in bocca l’ultimo boccone di wurstel e si avvicinò al passeggino leccandosi le dita.  

  « La prego » guaì la donna, ma lui la ignorò di nuovo. Si chinò invece sulla piccola, che dormiva. « Cara Sophie, stai per battere tutti i record. Sarai la donna più giovane a prendere parte a una rapina. » 

  Nell’udire quelle parole deliranti la donna si sentì mancare. Il primo pensiero che le passò per la testa fu un pensiero stupido, vista la situazione. Pensò a suo figlio e alla nuora, quella stronza arrogante che le faceva vedere i nipoti col contagocce perché, a parer suo, non la riteneva degna di fiducia. Come avrebbero reagito quando sarebbero venuti a sapere che la nonna aveva lasciato la loro figlioletta nelle mani di uno sbandato che voleva solo mangiarsi un paio di wurstel a scrocco? Gliel’avrebbero ancora lasciata tenere? Ma fu un pensiero che durò poco, giusto il tempo perché l’istinto protettivo avesse la meglio su quello altrettanto atavico come la paura. Dimentica dell’arma spinse via Jack con un colpo di spalla, chinandosi sul fagotto. « Lasciaci stare » sibilò, con una ferocia tale che lasciò Jack a bocca aperta.  

  Contrariato da quell’inattesa reazione, Jack serrò il calcio della pistola e la puntò alla testa della donna. « Mi hai stancato vecchia stronza! Levati! », ringhiò. 

  La voce di Jack riverberò nel negozio deserto giungendo fino alla cassa. « Ehi! Che succede laggiù? » gridò il capellone, scostandosi di un paio di passi in modo da vedere lungo la corsia centrale.  

  Jack lo inquadrò nel suo campo visivo. « Stupida puttana! » ringhiò di nuovo, colpendo la donna alla tempia con il pugno sinistro. La donna stramazzò sul pavimento a scacchiera dell’emporio e Jack, notando il movimento dell’uomo che era scattato nella sua direzione, si affrettò a raccogliere la piccola Sophie dalla sua culla.  

  « Fermo dove sei Rambo, o le sparo dritto ad un piede. » L’uomo s’inchiodò sul posto. « Indietro » gli intimò Jack, e un attimo dopo furono di nuovo di fronte alla cassa.  

  Se la cassiera fosse stata una tipa sveglia avrebbe fatto in tempo a comporre il 911 e a posare il ricevitore in modo da non chiudere la comunicazione; fortunatamente per Jack, non lo era.  

  « Esci da lì dietro », le ordinò. La ragazza, verde di paura, ubbidì senza fiatare. « Mettiti vicino al tuo ragazzo. » Con una rapida occhiata Jack si assicurò che non ci fossero telecamere. Allora solo i grandi magazzini possedevano un sistema di video sorveglianza e l’emporio di Mason City evidentemente non faceva parte della categoria. Sollevato, Jack tornò a rivolgersi alla ragazza.        « Gira la cassa verso di te e vuotala. »  

  « Abbassa la pistola dalla bambina » esordì d’un tratto il capellone, col piglio di uno abituato a comandare. 

  Jack fissò lo sguardo su di lui. « Come vuoi. » Con un movimento fluido del braccio puntò l’arma verso l’uomo, dritta sulle sue parti intime. « I capelli lunghi già ce l’hai » disse.  

  Nel lungo silenzio che seguì Jack poté assaporare quel senso di onnipotenza che dovevano provare gli antichi imperatori, che con un semplice gesto del dito decidevano della vita e della morte di chi imperatore non era. 

  « Ecco qua. Ottantadue dollari e sedici cent. È tutto » si affrettò la cassiera, nel disperato tentativo di sciogliere nell’aria quell’ultimo scambio di battute. 

  « Ti sbagli Barbie, non è tutto. Coraggio, fuori i soldi. »  

  I due vuotarono i portafogli, e alla fine sul banco c’erano più di duecentocinquanta dollari. « Ora da brava, prendi le forbici e taglia il cavo del telefono. E già che ci sei allungami un paio di pacchetti di sigarette e le chiavi dell’auto. Tu, Rambo, le chiavi della moto. » Li fece indietreggiare, raccolse soldi, chiavi e sigarette, e al loro posto lasciò la piccola Sophie, che incredibilmente aveva continuato a dormire per tutto il tempo. « Così giovane e già così vicina alla morte. » Le si accostò col viso e le leccò una guancia. « Cresci bene, chissà che tra una ventina d’anni non torni a farti visita. » 

  Di nuovo fuori all’aria gelida Jack si affrettò verso l’Harley Davidson: infilata la chiave nel blocco d’accensione la spezzò con un colpo secco. Quando la ragazza alla cassa gli aveva consegnato le chiavi dell’auto Jack aveva notato che erano praticamente identiche a quelle della madre. Mentre estraeva il serramanico, Jack passò oltre la Gremlin. Raggiunta l’altra auto si chinò su una ruota e vi affondò tutta la lama con decisione. Senza fretta tornò sui suoi passi e salì sulla Gremlin rossa. Appeso allo specchietto retrovisore penzolava un arbre magique che aveva impregnato di odore di vaniglia l’intero abitacolo; Jack lo stappò e lo gettò fuori prima di chiudere la portiera. Poi mise in moto e ingranò la marcia: l’auto schizzò fuori dal parcheggio slittando pericolosamente. Ora che l’adrenalina stava calando, Jack sentì l’euforia scorrergli nelle vene. Puntò fuori città: la strada filava dritta. Mentre prendeva confidenza con gli pneumatici un po’ troppo usurati della Gremlin e le strade imbiancate della contea di Cerro Gordo, Jack notò che dall’autoradio faceva capolino una musicassetta; con un leggero tocco dell’indice la spinse dentro finché i meccanismi se ne impadronirono facendo vibrare dalle casse la musica dei Man at Work. Ma anche Colin Hay e la sua band, così come l’alberello alla vaniglia, ebbero vita breve: senza alcun rispetto per un pezzo di storia del rock ‘n roll Jack li scagliò lontano attraverso finestrino abbassato. In compagnia del solo suono del motore e di un bel mucchio di banconote fruscianti in tasca, Jack si accese una sigaretta e si rilassò sul sedile. Si sentiva bene. Si sentiva un dio. Ma sfortunatamente per lui, la sua corsa verso sud terminò prima che riuscisse a spendere un solo dollaro.  

  Il capellone Harleysta infatti si scoprì non essere affatto un cow-boy delle due ruote, bensì un figlio di papà ultra laureato e con un conto in banca a sei zeri… e un telefono cellulare nella tasca del giaccone, un vero lusso per quel tempo.  

  La polizia intercettò Jack sulla Federal Avenue, poche miglia fuori dalla città. Accusato di sequestro di persona, aggressione e rapina a mano armata, se la cavò con otto mesi in un carcere minorile perché incensurato. Quando uscì, nell’Agosto dell’89, Jack era pronto e rodato per affrontare la sua nuova vita.      

  Da quel rigido ed emozionante giorno d’inverno erano trascorsi diciannove anni e due condanne, ma anche ora, come allora, l’ago della bussola l’avrebbe portato verso sud.  

  Non salutò nessuno, nemmeno Bully, non perché odiasse gli adii, ma semplicemente perché non gliene fregava niente. Poco importava che solo il giorno prima l’amico aveva trasferito tutto il suo denaro, quasi mezzo milione, su di un conto cifrato in una banca messicana, incanalandoli per vie oscure e praticamente a tempo di record. Non sarebbe mancato a nessuno lì in California, e il fatto lo lasciava completamente indifferente. 

  Giunto all’aeroporto di San Francisco, Jack si soffermò davanti al monitor che mostrava le partenze imminenti. Aveva con sé un solo bagaglio a mano, mezzo vuoto, che lasciò cadere tra le gambe. Con disappunto notò che l’unico diretto per San Paolo era un volo della United che non sarebbe partito fino alle 14:50 del giorno dopo. Ma il colpo di grazia lo ebbe quando posò gli occhi sull’ora di arrivo: le 09:50!  

  « Ehi! » gridò all’indirizzo di un gruppetto di giovani che passavano lì davanti armati di bagagli. « Qualcuno sa quante ore di fuso ci sono da qui al Brasile? » 

  « Brasile, dove? » fece uno. 

  « San Paolo. » 

  « Quattro ore » rispose lo stesso tipo dopo aver consultato il suo i-phone. 

  Quindi erano quindici ore di volo, quindici ore senza poter fumare: Jack avrebbe strangolato qualcuno. « Non esiste! » sentenziò. Senza perdersi d’animo riprese a sfogliare la lista e notò che di lì a un’ora partiva un volo dell’Aeromexico per Ixtapa, in Messico. Durata, otto ore. Da lì avrebbe potuto facilmente raggiungere la capitale e acquistare un biglietto per San Paolo. Soddisfatto del nuovo piano di volo si ficcò la sacca in spalla e, con tutta calma, si diresse al banco dell’Aeromexico.   

2024-03-10

Aggiornamento

Da oggi sulle mie pagine social si possono ASCOLTARE le prime pagine del romanzo, lette dal doppiatore RICORDO NISEEM ONORATO

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Marco Sanga
Nato a Bergamo nel 1976, padre di tre figli. la mia avventura nel mondo tortuoso della scrittura inizia nell'estate del 2000 quando, in attesa del volo che avrebbe portato me e i miei amici a Goa, nel duty free dell'aeroporto di Malpensa decisi di acquistare un libro per tenermi impegnato nelle nove ore che ci dividevano dall'India. fui attratto da un titolo: "una vena d'odio", di un "certo" Wilbur Smith. Non sono mai stato un gran lettore, ma quel libro ha cambiato tutto. Non l'avevo ancora finito, ma avevo già deciso che avrei fatto lo scrittore, o almeno, che ci avrei provato.
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