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A Santa Barbara, alla fine degli anni Ottanta, un serial killer inizia a mietere vittime tra i giovani della città californiana: due monete poggiate sugli occhi sono il segno che lascia sui loro corpi martoriati.

Parallelamente a quella della polizia, si sviluppa l’indagine del giornalista Charlie Holt, incaricato dai suoi superiori di scoprire il colpevole. Una ricerca che lo porterà negli abissi più profondi dell’animo umano, in un continuo oscillare tra passato e presente, nel tentativo di comprendere il pensiero e le motivazioni dell’assassino, entrando nella sua mente, osservando la vita e la morte con i suoi occhi.

Prologo

Nell’estate del 1963, le minigonne e gli abiti corti andavano per la maggiore tra le ragazze. Gli anni Sessanta avevano messo le gambe e le ginocchia in vista come non mai. Erano gli anni dei colori sgargianti, dei colori pastello, del benessere economico e dell’emancipazione. Le donne vivevano la loro sessualità in modo più libertino e il clima eccitante della California non poteva che agitare gli ormoni a tutti gli adolescenti. Anche gli ormoni di un ragazzo piuttosto solitario erano in fermento. Aveva diciassette anni e nessun amico. Parlava poco sia con i suoi coetanei sia con quelli più grandi. Nessuno si era preoccupato più di tanto del suo comportamento schivo e introverso, lasciandolo scorrazzare in lungo e in largo in compagnia della sua bicicletta e dei pochi dollari che i suoi genitori gli lasciavano spendere.

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Stava attraversando una fase di consapevolezza sessuale piuttosto forte e vedeva che tutti i suoi compagni e compagne del liceo erano soliti cercare qualche posto isolato dove potersi scoprire a vicenda senza che nessuno potesse disturbarli; a quel ragazzo capitò di vedere compagni e compagne avvinghiati e intenti a scambiarsi effusioni, anche durante le ore scolastiche, appartati nelle aule dimenticate dei piani più alti. In lui cresceva la voglia di sperimentare il sesso ma, data la sua indole, non aveva trovato nessuna con la quale sbloccarsi.

Si era perciò abituato a seguire le coppie che si appartavano, per spiarle. Inizialmente per pura curiosità ma, ben presto, aveva scoperto che la cosa lo faceva eccitare a sufficienza da poter sperimentare da solo la propria sessualità.

Iniziò a pedinarle sempre più spesso e non passò molto prima che si rendesse conto che non gli bastava più vederle: voleva ascoltare i loro gemiti, le loro grida e cercava una maniera per avvicinarsi, in modo tale da poter vedere e sentire tutto senza lasciare nulla all’immaginazione. Il cuore gli impazziva, sentiva l’adrenalina scorrere ovunque e quando se lo prendeva in mano si sentiva il re del mondo. Si masturbava guardando e ascoltando quello che, era convinto, non sarebbe mai riuscito a fare e una volta finito si sentiva soddisfatto come un procione che scava nella spazzatura.

Trascorreva le mattine a scuola a studiare, i pomeriggi in giro a spiare le effusioni altrui e masturbarsi e la sera a pregare con i genitori.

Un giorno la sua vita prese una piega che non poteva neanche lontanamente immaginare.

Era il 3 giugno 1963 e quel pomeriggio seguì due suoi compagni che stavano per appartarsi, con l’idea di trarne un po’ di beneficio anche lui. La ragazza gli piaceva molto e non aveva mai avuto il coraggio di dirglielo.

Li pedinò in religioso silenzio ascoltando solo il ritmo del suo respiro fino a trovare riparo dietro una grossa siepe poco lontano dal punto in cui i due avevano iniziato a spogliarsi e baciarsi con foga.

Poteva sentire l’eccitazione crescergli dentro come se fosse lui ad accarezzarle i capezzoli e baciare la sua pelle. Riusciva a sentirne il sapore se si concentrava abbastanza.

Poi udì del trambusto e vide un uomo avvicinarsi ai due amanti. 

Era alto e camminava velocemente. Il ragazzo si fece piccolo dentro la siepe e continuò a osservare la scena.

L’uomo ordinò a lei di legare il fidanzato lanciandole delle corde e puntandole contro una pistola. La coppia era paralizzata dal terrore. Lei obbedì.

Quando il fidanzato fu legato, quell’uomo dedicò le sue attenzioni alla ragazza, che provò a dimenarsi e a gridare ma nessuno l’avrebbe sentita in quel luogo sperduto.

Il fidanzato, dopo vari sforzi e tentativi, riuscì a liberarsi e corse incontro all’uomo spingendolo a terra e liberando la sua ragazza, con la quale tentò una disperata fuga. Ma l’aggressore era armato e fece rapidamente fuoco alla schiena dei due fuggitivi, che caddero a terra come marionette senza padrone.

Si avvicinò ai due corpi e fece fuoco ancora e ancora e ancora.

Il giovane dietro la siepe non riusciva a staccare gli occhi da quella terrificante immagine. Era terrorizzato e al tempo stesso affascinato da quel che stava osservando. Per un secondo la sua mente fu attraversata dall’idea di presentarsi a quell’uomo e congratularsi con lui, ma non lo fece.

Rimase immobile con gli occhi fissi su quella figura così forte, così autoritaria, che a un tratto si voltò verso il punto esatto in cui si trovava e lo vide. Non si spiegò come fece, ma lo vide e si avvicinò. La sua testa gli ordinò di scappare ma i suoi muscoli erano come paralizzati dalla paura e dall’ammirazione.

L’uomo si avvicinò lentamente stringendo la pistola senza sollevarla.

I due si guardarono negli occhi e le loro vite si intrecciarono così come il loro destino.

1.

Venerdì, 2 giugno 1989

Il sole cominciava a farsi largo nel cielo come un lavoratore assonnato e con i suoi raggi cercava di infilarsi tra le imposte ancora chiuse delle case del quartiere, annunciando l’inizio di un nuovo giorno.

In una di queste case, nonostante fosse solo l’alba, risuonavano le note di Don’t miss your baby e un uomo in pantaloni cachi e canottiera bianca danzava osservando sfrigolare le uova nella padella, mentre il profumo di caffè invadeva le stanze come uno tsunami. Portava degli occhiali con una spessa montatura marrone e dei mocassini scuri che gli attribuivano un’aria rispettabile anche in un momento come la colazione.

Era molto felice perché il sole di quella mattina stava a indicare il primo venerdì del mese di giugno, ovvero l’ultimo giorno di lavoro prima della chiusura del suo studio legale per due settimane di meritate ferie. Dopo anni passati a studiare legge alla Stanford University e dopo il conseguimento della laurea, aveva aperto uno studio a Santa Barbara; Ginsberg&Thompson recitava la targhetta dorata sulla porta in legno di noce. Lo aveva aperto in società con la moglie, conosciuta ai tempi dell’università, la quale si era innamorata al punto da lasciare la famiglia a Lakeport per sposarsi e trasferirsi nella città del marito subito appena terminati gli studi.

Le note del pianoforte unite allo sfrigolio nelle padelle coprirono i passi della moglie, che scese le scale in punta di piedi e arrivò alle spalle di Ezra, totalmente immerso nella danza.

«Spero che tuo figlio non prenda i tuoi stessi gusti musicali» disse lei, appoggiata allo stipite della porta della cucina.

Ezra sussultò preso di sorpresa e fece cadere un bicchiere di succo d’arancia, mandandolo in frantumi. «Santo Cielo, Dakota, mi hai fatto prendere un colpo.»

Alzò lo sguardo sul viso divertito di lei. Era scalza e indossava una veste da notte di un rosa molto acceso. Aveva i capelli castani arruffati e gli occhi, anch’essi castani, erano ancora semichiusi. 

Lo osservava sorridendo e accarezzandosi il pancione da sopra la veste. Lui la guardò e le sorrise di rimando. «Nostro figlio prenderà la tua bellezza e, almeno in quanto a musica, spero i miei gusti. I tuoi sono davvero pessimi.» Le andò incontro e la baciò sulle labbra.

«Non vedo cosa ci sia di male a preferire i Duran Duran a Count Basie» disse Dakota, senza smettere di sorridere.

Ezra si lasciò scappare una risatina superba. «Dakota Mae Thompson, se non fossi mia moglie e non ti amassi così tanto, potrei mandarti a lavoro senza colazione.»

«Dimentichi che sto anche portando nostro figlio in grembo da sei mesi, ormai» disse lei.

Ezra si avvicinò al pancione e parlò sottovoce. «Dai retta a papà, Groucho, non ascoltare mai i Duran Duran.»

Dakota rise divertita. I suoi denti erano bianchi e perfetti come il miglior avorio mai lavorato. «Ti amo, Ezra Ginsberg, ma non ti lascerò chiamare nostro figlio con quel nome.»

«Non smetterò di lottare fino alla fine» disse lui «ma adesso siediti, tesoro, la colazione è pronta.»

Lo sguardo di lei indugiò sul bicchiere rotto a terra e la macchia di succo d’arancia che si allargava come petrolio in mare.

«Almeno, la tua è pronta» disse Ezra e si mise a pulire con della carta assorbente mentre Dakota addentava una generosa forchettata di uova strapazzate.

«Questa sera vai al club per il cabaret? Il primo venerdì del mese è la tua serata, giusto?» disse Dakota sorseggiando la sua spremuta.

Ezra, che stava bevendo il caffè, appoggiò la tazza sul tavolo. «Sto pensando di lasciar perdere il cabaret.» La voce suonò le note della rassegnazione.

«Stai scherzando? Come mai?» domandò lei incredula.

«È ora che inizi a essere onesto con me stesso, tesoro.» Ezra fece una pausa e sospirò sconfitto. «Non faccio ridere.»

Dakota si lasciò scappare un leggero sorriso.

«Sto parlando sul serio» disse Ezra, questa volta leggermente irritato.

«Scusa,» Dakota si schiarì la voce e ingollò tutta la spremuta come per soffocare una risata «è che ti piaceva così tanto.»

«Era il mio sogno da bambino» riprese Ezra «ma mio padre probabilmente aveva ragione. Non ho senso dell’umorismo. È meglio che ne prenda atto e mi trovi qualche altro passatempo.»

«Io rido con te.» Dakota cercò di sollevargli il morale.

«Spero non a letto» disse Ezra in un sospiro.

Dakota rise divertita e gli mise una mano sulla spalla. «Sei l’ebreo più sexy e divertente che abbia mai avuto la fortuna di conoscere.»

Gli strizzò l’occhio e, dopo averci riso sopra, tornarono ad attaccare le uova fritte e il bacon con voracità.

Una mezz’ora più tardi Ezra era già pronto per andare in ufficio a sbrigare le ultime pratiche prima della chiusura e disse alla moglie che sarebbe potuta restare a casa a riposarsi.

«Stasera potremmo andare a cena da Los Agaves, solo io e te» disse Ezra aggiustandosi il nodo della cravatta.

«Perché proprio da Los Agaves?» Dakota arricciò il naso come se sentisse puzza di bruciato provenire da qualche parte della casa.

«Perché è il miglior ristorante messicano della città.» Ezra rispose serafico come se gli avessero chiesto l’ora.

«Non intendevo quello» Dakota, con gli occhi ridotti a due fessure, iniziò a guardare il marito come chi sta fiutando una fregatura. «Intendevo dire che se mi proponi una cena in un ristorante che io amo e tu detesti significa che devi dirmi qualcosa.»

Il volto di Ezra assunse l’espressione di un bambino appena colto con le mani in un barattolo di burro d’arachidi. «Sei senza dubbio mia moglie. Domattina ho la colazione con i ragazzi.» Il suo tono era quasi colpevole.

Dakota lo guardò come chi guarda la pioggia cadere selvaggia sulla macchina appena ritirata dall’autolavaggio. «Sei sicuro di volerci andare?»

«È un appuntamento fisso, ormai» disse Ezra.

«Sono dei coglioni e tu lo sai.»

«Ma sono pur sempre i miei amici.»

Era già mattina inoltrata e il sole brillava alto nel piatto e immobile cielo azzurro, quando Ezekiel fu svegliato da voci confuse e ovattate che lentamente si facevano largo nelle sue orecchie.

«Maestro… Maestro… svegliati.»

Il tono supplichevole e sottomesso diventava sempre più reale, più concreto. Avrebbe quasi potuto toccarlo se non avesse aperto gli occhi di scatto, terrorizzato.

«La polizia è qui?» gridò ansimando Ezekiel.

La voce che lo stava chiamando con insistenza si rivelò appartenere a un giovane di una ventina d’anni, con addosso una tunica azzurra e un sorriso ebete stampato sul volto. «Niente affatto, maestro.»

«Perché diavolo mi hai svegliato, allora?» chiese Ezekiel asciugandosi la fronte con il palmo della mano per poi passarla sul petto nudo, anch’esso imperlato di sudore.

«È l’ora dell’essiccazione dei fiori di loto e volevamo la tua benedizione per poter procedere.» La voce del ragazzo era carica di eccitazione.

«Oh, certo…» esitò Ezekiel. «Giusto. Iniziate pure, fratelli e sorelle. Io vi raggiungerò a breve.» Congedò il ragazzo con un movimento circolare della mano e si lasciò ricadere sul materasso, sudato e sfinito come se avesse appena finito un round di pugilato.

A occhi chiusi riusciva ancora a percepire l’inquietudine dei suoi sogni e non si capacitava di come potesse sentirsi così a pezzi. Si guardò intorno e la sua stanza non sembrava avere nulla di diverso dal solito. Era una spaziosa camera con un letto a baldacchino a due piazze ed era in disordine come la ricordava dal giorno precedente: vestiti sparsi ovunque, bottiglie di alcolici a terra, immobili come grandi scarafaggi, e un forte e penetrante odore di marijuana. 

Sorrise a quella vista. Gli tornò in mente di aver terminato la sera precedente con il rituale dell’assaggio del raccolto bruciando su alcuni bracieri i fiori di loto essiccati e ricavandone un’esperienza psichedelica notevole. 

Aveva qualche vuoto nei ricordi ma sapeva per certo di non aver dormito da solo. Si alzò sul morbido materasso e vide che ai piedi del letto stavano dormendo un ragazzo e una ragazza raggomitolati come gatti. Rise a quella vista e scese dal letto, accarezzò le loro teste e uscì sulla terrazza a respirare l’aria di un nuovo giorno.

Completamente nudo, allargò le braccia e inspirò a pieni polmoni il sapore della mattina. Non sapeva che ore fossero, non portava l’orologio, ma il profumo del prato e l’ora dell’essiccazione dei fiori gli comunicarono che non poteva essere più tardi delle undici.

La casa era un’enorme tenuta in stile neoclassico situata in Las Alturas road, ereditata da una defunta zia alla quale era molto affezionato. Troppo grande per lui, con le sue quindici stanze, aveva deciso di condividerla con ragazzi e ragazze che abbracciavano le sue idee. Non ci mise molto a trovare decine di persone disposte a vivere in una meravigliosa tenuta cibandosi di sesso, droghe e coltivazione. I suoi fratelli e sorelle, come Ezekiel amava definirli, iniziarono a chiamarlo “maestro” e a lui la cosa non dispiacque affatto. Da quando era stato rinnegato dai genitori per le sue bizzarre abitudini e la sua apertura riguardo all’orientamento sessuale, aveva vagato per qualche mese senza una fissa dimora prima di recarsi dalla sua amata zia Tessie, la quale lo aveva accolto come un figlio, concedendogli tutta la libertà del mondo prima e la sua tenuta poi.

«Buongiorno, maestro.» Dal prato sottostante arrivò una voce gioviale e squillante.

«Buongiorno, sorella Sue.»

Ezekiel salutò con la mano una ragazza di non più di diciotto anni dai capelli color rame e la pelle chiara come il latte, cosparsa di lentiggini.

«Maestro,» continuò Sue «non dimenticarti che dopo l’essiccazione inizia la lettura di gruppo. Ci avevi promesso qualcosa di incredibile.»

«Non preoccuparti, sorella, non potrei mai dimenticarmene.»

Con un largo sorriso, Ezekiel tornò in camera e raccolse uno spinello dal posacenere, se lo portò alle labbra e iniziò a cercare un accendino. Lo trovò sotto una lunga maglietta rosa, probabilmente della ragazza addormentata, e lo accese aumentando la coltre di fumo nella stanza.

«Ragazzi e ragazze…» Ezekiel scosse con delicatezza le spalle dei due addormentati senza smettere di aspirare fumo ed espirarlo dalle narici. «Chicchirichì! Non vorrete perdervi la lettura di gruppo?»

I due mugugnarono e si stiracchiarono. La ragazza si allungò con le braccia sopra la testa in posizione prona. La curva della sua schiena e del suo culo provocarono una scossa lungo la schiena di Ezekiel, che assaporò lo spinello come se potesse rivivere le emozioni della sera precedente. Il ragazzo sbadigliò e si sedette sul letto. «Dovremmo ripeterla più di una volta a settimana l’altalena dell’amore, maestro. Non ricordo di aver dormito così bene come stanotte.»

Lo guardò sognante.

«Ne parleremo con gli altri dopo la lettura e sentiremo anche i loro pareri… per quello che vale il mio voto, fratello Ric, lo farei tutti i giorni» disse Ezekiel e, dopo aver dato un bacio sulle labbra al ragazzo assonnato, si legò in una coda i lunghi capelli castani e uscì dalla camera diretto al piano di sotto.

Le scale conducevano in un salotto abbastanza grande da ospitare più di venti persone e sembrare ancora vuoto e desolato come una platea durante le olimpiadi della matematica.

«Maestro,» disse un uomo sulla quarantina «temevamo non sarebbe venuto per la lettura.»

«Ammetto che del loto preferisco quel che viene dopo l’essiccazione, ma la lettura non l’avrei saltata per nulla al mondo, fratello Scott.»

Al centro del salotto la scena era riservata a un grande e soffice cuscino color panna attorno al quale erano disposte molte figure inginocchiate in cerchio in attesa dell’inizio della lettura. Accanto al cuscino giaceva immobile un volume piuttosto spesso, dalle pagine ingiallite e il bordo color panna della copertina, rivolto verso l’alto, raffigurava un coltello dalla punta insanguinata. Nessuno disse una parola fino a quando Ezekiel non si sedette a gambe incrociate sul cuscino e prese il libro da terra.

«Oggi,» iniziò Ezekiel in tono solenne «come vi avevo promesso, è il turno di Io ti troverò, scritto da Shane Stevens.» 

«Non è proprio un libretto leggero, vero, maestro?» pigolò una timida voce tra la folla.

«Dici il vero, cara sorella…» Ezekiel fece una pausa durante la quale nessuno si intromise. «È sensazionale.» Dopodiché aprì il libro e iniziò a leggere: «Prologo…».

Tutti i presenti rimasero in silenzio a occhi spalancati ed espressioni rapite per ascoltare i primi capitoli di quella meravigliosa lettura.

Qualche ora più tardi, dopo aver letto i primi due capitoli ai suoi fratelli e sorelle e dopo aver pranzato sull’erba a ridosso della piscina della tenuta, Ezekiel tornò in salotto per il viaggio introspettivo pomeridiano a base di LSD. 

Distribuì i cartoncini colorati a tutti i presenti, depositando loro i piccoli quadratini sorridenti sulla punta della lingua come una sorta di rituale e si sedette al centro della stanza sul grande cuscino bianco. Inghiottì il suo e si lasciò andare al piacere del viaggio con il pensiero che il giorno dopo si sarebbe dovuto recare in città per un appuntamento con dei vecchi amici.

Quel primo venerdì di giugno stava approdando all’ora di pranzo e il personale di sala del ristorante italiano De Marco’s aveva ultimato i preparativi per accogliere i clienti che sarebbero arrivati a breve. Situato nel quartiere di West Mesa era il ristorante italiano più gettonato della città sia per la qualità della cucina sia per la suggestiva vista dell’oceano, che allietava pranzi e cene dei numerosi clienti abituali e di passaggio. L’inconfondibile facciata coperta di piante rampicanti e le lanterne poste ai due lati dell’ingresso lo rendevano ben riconoscibile nel traffico di Cliff Drive.

I proprietari del ristorante vivevano a fianco al locale, in una villetta di due piani con un enorme seminterrato nel quale abitava il loro unico figlio, Vinnie.

I primi clienti iniziavano già a entrare nel locale e a occupare i posti con vista sulla riva, ma Vinnie non si vedeva da nessuna parte. Il padre e cuoco, Joey, si recò in casa per svegliare il figlio.

«Vinnie! Vinnie!» urlò Joey De Marco in cima alle scale che davano nel seminterrato.

Nessuna risposta.

Joey scese le scale continuando a urlare il nome del figlio e perdendo sempre di più la pazienza.

«Tu guarda se noi dobbiamo farci il culo dalla mattina alla sera e questo scansafatiche deve dormire fino al pomeriggio… Vinnie, dove cazzo sei? Svegliati!»

Le scale terminavano in un’ampia stanza arredata con un divano a quattro posti in pelle marrone scuro e due poltrone uguali disposte a semicerchio intorno a un basso tavolino in legno pieno di ogni genere di spazzatura: pacchetti di sigarette accartocciati, lattine di birra vuote e carte di merendine buttate qua e là. Di fronte al divano torreggiava un televisore grande quanto la parete, mentre alle sue spalle si trovava un mobile bar da far invidia al miglior locale notturno di State Street.

Joey si fece largo in punta di piedi tra i detriti e i vestiti che arredavano il pavimento come un campo minato fino alla parte in fondo alla stanza, adibita a zona notte, ma di Vinnie neanche l’ombra. L’uomo si guardò intorno e notò un biglietto scritto a mano, appoggiato sul cuscino. Lo prese.

Yo, pa’, ha chiamato il tenente Gillespie questa mattina e sono in centrale con lui. Se hai bisogno, chiamami lì. Un abbraccio. Vinnie.

«Testa di cazzo! Cosa hai combinato questa volta?»

Joey, furibondo, appallottolò il biglietto e lo scagliò per terra in mezzo ad altre cartacce e biancheria. Dopodiché tornò al ristorante per usare il telefono e chiamare la centrale.

«Dipartimento di polizia di Santa Barbara, come posso aiutarla?» Una piatta voce femminile rispose dall’altro capo del telefono.

«Ciao, Dolores, sono Joey,» disse in tono rassegnato «chiamo per Vinnie.»

«Oh…» La voce della donna si fece più calda e disinvolta. «Ciao, Joey. Sì, è qui da qualche ora con Martin, devo passartelo?»

«Forse è meglio, se dovessi trovarmelo davanti in questo momento lo ucciderei con le mie mani.»

La donna ridacchiò e si assentò per qualche secondo e Joey ebbe modo di pensare a come stesse sculettando dentro quella gonna stretta che portava di solito a lavoro. Aveva sempre avuto un debole per lei ed era convinto che lei lo trovasse sexy. Non dimostrava affatto i suoi cinquantacinque anni e sapeva ancora riconoscere una donna rapita dal suo fascino. I suoi piccanti pensieri furono interrotti dal figlio, che prese la cornetta lasciata da Dolores.

«Yo, pa’! Tutto regolare. Tu stai ok?»

«Cosa hai combinato questa volta, cretino?» Joey non nascose la sua irritazione.

«Yo, rilassati, pa’! Dico tutto regolare, è vero. Io e il tenente abbiamo fatto due chiacchiere e tra poco mi riporta.» Vinnie parlava masticando una gomma. Lo faceva sempre e la cosa mandava Joey fuori di testa.

«Faremo i conti appena torni… e butta via quella dannata gomma quando mi parli» disse Joey.

Vinnie lasciò la cornetta sul tavolo e si allontanò. La dolce voce di Dolores ricomparve all’apparecchio. «Tutto bene, Joey? Devo lasciare un messaggio a Martin?»

«Non ti disturbare, Dolores, grazie e scusa il disturbo.»

«Nessun disturbo. A presto.» Dolores riattaccò.

Joey decise di pensare al servizio al ristorante e non al proprio figlio, per non dare di matto. Aveva da poco compiuto venticinque anni e i suoi guai se li sarebbe gestiti da solo.

2022-04-28

Aggiornamento

Il giorno tanto atteso è finalmente arrivato. Grazie a tutti quelli che hanno avuto fiducia nel mio progetto, in questo romanzo siamo arrivati al fatidico giorno di uscita. Da oggi Mabel sarà disponibile in libreria, su Amzon e su IBS ed è più che pronto a farvi passare dei momenti di stacco dalla realtà sulla vostra terrazza assolata, il tutto reso unico da un calice del vostro libro preferito. Un po' esagerato, dite? Be', il mio augurio è che possa essere proprio così. Non posso che cogliere l'occasione per ringraziare nuovamente tutti quelli che hanno contribuito alla realizzazione di tutto ciò e per augurare a tutti (anche a chi si aggiungerà alla lista dei lettori) una buona e, spero, divertente lettura! Peace! ✌🏻
2021-07-14

Aggiornamento

Mabel ha raggiunto il secondo importantissimo traguardo di 250 copie e io non ho parole per descrivere quanta sia la gioia nel vedere la fiducia che state dimostrando nei confronti della mia prima creazione. Si continua a sognare in grande non ringraziandovi mai abbastanza per il supporto e il sogno è sempre più concreto!
2021-06-24

Aggiornamento

Cari lettori e care lettrici, qualche giorno fa ho avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con Martina e lei ha scritto un articolo sul suo sito con tanto di video-intervista. Tra le tante chiacchiere a proposito di Mabel ho anche letto un piccolo inedito. Non fatevelo scappare. Articolo e intervista li potrete trovare al seguente link: https://pensierisurrealidigentecomune.com/mabel-matteo-orlandi/?fbclid=IwAR2eO1yhytktQUFnLfxQZ6DMti_A_QoMJU9v1sSvSEE1se_aEQ3RGn5cr1k
2021-06-09

Aggiornamento

Mabel sta per entrare in fase di editing e questo è stato possibile solo grazie al vostro sostegno. Ora, mentre tutti i processi prenderanno il via, la campagna resta attiva per tentare di raggiungere altri due step per la pubblicità. Questo video è per ringraziarvi tutti. Questo video è per rendere vivo qualcosa oltre le parole. In origine era un po' più lungo (Zack Snyder chi?) ma questa versione cattura l'essenza che questa campagna sta avendo per me. https://youtu.be/5jjQT4WlF38 Enjoy!
2021-06-01

Aggiornamento

"[...] Ma più di tutto lo infastidiva chi non era in grado di godersi le gioie del momento, chi cercava perennemente rassicurazione per l'ora successiva, per il giorno seguente o per il resto della vita." Questa frase proviene da uno dei libri che mi hanno maggiormente ispirato durante la creazione di Mabel. Il libro in questione è Io ti troverò di Shane Stevens. Ecco, ho iniziato questo percorso sperando in un risultato ma senza sapere dove sarei potuto arrivare. Grazie a tutti voi siamo giunti al primo traguardo con una velocità che ha dell'incredibile e sarei uno stupido se non sapessi gioire di questa gioia. Non saprei nemmeno come descrivere l'emozione nel pensare che il mio primo romanzo vedrà le librerie, vedrà voi, vedrà tutto il mondo per il quale è stato creato. Mi godo questo momento come uno dei più belli di tutta la mia vita e, oltre a ringraziare infinitamente tutti voi che mi avete dimostrato la vostra fiducia, comunico che avrò ancora la possibilità di raggiungere due obiettivi (250 e 350 preorder) che garantiranno a Mabel una visibilità sempre maggiore. Questo traguardo è di tutti coloro che hanno sostenuto il mio progetto e non vedo l'ora possiate leggerlo per poterne poi parlare insieme. Grazie, grazie grazie!!!
2021-06-01

Aggiornamento

Mai mi sarei aspettato una simile corsa. Mai mi sarei aspettato una simile fiducia. Mai mi sarei aspettato di poter vedere tutto questo così vicino dal concretizzarsi a così poco tempo dal suo inizio. Un piccolo estratto per ringraziare chi ha acquistato e non ancora assaggiato la bozza e per tentare di invogliare chi ancora non si sente del tutto convinto! Grazie ancora a tutti!!! "Mentre iniziava l’intro di Baba O’Riley aumentò i giri della macchina, pensando a quando suo padre l’ascoltava la sera prima di ubriacarsi. Suo padre, Jackson, era stato in Vietnam per diversi anni e, come molti altri, una volta rientrato non era più stato lo stesso uomo che Charlie ricordava. Aveva iniziato a bere forte e quando si ubriacava era solito picchiare sua madre, Alice. A quel tempo, Charlie, aveva tredici anni e sentiva che difendere la madre era la sola cosa importante. Più importante anche della propria incolumità. Così finiva per prendersi una dose doppia di botte finché il padre non cadeva stravolto dai fumi dell’alcool. Le cose continuarono per diversi anni fino alla metà inoltrata degli anni settanta, quando suo padre si ammalò seriamente e morì in pochi mesi. Per Charlie e sua madre fu una liberazione, ma ancora oggi, a distanza di più di quindici anni da quei giorni, non riusciva a fare a meno di quelle canzoni che tanto amava e al tempo stesso tanto odiava."
2021-05-25

Aggiornamento

La campagna è partita davvero alla grande e non potrei esserne più felice. Ringrazio già tutti coloro che hanno espresso la loro fiducia preordinando le loro copie ma, ebbene sì, siamo solo all'inizio. Arriveranno altre chicche pronte ad aumentare la salivazione. Stay hungry. Stay tuned.
2021-05-24

Aggiornamento

La campagna non poteva iniziare in modo migliore. Grazie davvero a tutti per aver dato fiducia alle prime righe a disposizione. Presto arriverà qualche altra piccola chicca per alimentare la salivazione. Un abbraccio e grazie ancora! Stay hungry. Stay Tuned.

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Matteo Orlandi
nasce nel 1991 a Broni. Dopo il diploma scientifico, è costretto ad ammettere di essere negato per la scienza e inizia a lavorare come barista, coltivando la sua atavica passione per la scrittura. Amante del noir, del cinema e incapace di prendersi troppo sul serio, arriva all’esordio letterario con "Mabel".
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