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MANUALE DI ELEGANZA INSTABILE – Storie di coraggio e fragilità e una stampella di nome Sandra

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Consegna prevista Marzo 2027
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Per chi ha avuto paura.
Per chi si è rialzato.
Per chi continua, ostinatamente, a cercare il mare anche quando cambia il vento. Accanto a me c’è Sandra, la mia inseparabile stampella: compagna di viaggio ironica e testarda, presenza concreta di un equilibrio instabile che ho imparato, giorno dopo giorno, a trasformare in forza.
In queste pagine convivono fragilità e leggerezza, dolore e sorriso, cadute e rinascite. Perché la vita a volte inciampa, cambia direzione, costringe a rallentare. Ma può anche insegnarci un modo nuovo di restare in piedi, senza perdere ironia, dolcezza e desiderio di vita. “Manuale di eleganza instabile” è un racconto autobiografico poetico e sincero, dove la disabilità incontra l’umanità più vera e ogni ferita può diventare consapevolezza.
Un libro per chi sa che il coraggio vero non è evitare la cadute, ma trovare la forza di rialzarsi senza perdere il sorriso.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per dare voce a una fragilità che troppo spesso viene nascosta o raccontata con dolore e silenzio. Attraverso Sandra, la mia inseparabile stampella, ho voluto trasformare la disabilità in un racconto umano, ironico e poetico, capace di parlare non solo di fatica, ma anche di forza, leggerezza e rinascita. Perché credo che anche gli inciampi possano insegnarci a vivere con più coraggio, autenticità e dolcezza.

ANTEPRIMA NON EDITATA

PARTE I:

FRAGILITA’

È da lì che si comincia: dal punto che fa male, dalla crepa, non dal pieno.

La fragilità non è un difetto, ma un modo di stare al mondo con sincerità.

È il momento in cui smetti di fingere di essere invincibile, e inizi a scoprire quanto può essere forte e autorevole la verità.

Sandra entra qui, come un imprevisto gentile: non una stampella, ma una compagna di viaggio, una presenza che ti insegna a cadere senza romperti nulla e a rialzarsi con un sorriso.

DELITTO DI ME STESSA (E DI SANDRA)

Da anni coltivo un sogno segreto: il delitto perfetto.

Non quello che finisce nelle pagine di cronaca nera, il mio è più sottile e intimo, un delitto domestico.

Uccidere una me stessa.

Quella che zoppica, che si scusa col mondo ogni volta che entra in una stanza, che prende più spazio del dovuto e si sente in colpa pure per quello.

Sognavo di eliminarla senza lasciare tracce, una sparizione elegante.

Lei esce di casa e non torna più. Fine del film! 

Tutti pensano che sia partita per Bali o rinchiusa in una clinica ayurvedica.

Invece no, semplicemente non esiste più, dissolta nel nulla.

Avevo anche un piano, lucido e freddo. Volevo liberarmi di lei e di Sandra, la stampella.

Sì, la mia stampella ha un nome: si chiama così! Non per affetto o per vezzo, ma per dare un senso a tutto.

Forse perché chiamarla “stampella” mi faceva troppa tristezza.

O forse perché, come in tutte le relazioni tossiche, darle un nome era l’unico modo per sopportarla.

Sandra è ovunque, nei corridoi, nei bagni dei treni troppo stretti, nelle scale a chiocciola che diventano montagne da scalare.

Sempre lì, fedele e fastidiosa come una suocera invadente o un’amica che non se ne va mai, quella che insiste per farti bere la tisana anche se a te fa schifo.

Una notte ho sognato la scena: io, vestita tutta di nero, con i guanti per non lasciare impronte, in un vicolo stretto, con un sacco dell’immondizia e dentro Sandra.

Le parlo per l’ultima volta: «Siamo state bene insieme, ma ora basta! Voglio andare avanti senza di te».

Poi zoppicando mi allontano… puff, la sveglia del telefono.

E con rammarico realizzo che era solo un sogno.

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E mi sono detta che Sandra mi serve. 

È odiosa, ingombrante, rumorosa, ma senza di lei rischio di cadere, di farmi male, di non andare da nessuna parte.

E quindi, niente delitto perfetto!

Io sono ancora viva, e lei anche.

Siamo come due ex che continuano a vivere insieme per ragioni logistiche, ci odiamo con rispetto, ci ignoriamo con cortesia. 

Eppure… ci siamo.

Sandra e io.

Lei sotto il mio gomito sinistro, e io sopra le sue spalle, un equilibrio strano, precario, imperfetto, ma pur sempre un equilibrio.

Forse è proprio questo il colpo di scena finale: l’unico delitto che non posso commettere è quello contro chi, suo malgrado, mi fa camminare.

In questa storia nessun delitto perfetto, solo una convivenza: Sandra come co-protagonista, silenziosa ma indispensabile.

La prima e l’unica a morire dovevo essere io, ma non tutta, solo quella versione rallentata nei passi e nei pensieri, quella che preferiva farsi notare in tutto tranne che per la stampella.

Non tutto necessariamente va risolto, ma tutto questo può essere raccontato.

VITTORIO NON FA SCONTI A NESSUNO

L’esordio della malattia è datato 1993.

Mesi di incertezze, di visite, di ipotesi sbagliate.

Tutto iniziò in modo strano, non vedevo bene da un occhio, forse il destro, forse il sinistro, chi se lo ricorda?

Era come se il mio corpo mi avesse detto: “Adesso arrangiati, hai due occhi, fanne funzionare almeno uno.”

All’epoca facevo immersioni: ingenuamente avevo pensato a una decompressione fatta male, una risalita troppo veloce, un errore tecnico da principiante, e invece no, niente di tutto questo.

Il problema era più profondo, e non si risolveva con una nuova maschera o con un cambio di bombola.

Quando arrivò la diagnosi fu come prendere una pinnata in faccia da dietro: non te l’aspetti, ma capisci subito che qualcosa è andato storto.

Il mio istruttore allora era Vittorio, un sommozzatore dei Vigili del Fuoco, un sergente, uno serio, tosto, uno che non faceva sconti a nessuno, neanche se arrivavi al corso con la febbre o con la faccia da “oggi proprio non ce la posso fare”.

Ti guardava fisso e diceva: “Prendi l’attrezzatura! In acqua, e muoviti! Sei ancora qui?”.

I brevetti presi con lui sono stati duri, ma devo ringraziarlo: la solidità della sua formazione mi ha dato la possibilità di affrontare ogni immersione sentendomi protetta e sicura, in qualsiasi parte del mondo.

Con un tipo così, non potevi permetterti errori, figuriamoci un eventuale problema a un occhio!

E infatti la mia prima reazione fu: “Oddio, chissà cosa penserà Vittorio!” più che la diagnosi, mi preoccupava deludere lui.

Poi ho capito che questa volta il problema non era nell’assetto, ma in me, non c’era strumento subacqueo capace di riportarmi in equilibrio.

Era dicembre quando sono andata in ospedale, ho fatto la risonanza prima, ed il prelievo del midollo successivamente.

Da quel momento non ci sono stati più dubbi: la malattia aveva un nome, ed era il mio.

Dopo aver ritirato la diagnosi, sono tornata  a casa senza dirlo a nessuno.

Chiusa la porta alle mie spalle, ho lasciato cadere la borsa per terra e mi sono seduta  sul divano.

Il silenzio faceva rumore.

Fuori era buio pesto, come sempre in dicembre, dentro l’aria sapeva di polvere e di paura.

Non ho pianto, non subito, ho solo pensato “adesso lo so”.

Appesa al soffitto, una scultura di Calder, una replica certo, ma scelta con cura, oscillava appena, sospesa a fili di nylon; l’ho fissata a lungo, forse senza vederla davvero.

Non saprei dire quanto tempo è passato, potevano essere minuti o forse ore.

Il referto era ancora nella borsa, come se tenerlo nascosto bastasse a cambiarne la diagnosi, ma le parole che avevo letto erano già incise dentro di me come un timbro a fuoco; ho preso il foglio tra le mani davanti alla scultura.

Quando l’avevo comprata, mi era sembrata leggera, giocosa, ipnotica; quel giorno invece aveva qualcosa di inquietante, la sua leggerezza era fuori luogo.

Lei danzava davanti a me con indifferenza e io, seduta sul divano, mi sentivo schiacciata, rigida, impotente.

Mentre il tempo scorreva, lei danzava, io no, io ero ferma.

In quel silenzio denso ho sentito la voce di Vittorio: “che fai ferma li? Muoviti! Non restare immobile come un sacco di patate! In acqua subito!”

Lui, che non concedeva pause a nessuno, stava cercando di strapparmi dal mio torpore, ma non c’era acqua in cui buttarsi, c’era solo il tempo che scorreva indifferente.

Poi, pian piano, ho iniziato a sentire i rumori della casa: il frigo che ronzava, i pneumatici delle auto che rotolavano sull’asfalto, un cane in lontananza.

Ho capito che il tempo andava avanti normalmente, solo io mi ero fermata.

Che paura!

Avrei voluto chiamare qualcuno, ma chi puoi chiamare quando non sai neppure tu come ti senti?

L’AMORE NON REGGE: UNA LINEA DI SPEZZA

La parte peggiore non è arrivata al lavoro. 

Non con i colleghi, non con gli sguardi che si abbassano o le frasi maldestre. 

Il peggio è arrivato in casa, con l’uomo che aveva fatto carte false per vivere con me. 

Che aveva stravolto la sua vita per intrecciarla alla mia. Che mi aveva inseguita, convinta, corteggiata fino allo sfinimento, fino a farmi dire sì. Proprio lì, dove avrei dovuto sentirmi al sicuro.

Di quella sera ricordo la luce. 

Una luce gialla, artificiale, quasi teatrale, finta come certe promesse fatte con troppa sicurezza.

Era giusto dirglielo. 

Non potevo aspettare. Non potevo proteggerlo dalla verità, né proteggermi dalla sua reazione. 

Era seduto sul divano rosa cipria, la televisione accesa a volume basso. Io in piedi, a qualche passo di distanza, con le mani fredde e la testa piena di frasi che non volevano mettersi in fila.

Alla fine ho scelto la strada più corta. La più nuda.

«Ho avuto la diagnosi. È confermata: ho la sclerosi multipla».

All’epoca, nella nostra ignoranza, S.M. significava una cosa sola: sedia a rotelle. Fine della storia. Fine del corpo come lo conoscevi. Fine di tutto.

Ha alzato lo sguardo. O forse no. Per un secondo mi è sembrato che mi guardasse davvero. 

Poi il vuoto.

“Scusa, ma io non me la sento”.

Così. Senza preamboli. Senza domande. 

Non “cosa significa?”, non “come stai?”, non “vediamo insieme”. 

Non me la sento, in quella frase c’era già la valigia pronta.

Il silenzio è arrivato subito dopo. Un silenzio che faceva rumore, come una finestra spalancata all’improvviso: entra il vento e rovescia tutto. I quadri, le certezze, i progetti appesi al muro.

Ho pensato di aver capito male. 

Ho aspettato una spiegazione, una crepa nella sua sicurezza, almeno un gesto che dicesse: ho paura, ma resto. 

Niente. 

Solo quella distanza improvvisa, netta, chirurgica.

Ho risposto di getto. Senza eleganza, senza filtro.

«Sai, forse, facendo la Torino-Milano a 200 all’ora, prima di me ci finisci tu su una sedia a rotelle».

È stata una frase dura. Non bella. Non nobile. 

Ma vera. 

Perché in quel momento la verità era l’unica cosa che avevo. E la verità, quando ti attraversa, non ha modi gentili.

L’ha presa come una pugnalata e si è toccato “elegantemente” le palle. Questo lo ricordo con una chiarezza quasi comica. Un gesto antico, istintivo, difensivo, come se la sfortuna fosse contagiosa e potesse saltare da un corpo all’altro.

Io non avevo più voglia di proteggere nessuno. Avevo appena scoperto che la fragilità, per alcuni, è un reato.

Si dice: “verba volant, scripta manent”. 

Non è vero. 

Le parole restano, anche quando non si scrivono. Si posano piano, trovano un punto preciso e si fermano lì. 

E certe frasi, come “non me la sento”, non fanno rumore. Ma continuano a esistere.

Quella sera ho chiuso la porta e sono andata via. Senza voltarmi. 

Non per orgoglio. Non per rabbia. 

Perché restare mi avrebbe fatto più male.

È rimasto seduto, con la televisione accesa, dentro la sua paura. Io sono uscita con la mia.

Sul pianerottolo mi sono fermata un secondo. 

Ho cercato le chiavi nella borsa, anche se le avevo già in mano. Avevo bisogno di sentire qualcosa di concreto, di freddo, di reale. Le ho strette nel pugno. Ho fatto un respiro lungo.

Non mi sentivo forte. Non mi sentivo coraggiosa. Mi sentivo sola.

Ma quel respiro era mio.

E ho pensato che se l’amore non regge una diagnosi, allora non è amore.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Amarea
Sono nata a Torino nel 1963. Vivo lontano dal mare, ma il mare continua ad abitarmi come nostalgia, libertà e direzione. Ho scelto il nome Amarea perché racchiude tre parole che sento mie: amore, mare e amaro. L'amore che muove la vita, il mare che continua a chiamarmi, e quell’amaro che insegna profondità senza togliere dolcezza.
La mia storia è fatta di fragilità trasformate in forza, di equilibrio instabile, di ironia e ostinazione. Accanto a me c’è Sandra, la mia inseparabile stampella, diventata nel tempo compagna di viaggio e simbolo di un modo diverso di stare al mondo: con delicatezza, coraggio e leggerezza. Sono presidente di AlberoMaestro, associazione nata per custodire la cultura del mare e sostenere progetti solidali. Credo nella memoria, nella gentilezza e nella capacità di rialzarsi senza perdere la rotta. Il mio motto è semplice e tenace: non mollare mai!
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