Ci sono città che nascondono anime diverse. Torino è il bagliore dorato dei salotti d’élite, ma anche il respiro faticoso della periferia: mondi separati da barriere invisibili, dove ognuno indossa una maschera per proteggersi, apparire e sopravvivere.
Lorenzo, ricco imprenditore, e Fara, parrucchiera in cerca di riscatto, appartengono a mondi opposti, così come Mimmo, cameriere di periferia, ed Eleonora, affermato avvocato. Dietro lo schermo di uno smartphone e un ricatto digitale, le loro esistenze si intrecciano: segreti inconfessabili, ricatti morali e verità taciute emergono, minacciando di travolgere ogni equilibrio.
Maschere di Cristallo non è solo un romanzo ad alta tensione, ma una riflessione profonda sulle fragilità umane e sulle contraddizioni dei social media; un viaggio dentro le nostre paure, alla ricerca di un’identità autentica oltre le convenzioni sociali.
Quando le apparenze cadono, scopriamo che le nostre fragilità sono le stesse. E niente può rimanere nell’ombra.
Perché ho scritto questo libro?
Ho scritto questo libro per affrontare argomenti attuali connessi alla moderna era digitale, ambientati idealmente nell’inquieta Torino, con la sua riga invisibile tra l’élite dorata e la periferia. Volevo raccontare il coraggio di chi, di fronte a un mondo dove l’apparenza e la tecnologia cancellano i confini sociali, decide di frantumare le proprie maschere in nome della verità. È un omaggio alle donne che hanno visto andare in frantumi la propria maschera e hanno lottato per rialzarsi.
ANTEPRIMA NON EDITATA
1 la trappola
Il crepuscolo di Torino non entrava mai del tutto in quella stanza schermata, dove l’unica luce era quella azzurrina dei monitor e il bagliore intermittente dei server. Lorenzo fissava il vuoto, mentre i ricordi si affollavano come polvere sollevata dal vento.
Era cresciuto tra i corsi alberati e i palazzi d’epoca. In quel momento, mentre il silenzio della stanza pesava come piombo, stava pensando alla sua vita trascorsa, alle domeniche al circ0lo del tennis, alle lezioni di equitazione e all’odore intenso della pelle dei divani nello studio del padre. Dopo la Bocconi, il suo destino era già scritto: il lusso, l’esportazione di vini pregiati nell’astigiano e una rete di contatti che non conosce rifiuti.
Guardando lo schermo del suo telefonino, Lorenzo si domandava cosa sarebbe stata la sua vita se non avesse iniziato a seguire sui social quella ragazza che non faceva parte del suo mondo. Una figlia di immigrati nigeriani, cresciuta tra i mercati di piazza Foroni e i palazzi grigi; una donna che aveva imparato presto che per lei non c’erano lezioni di piano, ma solo la necessità di aiutare in casa. Aveva lasciato la scuola dopo le medie per lavorare in un salone di parrucchieri, dove le sue mani erano diventate veloci e i suoi sogni piccoli, chiusi nel perimetro del quartiere.
L’incrocio di destini, tanto casuale tanto fatale, si era rapidamente evoluto. Da gioco e scommessa era divenuto lezione di vita. La sua vita, come quella della ragazza di colore incontrata per “sbaglio”, era stata drasticamente stravolta, rilevando caratteri, personalità, pregi e difetti.
Improvvisamente, il telefono si illuminò. La chiamata che tutti attendevano era arrivata. Lorenzo sapeva di essere obbligato a rispondere, secondo un copione già scritto e concordato nei minimi dettagli.
Il finanziere, appena vide apparire sul monitor del computer l’alert che segnalava l’inizio di una telefonata, alzò il braccio per richiamare l’attenzione del maresciallo che, notato il gesto, si affrettò a raggiungere la postazione utilizzata per intercettare le utenze telefoniche. Il giovane ragazzo staccò le cuffie dalla postazione, in maniera che anche il sottufficiale potesse ascoltare in diretta la telefonata.
Dopo sei squilli, che sembrarono durare un’eternità, la conversazione iniziò.
Nonostante avesse concordato ogni dettaglio di quella chiamata, come un copione da recitare in una parte teatrale, la voce di Lorenzo non fu sicura e certa. Rispose timidamente, balbettando un “pro…pro…pronto?”, come a far capire all’interlocutore che si sentiva vittima e non era lui a dettare le regole del gioco. In quell’istante, un pensiero lucido gli attraversò la mente; si rese conto che, rispondendo semplicemente con parole come “dimmi” o “cosa vuoi”, avrebbe potuto far capire all’altro di non voler sottostare alle regole, rendendo la trappola tesa più credibile. Quel “pronto” incerto avrebbe potuto far crollare il castello costruito, facendo scappare quello che si sentiva predatore. ma che di fatto era preda; un uomo cresciuto vedendo giornalmente gli espedienti di vita del padre, che avrebbe potuto fiutare l’inganno in un battito di ciglia.
Colto l’imbarazzo, l’avvocato poggiò la sua mano su quella del suo assistito, come a rassicurarlo. Eleonora sedeva composta, un’icona di algida fermezza. La sua infanzia si era svolta tra soffitti affrescati e il rigore di una famiglia di giuristi. Ogni sua vacanza era stata uno studio; estati nel Maine per perfezionare l’inglese, inverni a Saint Moritz. Dopo Harvard era tornata a Torino come una predatrice legale, algida e di successo, convinta che ogni cosa e persona avessero un prezzo o una funzione. Aveva insistito affinché alla chiamata ci fosse stata anche lei. La sua presenza non avrebbe inficiato la validità dell’operazione né denotato poca naturalezza; le avrebbe solo permesso di raddrizzare il tiro laddove le cose si fossero messe male.
Dall’altro capo del filo, la voce ruppe il silenzio. L’accento del ragazzo che chiamava rilevava le sue origini calabresi, come un marchio di fabbrica. La sua infanzia era stata segnata dalle visite in carcere al padre e dalla fatica della madre, unica ancora in una casa di edilizia popolare dove il futuro sembra non arrivare mai. La Falchera era stata per lui una gabbia di cemento da cui aveva provato a uscire facendo lavori saltuari, come il cameriere per eventi di lusso. Una vita mediocre e anonima come il suo nome, comune e non particolare, Mimmo. “fra mezz’ora ci vediamo”, disse il ragazzo in italiano, ma con una netta inflessione calabrese. Un brivido percorse la schiena di Lorenzo udendo quelle parole. Era una trappola tesa abilmente, con la regia del suo avvocato, per porre definitivamente fine a un legame che era diventato tossico. Si rese conto, con amara lucidità, che la lealtà e una vita onesta non avevano alcun prezzo per quel ragazzo, cresciuto all’ombra di un padre che frequentava i circoli della Torino bene, apparendo come un personaggio rilevante della classe dirigente sabauda.
La partita era appena iniziata. Mentre chiudeva la conversazione Lorenzo pensò a quel pomeriggio d’autunno in cui tutto ebbe inizio, quando l’incontro fugace e quasi goliardico con quella che appariva un’anonima ragazza di periferia diventò un azzardo che inaspettatamente e inesorabilmente trasformò la sua esistenza. Fara, entrata in punta di piedi, aveva sconvolto la sua vita che, fino a quel momento, era stata costruita, giorno dopo giorno, assemblando piccoli pezzi di un mosaico, di cui sapeva l’esistenza ma che non era in grado di governare.
Lorenzo era l’attore protagonista di una vita perfetta, cadenzata da eventi che il padre regista aveva abilmente previsto; quel genitore che con la sua imponente presenza aveva sempre previsto e pianificato tutto, ogni minimo dettaglio, tranne quello che stava per accadere dopo quella telefonata registrata, che avrebbe fatto cadere l’impero fino a quel momento abilmente governato con cinismo e spietatezza.
Commenti
Ancora non ci sono recensioni.