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Materia grigia – Il vento dopo la tempesta

Materia grigia - Il vento dopo la tempesta
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Consegna prevista Agosto 2024
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Lo chiamano “l’Angelo”. Di lui si sa solo che è un pericoloso serial killer che terrorizza l’Inghilterra. Nessuno sembra essere al sicuro. Nessuno. Specialmente l’oggetto della sua più perversa ossessione: Emma Arden.
Orfana in tenera età, è sopravvissuta al parto grazie a un farmaco sperimentale che le provoca diversi effetti collaterali. Dopo la morte dei suoi genitori, all’età di sette anni, Emma e il fratello minore Andrew si trasferiscono dalla zia Nichole, a Los Angeles.
È il 2016 quando la ventunenne torna a vivere a Londra, dai nonni, e si iscrive alla Yugen University. Ed è durante una passeggiata a Richmond Park che si imbatte nel suo primo cadavere. Perseguitata, si trova dunque a dover decifrare i messaggi e le lettere lasciati dal killer, combattendo al contempo con la comparsa di strani incubi e allucinazioni.
Non ha molte piste da seguire ma di una è certa: l’Angelo non smetterà di uccidere e, se nessuno lo ferma, lei sarà la prossima vittima.

Perché ho scritto questo libro?

Quando avevo sedici anni, il giorno prima della vigilia di Natale, ho visto il film “La Mummia” con Tom Cruise. Non mi chiedete il perché visto che non fa paura, ma ho avuto un incubo così spaventoso e realistico da doverlo scrivere su un foglio per convincermi di quanto fosse ridicolo. Nel corso del tempo, il mio incubo di essere inseguita da me stessa in una stanza bianca, si trasformò in un qualcosa di più grande che mi permise di comprendere cosa volessi diventare: una scrittrice.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

PROLOGO

Londra, venerdì 18 agosto 1995

Appena entrano al Portland Hospital, due infermiere corrono verso di loro e sistemano Rachelle Arden sul lettino.

«Sta sanguinando», li informa il marito. «Non è normale, vero?»

«Ho bisogno di un’ecografia addominale e quattro grammi di solfato di magnesio», ribatte il dottore intanto che portano la paziente verso la stanza più prossima.

«Pressione 160 su 110», dice un infermiere. I vestiti della donna sono appiccicati al corpo per via del suo stesso sudore. «Il bambino è in sofferenza.»

«Somministro il magnesio.»

«Harris…» lo chiama Rachelle, dopo che un’infermiera si è avvicinata con la siringa.

Il marito le dà un bacio sulla fronte e le accarezza i capelli. «Sono qui con te, amore. Concentrati su di me.»

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«L’ecografo è pronto», informa ancora l’infermiera.

«C’è qualcosa che non va?» chiede Harris, notando, per quanto possibile per via della mascherina, l’espressione preoccupata del medico.

Non risponde.

Continua a stringere la mano di Rachelle, mentre le pulisce le lacrime dagli occhi. Gli si spezza il cuore a sentire i suoi lamenti di dolore. Non è stata una gravidanza facile; da quando ha perso il primo bambino, non hanno più parlato di creare una famiglia. Quella nuova gravidanza è stato un miracolo. Il loro miracolo. Non può finire così. Non di nuovo.

Lei si piega ancora in due dal dolore.

«Che succede?» Altre infermiere entrano nella stanza con strumentazioni di cui Harris non ha idea a cosa servano. «Allora?! Qualcuno mi dice cosa diamine succede?!»

«Ha la placenta previa», risponde il dottore guardando il monitor dell’ecografia.

«Amore?» sussurra la donna, girando la testa per guardarlo con occhi spaventati.

«Cioè?» chiede lui.

«La placenta ostruisce la cervice. Il bambino non può passare», spiega il medico, continuando a osservare il monitor. Poi si rivolge alle infermiere: «Cortisone, un’unità di zero negativo e test di compatibilità trasfusionale».

«Non voglio perderlo di nuovo. Non ce la faccio», dice lei con gli occhi pieni di lacrime.

«Rachelle», interviene l’uomo, «se non riusciamo a fermare l’emorragia, dovremo fare un cesareo d’emergenza, d’accordo?»

«L’emorragia sta diminuendo», gli comunica una delle infermiere.

«Datemi il battito della bambina.» Nessuna delle due donne parla. «Allora?!»

«N-non riesco a trovarlo», risponde nervosa quella più vicina a Rachelle.

Il medico si avvicina alla pancia e pone altro gel. Dopo diversi secondi annuisce.

«Eccolo qua», dice provocando un sospiro di sollievo nella giovane coppia. «Per ora la situazione è stabile. Torno dopo per un controllo.»

Harris sorride sollevato. «Grazie dottor…»

«… Zhou», risponde sorridendo dopo essersi tolto la mascherina e i guanti.

Non si accorge di quello che sta succedendo finché le porte della sala operatoria non si chiudono, lasciando fuori Harris.

«… sacca nuova, salina…» sente dire a una voce femminile.

«D’accordo, posizione cefalica», dichiara una voce maschile. «Posizione anteriore.»

«Sta uscendo.»

Percepisce una calda lacrima scivolarle dalla punta dell’occhio. «Non sento nulla.»

«È l’epidurale», le dice un’infermiera, accanto a lei. Poi le prende la mano. «Stringila. Così, brava.»

«Passiamo al cordone», ordina la voce sicura del dottor Zhou. «Piano. Le spalle ci sono. Fermi: sta soffocando. Bravi, così… Ed ecco…» La sala operatoria è invasa dal pianto stridulo di un neonato. «Congratulazioni. È una bellissima bambina!»

Rachelle osserva felice come la puliscono con cura. Nell’intera sala cala il silenzio. Il suo sorriso svanisce. Si gira disperata a guardare verso l’infermiera che le continua a stringere la mano. «Che succede? Perché… perché la mia bambina è diventata blu?»

«È cianotica» sente dire al medico. «Asfissia neonatale.»

Taglia il cordone e trasferisce la neonata sul lettino di rianimazione. Per prevenire la perdita di calore l’avvolge in un telo caldo.

«Voglio vederla», sussurra Rachelle. Si sente sempre più debole, sempre più pesante. Vuole solo chiudere gli occhi. Solo per un secondo. «Voglio vedere… voglio…»

Il monitor non segna più il battito.

«La stiamo perdendo», urla una delle assistenti.

Il dottore gira la testa per guardare la madre.

«Serve più epinefrina. Iniettate l’epinefrina e procedete con il defibrillatore!»

«Polso debole!» risponde un’infermiera dopo alcuni istanti, riferendosi alla donna.

Zhou annuisce. Ora può concentrarsi sulla piccola. Mantiene la pervietà delle vie aeree e procede con la ventilazione a pressione positiva.

Niente. Il medico cerca di non deconcentrarsi. Ispeziona la faringe e ripete le insufflazioni. Nonostante la ventilazione, non vede nessun aumento della frequenza cardiaca, perciò decide di iniziare con le compressioni, fornendone tre accompagnata da una ventilazione con un ritmo di circa quindici cicli ogni trenta secondi.

«Per ridurre la probabilità di ipoglicemia, somministra 250 mg kg-1 di glucosio per via intraossea», ordina a uno degli infermieri che lo sta assistendo, intanto che si ferma a pensare, osservando la scatola nera che gli ha lasciato il suo vecchio collega. Non è d’accordo con i suoi metodi e le sue teorie sperimentali, ma se avesse ragione?

Non essere sciocco, pensa, lo sai che è un medicinale non ancora approvato. Se lo usi e va finire male puoi dire addio alla tua carriera. È questo che vuoi?

«Cosa devo fare?» lo chiama il giovane, sempre più ansioso. «Dichiaro l’ora del decesso?»

Zhou fissa la bambina e rivede la sua bambina. Corre verso il tavolo su cui è riposta la scatola. Appena la apre un denso vapore freddo gli rinfresca il volto. Afferra il flacone e osserva il liquido argenteo all’interno, prima di preparare l’iniezione. Il contenuto riempie con rapidità le vene della neonata non appena lo inietta. Si allontana, in attesa che il farmaco faccia effetto.

Nulla. 

«Ora del decesso…» inizia a dire girandosi a guardare l’orologio.

Si interrompe quando vede la bambina in preda a un violento attacco epilettico.

«Che succede?» domanda un’infermiera.

Il dottore non fa in tempo a rispondere che le convulsioni si concludono in pochi secondi. Sorride ascoltando nuovamente il pianto della piccola. «Quanto tempo è stata senza respirare?»

«Tre minuti», risponde l’infermiere stupefatto. «È stato un miracolo.»

«No, Allan», nega il medico sorridente. «È il potere della medicina.»

Zhou ritorna dalla madre per controllare i parametri. «Come sta?»

«Stabile», risponde un’infermiera.

«Portiamola di là. Ha bisogno di riposo. E informiamo il padre di tutto quello che è successo.»

«Dov’è?» domanda Rachelle debole. Il colore delle pupille risaltano sul pallore del suo giovane viso. «La mia bambina… dov’è?»

L’infermiera gliela fa vedere e la madre sente le labbra distendersi in un sorriso quando vede due occhi aprirsi e guardare curiosi verso di lei.

«È bellissima.»

Londra, ottobre 2015

Nella semioscurità della notte, l’unico rumore è il suo fiato agitato. Scivola e cade su un ginocchio. A terra, al centro della stanza, la pelle dei guanti appiccicata al parquet per via del sangue fresco gli sta facendo sudare le mani. Si guarda intorno e gli sfugge un debole singhiozzo. Riesce ad alzarsi, lasciando strisce rosse sul pavimento, e si avvicina allo specchio.

Non avrebbe mai pensato che potesse essere così facile uccidere un uomo.

Lei gli ha detto di non lasciare tracce, ma in ogni caso di non preoccuparsi: qualcuno se ne sarebbe occupato. Sua moglie, dall’altra parte, avrebbe pensato di nuovo che ha trascorso la notte con qualche amante.

Il pallore regna sul suo volto riflesso, i capelli scuri sono incollati alla fronte e gli occhi appaiono vuoti e spenti. È sempre stato contento del suo aspetto. Alto, abbastanza sportivo. Non ha molti amici, eppure ha ottimi e importanti soci. Guadagna abbastanza per potersi permettere diversi capricci per sé e per sua moglie. Magari per questo lei non ha ancora chiesto il divorzio. O forse per la loro bambina, Rose. L’unica cosa buona che abbia mai fatto Bruce Carend.

Stringe i denti per non urlare.

Eccole di nuovo.

Le voci.

Incessanti. Insistenti. Lo accompagnano da quando è iniziato tutto.

Voci che hanno reso gli ultimi mesi un inferno. Certi giorni sono lontane, come un’eco da qualche parte nel cervello. Ma poi ricominciano all’improvviso e più forti che mai. Sente il loro richiamo. Sempre, ogni notte e ogni giorno.

Cade a terra. Si copre le orecchie e dondola avanti e indietro sui talloni nell’intento di levarsele dalla testa. Poi, gattonando, si avvicina al corpo senza vita riacquistando un po’ di stabilità; prende la scatola che lei gli ha dato e cosparge le orchidee intorno al cadavere. I petali iniziano a mischiarsi al sangue.

Una volta finito rimette il contenitore nella tasca interna del suo costoso completo e si siede sul pavimento. Chiude gli occhi in attesa che arrivi il suo salvatore e cerca di ricordare l’ultima volta che è stato con lei.

«Non ci credo che lo hai detto», esclamò lei ridendo.

L’uomo scoppiò a ridere per la tenera smorfia sul viso di lei. Entrò così all’improvviso nella sua vita e gli diede uno scopo per svegliarsi. Quando la vide entrare quella mattina di tre mesi prima nella sua banca, tutti la guardarono. Era bellissima.

Con un pretesto, anche se era il direttore e lui di quelle cose non si occupava, si offrì di aiutarla. Era stato amore a prima vista. Per entrambi, ne era sicuro.

«E cosa dovevo dirle?» chiese Bruce scostandole i lunghi capelli neri e baciandole il collo. Erano distesi nel letto della casa di lui, visto che sua moglie era partita per una settimana con la sua “amica”. «Di non comprarlo?»

«Sei incredibile, Bruce.»

«Lo so», ammette lui appoggiandosi sui gomiti per darle un bacio sulle labbra carnose.

Poi lei tornò seria. «Sei pronto per domani?»

Lo stomaco gli si contorse.

«È importante che li posizioni in ordine», gli sussurrò.

Appoggiò la testa sul petto nudo di lei.

«Lo farai, Bruce?»

Fece un respiro profondo, annusando il suo costoso profumo, e annuì.

«Sta’ tranquillo, andrà tutto bene se farai come ti ho detto. Quando sarà finito tutto, ti preparerò quel tè che ti piace tanto.»

Bruce rise. «Ti amo.»

Suonarono così strane quelle parole dette da uno come lui.

La donna scoppiò in una risata. Era una sensazione così piacevole essere amati.

«Lo so, Bruce. Lo so.»

Un vento freddo lo costringe ad aprire di nuovo gli occhi. Sussulta nel momento in cui vede un’ombra.

È venuto per lui.

L’Angelo, come lo chiamano tutti. È qui per ripulire.

Sospira di sollievo. Finalmente potrà ritornare a vivere la sua vita. Dopo pochi secondi, dal suo lungo capotto nero estrae una lettera che posiziona con cura vicino al cadavere. Per una qualche ragione rimane a fissargli le mani: sono coperte da guanti di cuoio ma, a differenza delle mani di Bruce, le sue non sono scosse dal minimo tremore.

Distoglie lo sguardo nel momento in cui si gira verso di lui. Non osa guardare. Lo sente sempre più vicino. Sente il freddo della notte che emana, sente il suo odore di notte e di spezie.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Camila Salazar
Sono Camila Salazar, una studentessa ventenne, nata in Colombia e cresciuta in Argentina. Vivo a Roma da quasi dieci anni, sono cittadina italiana, studio Scienze della Comunicazione presso l’Università Roma Tre e porto nel cuore le origini e la cultura del mio bisnonno, nato e cresciuto nel Mezzogiorno.
Ho sempre amato tantissimo leggere, ma non disdegno anche l’attività fisica: per quattordici anni ho fatto nuoto a livello agonistico e, per un breve periodo, anche equitazione, pattinaggio e danza classica. Attualmente continuo a nuotare per passione, anche se non più ad alti livelli.
Ho cominciato scrivendo poesie, per poi passare ai romanzi, in particolare di genere thriller, anche se col tempo mi piacerebbe sperimentare più generi possibili.
Vorrei raggiungere il sogno di diventare, prima o poi, una scrittrice a tutti gli effetti.
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