Il virologo Alessandro Gargiulo è in una stanza di terapia intensiva: al suo fianco, inerme, la moglie Ruslana, sospesa tra la vita e il silenzio del coma.
Un innovativo sistema sperimentale – Rob8, guidato dall’intelligenza artificiale ChatKGB – tenta di salvare la mente della donna, mappando e registrando i ricordi direttamente dalle sinapsi. All’improvviso, la coscienza di Ruslana sembra dividersi in due voci che raccontano frammenti di un passato oscuro: traumi familiari, segreti sepolti nell’eredità della Russia sovietica e l’eco lontana dei gulag.
Mentre nel presente l’invasione dell’Ucraina riapre vecchie ferite, Alessandro intraprende un viaggio vertiginoso dentro la mente della donna che ama, dove identità, coscienza e tecnologia si intrecciano inesorabilmente.
In ospedale
Madre o morte.
Un cono di luce proietta un’icona distorta sulla parete dell’orologio, l’immagine di due corpi dai volti non riconoscibili. L’aurora alla fonte dell’evento è magenta lungo la linea inferiore e diventa vermiglia sul muro; la linea superiore del futuro è una lunga distesa di ghiaccio.
Delle due l’una.
L’interferenza arriva dal vertice del cono e ha la voce di Sveta. Nel buio della stanza Alessandro perde l’equilibrio, e si appoggia al muro opposto per non cadere. La rifrazione di una terza linea, fuori dal cono dello spaziotempo, gli illumina un orecchio. Si gira verso il corpo di Ruslana, cammina fino al suo letto e s’inginocchia.
«Sono qui, Rus.»
La speranza con cui Alessandro mormora si perde nel silenzio pneumatico della stanza, il suono del cosmo prodotto dal robot cui Ruslana è attaccata.
Non si vede ancora?
La Voce non viene dalla macchina che tiene Ruslana in vita e sotto controllo. Alessandro apre gli occhi e guarda l’icona sul muro.
Chi sei? le chiede.
Chi siamo, sente.
La donna riflessa sul muro è velata, e la luce dell’aureola lascia in ombra il bambino che tiene in braccio. Il corpo dell’infante è senza volto, c’è un bozzolo a fargli da testa. Alessandro si gira a guardare il corpo di Ruslana, il suo ventre rimasto sempre piatto.
Due vite in un corpo solo.
L’interferenza sembra arrivare dall’icona: Alessandro rialza lo sguardo sul muro e vede che le ciglia della donna, quando l’interferenza l’invade, si muovono. Un battito sincrono di colori diversi: l’iride sinistra è un nastro arancione e nero; la destra è una macchia gialla immersa nel sangue.
Una vita sola in due corpi.
Il battito di ciglia si ripete e Alessandro si gira verso la mappa anatomica che è Ruslana per un medico come lui. Il punto dove luce e suono si fanno corpo è il vertice del cono, ed è fissato nell’ombelico.
Liberaci dal male.
«Non posso. Non capisco.»
*
Il corpo a cui Alessandro parla è una massa senza ombra. Sua moglie, Ruslana Vladimirovna Ulitzkaja, stesa sul letto d’ospedale è solo carne fredda con gli occhi chiusi. Le palpebre sono un sipario, i seni e i genitali sono coperti da due teli bianchi, le spalle ampie sono colpite da spettri di luce, un tubo endotracheale le riempie la bocca. Il busto di Ruslana è il muro di cemento armato di una prigione, una distesa di ghiaccio attraversata da luci senza speranza.
La sentinella di Leskov, attenzione.
Alessandro sente la Voce ancora una volta. L’icona proiettata sul muro dall’ombelico scompare dopo un calo di tensione. In strada i lampioni rimangono accesi, i neon dei corridoi e le macchine del reparto continuano a funzionare senza generatori. La macchina a cui è attaccata Ruslana, che è stata ribattezzata Rob8 dal suo costruttore, smette di gettare luci – i filamenti non lampeggiano più – ma il ronzio di fondo continua a divorare energia.
Il buio rimasto nella stanza è rotto ora da un’altra luce, violacea. Alessandro si ripara gli occhi con le mani, e si dirige verso l’origine del fascio di luce situato sulla spalla destra di Ruslana.
Prende il telefono da una tasca dei pantaloni e accende la torcia: tra il braccio e la spalla di Ruslana, lì dove si è manifestata quella luce d’aurora, sul deltoide dove c’è il segno del vaccino antivaiolo che le hanno fatto in Russia il primo giorno di scuola all’età di sette anni, c’è un grumo di sangue e ghiaccio. Ad Alessandro sembrano aghetti di brina quei granellini che formano la patina bianca che si mescola con la carne. Il coagulo emana una luce accecante che si apre a cono dalla fessura centrale, grande quanto la punta di un ago.
Sono tutti morti, Kize vive.
È da lì che arriva l’interferenza, l’aria siberiana che lo sta freddando.
La ferita di Ruslana da cui esce la Voce sembra un cuore in decomposizione per la gangrena dello strato inferiore. Se non avesse paura di guardarci dentro, Alessandro vedrebbe a occhio nudo la carne umida diventata un tappeto di foglie autunnali, ma all’interferenza ripetuta fa un passo indietro per lo spavento. Gli cade il telefono, e la luce della torcia gli illumina il volto.
*
La torcia del telefono ne proietta l’ombra sul muro: Alessandro è accovacciato a terra con le spalle che sfiorano le orecchie e le mani sulle guance. Guardando il suo profilo sulla parete, si ricorda che quella mattina s’è svegliato per un allarme che arrivava dal piano terra, dal computer di Ruslana lasciato sulla tavola in cucina. L’allarme era penetrante, ma ciò che l’aveva innervosito erano gli urrà dall’accento russo che lo intervallavano. Gli urrà d’assalto militare, il saluto da parata sulla Piazza Rossa.
Sul post-it bianco che Ruslana gli aveva lasciato sul computer c’era scritto Memoria. La stessa parola che Alessandro, dopo aver alzato il display, aveva letto sulla schermata ingiallita che gli si era presentata davanti. Infastidito com’era dal suono acuto che gli penetrava le meningi, leggeva e premeva il tasto mute. Il computer era in tilt e non rispondeva, allora dopo qualche pagina Alessandro aveva sbattuto lo schermo sulla tastiera. Poi l’aveva colpito con un pugno sul post-it, volato via e ricaduto sul tavolo a mostrare le parole che Ruslana aveva scritto sul retro del foglietto: “Amare è ricordare. Amare e ricordare, un dono. Il mio regalo per te. Come in ogni vita che cresce, voglio ricordare chi siamo stati e la speranza di chi non saremo”.
Alessandro s’era chiesto se fosse il giorno del loro anniversario l’occasione che Ruslana voleva festeggiare con quel regalo. Non riusciva a capire e aveva avuto la tentazione di chiamarla subito mentre fissava il PC, che ora sembrava morto – il nero dello schermo aveva inghiottito il testo di Memoria e l’allarme aveva smesso di suonare. S’era avviato ai fornelli per riscaldare la moka preparatagli da Ruslana. Tornato al computer era riuscito a riavviare la macchina, che aveva mandato in successione le schermate di caricamento. Invece dello sfondo con il selfie che Alessandro e Ruslana s’erano fatti al Cremlino di Solovki, erano partite delle immagini che ad Alessandro, per un istante, erano sembrate tratte da uno dei vecchi kolossal sulla Grande Guerra Patriottica che la moglie l’aveva costretto a vedere. Solo dopo aver bevuto il caffè, con il ritorno al funzionamento dell’audio del computer, Alessandro aveva capito che il PC di Ruslana era sintonizzato sul live di un notiziario.
Era inequivocabile quello che diceva lo speaker. Erano state uno shock per lui quelle immagini da Kyiv, anche se ormai l’aveva capito che, quando c’era la Russia di mezzo, niente è vero e tutto è possibile.
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