Maila Diotallevi, pianista e compositrice, è da poco tornata a casa dei genitori, dopo l’ennesimo fallimento amoroso e con una malinconia che l’avvolge sempre più. Qui l’attende anche un antico secrétarie rimesso a nuovo, all’interno del quale il restauratore ha rinvenuto un vecchio manoscritto.
“Giovanni Battista Draghi” è il nome riportato sulla copertina di quello che si rivela essere un diario, le cui pagine ripercorrono sia la turbinosa vita dell’autore sia gli eventi che hanno caratterizzato la storia italiana degli anni Settanta e Ottanta.
Più Maila va avanti nella lettura e più sente un’inspiegabile connessione con Giovanni Battista, che sembra parlare direttamente alla sua anima, come se la conoscesse meglio di quanto lei conosca se stessa.
Prologo
Martedì, 3 settembre 2019
«Ciao.» Le sue labbra mi sfiorarono la guancia. Fu un contatto impersonale, rapido, con una precisione meccanica che rese il saluto un adempimento svogliato, simile alla compilazione di un modulo inutile. Non lo guardai in volto; i miei occhi saettarono verso il tabellone delle partenze. Alzai una mano e la aprii in un cenno vago, senza nemmeno voltarmi del tutto. Troncai sul nascere ogni suo eventuale tentativo di conversazione e mi immersi nel flusso anonimo dei passeggeri. Non concessi nessuna ultima occhiata: sarebbe stata solo un intoppo nella mia tabella di marcia.
Proseguii spedita verso l’imbarco con la mente già oltre i varchi di sicurezza. Il trolley mi seguiva come un’ombra frettolosa sul pavimento lucido. Controllai l’orologio per l’ennesima volta; tenevo la mascella serrata per incanalare ogni energia verso l’unico obiettivo: il gate. Sapevo di non aver tempo per le smancerie, nemmeno per un sorriso vero. Il mio viso è disegnato per ispirare buonumore, ma in quel momento lo indossavo come una maschera di gelida efficienza.
Quella relazione era giunta al capolinea. Le parole della sera prima, sussurrate con un tono stanco ma definitivo, mi risuonavano ancora dentro: non funziona, non possiamo far finta. Non c’erano state urla, solo un’amara constatazione che entrambi avevamo accolto con un silenzioso assenso.
Mi sfiorò un velo di malinconia, ma non era tristezza per la fine di quel legame. Era un vuoto più ampio, una crepa esistenziale. Mi attraversò un dubbio: era davvero così semplice archiviare una storia? O forse la mia ricerca compulsiva di conferme mi spingeva da un letto all’altro solo per lasciarmi, ogni volta, con la bocca asciutta?
Trentacinque anni, e la gioia spensierata della giovinezza mi appariva come un ricordo sbiadito di una vita precedente.
Sistemai la sciarpa color pervinca affinché incorniciasse il viso e mettesse in risalto gli occhi chiari. In quel piccolo gesto automatico risiedeva la consapevolezza sottile che avevo della mia immagine. So di essere desiderabile, lo leggo negli sguardi e nei complimenti sussurrati, eppure preferisco mimetizzarmi nel mio labirinto interiore. Lì, tra i miei fantasmi, mi sento al sicuro. Potevo apparire come la donna ideale – indipendente, colta, affascinante – ma sotto quella sicurezza illusoria un’ombra di malinconia mi increspava lo sguardo.
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In fila agli imbarchi, il pensiero di Terry mi accese davvero il volto. Immaginai la sua folle corsa verso la porta: un West Highland Terrier bianco, un batuffolo di pelo che esplodeva di gioia al mio ritorno. Lui non chiedeva spiegazioni, non faceva domande scomode sul perché non fossi felice. Voleva solo carezze e la certezza di essere amato. Mi mancava la sua espressione buffa quando si sottraeva alle mie mani, o quando mi guardava implorante: “Ma perché non vuoi la mia lingua sulla faccia? È un gesto d’amore!”.
Provo un affetto quasi morboso per lui. L’idea di lasciarlo con i miei per un fine settimana mi turbava; a trentacinque anni mi sento più padrona affettuosa che amante appassionata. Con Terry ho creato un linguaggio d’intese silenziose: io studio il fremito del suo naso, lui legge le mie emozioni.
Ricordo la domenica in cui annunciai ai miei che volevo un cane. Mia madre si preoccupò per l’impegno, mio padre per il lavoro, ma io fui irremovibile: «I cani sono senza ipocrisia. Più frequento gli umani, meno li comprendo». Spiegai loro che il fiuto di un cane è una bussola infallibile sull’anima delle cose. Loro non sanno mentire. Vivono in un mondo binario, fatto di amicizie immediate o inimicizie dichiarate, lontano dalle sfumature ambigue delle relazioni umane.
Mio padre alla fine cedette con un sorriso indulgente. Ora l’unica cosa che desideravo era tornare nel mio studio. Lì, con Terry sul tappeto, avrei potuto abbassare la guardia.
A Genova sarebbero tornati i pranzi di famiglia, le domande sul lavoro e sugli amori: ogni parola uno spillo nella mia quiete. La solitudine è la cifra della mia esistenza da quando le arie d’opera hanno lasciato il posto al silenzio ovattato che, con Terry in casa, mi sembra pieno di note interiori.
Conoscevo davvero la solitudine? Forse no. Ero vissuta troppo a lungo protetta dal brusio costante dei miei genitori. Li percepivo come un velo soffocante, un rifugio dorato che mi impediva di vivere appieno.
Per questo mi accontentavo di “relazioni liquide”, perfette per affogare senza sentirmi mai a casa. Desideravo l’anonimato, la distanza. Sognavo di vivere tra estranei per fuggire a quella opprimente ipocrisia affettiva. Mi paragonavo ai bambini, fragili ma puri; in fondo ero rimasta intrappolata in un eterno presente di delusioni.
Le dita mi tremarono al ricordo dei tasti d’avorio, un tempo mia unica voce, ora muti testimoni di un fardello invisibile. Guardai il telefono: era arrivato un messaggio dell’uomo che avevo appena lasciato. Già mi manchi, diceva. Esitai un istante, poi cancellai tutto e bloccai il numero. Un taglio netto prima che le cose si facessero complicate.
In aereo, osservai gli altri passeggeri. Una madre con un neonato emanava un odore di latte e borotalco che mi pizzicò il cuore con una punta di gelosia. La maternità era un universo alieno. Di fronte, una coppia elegante recitava rituali stanchi di baci e piccoli strattoni; mi apparvero prevedibili, estranei al mio modo di vivere.
Poi si sedette accanto a me un ragazzo atletico che profumava di agrumi. I nostri sguardi si incrociarono e un guizzo di curiosità accese un sorriso spontaneo su entrambi. Mi rivolse parole in una lingua melodiosa, forse slava.
«Pardon?» chiesi. Lui ripeté, ma il risultato non cambiò. Ci coprimmo la bocca con la mano, uniti dall’incomunicabilità. Notai un tatuaggio sul suo avambraccio: due versi di Shelley, l’Ode al vento occidentale. “Oh, lift me as a wave, a leaf, a cloud! I fall upon the thorns of life! I bleed!”
Udii una vibrazione sorda, come una nota troppo bassa che fa tremare il legno del pianoforte. Quei versi – “Sollevami come un’onda, una foglia, una nuvola! Io cado sulle spine della vita! Io sanguino!” – erano la mia stessa inquietudine messa su pelle.
«Allacciare le cinture!» La voce dell’altoparlante mi riportò alla realtà. Decollammo. Guardai fuori dall’oblò l’immenso oceano di azzurro.
Che importava se anche l’ultima storia era naufragata? Dovevo solo respirare il cambiamento. Mi sentivo leggera, come chi lascia il casinò a mani vuote dopo una notte di gioco, ma con la soddisfazione di aver giocato la partita fino in fondo.
Osservai di nuovo il ragazzo. Aveva un profilo greco e un aspetto familiare. Mi trasmise una strana affinità. Pensai che Dio ci ha creati per guardarci con curiosità, non con rabbia, perché la curiosità è la scintilla che accende il cammino.
Il suo sguardo si fece diretto, come se mi avesse letto nel pensiero: Sì, ti riconosco. E io risposi con gli occhi: Mi piaci, straniero. Ti desidero più di chi ha avuto tutto da me e non ha saputo cosa farsene.
Non dicemmo una parola. Le labbra si incontrarono con una voracità improvvisa che spazzò via ogni difesa. In quel volo silenzioso, circondati da passeggeri assopiti, ci lasciammo trasportare dalla corrente.
A Genova l’atterraggio fu brusco.
Uno scambio rapido di numeri, poi lui sparì su un taxi verso il porto.
All’uscita trovai mio padre. Un abbraccio stretto, l’aria frizzante di settembre. «Ti hanno riconsegnato il secrétaire restaurato» mi disse con tono emozionato. Un lampo di gioia mi illuminò il viso. «L’ebanista ha trovato un vecchio quaderno ingiallito al suo interno. Sembra un diario.»
Un quaderno?
Mi morsi il labbro, la curiosità prendeva il sopravvento. Chiesi subito di Terry, ma la mia mente era già altrove, attratta dal mistero di quelle pagine, pronta a esplorare l’umanità nascosta nel cuore del mio vecchio mobile.
Enrico Maria Pierpaoli (proprietario verificato)
G R A Z I E !
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Enrico Maria Pierpaoli (proprietario verificato)
Grazie Luca per le tue parole così gentili e sincere! Sono davvero felice che l’anteprima del mio libro ti abbia catturato e che tu abbia apprezzato la scrittura e le immagini. La tua stima e fiducia significano molto per me. Spero di poter continuare a regalarti emozioni con la lettura completa del libro! Spero che leggerai il resto senza dover stare a letto!
Luca Vita (proprietario verificato)
Grazie ad una lieve influenza che mi trattiene a letto ho potuto leggere l’anteprima del tuo libro, ti confermo stima e fiducia, mi ha preso senza riuscire a fermarmi nella lettura, scorrevole e denso allo stesso momento, mai scontato e ricco di immagini schizzate o definite ma sempre con modo sapiente e opportune a trasmettere il momento. Bravo, davvero bravo.