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Consegna prevista Marzo 2027

Egle pensa di essere una ragazza come tante ma inizia a “vivere” davvero dopo la morte della madre, è una storia di rinascita, amore e quel casino che viene quando ti permetti di esistere per te stessa. “Meta” è la storia di una ragazza che si sente in colpa per essere viva, un romanzo d’amore che sa di libertà, bugie e seconde possibilità. Una foto che cambia tutto, un amore arriva al momento sbagliato e una verità che fa male.

Perché ho scritto questo libro?

In realtà non c’è una vera motivazione per la quale io abbia deciso di scrivere “Meta”, non avevo una storia precisa da raccontare ma ho iniziato e non riuscivo a smettere, ho tenuto il ritmo e mi sono stupita insieme a voi. Egle urlava nella mia testa la sua vita, i suoi sentimenti, le sue emozioni, i dubbi e le paure. Ciò che provava lei l’ho provato anch’io. La storia è venuta fuori un pezzo alla volta, io ho solo completato il puzzle.

ANTEPRIMA NON EDITATA

A volte le persone che avresti voluto come parte della tua storia sono destinate a esserne solo un capitolo.

Il primo incontro

Lo conoscevo da appena una settimana, ma la sua stretta di mano, per un attimo, mi aveva trasportata in un luogo lontano senza confini, dove il tempo non esiste.

Il parcheggio del centro commerciale, quel giorno, era così pieno che fui costretta a gironzolare senza una meta per parecchio tempo e questo mi aveva messo di cattivo umore. Quei minuti trascorsi in attesa della vana speranza di trovare due strisce bianche senza nessuna auto in mezzo, mi avevano fatto desistere dall’idea di trascorrere una calda e solitaria domenica di shopping. -“Tutti qua oggi”! “Mi spiace mio caro frigorifero ma anche oggi dovrai restare vuoto!”- la mia voce si confondeva con quella della canzone alla radio, Mare Mare di Luca Carboni. -“Ecco appunto, perché non andate al mare!” Quasi rassegnata diedi un ultimo sguardo allo specchietto retrovisore e, finalmente, notai un parcheggio libero, peccato che giusto il tempo di ingranare la retromarcia e qualcuno più veloce me lo aveva soffiato da sotto il naso. -“Ma cheffà……”- Andai su tutte le furie, misi in folle e scesi dall’auto lasciandola accesa. -“Insomma, ma le pare il modo”? “Le sembro invisibile?”- Mi accorsi che stavo urlando, da sola, contro il finestrino oscurato e chiuso di un’automobile; vedevo la mia immagine riflessa che si dimenava. Mi diedi un contegno. Lo sportello si aprì ed io arretrai di un passo; un uomo scese con calma, richiuse lo sportello, poi aprì quello posteriore, tirò fuori una giacca e la indossò, sistemò la cravatta, prese la ventiquattro ore poggiata sul sedile, si passò una mano tra i capelli, si avvicinò a me e si presentò. -“Salve, molto lieto il mio nome è Noah”- Rimase con il braccio proteso e la mano aperta. Pensai subito che fosse matto. –“Non lo so vuole che i porti anche un caffè”? Io non sono affatto lieta e non mi interessa sapere qual è il suo nome, mi ha appena rubato il parcheggio, sono qui da un’ora”- risposi alquanto seccata, dando una veloce occhiata al display del mio telefono. -“Ah bene, io sono appena arrivato, grazie, un caffè lo accetto volentieri”- rispose accennando un sorriso. Non so se si stesse prendendo gioco di me o facesse sul serio, e si, avrei dovuto lasciarlo lì senza dire niente, rimettermi in macchina e tornare a casa, invece il suo tono di voce pacato e quel braccio ancora disteso, mi spinsero in maniera del tutto istintiva a stringergli la mano. Fu in quel preciso istante che il mondo attorno a me si spense.

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Black out totale. D’un tratto ebbi la sensazione di non riuscire a sentire più nulla nello spazio circostante, le auto che freneticamente entravano e uscivano dai parcheggi erano come sparite, la musica che fino a qualche secondo prima veniva diffusa dall’altoparlante, si tacque, una scossa mi attraversò il braccio, la mente, le spalle e scese giù fino alle dita dei piedi. Quel delicato e morbido contatto di mani mi rese improvvisamente ed inaspettatamente calma; rimasi immobile, il mio viso era in fiamme, non so se per l’imbarazzo, per la sorpresa della mia reazione o per entrambe le cose. Accettai l’invito, naturalmente dopo aver cercato con non poca difficoltà un altro parcheggio. -“La aspetto qui”- -“Grazie”- -“ Scema, sei scema o cosa…”. Ripetevo da sola. Ci avviammo all’ingresso per raggiungere il bar, avevo caldo e stavo sudando, legai i capelli, portavo sempre con me al polso un elastico per i casi estremi, e quello lo era. Quando le porte scorrevoli si aprirono, il fresco dell’aria condizionata mi investì, tirai un sospiro di sollievo. Lo sconosciuto accanto a me indicò un tavolo libero un po’ appartato, lo seguivo un passo indietro. Ci sedemmo. Poggiò delicatamente per terra la 24 ore ai piedi della sua sedia, ne percepivo l’odore della pelle marrone, la tracolla scivolò sul pavimento e la parte in metallo emise un fischio simile al cinguettio di un uccellino. Si guardò intorno, alzò il braccio per attirare l’attenzione del cameriere che serviva al tavolo accanto e ordinò due caffè. Io nel frattempo lo osservavo. Alto, magro, occhi neri profondi, sguardo imbarazzante da reggere, elegante, distinto, raffinato e…… nessuna fede al dito. Ne rimasi estasiata, affascinata, colpita, stordita. Avevo voluto fermare il tempo per rimanere lì, di fronte a lui e lasciarmi cullare dal suo sguardo penetrante, invece, quel caffè non durò che un breve attimo, giusto il tempo di capire che era lì per vedere un cliente, non specificò che lavoro facesse o chi dovesse incontrare ed io, per non sembrare troppo invadente non chiesi nulla. Stetti a fissarlo, lui abile a far finta di nulla. -“Scusami adesso devo proprio andareo il mio cliente penserà che lo abbia abbandonato, ti auguro una buona giornata”- -“Oh si certo, devo andare anche io, grazie per il caffè e buona giornata anche a te”- Sorrise, fece per andare via, si voltò continuando a camminare all’indietro -“Non mi hai detto il tuo nome, ma qualsiasi nome tu abbia sarà di certo bellissimo,”. -“Egle”- dissi piano –“il mio nome è Egle” – ma lui, era già sparito tra la gente. Rimasi seduta, lì tra il rumore di tazzine, l’odore di caffè e le voci confuse della gente intorno, persa nei miei pensieri ancora per un po’. -“Vedi che sei scema? che poi tu da quando prendi il caffè! Dai sù muovi quel sedere”- Cominciai a vagare. Ebbi la sensazione di essermi persa come quella volta da bambina al parco con la zia, quando attirata da una postazione in cui vendevano libri per bambini mi ero allontanata, voltandomi non avevo più visto il volto familiare della zia Anna e così avevo cominciato a camminare da sola. “- prima o poi mi troverà-” avevo pensato fiduciosa.

Quel giorno andò così. Non combinai nulla, camminavo distratta e finivo per ritrovarmi sempre allo stesso punto, osservavo la gente entrare ed uscire dai negozi, i bambini che si rincorrevano, i genitori che cercavano di riacciuffarli, tutti sembravano sorridenti e felici, pieni di pacchetti di ogni dimensione e colore che fuoriuscivano dai carrelli. La mia figura si rispecchiava nelle vetrine dei negozi e nel riflesso di ognuno di loro, in mezzo alla moltitudine di gente, cercavo quell’uomo. Ad un tratto e quasi per caso, mi imbattei in un negozio di animali, li amavo tutti ma in modo particolare adoravo i cagnolini; ne avevo sempre desiderato uno ma non mi era mai stato permesso di tenerlo. Fu li che vidi un minuscolo cagnolino tutto bianco che di là dal vetro mi diede l’impressione di essere molto triste. Entrai, con il permesso della commessa lo presi tra le braccia e fu subito amore. Era morbido, piccolo, spaesato proprio come me in quel momento, mi fece tanta tenerezza, cominciò a leccarmi le mani e così senza rifletterci nemmeno per un istante, decisi che sarebbe diventato il mio compagno fedele. Lo chiamai Line. Comprai anche tutto il necessario e mi avviai verso l’uscita. La tentazione di andare a vedere se l’auto dello sconosciuto fosse ancora nel parcheggio fu tanta, ma la paura di poterlo incontrare e giustificare la mia eventuale e fortuita presenza li, la superò, cosi misi in moto e partii. Per tutto il tragitto, Line fu molto buono, ogni tanto mi guardava e i suoi occhietti sembravano ringraziarmi. -“ Vedrai che a casa starai bene, ci divertiremo un sacco insieme… hai fame?”- si raggomitolò sul sedile e si addormentò. Mi ero sempre chiesta se i cani fossero in grado di capire cosa succedeva loro, se riuscissero a percepire dai loro padroni, come una sorta di sensazione, di essere amati per la vita oppure maltrattati o peggio abbandonati, se si trovassero bene in una casa sconosciuta nel primo periodo; mi chiedevo cosa avrebbe pensato Line appena entrato in casa; di certo i suoi occhi parlavano e io avrei dovuto solo imparare a leggerli. -“ Oplà, eccoci, questa è casa nostra”- lo lasciai scivolare dolcemente dalle mie braccia al pavimento.

Da quando mia madre non c’era più, dopo la lunga malattia che l’aveva costretta a letto fino alla fine dei suoi giorni, la casa era diventata vuota, grigia, silenziosa; prima almeno, riecheggiavano i suoi continui rimproveri, i suoi fastidiosi lamenti ma ora più nulla, un vuoto che Line stava per rompere. Si ambientò subito, all’inizio non riusciva a salire e scendere i gradini delle scale che portavano al piano superiore alla camera da letto, mi divertivo troppo ad osservarlo mentre goffamente cercava di arrampicarsi neanche fossero delle montagne da scalare, puntualmente ruzzolava ma, temerario ci

riprovava ancora e ancora fino allo stremo delle sue forze. Lo portavo in giro la sera e ogni volta che ne avevo il tempo, a me era sempre piaciuto passeggiare, mi aiutava ad allentare i pensieri e con un amico come Line accanto, era diventato ancora più piacevole. Da quando c’era lui, rincasare era una gioia, mi aspettava dietro alla porta con il guinzaglio in bocca e la codina scodinzolante, le sue feste mi facevano dimenticare lo stress della giornata. Finalmente a casa c’era qualcuno ad aspettarmi. Qualcuno che mi amava senza rimproveri. Era diventato la mia ombra, certo spesso mi arrabbiavo anche, soprattutto quando usava il pavimento e i tappeti per i suoi bisogni o quando riusciva ad aprire la porta del ripostiglio sparpagliando in giro per casa le mie scarpe, era il suo passatempo preferito. Le mordeva e le nascondeva. Perdevo un’infinità di tempo a cercarle e quando alla fine riuscivo a trovarle, la maggior parte delle volte, erano inutilizzabili. In fondo però quando mi faceva gli occhi dolci io non riuscivo a resistergli. E’ incredibile come una piccola palla di pelo possa darti un affetto e un amore così incondizionato, possa riempirti la vita in maniera totale senza mai pretendere nulla in cambio se non un po’ di pappa e un paio di scarpe per giocare.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Luana Sammito
Luana, classe 1977, nata e cresciuta a Siracusa, autrice di "Meta", romanzo d'esordio. Segretaria di professione, lavoro per costruire, leggo e scrivo per sognare. Di giorno organizzo l'agenda degli altri e scrivo mail, di notte scrivo storie per chi crede che l'amore vero sia disordinato e reale.
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