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Mezz’anno

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Consegna prevista Aprile 2027
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In una Napoli soffocata dal caldo, la celebre scrittrice di gialli Lorenza Ambrati è bloccata sull’ultimo capitolo della sua trilogia. Donna affascinante, anticonformista e inaccessibile, ha costruito la propria vita tenendo tutti a distanza e seppellendo un passato che credeva di aver cancellato.

Basta una mail. Un uomo sostiene di conoscerla da sempre e chiede di incontrarla. Da quel momento, il segreto che sua madre le confidò quando era bambina torna a galla, trascinandola in un viaggio tra ricordi, colpe e verità mai svelate.

Perché ci sono segreti che il tempo non cancella. Aspettano soltanto il momento giusto per distruggere ogni certezza.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo romanzo per dare voce a una storia vera che mi è stata affidata come un dono. La protagonista è stata la mia maestra di scrittura: una donna affascinante, brillante e fuori dagli schemi che, solo molti anni dopo il nostro incontro, ha trovato il coraggio di raccontarmi il segreto che aveva custodito per tutta la vita. Da quella confessione è nato questo libro.

ANTEPRIMA NON EDITATA

«Nennè, lo vuoi sapere un segreto?»

«Dipende. È un segreto bello o brutto?»

«Per me è bellissimo.»

«E per me?»

«Ti rovinerà la vita. Ma chi se ne fotte della vita tua. Tieni solo dieci anni.»

«Allora non lo voglio conoscere questo segreto.»

«Nennè, tu non tieni possibilità di scegliere, tu puoi solo vedere e sentire quello che ti voglio mostrare e quello che ti voglio dire.»

«Non voglio vedere e non voglio sentire. Vattenne!»

«Me ne andrò tra poco e tu mi piangerai per sempre.»

«Aspetta. Fammi almeno una carezza. Non te ne andare così.»

«Davvero vuoi una mia carezza? E cosa sei disposta a fare per avere un’ultima carezza?»

«Tutto quello che vuoi tu.»

«In questo caso, ti rifaccio la domanda: lo vuoi sapere un segreto?»

«Sì.»

«Anche se ti rovinerà la vita?»

«Sì. Ma prima fammi una carezza.»

E invece te lo dovevi tenere in gola quel segreto, come fanno tutte le madri che i fatti loro se li portano nella tomba insieme al rosario avvolto intorno alle mani giunte e saresti dovuta morire così, comm’a ‘na santa, zitta e pentita.

Non sei stata capace nemmeno di salutarmi, quella carezza tua non mi ha mai sfiorata.

Ma sai che c’è? Va bbuono lo stesso.

È tuttaposto.

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LUGLIO

Mo’.

Simona, la mia editrice, sta chiamando. Vedo il suo nome lampeggiare sul display del cellulare e alzo gli occhi al cielo. Vorrà sapere a che punto sono con la fine del romanzo; il nuovo caso dell’ispettrice Lucia Velasco, l’ultimo libro della trilogia.

In verità sono stanca di condividere parte delle mie giornate con questa creatura letteraria sboccata e incurante, seppure magistralmente intuitiva. Avevo creato il suo personaggio il giorno in cui l’uomo che guidava un macchinone di quelli costosi, mi aveva strombazzato il clacson nelle orecchie perché a suo parere stavo attraversando la strada, sulle strisce, troppo lentamente. In effetti era vero, ma considerando il fatto che avevo una gamba ingessata e camminavo con le stampelle, il mio «Ma va affammoc!» ci stava tutto. D’istinto decisi di prendere mentalmente nota del numero della targa, cosa che tornò molto utile perché duecento metri dopo, il tipo che si rivelò essere un pregiudicato per giunta ubriaco, investì un ragazzino e scappò senza fermarsi. Fu grazie alla mia testimonianza che la sua corsa terminò nella stessa cella dalla quale era da poco uscito. Vorrei essere menefreghista come la Velasco che ignora le direttive dei suoi superiori, ma non ci riesco e per questo rispondo alla telefonata della mia editrice. Simona non mi chiede del romanzo (miracolo!), vuole invece informarmi di una strana mail arrivata in ufficio.«Strana come?» domando.«Uno che vuole sapere di te.»«E che c’è di strano? Mica è il primo!»«Senti te la giro. Vedi tu. Leggila e poi decidi. Comunque gli abbiamo risposto che non diamo informazioni private sui nostri autori.» e senza aggiungere altro chiude la comunicazione. Un secondo dopo il cellulare si illumina diffondendo il suono che annuncia l’arrivo di una mail.

“Gentile Editore,

chiedo, se fosse possibile, di conoscere l’indirizzo mail della scrittrice Lorenza Ambrati, essendo io un suo amico di vecchia data. Purtroppo dopo tanti anni ho perso ogni contatto con la signora in questione e non ho altro modo per rintracciarla, che chiedere a Lei la gentilezza di fornirmelo. Mariano Inzirillo”.

Ha ragione Simona, questo è strano parecchio. Il nome non mi dice nulla. Chiudo la mail decidendo di non darle peso ma la bocca dello stomaco la pensa diversamente e invia un segnale d’allerta sotto forma di fulmineo e intenso bruciore.

Di pazzi ce ne sono parecchi in giro e a me fanno paura. I violenti no, quelli so come trattarli, ma i pazzi sono imprevedibili, quasi quanto me. Per sicurezza invio un whatsapp a Simona:

“Avvisami se il signor Inzirillo dovesse scrivere ancora.”

Risponde immediatamente con l’emoticon del pollice alzato.

«Caso chiuso.» avrebbe detto la Velasco.

Ajére.

Sei allegra in questo periodo.

Forse perché stai aiutando la tua amica a organizzare la sua prima mostra personale. Tu e Romanza eravate compagne di banco finché lei decise di abbandonare la scuola per votarsi alla pittura ottenendo diversi consensi dai critici. Io la chiamo “L’almeno lei” perché ogni volta che ne parli dici sempre:

«Almeno lei fa quello che le pare.»

«Almeno lei non deve combattere con la spesa tutti i giorni.»

«Almeno lei si sceglie le persone che vuole accanto a sé.»

E allora penso che io e papà dobbiamo farti davvero schifo, così come tutta la vita che sei costretta a vivere stando insieme a noi. I quadri di Romanza sono talmente deprimenti! Ogni volta che andiamo nel suo studio, mi scende addosso una cappa greve che mi schianta il cuore a terra. Colori sempre scuri, usati per riprodurre inquietanti personaggi: politici con i visi deformati da risate sguaiate e con grassi culi incastrati sui sedili piccoli e strettissimi di una ruota panoramica, arlecchini in lacrime che cadendo stingono i colori dei loro costumi, monache incattivite che sputano sui crocefissi, madri ingioiellate che danno la mano a figli pallidissimi che paiono sul punto di morire di consunzione. Tutte le tele sono sistemate su cavalletti enormi, dipinti di nero, che sembrano dar vita a una parata di ragni minacciosi. Guardandoli mi chiedo a chi mai potrebbe balenare l’idea di appenderne uno in soggiorno, in salotto o peggio ancora in camera da letto. Davanti a quei dipinti rabbrividisco e Romanza esclama infastidita «Ma questa bambina è febbricitante! Perché non la lasci a casa?» e poi se sbriga a se spustà, come se le potessi trasmettere chissà quale malattia.

Tu mi guardi con occhi tristi e scuoti la testa, vergognandoti di me.

Mentre torniamo a casa, percorrendo i Quartieri Spagnoli, dici che sono forastica e mi chiedi di fare uno sforzo per apprezzare l’arte.

«Quella è arte? Allora di arte non ne voglio sapere finché campo!» rispondo sgarbata, incattivita e gelosa del tuo amore per Romanza. Perché credo che di questo si tratti. Ti penso innamorata di lei, di una donna, e vi immagino nello studio o nei vicoli stretti e bui del centro di Napoli a scambiarvi baci con la lingua e a frugarvi con mani avide sotto le gonne e dentro i reggipetti. Mi chiedo per quale motivo mi costringi a venire con te quando vai a trovarla, visto che in mia presenza non potete fare le vostre zozzerie.

Forse mi porti per non farti scoprire dalla gente che altrimenti si insospettirebbe a vedervi sempre insieme, troppo sorridenti, troppo sfrontate, troppo femmine, troppo felici, troppo svergognate.

Mò.

Simona chiama di nuovo, stavolta per il romanzo, con le solite domande, formulate al plurale e mascherate da spensierata fiducia nelle mie capacità.

«Cosa facciamo io e la mia scrittrice preferita?»

«A che capitolo siamo?»

«Abbiamo un finale?»

«Siamo già con la testa al prossimo romanzo?»

Le spara a raffica senza darmi il tempo di rispondere. Anche perché sa benissimo che non me ne frega niente di mentire inventandomi qualcosa e del resto come potrei?Se le dicessi che i primi capitoli sono terminati mi chiederebbe subito di inviarglieli.

«Dai Lorè, mandali al volo così inizio a leggere. Fai clic con il dito e via, senza stare a pensare agli errori. Correggiamo poi.»

Ma quali errori? Quelli non li faccio mai. Quando inserisco il controllo ortografia e grammatica visualizzo sempre la dicitura “controllo terminato” senza che nulla sia stato evidenziato.

Mariano Inzirillo.

Ancora quel nome in testa.

Ma chi è? Dice di essere un vecchio amico, ma io uno con quel nome me lo sarei ricordato. Un compagno di scuola? Una passioncella di quando ero ragazza?

Forse si chiamava Mariano quello della radio?Avevo diciott’ anni e ascoltavo sempre la stessa stazione radio locale.

C’era uno speaker con una voce da favola, trasmetteva dalle 20 alle 24. Mi ci addormentavo su quel timbro caldo e suadente. Me lo sognavo mentre dichiarava il suo amore per me in diretta.

Una sera, che non mi andava di studiare latino, decisi di telefonare in radio per chiedere di fare una dedica a “mia sorella” Lorenza.

Scelsi “Buonanotte fiorellino” di Francesco De Gregori.

Attesi ben tre giorni prima di sentire la sua voce annunciare:

«E ora, per voi, una delle mie ballate preferite, “Buonanotte fiorellino”, dell’immenso De Gregori. Questa è dedicata a te Lorenza. Da parte di tua sorella.»

Erano le ventitré e ventitré. Un minuto dopo stavo raccogliendo il mio cuore che si era sciolto sulle lenzuola azzurre a fiorellini verdi. Avevamo la stessa canzone preferita! Eravamo destinaci ad amarci!In realtà avevo scelto quel brano solo perché lui lo inseriva spesso durante il programma, ma mi piacque credere che fosse stato il destino a muovere il mio intento e ciò mi bastò a trovare il coraggio necessario per telefonare in radio, durante uno stacco pubblicitario, chiedendo di lui. Venne al telefono e io balbettai una manciata di frasi fatte piene di complimenti, mentre l’uomo dei miei desideri gentilmente ringraziava, con malcelato imbarazzo.

Continuai a chiamare. Di sera in sera mi facevo più sfrontata, affinando l’arte della fascinazione che ha fatto la fortuna degli approcci amorosi della mia vita.

So come intrigare un uomo, gioco con le parole, lo incuriosisco. Non ho mai usato strategie sessuali, sono una di testa, stimolo la sua immaginazione e punto dritto al cuore. Nessun uomo ha mai resistito al mio gioco seduttivo. Costruire una relazione però è un altro discorso, in questo ho sempre fallito. Del resto non me n’è mai fottuto di avere un rapporto sano e duraturo con un uomo. Dopo quindici giorni lo speaker prese a dedicarmi una canzone ogni sera e dopo venti m’implorò di andare a trovarlo. Lo avevo in pugno. Feci passare un’altra settimana e poi decisi di andare, non resistevo più neanch’io e sognavo di essere baciata dalle sue labbra carnose.

Perché dovevano essere per forza carnose le labbra di uno che parlava per mestiere, no?La fermata dell’autobus si trovava proprio davanti al palazzo in cui aveva sede la radio.

Mentre salivo le scale per arrivare all’appartamento dal quale trasmettevano, il cuore sembrava impazzito, non perché fossi ansiosa di conoscerlo, ma perché immaginavo la sua impazienza nell’attesa d’incontrarmi. Adesso che ci penso non mi aveva minimamente sfiorata l’idea di non piacergli, lo davo per scontato e non so proprio su quali basi, visto che all’epoca ero a malapena passabile; troppa carne nei posti sbagliati e poca in quelli giusti. Ma per me l’aspetto fisico non aveva importanza. Mi sentivo potente, avevo la situazione in mano, stavo sul pezzo. Infatti gli piacqui.

Lui invece per niente.

Mi fecero ribrezzo i vestiti che puzzavano di chiuso e di fumo, le orecchie a sventola, le mani sempre in movimento con quelle due matite che agitava in aria come fossero bacchette di una batteria e soprattutto l’eccessiva magrezza che lo faceva apparire fragile, troppo fragile. Ma la macchina della seduzione era stata avviata e non me la sentii di giocarmi la carta della sincerità, quindi mi appollaiai sul bracciolo della sua sedia accarezzandogli svogliatamente il collo sudaticcio e gli permisi di cingermi la vita mentre conduceva il programma tutto tronfio della sua conquista.

Sorrisi per tutto il tempo come una ragazza felicemente innamorata e alla fine della serata lasciai che mi baciasse con quelle labbra che, manco a dirlo, erano le più sottili che avessi mai visto. Prima di salire sull’autobus che mi avrebbe riportata a casa gli giurai amore eterno. Bastarda. Non gli diedi il mio indirizzo e per fortuna!

Continuai ad andare da lui per qualche settimana perché mi piaceva il ruolo di First Lady della star della radio locale, ma ben presto si rese conto che le sue avance mi ripugnavano e iniziò a dire che sicuramente lo avrei lasciato. Gli risposi di no, che non lo avrei fatto, ma lui fu così insistente che mi sembrò caritatevole non deludere le sue tragiche aspettative.

Sparii da vigliacca. Non mi feci più vedere né sentire.

Piagnucolò per un po’ di sere in diretta chiedendo che tornassi da lui e dedicandomi decine di canzoni. Cambiai stazione radio e non ci pensai più. Mi viene in mente che ho una copia di “Madame Bovary”, dono dello speaker, con tanto di dedica. Metto in subbuglio mezza libreria per trovarla.

Sotto alla frase smielata, scopiazzata certamente da un bigliettino trovato in quei cioccolatini con la nocciola, c’è la sua firma: Fabiano.

Ma come Fabiano?

Ma allora chi cazz’ è ‘sto Mariano Inzirillo?

Antonino Ambrati, pateme.

Se dovessi chiedere a chi lo ha conosciuto, probabilmente verrebbero fuori un sacco di aggettivi simpatici, per descrivere un uomo allegro, di gran compagnia, a volte un po’ alticcio, ma sempre padrone della situazione. Amante delle belle donne che riusciva a conquistare con uno sguardo e una battuta, insofferente alle regole, sempre pronto a fiutare l’affare.

Sicuramente sarebbe stato un imprenditore, se la fortuna lo avesse baciato almeno una volta.

Ma chella, la fortuna, nunn’è cieca manco p’ niente!

Antonino Ambrati, pateme.

Nessuno è mai riuscito a capacitarsi della sua fine. Tutti ne subivano il fascino. Io no perché ero sua figlia e conoscevo i demoni che lo tenevano stretto per le palle. Non lo volevo un padre così, un uomo egocentrico, un buffone pronto a mettersi sempre al centro delle situazioni. Uno che si atteggiava a grande attore, grande amatore, grande intenditore di bellezza. Ogni volta che si andava a una festa, a un pranzo o semplicemente a prendere il caffè a casa di amici, scattava puntuale il momento del monologo con il racconto di qualche sua avventura, naturalmente edulcorata e romanzata. Lui si esibiva mentre mamma e io restavamo in ombra, sedute tra il pubblico, ad assistere con imbarazzo al suo istante di gloria.

Quante fesserie gli uscivano da quella bocca!

Amava i travestimenti.

Una volta mi portò a prendere un gelato vestito da donna, con tanto di parrucca, viso truccato ad arte e reggiseno imbottito d’ovatta, perché aveva scommesso con un amico che nessuno avrebbe capito cosa celava sotto la gonna. Mi sarei sotterrata dalla vergogna.

Io volevo un padre normale, un uomo discreto, sereno, rassicurante, altruista, ma mi sarebbe bastato anche molto meno di questo.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Milena Maggio
Milena Maggio nasce a Napoli e vive a Roma, dove insegna nella scuola primaria. Studiosa di metafisica, appassionata di alchimia e botanica, coltiva da sempre l’amore per la scrittura e per tutto ciò che racconta l’animo umano. Ogni sera prova a ricordare almeno cinque cose belle accadute durante la giornata, ma spesso si addormenta prima della quarta. Ha pubblicato tre raccolte di racconti e tre romanzi: Il ponte tra le vite, La casa sugli oceani e Lì dove accadono i miracoli.
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