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Milano, Origami e caffè

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Consegna prevista Novembre 2024
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L’Italiano è un killer molto richiesto. Fabio è l’ultima ruota del carro della banda di uno strozzino di Milano. Giulio è un ex militare, adesso braccio destro dello stesso strozzino. L’Italiano è freddo, distaccato, insensibile a tutto tranne che ad un buon espresso. Fabio è il suo opposto, avventato e tormentato per essere stato lasciato da Fede: lei gli vuole bene, ma non intende frequentare un delinquente. Le sue pene d’amore si riflettono sul lavoro e il suo capobanda Sandro non è per nulla tollerante. Giulio ama alla follia la moglie e il figlio ma è altrettanto fedele a Nicoletti, lo strozzino che lo ha accolto quando nessuno lo voleva più. E nascondere la sua vera attività alla moglie si fa sempre più difficile. Nicoletti assolda l’Italiano per un lavoro ma qualcosa va storto. Chi tenta di uccidere il pericoloso killer e perché? Cosa porta Fabio a fare una folle richiesta all’Italiano? E Giulio riuscirà a impedire che i “rischi del mestiere” colpiscano la sua famiglia?

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questa storia sotto la stessa spinta che mi ha portato a scrivere anche tutte le mie altre opere, ovvero per trovare la risposta alle domande: quale scelta possiamo accettare di seguire? Siamo abbastanza forti da tollerarne poi le conseguenze? E anche per dimostrare come sia possibile, con una partenza che non si discosta troppo dai romanzi dello stesso genere d’oltreoceano, generare una storia autonoma, italiana a tutti gli effetti e con una sua autenticità.

ANTEPRIMA NON EDITATA

I

La notte era pigra e silenziosa nella sconfinata prateria del parco naturale. Il cielo era limpido, si potevano contare migliaia di stelle e la brezza portava dentro di sé gli odori più svariati, forti e delicati, aspri e dolcissimi. Il tappeto verde di erba era un mare appena mosso, dove i grandi bisonti americani sembravano degli scuri iceberg alla deriva, raggruppatisi come per caso in un unico punto, pericolosissimo per gli incauti naviganti che avessero tentato di navigarvi in mezzo. Gli uomini permettono loro di vivere liberi qui e di notte, quando il vento parla alla terra e alle rocce, si potrebbe credere di essere tornati al tempo in cui i bisonti erano i padroni della prateria.

Se avesse potuto fantasticare si sarebbe perso in un ricordo del genere, ma il bisonte non è un animale romantico, non può permetterselo. Una tale distrazione può costargli la vita, lo ha imparato sopravvivendo in quelle praterie giorno dopo giorno, anno dopo anno. Un esemplare magnifico di maschio enorme sui 900 chili, tutto muscoli e cicatrici; ogni cicatrice racconta una storia, alcune di lupi, altre delle lotte della sua gioventù, per conquistare le femmine. Ogni cicatrice simboleggia una vittoria: è nel fiore degli anni e viene attaccato raramente, ormai. Uno dei segreti per restare re di un tale regno è non perdere d’occhio nemmeno per un istante la prateria. Dietro a quell’erba succulenta spesso si nascondono minacce, di quelle che mordono. Scacciò quei pensieri con un grugnito, vaporizzando l’aria calda dalle sue narici. Una ventata gli fece arrivare al naso un odore che conosceva bene, un odore di zanne, saliva, fame.

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Lupi.

Dovevano essere vicini, anche se ancora non li vedeva. Dopo qualche minuto di incertezza capì che l’odore proveniva da una macchia di vegetazione lì vicino. Quegli alberi solitari nella prateria costituivano un nascondiglio eccellente, non si vedeva nulla di sospetto. Il branco era compatto e numeroso, difficile che li attaccassero, tuttavia il re era indeciso: l’odore che gli era arrivato alle narici era strano, familiare sì ma anche diverso, in un modo che non sapeva ancora spiegarsi.

Poi il vento gli portò anche l’eco di un latrato e capì. Cuccioli, lupacchiotti lasciati al sicuro mentre gli adulti cacciano. Non sono una minaccia per il branco, ma lo sarebbero diventati presto: nel giro di un anno sarebbero diventati letali come i loro genitori, li avrebbero rincorsi e cacciati, straziando le loro carni. I pesanti zoccoli del bisonte avanzarono verso la macchia verde, dove l’odore era più forte. Meglio eliminarli ora, che doversi difendere poi, avrebbe pensato se avesse potuto, e avanzò verso la macchia. Non aveva paura, anche se allontanarsi dal branco sarebbe stato rischioso perfino per lui. Rimase a fiutare l’aria per qualche minuto, a circa trenta metri dalla macchia di alberi, ma tutto era tranquillo; si avvicinò di altri tre o quattro metri, poi lo vide.

Un uomo seduto in mezzo all’erba a gambe incrociate, a quindici metri dai cuccioli, vicino al sentiero. S'accorse della sua presenza solo perché diede vita alla fiammella dell'accendino per accendere una Pall Mall. Il re si sorprese come mai prima: solo i lupi erano riusciti ad avvicinarglisi tanto senza che se ne accorgesse e questo alimentò la sua paura.

Paura? Sì, aveva paura come ne aveva avuta tanto tempo fa, da giovane. Non era più abituato ad averne e lo rese furioso. Quell’essere lo rendeva furioso. I lupacchiotti erano dimenticati, lontani nella sua mente anni luce; c’era solo quell’essere seduto nell’erba là davanti che lo sfidava, lo sfidava semplicemente non fuggendo su una macchina come fanno gli uomini, quando lo vedono.

– Bel coraggio prendersela con quei moscardini, ciccione.

Non capì i suoi versi, ma la paura aumentò. Gli occhi neri come gocce di petrolio erano all’ombra di uno Stetson bianco sporco, ma li vedeva lo stesso. Erano quelli che gli facevano paura: erano come quelli dei lupi, degli orsi, degli sciacalli e di tutti i predatori che aveva visto nella sua lunga vita piena di battaglie. In quegli occhi vide tutti quei nemici radunatisi per lui, freddi, imperscrutabili, in attesa di un suo passo falso. L’istinto gli gridò di tornare nel branco, dove sarebbe stato al sicuro, ma lui non aveva mai perso un combattimento. Era sopravvissuto a tutti gli agguati che gli avevano teso e non sarebbe stato un uomo dagli strani occhi a poter dire di averlo vinto.

Si mise in posizione di carica, puntando la testa e le possenti spalle verso di lui. Iniziò a camminare, poi partì, divorando lo spazio che li separava. Il terreno tremava come per un terremoto, ma l’uomo mantenne la calma. Si alzò ed estrasse da dietro la schiena un coltello Bowie, che lampeggiò sinistramente alla luce delle stelle. Fece due passi indietro portandosi sulla strada sterrata, aspettando il suo avversario come si aspetterebbe l’autobus. Il bisonte non vedeva altro che lui ormai, correndo con tutta la sua forza contro un bersaglio immobile, che non vedeva l’ora di colpire, di schiacciare, di calpestare. Abbassò la testa pronto all’incornata quando fu ad un metro, ma quando la fece scattare verso l’alto per scaraventarlo tra le stelle, incontrò solo aria. L’uomo era riuscito ad evitare la sua carica con un sicuro movimento degno di un matador. Il bisonte si fermò e si girò, pronto ad una nuova carica, furibondo per lo smacco. Era alcuni metri davanti a lui, immobile come prima e lo aspettava. L’animale avanzò di un passo, poi sentì la zampa affondare in una fanghiglia bollente e appiccicosa: impiegò qualche secondo a capire che la sua gola stava vomitando sangue da uno squarcio sulla destra. Un attimo dopo il re era morto.

L’uomo vide il bestione accasciarsi sulla strada, esattamente dove lo voleva. Pulì il coltello sull’erba e si diresse verso i cuccioli, senza neppure degnare di un’occhiata il branco dei bisonti. Era vestito come un qualunque vaccaro del posto, con jeans, stivali in cuoio consunti ed una camicia a scacchi bianca e verde. I cuccioli non si erano resi conto di nulla, presi dal gioco com’erano, ma quando l’uomo fu su di loro si fermarono a guardarlo. Innocenti, teneri e morbidi, tuttavia nei loro occhi risplendeva qualcosa di selvaggio e assolutamente libero. Dovevano avere un paio di mesi, forse meno. Si chiese se ce l'avrebbero fatta: non ci sarebbe stato sempre un angelo custode su di loro come era successo poco prima, ma una piccola parte di lui sperò che ce la facessero. Tornò sui suoi passi e si avvicinò all’enorme corpo del bisonte ancora caldo e puzzolente. Aveva solo pochi minuti prima che la carcassa attirasse lì tutti i predatori della zona, ma dopotutto era in orario. Mise un piede sulla testa del bisonte, squadrandolo da cima a fondo e valutandone le dimensioni; poi tornò a guardare in direzione dei cuccioli, che quel bestione stava per ridurre tipo piadina. Si sedette dietro il mastodontico corpo con un’espressione disgustata sul viso.

– Mai piaciuti i bulli. – Borbottò, rivolto alle stelle.

Dawn si sarebbe risparmiata volentieri quel giro nel parco in piena notte.

Era molto stanca e risentiva ancora dei postumi della bronchite che s'era beccata facendo il bagno vestita al party di suo cugino, come un’idiota. Era diretta al confine nord del parco, oltre il confine di stato, per un breve giro di controllo in modo da fare prima possibile il suo dovere e tornare a letto, magari accompagnata da un whisky e due aspirine. Accese la radio per tenersi sveglia e la voce di Jim Morrison cantò solo per lei un roadhouse blues. Anche perché chi cazzo vuoi che stia sentendo la radio a quest’ora? chiese a se stessa. Un attimo dopo vide l’ostacolo, illuminato dai fari, ma lo riconobbe solo in un secondo tempo: la carcassa di un enorme bisonte. Fermò la jeep solo quando fu a due metri circa dall’ostacolo, come se volesse essere certa di non avere le traveggole.

– Ecco, ci mancava! – Diede un colpo di stizza sul volante prima di scendere, infastidita. – Migliaia e migliaia di miglia quadrate e questo pachiderma si va a schiantare giusto sulla strada!

Si portò davanti alla vettura, guardando quella montagna di pelo illuminata dai fari con le mani alla vita. Un uomo spuntò da dietro il corpo, con uno Stetson sopra i riccioli grigi che gli occultava il viso. Dawn Ferri morì con un coltello piantato in gola ancora prima di poter decidere se avesse dovuto preoccuparsi o no.

L’uomo si avvicinò ed estrasse il pugnale da lancio con un gesto distratto. Superò il corpo ed entrò in macchina, frugando qua e là. Trovò lo zaino con la roba sul sedile posteriore, almeno venti chili di eroina pronta per la vendita.

Dawn e suo cugino Paulie da qualche tempo avevano deciso di tirare su qualche soldino extra alle spalle di zio Mickey, che gestiva un discreto traffico di polverine. Aveva affidato a Paulie lo smercio per la zona del Wyoming, e rendeva bene. Tanto bene che Paulie non aveva creduto che qualcuno si sarebbe accorto che l’allungava un tantino: e poi la tagliava solo un altro poco! Piano piano accumulava la roba e poi la smerciava con l’aiuto della cugina, che lavorava nel parco come guardiana. Dawn lasciava la roba ai confini del parco, dove i compari di Paulie la recuperavano. Mickey Ferri si dispiacque molto quando scoprì l’inghippo (ha sempre creduto nel valore della famiglia) e rintracciò quasi subito il nipote: aveva sempre avuto la pessima abitudine di lasciarsi dietro la bava come le lumache. Mickey non volle che fosse qualcuno della famiglia ad effettuare quel recupero, a modo suo era un sentimentale e Paulie era benvoluto da tutti, in fondo. Ma suo nipote gli aveva mancato di rispetto: per questo aveva chiamato lui. Avrebbe dovuto sistemare Paulie e farsi dire chi lo aiutava.

Lo aveva trovato due giorni fa e giusto prima dello scontro accidentale con una pallottola, gli aveva parlato della cugina Dawn e di come smerciava la roba; ed ora eccolo là, ad ammazzare bisonti in mezzo al nulla. Mickey Ferri gli aveva promesso un extra se fosse riuscito anche a recuperare l’ultima partita di droga. Mentre usciva dai confini del parco, l’Italiano continuò a domandarsi se la cosa gli interessava abbastanza da non buttare nel cesso quella partita di merda non appena tornato in albergo.

II

Il pugno lo riportò alla realtà, sottraendolo all’incoscienza in cui stava per sprofondare. La nuova fitta di dolore lo aiutò a concentrarsi sulla situazione attuale: Ale lo stava pestando. Qualcuno lo teneva per le braccia, altrimenti sarebbe già crollato a terra da un pezzo. Ogni tanto riusciva a vedere qualcosa, prima che l’ennesimo pugno lo facesse sobbalzare.

Il capannone dove lo avevano portato puzzava di plastica bruciata, ci facevano le grucce. Sandro lo guardava da una sedia, con le braccia appoggiate allo schienale. Fumava con infastidita indifferenza per quello che stava vedendo. Se lo sarebbe risparmiato volentieri, aveva di meglio da fare che perdere tempo lì. A giudicare dalla faccia, neppure Ale si stava divertendo granché. Si fermò un attimo a rifiatare, le mani cominciavano a fare più male del giusto.

– Mauro, dagli il cambio. – La voce di Sandro era piatta, quasi distratta.

– Cazzo Sandro, non basta ancora? Lo ammazziamo, così!

– Non sono io a volerlo.

– Lo so, ma mi sembra che basti! Guardalo, non sente nemmeno più il dolore!

Sandro si alzò di malavoglia dalla sedia, avvicinandosi al gruppetto. Fabio riuscì a intravederlo per un secondo o due, poi richiuse l’occhio, sfinito. Sandro gli soffiò il fumo della sigaretta in faccia, prima di spegnergli la cicca sulla fronte. Il sussulto che Fabio ebbe, avvertendo il bruciore, fece correre sulle labbra sottili del suo aguzzino la smorfia di un astuto sorriso, come se lo avesse sorpreso a macchinare un sordido piano contro di lui.

– Lo sente ancora, il dolore. Dagli il cambio, Mauro.

Ale strinse i pugni, ma si fece sostituire senza una parola. Da quando era entrato in quel giro aveva imparato molto sull’infliggere dolore e sarebbe stato lieto di sperimentare qualcosa su Sandro. Tuttavia prese Fabio e lo tirò su, per il secondo round. – Mi dispiace.

Fabio registrò appena quella frase, non gli importava. Niente gli importava, che lo ammazzassero pure. Che gli sfondassero il cranio a testate, se lo meritava dopotutto. Un pugno lo prese dritto allo stomaco, poi un altro e un altro. Per fortuna aveva già vomitato la cena all’inizio del pestaggio, almeno ora non poteva più rifarlo. Odiava vomitare, gli faceva schifo sin da quando era piccolo. A volte gli bastava vedere qualcuno vomitare e partiva anche lui, come spinto da qualche insensato spirito di solidarietà. Cercò Ale con lo sguardo e per un attimo lo vide guardarlo impotente, prima che un altro pugno gli girasse la testa dall’altro lato. Ogni tanto lo sentiva pronunciare qualcosa ma non capiva bene, aveva i sensi troppo ottenebrati. Dopo l’ennesimo pugno, Fabio sentì urlare, attraverso la nebbia che lo circondava. Mauro urlava tenendosi la mano e bestemmiando.

– Cazzo che male! Porco Giuda bastardo, mi sono rotto la mano!

Sandro si accese un’altra sigaretta, guardando con sufficienza quel cretino tenersi la mano e ballare come uno sciamano che cerca di far piovere. – D’accordo, basta così. Ale, porta questi due all’ospedale e poi vattene a casa, ti chiamo più tardi. – Si alzò diretto all’uscita, con Piero che lo seguiva a ruota come sempre, senza neppure disturbarsi a dar loro una mano a caricare Fabio in macchina.

Ale guidò fino all’ospedale mettendosi d’accordo con Mauro e con Fabio (per quel che era in grado di capire) sulla balla da cacciare una volta a destinazione. Ci fu bisogno della barella per portarlo dentro, era messo male ma se la sarebbe cavata. Il dottore disse che c’era la possibilità che perdesse l’uso dell’occhio destro, ma Ale escluse la possibilità. Si era fatto più esperienza di un medico in quel genere di ferite, ed era stato attento a non picchiare nei punti sbagliati. Decise di aspettare che ingessassero Mauro e poi sarebbe tornato a casa, per quella giornata aveva fatto abbastanza: le mani gli facevano male e non vedeva l’ora metterci del ghiaccio sopra e prendersi una sbronza. Il dottore sembrò essersi bevuto la storia che si erano inventati; una storia che parlava di due stranieri, probabilmente albanesi, sorpresi a pestare il loro amico nel punto in cui si erano dati appuntamento. Ovviamente si erano lanciati per aiutare l’amico pestato e derubato, riuscendo a mettere in fuga gli assalitori dopo una scazzottata. Purtroppo Mauro ci aveva rimesso la mano, ma erano riusciti a dare una descrizione dei tipi. Denuncia contro ignoti e via.

Restava solo da trovare la maniera di non sentirsi una merda per quello che aveva fatto, almeno fino a quando non avesse raggiunto la bottiglia di vodka in fondo al frigo di casa. Meditò se fosse saggio o no chiamare Fede e dire cosa era successo al suo neo-ex. Tirò fuori il cellulare di Fabio che e scorse i  nomi in agenda, senza però trovare il nome che cercava. Non era possibile che avesse già cancellato il numero; per puro scrupolo controllò sotto la A e lo trovò subito: Amore.

Dio Fabio, nemmeno i liceali fanno più così. Cresci! Continuò a guardare la scritta “Amore” per un tempo indefinito, indeciso sul da farsi ma ansioso di chiudere la sua parte in quella storia. Guardò in direzione della stanza dentro cui era sparito Mauro e dalla quale si sentiva uscire ogni tanto qualche lamento, spesso accompagnato da una bestemmia. Ne avrebbe avuto ancora per un po’. Con un sospiro premette il pulsante verde, aspettando in linea. O Fede non sentiva il telefono o non voleva rispondere, dopotutto il numero era di Fabio. Rispose quando aveva ormai perso le speranze.

– Fede? Ale. Dove sei ora? Come? Non ho capito, ripe… Ah. Puoi spostarti? Grazie. Si ora ti sento bene. Senti, è successa una cosa.

Il telefono protestava indignato da un pezzo, lì nella borsetta dove lo aveva lasciato. Aveva dato un’occhiata e aveva visto la scritta “Fa’ ” lampeggiare sul display. Ely e Bea non s’erano accorte di nulla, il frastuono del locale copriva quasi tutto e loro erano concentrate su un moretto che aveva appena l’età per radersi. Parlava con due ragazzi qualche tavolo alla loro destra e sorseggiava un Negroni. Bea lo trovava figo, ma per Ely era troppo piccolo. Lei era più interessata al barista, l’unica cosa decente in quel locale: per il resto il posto era vomitevole con della musica anche peggio, una specie di ska-rock (e lei odiava lo ska e il rock) in una gabbia a forma di serra, con finti rampicanti ovunque, finti bonsai ovunque, veri idioti dappertutto. Avrebbe potuto ignorare la chiamata finché Fabio non si fosse stufato, sarebbe tutto finito lì. Non ci sarebbe stato nulla di male, a parte che questo atteggiamento era giusto quello che aveva adottato il suo vecchio ragazzo con lei per scaricarla. Non voleva ricordare nulla di quello stronzo e ricacciò il pensiero nei meandri della sua mente prendendo la chiamata. – Pronto? Ah Ale, credevo… io? In un locale con…ho detto sono in un locale! Sì, aspetta un attimo che mi sposto. Va bene ora? Dove sei?

Si allontanò dal tavolo ignorando le espressioni interrogative che le rivolsero Ely e Bea. Qualche secondo dopo rimpianse di non essersi comportata come quello stronzo del suo ex. In quel momento avrebbe potuto perfino capirlo.

La conversazione non durò molto in quelle condizioni, ma d'altra parte nessuno dei due aveva voglia di chiacchierare. Ale girò di nuovo la testa verso l’ambulatorio nella speranza di vederne uscire Mauro, visto che le grida erano terminate. Questa volta fu esaudito e ringraziò Dio. Mauro si guardava la mano ingessata come fosse una schifosa, enorme piattola e non notò Ale finché non furono a un metro.

– Mi hanno fatto un male Caino, non credevo che fosse così dolorosa, l’ingessatura. Cazzo, mi sono fatto meno male rompendomela!

– Dai, ti riaccompagno a casa.

– Dio, che male! Se ci ripenso…

– Mauro.

– Cosa?

Ale aveva tolto la mano che gli aveva messo sulla spalla, facendolo voltare verso di lui mentre si avvicinavano all’uscita del pronto soccorso. – Puoi bestemmiare quanto ti pare, ma devo chiederti di non farlo in mia presenza, mi dà fastidio.

– Perché, ho bestemmiato?

– Hai nominato il Suo nome invano. Non fare neppure questo.

– Cos’è, stai scherzando o sei serio?

– Sono serio.

– Va bene bello, nessun problema. Non credevo che fossi credente…cioè, non è che io, voglio dire sono credente anch’io, solo che…

– Solo che bestemmi. Non farlo più.

– Ok, ok, nessun problema, mi rimangio tutto. Mi dispiace di averti offeso.

– Nessun problema.

Ma nonostante non ci fossero problemi non furono molti gli argomenti di conversazione, tornando a casa.

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Paolo Failla
Vivo in Sicilia, sulla costa tirrenica, proprio di fronte alle isole Eolie. Ho studiato, senza che il liceo classico mi lasciasse un bagaglio degno di nota. Quanto all'università, il massimo che gli studi superiori mi hanno dato, è stata la passione per il teatro. Facendo parte di una compagnia teatrale ho potuto apprendere molto e anche riversare parte della mia carica creativa, che già da anni avevo imparato a riversare nella scrittura. Dal palcoscenico ho imparato l'importanza della costanza e del lavoro di squadra, mentre dalla musica, dal cinema, dal teatro e dai libri, tutto il resto. Ho appreso anche che mi piace viaggiare ed imparare le lingue, e che non credo nel detto "trovati un lavoro che ami e non lavorerai un giorno in vita tua": per me il lavoro è il prezzo che siamo tenuti a pagare per goderci i nostri vizi tra cui, primo fra tutti per quanto mi riguarda, lo scrivere.
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