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Miti, Racconti e Dialoghi

Miti, Racconti e Dialoghi
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Consegna prevista Gennaio 2023
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Da narrazioni in stile mitico e fortemente evocativo fino a componimenti dialogici ben più terreni, saggiando sotto più vesti il tema del rapporto simbolicamente mediato tra l’uomo e la realtà, l’obiettivo di questa raccolta è uno e uno soltanto: sollevare nel lettore una curiosità di fondo, portarlo a percepire quel residuo di stranezza che si manifesta a tutti noi umani quando proviamo a sostenere lo sguardo dell’esistente. Sotto le spinte del nostro secolo e della nostra società tendiamo troppo spesso a fare atto di superbia, a credere che ogni aspetto della nostra vita abbia un proprio posto ben definito e che sia compito dell’intelletto far quadrare il tutto, completando il tangram della nostra esistenza. Dimentichiamo quanto le rivelazioni più importanti e i più profondi significati non discendano da ragionamenti sofisticati ma da semplici scintille, dagli incontri con i simboli più quotidiani. Essi, senza disvelarsi, ci gettano nel sacro.

Perché ho scritto questo libro?

La domanda mi mette in difficoltà, perché questo libro è nato da sé. I vari componimenti risalgono a periodi differenti della mia vita e devono la loro esistenza a eventi e stati d’animo diversi tra loro. Ciò che nonostante tutto li accomuna è però il ruolo terapeutico che hanno svolto nei miei riguardi. Ho scritto per dar voce ad inquietudini di cui non vedevo il fondo, a gioie talmente intense da sforare nel religioso.

ANTEPRIMA NON EDITATA

MITI

KU-BABA

I

Era il tempo in cui gli archetipi non erano ancora stati inventati e perciò tutto aveva un nome proprio e basta. In quegli anni si dice vi fossero tante specie quanti erano gli animali e non già una ogni due come ai tempi di Noah, ma i tempi di Noah erano d’altronde ancora ben lungi da venire. Gli animali erano stati addomesticati dai padri di coloro che al tempo erano padri a loro volta e la conquista della terra dissodata fu opera dei loro nonni. Era il tempo in cui ogni sparuto gruppo di abitazioni faceva nazione e ogni piccola valle faceva pianeta. Si conoscevano per nome le poche persone del villaggio e gli erranti erano divinità dei boschi. In realtà in quegli anni le divinità ancora non se n’erano affatto andate, ma anzi per la maggior parte se ne stavano in attesa del momento giusto di realizzare i loro miti. Capitava addirittura che ne arrivassero al villaggio di Ku-baba sotto forma di pioggia o di leone di montagna e che in poco tempo se ne andassero lasciando i raccolti irrigati e i cacciatori soddisfatti. Ku-baba all’epoca aveva appena imparato a sgusciare le noci battendole tra due sassi come insegnatole da suo padre, che però in quel momento non era suo padre ma un dio degli antenati.
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Il processo di apprendimento era allora più simile ad un’investitura rispetto ad oggi, privo com’era della gradualità di miglioramento che contraddistingue l’odierno apprendista. All’epoca il dio degli antenati ti faceva vedere come fare e tu imparavi con gli occhi, tuo padre ti toccava la spalla e il braccio si muoveva nella realizzazione dell’atto secondo guide invisibili, della stessa materia delle anime degli avi. Una volta Ku-baba vide suo padre Alulim uccidere Tizqar lo sciacallo con lo sguardo e farne pelliccia per la moglie.

Quando Ku-baba gli chiese come avesse fatto egli rispose che era così che si doveva uccidere Tizqar, che se l’era sentito suggerire dal vento e che con altri animali come Agga, il leone, o Arwium l’elefante avrebbe senza dubbio usato una lancia. Alulim era diventato capo di dieci uomini nel mese dell’immenso sole, in cui i tetti delle capanne avevano preso fuoco e lui solo era riuscito a placarlo con un gesto del braccio, seguendo le solite guide invisibili. Alulim vi s’era sempre affidato, alle guide invisibili, a quei flussi d’azione cui l’istinto lo aveva tanto preparato per fronteggiare le situazioni. Egli non doveva pensare, gli bastava lasciarsi andare e fluire come in un sogno in una serie di movimenti e rotazioni lasciando che tramite lui si incanalasse la tremenda e accorta potenza dell’evoluzione, forte della totalità degli errori e dei successi sin dal primo organismo vivente, dio del movimento e della nascita. Le guide invisibili erano tanto care anche a Ku-baba, ma in modo un po’ diverso. Ella non le agiva come il padre ma riusciva in rarissimi e fugacissimi momenti a scorgerle con lo sguardo, semitrasparenti come liane di vetro, nel mentre che si dipanavano a spianare la strada alla sua azione. La prima volta che Ku-baba le vide era il settimo giorno dopo il grande temporale che aveva allagato la casa più bassa del villaggio uccidendo Zamug il vecchio, di cui nessuno sa più nulla. Le vide mentre girava il latte per separarlo dal burro disegnare nell’aria dei cerchi concentrici precedendo la sua mano di pochi centimetri, prevedendone o guidandone i movimenti. Seppe di essere stata la prima a vederle poiché glielo dissero loro.

Da questa prima volta Ku-baba non riuscì più a non cercare continuamente le guide invisibili con lo sguardo sperando in un’altra rivelazione e ciò le fu di grande impiccio. Laddove il padre come in trance compiva grandi imprese, come spostare a mani nude l’intera casa ammobiliata di Atab, che voleva spostarsi più vicino al fiume, a lei certe cose semplicemente non riuscivano, smaniosa com’era di osservare le guide invisibili, di comprenderle e farle sue. Inizialmente ciò che l’attirava era la naturale e genuina fascinazione di una bambina di fronte a delle iridescenti liane di vetro ma a partire dalla loro seconda apparizione, mentre intrecciava cestini con la nonna, il suo interesse si fece meno spensierato e più ansioso di comprensione. Capiva che tutto era mosso da queste guide, lo capiva perché glielo dicevano loro e capiva anche che nessun’altro le avrebbe viste mai. E ciò che per gli altri ignari era fonte di forza e sicurezza per lei si era andato mutando in un maleficio terribile, in una prigione di sbarre trasparenti. L’imparare a sgusciare le noci fu l’ultimo flusso di spontaneità che Ku-baba ebbe di lì a ottanta generazioni e come tale se ne portò sempre caro il ricordo fino al giorno della sua trascendenza in voce narrante.

Due piogge più tardi Ku-baba passeggiava intorno al recinto di Zin-suddu e vide Mesh-He e Balulu affaccendarsi nello spiazzo loro riservato. Non le era chiaro cosa stessero facendo, le osservava muoversi secondo disegni irregolari e sforzandosi un po’ riuscì a far apparire le guide invisibili che ne determinavano i movimenti. Sulle prime non andava cercando alcunché, con l’antica e genuina fascinazione si ammaliava dei giochi di luce che si producevano sulla superfice vetrosa, ma mano a mano che teneva fisso lo sguardo cominciò a notare una dopo l’altra tante piccole somiglianze, nel modo in cui le guide viravano lievemente a destra dopo lo stesso lieve indugiare a sinistra, nella maniera in cui dopo aver condotto Mesh-He e Balulu da un lato del recinto poi tendevano a condurle nuovamente al centro. Dieci volte il sole si levò senza che Ku-baba distogliesse lo sguardo e all’undicesima volta ella aveva ormai deciso che Mesh-He e Balulu, pur essendo due, erano entrambe in qualche modo la stessa cosa e che invece di chiamarle per nome si poteva adoperare la parola “pecore” per riferirsi ad entrambe senza far torto a nessuno. Capì anche che Agga non era certo l’unico leone e che Arwium non era il solo elefante. Le pareva anche chiaro che Zin-suddu avrebbe certamente dimezzato gli sforzi se avesse trattato le sue bestie come una sola piuttosto che come due, ma quando glielo disse non fu capita. Per Zin-suddu uno era uno e due era due, e pensare che fossero la stessa cosa era come attendersi che dal mare la pioggia risalisse fino al cielo. Venne un giorno in cui Balulu si ruppe una zampa e smise di camminare. Balulu divenne per Zin-suddu una bestia immobile, così era e altrimenti non avrebbe certo potuto essere. Ku-baba però, veggente dell’invisibile, non riusciva affatto a capire come egli non vedesse il fatto che Mesh-He invece camminava benissimo, che erano entrambe pecore e che perciò se Balulu non camminava voleva dire che non era poi una gran pecora, almeno non quanto Mesh-He. “È imperfetta” pensò, ma lo pensò a voce alta e le montagne che lo sentirono rabbrividirono per la terribile genesi. Ku-baba vide chiaramente quanto quel preciso istante fosse subito assurto a momento chiave della storia umana. I momenti chiave sono per quanto riguarda loro stessi momenti come tutti gli altri, ma per l’uomo del futuro essi sono divinità minori del tempo a cui portare ringraziamenti e rancori per le cose che sono e che avrebbero potuto essere diversamente senza il loro intervento. Ma dal momento che fino a quel preciso istante tutti la pensavano come Zin-suddu, nessuno si era mai premurato di stabilire quali tra i momenti passati meritassero il titolo e nessuno perciò l’aveva mai ottenuto, rendendo di fatto l’attimo dell’intuizione di Ku-baba il primo momento chiave della storia umana. Visto poi che i momenti chiave sono così rari e che il suo in quanto primo lo era persino di più, Ku-baba gli diede il nome di Ussi-Watar, così che non si perdesse nel mare del tempo e che potesse essere rievocato con la voce.

II

Almeno cinque leggende si erano ormai compiute dal tempo di Ussi-Watar e sette dei si erano ormai ritirati nei crateri del sottosuolo per godere delle meritate venerazioni, e Alulim era morto. Stava radunando con la mano sinistra le nuvole sopra al villaggio per far piovere dopo la tremenda siccità che aveva imperato sin dalla nascita di Jushur, secondogenito di Mesh-He, quando si rese conto di non poterle afferrare e precipitò dal cielo aprendosi il cranio. Atab dalla sua casa sul fiume se ne stupì molto perché durante l’eclissi precedente Alulim aveva divelto la luna dal cielo per far riapparire il sole, e con essa in spalla aveva percorso mezzo firmamento ed era tornato a casa con il cuore calmo e le spalle dritte. Presto il villaggio dimenticò Alulim il morto ma Ku-baba ogni tanto parlava con il respiro del padre, rimasto intrappolato in un vulcano in cui aveva soffiato per pietrificarne la lava. Il respiro di Alulim una notte le raccontò che al momento della caduta aveva pensato che tutto sommato era un uomo e che gli uomini non possono certo volare. Dalla sua morte il villaggio aveva dovuto fare a meno del suo aiuto e alla gloria del singolo si era sostituito il brulicare dei molti, che in numero sempre maggiore iniziavano a riconoscere la natura di chiave di Ussi-Watar. Il convertito Zin-Suddu possedeva ora il gregge più grande che avesse mai calpestato la valle, ed Enmerkar il fabbro produceva ottomila spade dall’alba al tramonto. Dei dieci uomini di Alulim, Dumuzi apprese come curare la gotta e la febbre gialla e i dieci divennero cento volte tanto. Al legno delle costruzioni si sostituì la pietra tagliata ad arte da Ubara-Tutu, che insieme al figlio Kalumum si occupò di lastricare le strade. I viaggiatori dei boschi avevano smesso di essere divinità ed erano uomini e basta e quando Zuqaqip, che cacciava nel bosco, ne vide uno lo uccise e inventò la guerra, che il popolo di Alulim vinse in sedici giorni e con scarsissime perdite.

Tutta la popolazione rendeva gran merito ad Ussi-Watar per la sopraggiunta grandezza e non dimenticava mai di consultare le guide invisibili prima di fare alcunché. Una donna di cui si perse il nome addirittura inventò la scrittura solo per poter compendiare tutti i responsi delle guide, di modo che si potessero consultare con più facilità. Si conoscevano allora le nozioni comuni delle cose che ne regolavano la reciproca interazione, l’osservazione delle somiglianze tra le guide permise di astrarre delle norme di comunanza tra ogni genere di cosa e di chiamarle con lo stesso nome. Questi nomi comuni crebbero allattati al seno della civiltà e si fecero adulti, ipostasi in un cielo meno azzurro e reale di quello da cui scende la pioggia. Queste ipostasi se ne stavano lì, avevano fatto battaglia agli dei del cielo e ne avevano usurpato la reggia mentre i sopravvissuti si erano ritirati sul fondo dell’oceano, lontani dal popolo di Alulim. Forti della loro utilità i nomi comuni si fecero divinità a loro volta, arrogandosi il diritto di stilare i modelli della perfezione. Fu grazie ai loro oracoli che Zin-Suddu anni addietro aveva saputo di dover sopprimere Balulu, la pecora imperfetta e che Dumuzi era riuscito a selezionare i rimedi più efficaci. La parola “imperfetto” risuonò innumerevoli volte nella valle ma le montagne avevano ormai perso la capacità di ascoltare e non rabbrividirono più. Hadanish era re e in quanto tale era l’unico che ormai ricordava Alulim il morto. I re del passato parlano spesso ai re del presente perché tra re ci si capisce meglio che con gli altri, e per Hadanish Alulim aveva una sorta di predilezione. Hadanish non avrebbe saputo dire come mai né quando fosse iniziata questa loro amicizia ma Alulim lo aspettava dopo ogni risveglio sul terrazzo per guardare insieme il loro regno, ché è facile non essere gelosi quando a spartire sono un vivo e un morto. Ad Hadanish piaceva Alulim ma pensava che la morte l’avesse fatto un po’ scemo e lo guardava con condiscendenza quando il primo re gli raccontava del trasloco sul fiume di Atab e della lotta di sguardi contro Tizqar. Alulim se ne accorgeva ma non gli importava, si sentiva solo perché la figlia non era più andata al vulcano e voleva solo qualcuno con cui parlare, e fra re ci si capisce meglio che con gli altri. Ku-baba aveva ormai le ginocchia secche e le spalle curve e non riusciva più ad andare a parlare con il respiro del padre. Le dispiaceva ma era vecchia e sapeva di esserlo e non se ne crucciava. Nessuno la vedeva più dal tempo della seconda guerra, quella contro la gente delle sabbie, che lei manco sapeva come fosse andata a finire.

Durante una delle conversazioni mattutine, dopo la creazione della grande diga, Alulim sentì un pettegolezzo della terra e seppe che Ku-baba era ancora viva. Non appena Hadanish seppe che la figlia ancora viva dell’antico re era la madre di Ussi-Watar decise di andarla a cercare. Tanti erano i ringraziamenti che avrebbe voluto farle, poiché era a lei che si doveva tutto ciò che era stato fatto, e tanti i consigli che avrebbe voluto chiedere ad una donna tanto saggia. Ad Alulim mancava molto Ku-baba e fu immensamente felice della risolutezza di Hadanish, perché i morti possono apparire ai vivi solo se sanno dove si trovano e non possono certo andarsene per il mondo da soli alla loro ricerca. 

2022-04-27

Aggiornamento

80 copie vendute in meno di 24 ore!! Grazie a tutti, grazie davvero! Ovviamente siamo solo al principio, ma è un inizio promettente! Se hai gia acquistato potresti fare un carinissimo e graditissimo passa parol a una/due persone, che ne pensi?

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Matteo Codiglione
Mi chiamo Matteo Codiglione, nato a Pisa nel giugno del 1998. Mi sono laureato in filosofia, bilanciandomi tra i due interessi divergenti della metafisica contemporanea e della filosofia teoretica. La scrittura in prosa è sempre stata una delle mie più grandi passioni (insieme alla poesia, alla musica, all’artigianato manuale e alla natura fuori stagione) e sicuramente quella in cui l’amore per la riflessione filosofica ha potuto confluire più prepotentemente. Detto questo, che può magari far comodo come chiave di lettura nell’approccio alla raccolta, non credo di avere altro di interessante da aggiungere, a parte che ho un enorme cane bianco chiamato Ponce.
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