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Mondi fatali

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Dopo un viaggio nel deserto marocchino, Frank torna alla sua vita di sempre, ma qualcosa non si è davvero concluso.

Un pomeriggio, alla sua porta compare Thomas Walker, uno sconosciuto che sembra sapere dettagli troppo precisi della sua vita. Tra le mani ha un taccuino, che contiene il racconto enigmatico e inquietante di esperienze che Frank non ricorda di aver condiviso.

Mentre la realtà si incrina e i confini tra memoria e visione si confondono, entrano in scena figure come Rinoa e Rose, legate a un passato che sembra tornare a galla.

Chi è davvero Thomas? E perché tutto appare così familiare?

 

Una storia sospesa tra visibile e invisibile, dove ciò che accade potrebbe essere già accaduto, o non essere mai accaduto davvero.

Merzouga

Avevamo preso una casa, insieme alla mia famiglia, nei pressi del deserto marocchino.

Merzouga è uno dei tanti punti di snodo dei crocevia di merce e di materiali grezzi che militavano lì, sotto il passaggio del sole rovente dell’Africa.

Non era proprio una casa, non possiamo definirla così: per lo più era un accampamento turistico dislocato in qualche punto indefinito del deserto.

La verità è che era un rifugio per gli sfollati e per i berberi, magrebini che sostavano anche solo per il tempo di una notte, ristorando la fame e la sete sotto il manto di stelle.

Quella notte non vidi molta gente passare e nemmeno si vedeva una nuvola in cielo.

C’era un grande falò, ricordo, vicino alla nostra tenda.

Ma il cielo era talmente enorme, l’aria talmente fresca, che sembrava che tutto fosse a contatto con l’essenza della Terra stessa.

Era come stare vicino a quel punto che i più esperti, se proprio li vogliamo chiamare così, concepiscono come la connessione esatta tra un punto geografico qualsiasi della Terra e il centro delle emozioni umane.

Già, il centro delle emozioni, questo limite ignoto.

Ricordo che poco tempo prima di partire per l’Africa avevo parlato con una sorta di martire o padre spirituale, il quale aveva indicato, con la sua mano, esattamente nella zona del mio petto, poco più a destra del cuore, nel pieno centro, il punto esatto della produzione delle mie emozioni.

«È da qui che nascono tutte le emozioni, dal centro del tuo petto.»

Ma dal momento che la Terra orbita su di un piano infinito quale l’Universo, e che per la scienza stiamo viaggiando o comunque muovendoci vorticosamente in ogni istante nello spazio aperto, qual è il nostro centro esatto?

Dove siamo? Chi può definire esattamente le coordinate corrette?

Dove risiede il centro nevralgico di tutte le esperienze dell’uomo?

Dove può un uomo poter affermare che in quel preciso momento il suo corpo, la sua identità, sia esattamente lì, presente e viva e possa trasferire tale sensazione a un altro essere umano con una difficoltà tanto estrema?

Non mi sento, per il momento, data la mia giovane età, di dare definizioni.

Non mi sento di proferire un quesito vero e proprio, in quanto la mia essenza, così come la mia esistenza, è mutabile nel tempo.

Il punto principale è che quella sera il calore della sabbia fine delle dune illuminò il cielo.

Il falò a cui partecipai prevedeva che i turisti di tutto il mondo si radunassero vicino al fuoco, disponendosi in cerchio.

Non vi nascondo che, sentendo la musica di quei tamburi, mi alzai di colpo dal posto assegnato e mi misi a ballare come un matto. Qualcuno mi imitò, se non tutti.

Ma che dovevo fare? Non potevo di certo non seguire la follia di quel momento.

I berberi mi insegnarono a suonare i loro tamburi di pelle e mi raccontarono storie sulla loro tribù. Fecero anche qualche battuta demenziale che mi colpì, consuetudine che scoprii essere loro solita. Confesso che riportai le loro storie con molto piacere nelle mie estati, sfoggiandole ai miei amici e riscuotendo consensi da parte di tutti.

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Mi sento di dire che questa popolazione – i berberi – è molto adattabile e pronta ai cambiamenti.

Queste genti non hanno una natura propria di stabilizzazione; la loro storia è più che altro legata a grandi spostamenti che questo popolo ha compiuto nei tempi antichi, attraversando il deserto.

Dotati di un grande senso di orientamento, nelle ere passate, così come loro raccontano, si sono mossi seguendo le virtù della luce, appunto la luce delle stelle.

Avendo seguito la stella polare che indicava il nord, si sono accampati nei vari posti utili e favorevoli alla corretta fruizione della vita.

Il resto della storia è ancora tangibile: si potrebbe toccare con mano se si viaggiasse a pochi passi dal corno d’Africa e si incontrasse per caso questa tribù.

Ma quello che successe quella notte, all’incirca alle due, intorno al grande falò, ebbe dell’incredibile: avvertii un contatto ravvicinato con un’entità decisamente più grande.

Mi isolai per qualche secondo dal falò, ponendo lo sguardo sopra la mia testa, rivolto verso la Via Lattea, che si poteva vedere nitidamente nel ritaglio oscuro del cielo.

Non avevo mai visto uno spettacolo del genere così da vicino.

Credo che se fossi stato così fortunato da vestire i panni di un navigatore – magari Magellano in un’epoca antica, non troppo lontana dal mondo – avrei potuto scrutare come lui le prime famose nebulose.

Si vedevano talmente bene quelle stelle da sembrare che tutta la storia dell’universo e dell’umanità fosse scritta in quella notte.

Un bagliore di luce infinita imprigionava il mio corpo, la mia mente. Mi sentii parte di un disegno grandissimo, di un viaggio straordinario.

Punti infiniti di luce bianca, affiancati da un cielo nero, a tratti quasi grigio scuro, si stagliavano sopra la mia testa.

Cercavo insistentemente risposte, chiedendo a quel cielo una conferma, perché le domande erano sedimentate al centro della mia vita.

Cercai infine di tradurre e riportare come segnale la strada che aveva permesso all’aria di vibrare, nelle smussature recondite di quella notte africana.

Il falò

La sera aveva una strana e velata brezza color grigio-blu acceso.

Andai a dormire in una delle tende dell’accampamento.

A un tratto, una sostanza indefinita impallidì sugli angoli nascosti della tenda dove dormivo, e passò una strana ombra che fece come a squarciare le tele sul soffitto dell’accampamento. Avevo preso un momento per riposare, ma mi destai e al mio risveglio uno dei berberi mi chiese una sigaretta.

Gliela diedi. Uscii dalla tenda e mi fermai poi sul piccolo promontorio, tra le dune del deserto, e cominciai a guardare il cielo.

Ero solo, isolato da tutto.

Il magnifico spettacolo tra le dune si ergeva al di sopra delle mie tempie.

Di rado, quelle notti, facevo delle passeggiate lungo le dune o su dei cammelli, incontrando a volte gente di passaggio, con la quale scambiavamo qualche chiacchiera. La notte prima della nostra volta verso la città azzurra, Chefchaouen, mi misi a chiedere qualche informazione aggiuntiva ai berberi, frugando tra i segreti e nei cassetti nascosti e nei forzieri della mia mente.

In quel momento però il mio presente era vastamente più ampio.

Mi potevo facilmente individuare, mi potevo identificare in quel vento leggero, in quella brina fresca che rinforzava la mia pelle e le cromature dei miei occhi, delineando quelle piccole e impercettibili variazioni nelle sfumature dell’iride.

Così, dopo aver udito la musica del falò, ballato insieme agli altri turisti che erano lì, mentre stavo imparando il ritmo del suono di quei tamburi di pelle, alzai per un attimo lo sguardo in su e chiesi se quel cielo immobile fosse davvero privo di segnali.

Fu il frastuono di un secondo: tutta la Via Lattea, per un solo rapido momento, iniziò a vorticare su se stessa, cambiando improvvisamente il disegno che era scolpito nel cielo pochi istanti prima.

E da quel movimento burrascoso una stella cadde – non so bene dove, non ricordo esattamente la posizione –, forse dietro a una delle dune più nascoste del deserto marocchino.

Se fossi andato a cercarla, l’avrei trovata di certo stabile sulla sabbia fine e velata.

«La storia dell’umanità, la nascita dell’universo, è visibile ai nostri occhi, in ogni istante» mi sussurrò un berbero, vicino al falò.

Credetti che quello fosse un messaggio divino, dettato dagli dèi in persona.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Valerio Terebinto
È un giovane scrittore e poeta romano. Autore de “Il soffio sull’anima”, “Quel fischio oltre la pianura”, “Desyon” e “Liberi eterni”, nelle sue opere esplora temi come identità, viaggio interiore, memoria e fragilità umana. Con “Mondi fatali” conferma una voce narrativa intensa e contemporanea, capace di intrecciare introspezione, fascino e tensione emotiva, che lasciano un segno profondo nel lettore.
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