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Nemmeno come un furetto - Storie narrate dall'altro lato della notte

Nemmeno come un furetto - Storie narrate dall'altro lato della notte
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Consegna prevista Luglio 2023
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Ventisei personaggi. Ventisei esistenze che camminano disilluse verso la felicità, che si prende beffe delle loro fragili volontà e del loro forte desiderio di Amore, donandoli un’imprevista possibilità all’alba dell’ultima riga di ogni racconto. Tredici incontri tra due sconosciuti, che dialogano, si ascoltano, si raccontano seduti al tavolino di un bar di Belluno nella medesima sera di plenilunio di fine Giugno cercando un palpito in più in vite che aspettano una scintilla non solo quella di una sigaretta o di una goccia di Gin. Le vite della chitarrista Aura, della motociclista Micol, di un padre come Alberto, del barista Davide che scorrono dall’altro lato della notte in un solo piccolo microcosmo che si muove sotto l’ala protettrice della luna piena: piccolo come un seme che sboccerà all’alba, forse. Una luce che può cambiare l’esistenza. Una illusione che può diventare vita.

Perché ho scritto questo libro?

Questa antologia di brevi racconti è nata con l’idea di dare risposta a una semplice domanda: “Come si sta dall’altro lato della notte?” Quel lato apparentemente oscuro e legato al sogno: perché la notte, anche quando la vivi ad occhi aperti tra luci artificiali e uno sguardo che riluce Amore, permette al tuo inconscio di venir alla luce e accompagnarti verso l’alba. Nell’alba il sogno e la realtà si intrecciano in un dialogo inaspettato: esattamente come accade ai personaggi di questo libro.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo 1 – Micol

(Bar “Fontana”)

Quel

ragazzo urlò

“Fuori!”

e inaspettata giunse

la non risposta

del silenzio

che ancora smuove le pareti,

muri e

tempie

tra

gli auricolari

padiglioni.

L’eco smise

di perpetuarsi

tra le frequenti

onde da scatolame cartonato

insonorizzate,

dalla notte

intrappolate.

(Canzone consigliata durante la lettura

“Born slippy” – Underworld)

“Come si sta dall’altro lato della notte?” domandavo tra me e me al termine di un altro insipido turno al Bar “Walk this way”, l’ennesimo da tre settimane, conclusosi all’inizio del giorno. Di un nuovo giorno. Il medesimo da 21 giorni.

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Ormai avevo perso la cognizione del tempo, insieme alla mia “compagna di stanza da letto” e a tutta la crew del “Ponte rotto”: il sonno non sapevo più cosa fosse. “Gli incubi? cosa sono? saranno nuovi bicchieri dell’IKEA ordinati dal paron…”.

“Fai ombra a quello sputo di Sole, che pare essersi dimenticato di cosa sia sorgere…levati di mezzo!”.

Finalmente sto sognando dopo 21 giorni e 22 notti…” mi dissi e, invece, le vibrazioni sonore alla Donita Sparks delle L7 non provenivano dalle cuffie, ma dal tavolino vicino: 7 bis.

Il suo tatuaggio all’altezza della giugulare non mentiva: quel fiore infuocato le donava un’aura di imperio.

“Togliti quelle cuffie, Bruce Dickinson!” continuò la ragazza dalla giugulare tatuata.

“Gli Iron Maiden, no!” e saltai giù dal bancone, dove mi ero sdraiato dopo 8 ore di continuo “cammino da criceto” avanti e indietro, pronto a vedere se quelle fiamme dall’arteria fossero arrivate a oscurarle anche il cuore sotto quello stretto top nero bitume.

“Su una cosa siamo d’accordo, Caparezza… hai filtri? quel maledetto del mio ex anche quelli si è portato via, lasciandomi il conto da pagare… la parità di genere… ah…ah… ah!”.

Così le lanciai la scatola delle Rizla sul tavolino, umido dei bicchieri, che avevano sudato come non mai in questo Giugno monsonico: “Prendi pure, sto smettendo…”

“Tu?! che in un’ora avrai approfittato di almeno dieci pause, per drummare…siete i soliti voi maschi” sottolineò.

“Sono senza speranza?” aggiunsi.

“Sì, anche quella ti avrà schifato e lasciato, oltre a un odore di roba scadente…” rincarò la dose, abbassando la mia autostima, ma proiettandomi oltre le nuvole per quella voce griffata delle cose rare ed extraterrestri.

“Siamo soli…” mi usciì dalla bocca solo questo, prima di accendermi una delle ultime cicche posate lì da Enrico, il solito smemorato cliente del Giovedì sera.

“…proprio come quell’affare che non smette di sorgere ogni giorno: vivrei la notte H24, ma non avrebbe fascino, in fondo…”

Raccoglievo carte, vassoi, bicchieri e sistemavo gli ultimi tavoli e sedie, mentre Lucy faceva cassa: “Ti chiami Stella? in fondo, la notte ha bisogno di luce per avere senso…” e prendevo gli ultimi sacchi di spazzatura, dirigendomi ai cassonetti.

“Micol, piacere, tu…Idiota, forse?” guardandomi dal basso in alto.

“American Idiot… solo per gli amici, però!”. Le bottiglie, nel frattempo, si fracassavano una dopo l’altra come metallo da un TIR incidentato.

“American…sarà il cognome, immagino”. Il suo sarcasmo era roba buona: la prima roba buona da tempo, tanto tempo: almeno da due anni, da quando varcai in direzione contraria (…alias “per sempre”) la soglia del Dipartimento di Lettere.

“Stiamo chiudendo, altrimenti avresti vinto una bevuta gratuita…il bar Fontana sarà aperto: visto che siamo soli, brilliamo… le nuvole non promettono una mattinata luminosa”.

“Poeta, ti manca l’ABC del rimorchio: intanto, beccati questa cicca smezzata. Vedo che sei già in astinenza dopo cinque minuti! Ti chiamerò American Poet…”

“In effetti, il mio secondo nome è Allen: Salvo Allen Di Carmine, per servirla, anche se… ti ho già servito mezzora fa, anzi…Vi …” e mi bloccò con un’occhiataccia di sottecchi.

“Ma che roba sei, American Poet?! un figlio della Beat Generation fuori tempo massimo?!”.

“Micol come Allen richiama la Letteratura… il Giardino dei Finzi Contini, argomento di uno dei miei esami del primo anno…” e la guardai, inarcando sorriso e occhi.

Partì un applauso dal bancone: scrosciante, a tratti, ed esilarante come una presa per i fondelli.

“Giuseppe! smettila!” era Lucy dal retrobottega, inopportuna come sempre.

“Come dovrei chiamarti allora, American Poet? dai! lo scopriremo al Bar Fontana… prendi le chiavi!” e me le lanciò. “Le ho prese in prestito dalla metà del Vi dopo che mi ha fatto la radiografia con le sue mani a casa sua…”

“Cleptomane…”

“Chi lui? non ha preso nulla se non un bacio… se intendessi me, invece, non direi, ma tutto ha un prezzo e quella moto verde fluo è il prezzo almeno per un paio di giorni per la radiografia che mi ha fatto…”

“Il conto chi lo paga, Giuseppe??” era ancora Lucy, sempre più inopportuna.

“Scalalo dalla mia paga…” e guardando Micol Le dissi: “Tutto ha un prezzo”.

“Sei impedito anche con le moto oltre che con le ragazze? Lascia fare a me…” e mentre me lo diceva, mi guardava voltando lo sguardo luminoso di mascara in disfacimento e di tre/quarti anche la schiena che di traverso al laccetto del top aveva una scritta in spagnolo, porta di accesso a uno stargate o velo di Maya da spezzare al caso.

La moto rombava adesso, mentre un ginocchio era piegato sul pedale e le Doctor Martins erano sporche di fango: “… il sole non aspetta… io non aspetto”.

Montai su e mi aggrappai alla sua vita: avrebbe sentito il mio cuore. Il suo sembrava non esserci se non come ruscello lieve che confonde battito e respiro.

Il top sapeva di corpi velocemente consumati, di vino, gin e gioia non effimera: quell’emozione che ci tiene in vita come aggrappati a una falesia sospesi tra pericolo e adrenalina.

Le curve non sapeva nemmeno cosa fossero, tagliandole affilatamente come anche il codice della strada visto che aveva preso il ponte della Vittoria contromano.

Adrenalina, sarà il suo secondo nome.

“Peccato! ha chiuso poco fa…”

Così tirai fuori dallo zainetto la mia riserva speciale, in “ghiaccio” da 22 notti.

“Mi sa che ti scalerà l’intero mese, American Idiot…” disse, mentre si legava i capelli con un elastico rosso e mostrava due scritte sui bicipiti “My… Col”.

“…domani mi licenzio”.

“Ti te si fora come Allen Ginsberg durante la declamazione dell’Urlo…non ho dubbi ora” e si sedette sul prato laddove fino a un anno fa c’era una panchina e un grande albero.

“Spesso penso di sì, ma stando fora si respira aria buona…” e apriì le due Guiness.

“Secondo me, riesci pure a formare una rosa con la schiuma a furia di gargarismi…” disse Micol, sorridendo. Era la prima volta che la vidi leggera, incurvare le labbra per un sorriso, come libera da una gabbia.

“Per quello non mi sto allenando e, intanto, al volo…”

Sorpresa dal lancio, Micol, mancò la mira per poco e la birra si versò tra collo e spalla, scivolando sul fianco.

“Nemmeno rugbysta sei! vediamo se sei bravo come cavaliere…”

Si sfilò il top e me lo lanciò addosso. “Così siamo pari…ora tocca a te sfilarti la maglietta, Caparezza!” urlò sghignazzando.

“Ci mancherebbe! solo se…” non terminò la frase che mi vidi i polsi arpionati e bloccati e i miei occhi che non miravano più il Dolada e i monti dell’Alpago, ma il cielo nuvoloso e due nuove inaspettate stelle: i suoi occhi da cane lupo.

L’aria odorava di Guiness e Sudore, balsamo per capelli di MD e trinciato per Pipa: i suoi capelli mi incorniciavano il torace, mentre la mia maglietta si sollevava solo con la sua bocca per fermarsi sull’ombelico. Anche se mi avesse lasciato i polsi non l’avrei fermata: “American Idiot, che pensi? che scenda più giù?! eh no… Tutto ha un prezzo… fai da cavaliere e togliti quella maglietta col faccione di Michele Salvemini che ho brividi di freddo. Non montarti la testa, non sei tu la causa dei brividi!”

Le indicai con gli occhi lo zaino: avevo una felpa nello zaino. “Sei duro di comprendonio, Poeta delle cause perse, ma… la felpa è un giusto prezzo. Questo zaino è la borsa di Mary Poppins!”.

“Non ti avevo mai visto prima al bar…”.

“Sono di passaggio, come questa moto…”

“Anche io”

“Tu hai lo sguardo di uno che vuole radicarsi, che non ama viaggiare, se non con la fantasia e la mente”

Ci aveva visto giusto con quegli occhi da cane lupo: mi aveva braccato.

“Pertanto, fatti un trip…” e si tolse, come fosse una parte in commedia che conosceva bene, le Doctor Martins, la felpa, i jeans e come Venere all’inverso si restituì all’acqua correndo verso il Piave.

“Che fai, American idiot? Viaggi ancora con la mente e la fantasia?? Ricordati che soffro di freddo…”

In quel momento il gelo scese e il freddo lo avevo io.

Come si sta dall’altro lato della notte? sbaglio o lo avevi detto tu un’ora fa? hai l’opportunità di scoprirlo…”.

2022-12-16

Evento

Bistrot "Bembo" - Belluno "Furetto - reading&music" Djset a cura di Andrea Dassiè e parole in poesia e prosa di Pasquale Nuzzolese
2022-11-11

Trani News 24 City

“Quella notte non gli restava che intrecciare le loro fragili voci: insieme avrebbero creato qualcosa di raro. Qualcosa di simile alla vita”. È una frase che descrive il cuore della seconda opera letteraria di Pasquale Nuzzolese, dal titolo “Nemmeno come un furetto – storie narrate dall’altro lato della notte”: un’antologia di racconti che ha superato la prima selezione della casa editrice milanese “Bookabook.it” e che fino al 6 Gennaio 2023 è in campagna di crowdfunding, al fine di raggiungere i 200 preordini e vedere la luce nelle librerie bellunesi e italiane dal Luglio 2023. La filosofia del crowdfunding è ciò che caratterizza la casa editrice milanese, che si pone l’obiettivo di creare una vera “Comunità di lettori” attorno al libro e al suo autore: un linguaggio nuovo che unisce la parola scritta cartacea del libro con l’utilizzo dei social o del passaparola per veicolare emozioni, stati d’animo. In una parola: “Cultura”. Attualmente i preordini sfiorano le 140 copie. Un linguaggio nuovo suggerito a Nuzzolese da una sua ex alunna, Irene Da Ros, studentessa bellunese di Scienze Politiche, vincitrice di un “Poetry slam giovani” (Venezia’17) e già prefatrice della opera prima poetica dell’artista tranese, “Poesie tra i pleniluni” (OItretutto editore). Con tale suggerimento, Irene ha posto davanti agli occhi di Nuzzolese una sfida: “Riuscire a narrare delle storie, non solo vergare versi all’interno di una lirica”. Sconfinare. Andare oltre la singola pagina scritta di una poesia e narrare la vita di ventisei personaggi, tanti quanti sono quelli de “Nemmeno come un furetto”.
2022-10-18

“Il giornale di Trani”

«Nemmeno come un furetto – Storie narrate dall’altro lato della notte»: l’antologia di racconti di Pasquale Nuzzolese Si chiama “Nemmeno come un furetto-storie narrate dall’altro lato della notte” il secondo libro di Pasquale Nuzzolese dopo il primo libro “Poesie tra i pleniluni” con prefazione di Irene Da Ros, studentessa bellunese di Scienze politiche a Trieste e già vincitrice del “Poetry Slam Giovanni 2017” a palazzo Grassi a Venezia. Le vite della chitarrista Aura, della motociclista Micol, di un padre come Alberto, del barista Davide che scorrono dall’altro lato della notte in un solo piccolo microcosmo che si muove sotto l’ala protettrice della luna piena. Da evidenziare l’andamento positivo della campagna di Crowdfunding, partita il 28 settembre, che ha superato nei primi 15 giorno le 100 copie di prenotazioni. È possibile preordinare fino a cinque copie, mentre associazioni e biblioteche massimo 30.
2022-10-07

Aggiornamento

"Nemmeno come un furetto - storie dall'altro lato della notte" è anche un colonna sonora che dura quanto il tempo di un sogno, quello dei personaggi delle tredici storie che non demordono di fronte alle sconfitte della vita: "C'è sempre tempo per riavvolgere un nastro, per risistemare la puntina di un giradischi, per fare rewind nella propria esistenza: la felicità è nel tempo di un tracklist...".

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Pasquale Nuzzolese
Il mare di Trani ha visto muovere i miei primi passi, crescere col sole pugliese negli occhi e laurearmi all'inizio di Dicembre del 2005 in Lettere Moderne. Le “Scogliere di Dio bellunesi” silenti mi osservano insegnare da quattordici anni alle nuove generazioni la possibilità di esprimere la propria vita sulla pagina bianca nelle scuole Secondarie di I grado del bellunese. Vivo, camminando e domandando, lasciando che i miei dubbi aggiungano un palpito un più al trascorrere dei miei giorni, sempre con lo sguardo rivolto al cielo anche nel mio essere runner mirando l’alba tra le Dolomiti.
Ritrarre in “scatti di luce” la realtà e declinarla in 140 caratteri in un diario, sono il mio mantra quotidiano in cui vivere le “humanae litterae” del XXI secolo. "Poesie tra i pleniluni" (prefazione di Irene Da Ros) è la sua prima silloge di poesie.
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