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Neri Giganti

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Consegna prevista Febbraio 2027
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Nel corso della mia vita sono spesso stato circondato da Giganti Neri, dal mantello rilucente e dallo sguardo fiero, con una inesauribile gioia di vivere e, soprattutto, con… quattro zampe. Sto ovviamente parlando di una razza canina, quella degli Schnauzer Giganti, Neri e solo Neri. Per dirla alla tedesca, i RiesenSchnauzer. Questo non è però un libro tecnico-cinofilo sulla razza. Parla, invece, di momenti belli, meno belli e del rapporto profondo, forte, sviluppato con ciascuno degli esemplari con i quali ho convissuto. Molte delle gesta dei miei Giganti Neri e della vita cinofila a cui ho ‘costretto’ la mia famiglia, le racconto in questo libro, libro che è fortemente sconsigliato a coloro che provano curiosità per questa razza. Ove, infatti, ci fosse un anche solo recondito rischio di far scoccare la scintilla della passione, attenzione bene, perché si tratta di un qualcosa di fortemente invasivo, bellissimo e molto coinvolgente. Che se, e quando, ti conquista, è per sempre!

Perché ho scritto questo libro?

Qualche anno fa intrapresi, oltre alla mia professione principale, anche un’attività commerciale. Preso dalla novità, dai mille impegni e cose da fare, trascurai un Gigante Nero non più giovanissimo che aveva vissuto non pochi anni con me. Mi risvegliai dalla ‘trance’ lavorativa, purtroppo, solo nelle sue ultime settimane di vita, mentre guardavo i suoi immensi occhi neri che andavano spegnendosi. Questo libro è quanto mi sono trovato a rivivere dentro me mentre mi stava lasciando.

ANTEPRIMA NON EDITATA

I cani mi piacciono. Mi sono sempre piaciuti.

Mi capita di osservarli per la strada, anche senza un motivo specifico: semplicemente, il mio sguardo cade su di loro e lì, almeno per un attimo, rimane. Poco o tanto che sia il tempo che gli dedico, spesso guardo prima loro di tutto il resto.

Bella o brutta che sia questa cosa, così è.

All’interno delle innumerevoli tipologie e razze che compongono questa classe animale, un posto di rilievo in me lo hanno sempre preso gli Schnauzer Giganti.

Come è noto la razza si distingue, anche, attraverso differenti pigmentazioni del mantello, oltre che per le dimensioni, o taglie. E, le mie preferenze, sono andate sempre sui Giganti, Neri. RiesenSchnauzer, per dirla alla tedesca, Neri, appunto.

Per spiegare tutto il mio amore particolare per la razza degli Schnauzer Giganti Neri, nato parecchi anni fa, dobbiamo partire dai … camion della spazzatura.

Fin da quando avevo quattro anni, ogni sabato mattina mio padre mi portava a passeggio per le vie di Milano. Non vedevo l’ora di poter uscire con lui; quei momenti erano per me sempre pieni di nuove sorprese.

Un giorno, durante una delle nostre passeggiate, scoprii le meccaniche degli autocarri per la raccolta dell’immondizia, all’epoca molto meno tecnologici rispetto a quelli odierni, e ne rimasi affascinato. Così comunicai a mio padre che da grande avrei guidato i camion della spazzatura. Per lavoro, ovviamente, mica per gioco.

E lo avrei fatto per sempre.

Ricordo ancora la sua espressione quando, tronfio e pieno di certezze assolute, glielo comunicai. Rimase fisso a guardarmi, senza le sue immancabili battute o il suo sorriso rassicurante.

Anzi, mi assecondò accompagnandomi, ogni sabato mattina, a caccia di tutti i camion dell’immondizia milanesi che capitavano a tiro, incurante del fetore che emanavano, forse nella speranza che proprio quella puzza, unita alle occhiatacce dei netturbini, stufi di essere spiati da un bambino, mi dissuadesse dalla mia ‘vocazione’ professionale.
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Durante una di queste interminabili passeggiate passammo davanti a un negozio nei pressi di Piazzale Susa.

Mio padre e mia madre conoscevano il gestore, col quale si fermavano spesso a parlare. Io ero molto felice che avessero qualcosa da dirsi, perché quel commerciante possedeva un cane, ai miei occhi bellissimo e grandissimo. Era nero, dal pelo lucente, con un carattere pacato quanto bastava per non spaventarmi, ma forte e sempre padrone della scena.

Già dalla prima volta in cui lo vidi, ne rimasi profondamente colpito e la cosa, allora non lo sapevo ancora, avrebbe condizionato tutta la mia vita futura.

Era uno Schnauzer Gigante. Nero. Maschio.

La fine degli anni ‘60, ai miei occhi di bambino, risultarono anche abbastanza singolari.

Il famigerato trasloco fu per me il primo evento significativo della mia, allora, ancora breve vita.

Non avevo mai visto mio papà e mia mamma così occupati a inseguire scatoloni e mobili.

Pezzi di nastro adesivo in ogni dove, un incredibile numero di persone che andava e veniva per casa, mobili che sparivano per ammassarsi in camion grandissimi, il telefono che suonava di continuo, gli immancabili parenti che volevano aiutare…

Era l’inizio del 1975, anche se non ricordo con esattezza il mese e il giorno, quando rimasi senza fiato nell’accogliere mio papà di ritorno a casa dal lavoro.

Come nulla fosse, senza annunci in pompa magna, ma con quel suo tipico sguardo affettuoso che gli sorgeva sul viso ogni qualvolta sapeva di stare per fare qualcosa di bello per la sua famiglia, aprì la porta di casa cercando di rimettersi in posizione eretta e divincolarsi dai morsicchiamenti di un cucciolotto di tre mesi.

Un cucciolotto di Schnauzer Gigante, Nero.

Ai miei occhi era bellissimo, con un pelo molto lucente, un facciotto super intrigante e con delle zampotte massicce.

Oltretutto, come scoprii da lì a pochissimo, era anche maschio!

Quando rinvenni dalla trance in cui ero caduto, rimasi per qualche attimo con gli occhi gonfi di lacrime, a guardare fisso mio papà che aveva fatto tutto ciò che io più desideravo in quel momento della mia vita.

Il cucciolo, non appena mi adocchiò, mollò mio papà e si scatenò senza freni.

Capitai in Germania.

Ci rimasi quasi due anni, anche se non in modo continuativo.

Vivevo in una cittadina non molto grande, Mainz, che trovavo a mia misura: aveva tutto quello che si può desiderare ed era anche abbastanza vicina a centri altrettanto piacevoli da visitare. Non saprei dire quante persone ci vivessero, all’epoca; ma mi sentivo trattato come un re e non faticai a innamorami subito sia della città sia dei suoi abitanti.

Tra l’altro il luogo era vicino, quantomeno abbastanza vicino, a molti allevamenti importanti, dove il mio amore per la razza degli Schnauzer Giganti Neri o RiesenSchnauzer, per dirla alla tedesca, fu appagato in pieno.

Ne visitai parecchi.

Ogni volta che andavo a vedere una cucciolata, mi promettevo che quella sarebbe stata una visita puramente “accademica”.

Non avrei mai comprato un cucciolo, ma non ci credevo troppo nemmeno io, a quella promessa.

Stavo, ovviamente, solo illudendo me stesso.

E, infatti, mi trovai ben presto tra le braccia un cucciolotto tutto pepe, che in men che non si dica, riempì la mia solitudine.

In un’altra occasione eravamo in attesa all’aeroporto di Milano Linate.

Axel era seduto sui posteriori a osservare con curiosità il via vai della gente nel consueto trambusto tipico di uno scalo affollato. Rumore di valigie trascinate, gente che si salutava o che cercava il proprio gate.

Di colpo un bimbo si materializzò vicino a noi.

Con espressione esterrefatta prese a osservare il mio cagnolone, il quale peraltro stava contraccambiando incuriosito, con l’espressione tipica degli Schnauzer in questi frangenti.

Non avendo già dato il via a salti, urla e schiamazzi, non eravamo ancora stati buttati fuori dalla sala d’attesa.

A un certo punto, quel bambino, con un fare deciso, quasi da studioso, mi comunicò serissimo: «È tutto nero…» con un’enfasi che mi lasciò senza argomentazioni.

Pausa.

Subito dopo il suo viso si aprì in uno di quei sorrisi che solo i bambini sanno regalarti: «È bellissimo!».

Era piuttosto piccolino e, come dire, ancora un pochino incerto sulle gambe, ma anche lui con una passione importante, totale, verso gli Schnauzer Giganti.

Seppur sicuro e ben certo del mio cane e dei suoi comportamenti, ero un poco preoccupato per la differenza di peso.

E invece…

Axel gli assestò una possente leccata in piena faccia, prima di capitolare, soccombendo alle sue attenzioni.

Riccardo − scoprii poco dopo il suo nome − cominciò ad accarezzargli la barba, con trasporto totale e sincero affetto. In realtà più che accarezzarla, ci si appese come meglio poteva, vista la differenza in altezza.

Axel sopportò tutto, compreso l’avere un piccoletto letteralmente attaccato al muso a fargli da contrappeso.

Seduto sul sedile posteriore, mi guardava severo.

Mi fissava e basta.

Occhi neri come la notte che ci circondava.

Non capivo bene cosa volesse comunicarmi, ma il suo non era certo uno sguardo di benvolente approvazione.

La cosa non era premeditata, ma se lui non gradiva − o non era gradito – le sue simpatie o antipatie guidavano in modo inevitabile molte delle mie decisioni. Gli affetti, le compagnie femminili, le amicizie, gli hobbies… praticamente quasi tutti gli eventi della mia vita passavano per l’accettazione di Axel.

Anche lui, dal canto suo, sperimentò cosa significasse essere attratti dal sesso opposto. Accadde un giorno, mentre passeggiavamo su un marciapiede nel centro di Milano, brulicante di gente che si godeva i preparativi per le festività natalizie.

In mezzo a tante persone, pacchi, pacchettini, di colpo la folla si aprì e apparve una Schnauzer Gigante, Nera come il mio Axel.

I cani cominciarono, come fu ovvio che accadesse, a tirare da tutte le parti per conoscersi, con un certo disappunto del proprietario della femmina, carico di pacchi vari come uno sherpa in partenza per una spedizione sul K2. Alla fine vinse l’amore e Axel provò anche il piacere della paternità.

“La vita ha le sue dinamiche dominanti” diceva un famoso matematico: io con la matematica ho sempre avuto un rapporto non proprio felice, tuttavia riconosco come ci sia del vero in tale affermazione.

E quando certe cose accadevano, mi rendevo conto che forse dovevano andare proprio in quel modo, altrimenti si sarebbe acceso in me qualcosa che mi avrebbe suggerito un’altra strada e forse mi avrebbe poi spinto a seguirla.

Io stavo bene con il mio Axel, e non mi sono mai pentito di averlo tenuto con me. Mi ha fatto sempre sentire, fino in fondo, la sua presenza e il suo affetto.

È stato la mia ombra, il mio spirito critico e per lui provavo attenzione, affetto e riconoscenza.

Axel non ha mai abbaiato, se non per gioco, e solo con me; ma quando era ora di mangiare, se trovava la ciotola vuota e non mi vedeva intento nelle sacre operazioni di preparazione del pappone, la ciotola volava, nel vero senso del termine, per la casa.

In Finlandia esistono allevamenti, che sono forse tra i più importanti di questa razza, e proprio quando ci si recò con il viaggio aereo cui accennavo prima, si teneva una competizione cinofila di assoluta rilevanza.

Risultò ovvio liberarsi da tutti gli impegni presi e, già di buon mattino, stavamo gironzolando per l’esposizione canina.

Il ring degli Schnauzer Giganti Neri fu quello che, davvero senza volerlo, ci trovammo subito di fronte.

Avevo letto, visto e osservato con attenzione gli esemplari di questo famosissimo allevamento, ma non ero preparato a trovarmeli davanti tutti insieme.

Passai non ricordo quanto tempo a raccontare, a colei alla quale già molto avevo trasmesso di questa razza, il perché e il per come in quel ring avrebbe vinto questo o quel soggetto.

A un certo punto si materializzò accanto a noi una cagnolona.

Seduta, ci osservava molto incuriosita, con una dolcezza che ci conquistò subito.

Doris, così si chiamava, ruppe in breve quella certa forma di ritrosia che hanno gli Schnauzer quando non conoscono la persona che hanno davanti.

I suoi proprietari forse avrebbero voluto andare via anche prima, ma insomma, la cosa si protrasse piuttosto a lungo. Diventammo amici e quell’incontro, oltre a tutto ciò che avemmo modo di vedere quel giorno nei vari ring espositivi, influenzò parecchio la persona che mi aveva accompagnato fin lì.

Fu Doris che convinse la mia Francesca, e abbastanza in fretta, ad assaporare pure noi, come coppia stabile, la gioia della vicinanza degli Schnauzer Giganti.

Neri e solo Neri.

Accadde che alla fermata arrivò anche l’autobus.

Le porte del mezzo si aprirono subito.

Alle persone che scendono di solito viene data precedenza, onde meglio gestire il flusso dei passeggeri. Io però non avevo mai spiegato tale concetto al mio compagno a quattro zampe e di certo non avevo il tempo di accennarlo agli altri due.

In men che non si dica, il terzetto saltò festoso e bello zuppo d’acqua all’interno dell’autobus.

Precedenze mancate, spintoni, ombrelli impazziti e immancabili schizzi d’acqua: tutti i presenti ci guardavano con atteggiamento ostile.

Nel frattempo ero salito anch’io sull’autobus, cercando di recuperare il famigerato terzetto e di fare il possibile per riportare la situazione a un qualcosa di simile alla normalità.

A un certo punto i tre campioni decisero che era giunto il momento di togliersi di dosso l’acqua accumulata, e la cosa non suscitò certo un applauso festoso da parte dei passeggeri.

I veri problemi però cominciarono quando la cucciola di Bobtail cercò di aggredire la focaccia di un bambino: doveva essere affamata, dopo tutto quel movimento!

Il piccolo, che peraltro rideva divertito, sembrava ben lieto di offrirgliela e di aver conquistato un’amica, la quale sorniona, mangiava mugolando.

La mamma, invece, digrignava i denti: dal suo viso e dai suoi sguardi non traspariva certo l’affetto del buon samaritano.

Il mio cane, chissà perché, decise di mettersi sdraiato, ansimando come un mantice; mentre l’altro nero se ne andava in giro per il veicolo annusando in ogni dove, smozzicando ombrelli e regalando qualche bella zampata nero pece ad alcune signore, che tutto avrebbero gradito tranne un simile trattamento.

Non avevo la minima idea di dove si stesse dirigendo il mezzo pubblico, ma percepii in fretta che, qualunque fosse la direzione, non era pensabile prolungare di molto la nostra presenza e le nostre scorribande su quel mezzo.

L’autobus aveva già fatto due fermate, quando finalmente riuscii a recuperare i tre pazzi e uscire di nuovo.

Mia moglie ha sempre imposto una dittatura territoriale molto dura ed efficace, alla quale tutti hanno sempre dovuto adattarsi.

Quasi sempre.

Sembra un’impresa impossibile tenere i nostri cani lontano dalla cucina durante le fasi di preparazione di piatti speciali. Si inizia a sentire un lieve rumore, tipico dei tartufi che annusano da dietro uno spiraglio troppo piccolo per infilarci il nasone.

Poi la strategia vira sui soliti mugolii strappa lacrime.

Al che, quasi sempre, intervengo io per perorare la causa canina. Aprendo con garbo − o almeno ci provo − la porta, cerco di evitare che tutti si riversino all’interno, nel caso dovessi cogliere nello sguardo di mia moglie un accenno di divieto. Se invece lei mi accoglie con un sorriso divertito, faccio segno ai compari che l’accesso è consentito. Devo comunque trattenerne il loro impeto di avventarsi senza ritegno sui preparativi, pena sgridate severissime indirizzate, in primis, pare ovvio, al sottoscritto.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Luca Benanti
Sono nato a Milano dove ho conosciuto il 'mio' primo Gigante Nero.
Ciò accadde molti anni fa e, da allora, questi compagni di circa cinquanta chili ciascuno hanno sempre risposto 'presente' nelle varie fasi della mia vita. Ho lavorato prevalentemente nel campo dell'informatica, la qual cosa, mi ha portato anche piuttosto lontano dalla mia città natale. Accompagnato, manco a dirlo, ancora da Schnauzer Giganti, sempre e solo Neri. Sicché, scrivere un libro dedicandolo a loro, è stato un qualcosa di naturale. Neri Giganti è il mio primo libro. Non è un manuale cinofilo e rari sono gli accenni alla morfologia o alle tipicità di razza. Racconto invece, in una sorta di auto biografia, della passione per questa razza canina, mia, delle persone che mi sono state vicine e che con me vivono, ancora oggi, questa meravigliosa avventura.
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