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Consegna prevista Luglio 2023

Roma, giorni nostri. Mentre la città e il paese sono attraversati da venti estremisti e razzisti, uno strano terzetto di idealisti si trova a indagare su una serie di sparizioni che hanno un comune denominatore: gli scomparsi sono tutti ragazzini africani.
La loro storia si unisce a quella di una famiglia in cerca di normalità e amore, sullo sfondo di una città cattiva e senza speranza.
In un intreccio che rimbalza dal cuore nero dell’Africa alla Russia, dalla ex Jugoslavia ai vicoli oscuri di Roma, una storia senza pause e con grande ritmo. Il bene e il male ancora una volta contro. Come ovunque. Come sempre.

Perché ho scritto questo libro?

I movimenti migratori, soprattutto relativi ai minori, sono un fenomeno che il ricco mondo occidentale non ha ancora deciso di affrontare. I bambini sono una parte importante di questi flussi, sia perché più fragili, sia perché sono -di fatto- i pilastri sui quali si poggerà il futuro di molti paesi. Ma allo stesso tempo sono al centro di traffici terribili e complessi che vale la pena raccontare, anche se sotto forma di romanzo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

KIGALI, RWANDA – 6 APRILE 1994 

I bambini giocavano a bordo piscina. Louise, una grassissima e altissima tutsi, li controllava con discrezione dalla porta finestra mentre finiva di allestire il cibo e gli addobbi. A breve gli invitati per l’undicesimo compleanno del ragazzino avrebbero cominciato ad arrivare. Quando tutto fu pronto, Louise lo portò sul grande tavolo del salotto. Il cielo prometteva il terzo scroscio d’acqua della giornata, e la babysitter pensò che forse sarebbe stato meglio chiedere ai bambini di entrare. L’aria era satura di umidità e l’afa quasi insopportabile. Goccioline di sudore imperlavano la fronte della donna.

Li chiamò e qualche istante dopo i due, Emmanuel e Amélie, erano all’interno per guardare come il salone della villa era stato preparato.

«Cosa succede, Louise?», chiese Amélie in italiano. Aveva otto anni, era bionda e con gli occhi chiari. Slanciata e molto bella, era la luce degli occhi di suo padre. Ada, la madre dei due piccoli, era milanese purosangue. Laureata in scienze politiche, durante il suo primo incarico -in Ungheria- aveva conosciuto Pierre De Ridder, un giovane diplomatico belga che, al momento, ricopriva l’incarico di consigliere di ambasciata presso la rappresentanza belga a Kigali. I due si erano innamorati e Ada aveva abbandonato la sua carriera diplomatica per seguire il futuro marito. Sarebbe potuto succedere il contrario, ma così il destino aveva stabilito. I bambini erano perfettamente bilingue e nei tre anni che avevano trascorso in compagnia di Louise, avevano imparato a parlare la lingua kinyarwanda, la più parlata dall’etnia tutsi. Emmanuel era un atleta naturale, e il padre stava pensando di farlo tornare in patria per iscriverlo in una scuola privata e indirizzarlo verso almeno un paio di discipline sportive. In Rwanda impianti e allenatori non erano propriamente all’avanguardia.
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Pierre De Ridder era un retaggio dell’epoca coloniale: alto, biondo come i figli, viso cesellato e mascelle che sembravano scolpite nel granito, era elegantissimo in qualsiasi momento della giornata. Suo padre, Antoine De Ridder, era stato anch’egli un diplomatico di carriera ma, soprattutto, uno dei protagonisti della decolonizzazione del Congo. Nel corso degli anni aveva sottratto milioni di franchi al nascente stato congolese e li aveva reinvestiti in patria e all’estero, diventando in breve uno dei dieci uomini più ricchi e influenti del paese. Si era praticamente comprato un seggio in parlamento e, dopo una breve parentesi da ambasciatore nel Regno Unito, era stato nominato ministro dell’industria. Un infarto lo aveva ucciso nel novembre del millenovecentottantuno, sorprendendolo con i calzoni calati mentre era in compagnia di una ventunenne di Anversa. Tutto era stato messo a tacere, la ragazza era stata lautamente pagata e spiacevolmente minacciata, e Antoine De Ridder aveva avuto i suoi funerali di stato.

Il figlio Pierre, oltre a essere un brillante diplomatico, un insaziabile tombeur de femmes e uno studioso di Montesquieu, era anche un trafficante d’armi internazionale.

Sfruttando il passaporto diplomatico e una totale mancanza di scrupoli, Pierre si era costruito una fittissima serie di rapporti e contatti soprattutto nell’Europa dell’est e a Londra: mercenari, signori della guerra, dittatori. Comprava e rivendeva. In sostanza, era un broker. I suoi uomini sparsi nei cinque continenti organizzavano la logistica delle armi, e De Ridder faceva il prezzo. Era riuscito, negli ultimi dieci anni, a vendere armi a chiunque: al Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola, a Gheddafi e ai Ciadiani mentre erano impegnati a combattersi l’un l’altro, ai Sandinisti nicaraguensi e a Somoza, il dittatore del quale si volevano liberare. Era un mago, un illusionista del mercato delle armi. Da qualche anno, attraverso una serie di prestanome, era entrato nel consiglio di amministrazione della Fabrique Nationàl d’Armes, la più grande azienda produttrice di armi da fuoco belga ed era riuscito ad accaparrarsi la commessa per vendere ogni tipo di arma all’RPA, l’Esercito Patriottico Rwandese. Dalle pistole ai bazooka, la Fabrique National d’Armes non mancava a nessuna richiesta di nessuna delle parti in causa. Vendeva a governativi e ribelli, senza differenze.

«Cosa succede, Louise?», ripeté la piccola Amélie. Piccole esplosioni erano udibili in lontananza, alle quali si unirono presto diverse grida. Gli uomini di guardia alla villa si diressero correndo verso il cancello, le armi in pugno, mentre Pierre e Ada scendevano le scale della villa entrando nel grande salone.

«State tranquilli. C’è un po’ di agitazione in città ma state tranquilli. Siamo al sicuro», disse. Poi si rivolse alla moglie: «Stai con loro, io chiamo in ambasciata».

Rispose un suo collega, la voce tesa. Allarmata.

«Pierre, ti stavo per chiamare. Porta Ada e i bambini qui, in fretta».

«Perché? Cosa sta succedendo?»

«Hanno abbattuto l’aereo di Habyarimana».

«Cosa?»

«Hai capito bene. Hanno ammazzato il presidente. Ci sono diversi morti per le strade. Gli hutu stanno dando la caccia ai tutsi, ma non solo. Quindi alza il culo e vieni qui».

«Ok, arriviamo».

Urlò verso la cucina.

«Louise, fai una borsa e preparati, ti do cinque minuti», poi corse in giardino, dove i tre uomini armati si guardavano intorno senza sapere cosa fare.

«Preparate le macchine, ce ne andiamo».

Pierre aveva a disposizione due fuoristrada, che usava per spostarsi in città e fare qualche gita nei dintorni. Hutu e tutsi erano arrivati a una fragilissima pace l’anno precedente, dopo una guerra che era costata migliaia di morti. Ora, a quanto sembrava dalle parole del suo collega, quella pace stava per crollare addosso a tutti loro. L’assassinio di Habyarimana era una catastrofe che avrebbe risvegliato la sete di sangue degli hutu, dando la stura all’odio tribale che ancora covava. Più che le razze, la differenza la faceva il ceto. I tutsi erano i dominatori del paese e occupavano tutte le posizioni chiave. E ora, evidentemente, gli hutu ne avevano abbastanza. Pierre, in ogni caso, non voleva rimanere lì per averne la dimostrazione. Salì di corsa le scale che portavano alla zona notte.

«Ada, metti qualcosa in una valigia. Fai in fretta, ci aspettano in ambasciata». La donna non se lo fece ripetere due volte. Dopo tre anni a Kigali, sapeva che nulla era volubile come l’umore di un africano e poche cose erano terribili come la sua ira.

Dopo qualche minuto, la famiglia era pronta. Le macchine avevano il motore acceso e i bagagliai erano aperti. Gli uomini erano all’erta. Ma evidentemente non abbastanza.

Dall’alto muro della villa spuntò prima una, poi due, poi diverse teste. Cinque uomini si misero a cavalcioni e iniziarono a sparare. L’orecchio esperto di Pierre riconobbe il canto dell’AK-47 prima di vederne l’inconfondibile forma. Le tre guardie non fecero nemmeno in tempo a mettere mano alla fondina.

Pierre, Ada e i bambini erano in cima alle scale d’ingresso, pronti per scendere. I cinque hutu saltarono giù con agilità. Quello che sembrava il capo sbraitò un ordine e uno dei suoi compagni spostò il selezionatore del fucile mitragliatore sul colpo singolo. Si avvicinò alle tre guardie cadute e diede loro il colpo di grazia. Ognuno dei nuovi arrivati aveva un machete legato alla vita.

I bambini urlavano, Ada urlava, Louise era sparita. Pierre cercava di ragionare lucidamente ma non era armato e, per la prima volta in vita sua, era completamente terrorizzato e in balia degli eventi.

«Buongiorno, Monsieur De Ridder», disse il capo mostrando i bianchissimi denti in un sorriso troppo largo.

«Cosa sta succedendo?», chiese lui.

«Oh, niente di grave, Monsieur De Ridder. Abbiamo deciso di riprenderci ciò che è nostro».

«Io sono un diplomatico belga», disse Pierre. La sua voce era salita di un’ottava, e lui quasi se ne vergognò.

«Sappiamo perfettamente chi è lei», disse l’hutu sorridendo ancora. «Louise è stata molto loquace, in questi anni». La tata uscì nel giardino. La faccia era contrita, e non sembrava particolarmente convinta di quello che stava vedendo.

«Louise?», chiese Ada, parlando per la prima volta. L’uomo la ignorò.

«Sappiamo che in questi anni ha venduto armi a chi ci ha oppresso e umiliato», proseguì l’uomo. «Lo nega?».

Pierre valutò che fosse più prudente dire la verità

«No, non lo nego. Ma anche gli hutu, sia qui che in Burundi, hanno comprato armi da me».

«Questo non fa di lei un uomo migliore, Monsieur De Ridder. Anzi, la identifica come un mercenario, un uomo senza principi che vende strumenti di morte al miglior offerente. Portateli dentro», disse rivolto ai suoi uomini. Pierre e i suoi familiari furono spintonati sulle scale e poi fin dentro il salone.

Si sedettero. L’odore dei cinque hutu, un misto di sudore e tensione, arrivava fino al naso di Pierre.

«Vuole sapere come trattiamo i traditori, Monsieur De Ridder?».

A quelle parole un terrore fulgido come una lastra di ghiaccio si impadronì di tutti loro. Ada e i bambini cominciarono a urlare confusamente mentre Pierre cercava di spiegare, di spiegarsi, di ritardare l’inevitabile.

«Ascolti, la prego. Posso renderla favolosamente ricco. Posso ricoprire d’oro lei e i suoi uomini oggi stesso. Sarete tra le persone più ricche del paese. Per favore».

Il tono era supplichevole, ma Pierre non se ne vergognava più. L’uomo seduto di fronte a lui fece un cenno a uno dei suoi, che prese Louise e la gettò sul lungo tavolo da pranzo.

«No!», urlò Ada.

«Madame De Ridder, ma come? È una traditrice. Vi ha venduto. Da dove nasce tutta questa compassione?». Un altro cenno. Un secondo uomo montò a cavalcioni sulla schiena di Louise, ancora distesa a pancia in giù sul tavolo e stese all’infuori il braccio sinistro della donna, che era completamente immobilizzata. Il capo si alzò e sfilò il machete dal fianco.

Gli occhi della famiglia De Ridder erano colmi di terrore e nessuno osava più parlare. Erano stranamente affascinati dal terribile spettacolo che, certamente, stava per andare in scena. Mentre uno degli hutu teneva teso il braccio, il capo lo tagliò di netto con un colpo preciso e ben assestato, poco sopra il gomito. Ciò che colpì di più Emmanuel fu il rumore del taglio. Un suono sordo, di una delicatezza pastosa. Dopo qualche istante di silenzio, il sangue cominciò a zampillare e le urla di Louise riempirono il silenzio. Pierre chiuse gli occhi. Ada era inebetita, come in trance. La piccola Amélie ed Emmanuel cominciarono a urlare mentre una chiazza di urina macchiava i calzoni corti del ragazzino.

Li legarono e cominciarono con Amélie, ma la fine fu rapida perché sembravano non divertirsi a sufficienza. Mentre vedeva morire la figlia, a Pierre sembrava di essere sott’acqua. Le sensazioni e i sensi erano rallentati, era come se un incendio gli stesse divorando la testa. Poi cominciò ad urlare talmente forte che due mani dovettero mettergli un fazzoletto in bocca. Due mani sporche del sangue della figlia. Passarono quindi ad Ada. La violentarono per almeno mezz’ora. Le infilarono dentro qualsiasi cosa inanimata si trovassero tra le mani, dalle impugnature dei machete alle gambe delle sedie. E mentre la violentavano le tagliavano le dita delle mani, una ad una, per poi dedicarsi a quelle dei piedi. La stanza sembrava un mattatoio. Padre e figlio erano arrivati al parossismo. Gli occhi di entrambi rischiavano di schizzare fuori dalle orbite mentre un dolore che sembrava impossibile da provare gli attraversava il petto. L’odore del sangue invadeva il locale, mentre le urla isolate di un’ora prima erano diventate molto più forti e vicine. Il capo prese quel che restava di Ada, ridotta a una poltiglia di carne e sangue ma ancora viva, e la poggiò in mezzo a Emmanuel e Pierre. Mentre un uomo la teneva in posizione seduta, lui le tagliò via le orecchie. Ne gettò una in mezzo alla stanza e iniziò a masticare l’altra, ridendo.

«Buona moglie, Monsieur De Ridder». Poi la decapitò, con un colpo netto.

Era decisamente un maestro.

Disse ai suoi uomini di prendere Emmanuel. Voleva che Pierre soffrisse fino a morire. Lo misero sul tavolo, mentre il ragazzino cercava di divincolarsi in preda a una vera e propria crisi isterica. Ne ebbero ragione facilmente, e l’uomo iniziò a tagliuzzare. Eseguì diversi tagli sul torace e sulle gambe ma amputò solo il lobo dell’orecchio sinistro del bambino, forse pensando di serbare il resto per dopo, e lo tirò in mezzo alla stanza insieme alle teste delle due donne e della sorella, alle braccia e agli altri arti tagliati. Ogni tanto si girava e sollevava lo sguardo verso il padre, godendosi l’espressione ormai non più umana dell’uomo. L’hutu sembrava intento a macellare una bestia. Emmanuel, straziato dal dolore e dalla follia, era svenuto.

A un tratto, le teste dei quattro uomini che assistevano divertiti al macabro spettacolo esplosero in una tempesta di colpi d’arma da fuoco. Il grosso hutu che si stava occupando di Emmanuel si voltò, rapido ma non abbastanza. Un proiettile da 9 mm lo centrò in piena faccia, abbattendolo sul corpo martoriato del ragazzino. Un uomo di altezza media, atletico e con una zazzera castana si stagliava davanti all’ampia portafinestra. Portava un paio di calzoncini e una polo. Si guardò rapidamente intorno, arricciò il naso e si mise a tracolla la pistola mitragliatrice. Arrivò al tavolo, scostò il corpo del gigante nero e mise due dita sulla giugulare di Emmanuel. Il cuore batteva. Pensò rapidamente al da farsi. Tra non molto orde di hutu smaniosi di sangue si sarebbero riversati nella lussuosa villa. Con sorpresa, si accorse che Pierre De Ridder aveva aperto gli occhi. Erano spalancati ma senza vita, stranamente fissi come due sassi su una spiaggia. Gli tolse rapidamente il bavaglio, aspettandosi urla selvagge, ma dalla bocca del diplomatico non uscì un suono.

«Pierre?», chiese l’uomo. Nessuna risposta. De Ridder continuava a guardare fisso davanti a sé, inebetito.

«Pierre?», ripeté. Lo sciolse dalle corde che lo tenevano legato, ma De Ridder non reagiva. Lo prese per una spalla e lo scosse. Niente da fare. L’odore di morte apprestava l’aria, doveva decidere rapidamente. Pensò che nessun uomo sarebbe rimasto sano di mente dopo aver assistito a uno spettacolo del genere, ma forse per il bambino c’erano ancora speranze. Guardò Emmanuel, esanime al centro del grande tavolo. Continuava a perdere sangue dalle decine di ferite aperte e dall’orecchio dal quale era stato tagliato il lobo, bisognava portarlo rapidamente da un medico prima che si infettassero. Senza badare al sangue che gli avrebbe imbrattato la maglietta e senza nessuno sforzo, si caricò Emmanuel in spalla. Mentre il frastuono si faceva sempre più vicino portò il ragazzino fuori e lo adagiò sul sedile posteriore di uno dei due fuoristrada, poi tornò in casa. Da una fondina dietro la schiena tirò fuori la pistola. Chiuse gli occhi, come se volesse concentrarsi o pregare.

«Perdonami, amico mio», mormorò.

Poi sparò al centro della fronte di Pierre De Ridder, diplomatico e trafficante di armi.

2022-10-27

Aggiornamento

Ciao a tutti, i 200 preordini sono stati raggiunti e NERO verrà pubblicato. Ci siamo riusciti in meno di venti giorni. Siamo davvero entusiasti, perché questo libro racconta di noi, di quello che ci piace scrivere e dei posti in cui abbiamo vissuto. E in più c'è la storia: tesa, avvincente, feroce. Ma c'è ancora di più: vogliamo arrivare a 400 preordini perché pensiamo che NERO meriti tutte le opportunità che siamo in grado di garantirgli: attenzione, comunicazione adatta e un grande passaparola. Vogliamo che quando arriverà nelle librerie sia già sulla bocca degli appassionati.

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Emiliano Scalia e Mattia Giuramento
Emiliano è nato a metà degli anni settanta, è un romano trasferito a Milano senza troppi rimpianti. Padre di quattro figli dai sette ai vent'anni. Giornalista, lavora da quasi vent'anni nella redazione di Sky Tg24. Una vita complessa e dalle giornate perennemente ed eccessivamente corte.

Mattia è biscegliese, giornalista nella redazione del TgR RAI Puglia. Gli amici credono che sia un intellettuale della Magna Grecia, ma in fondo al cuore lui adora Philip Roth, la birra commerciale, il mare e tutti i tipi di cibo. Sposato con due figli, ama loro e la moglie quasi come Roth.
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