Luigi è un rinomato fisioterapista, stimato e rispettato da una vasta clientela di atleti e celebrità che si affidano ciecamente alle sue mani. Martina, la moglie, è stata un architetto di formazione. Pur avendo appeso le matite al chiodo, non ha mai abbandonato il suo estro creativo. Nel cuore della famiglia c’è Mattia, un incrocio vivace e imprevedibile dei due genitori, con un carattere pestifero e la sorprendente abilità di guadagnarsi il perdono. La sua natura combina la genialità della madre alla cura e dedizione del padre, un tesoro prezioso nella vita di entrambi.
«Ciao amore, ci sentiamo più tardi» dice Luigi avviandosi verso la porta.
«Luigi, per piacere, fammi sapere se rientrerai per cena» aggiunge Martina con voce lievemente preoccupata.
«Va bene, cara» risponde lui calmo.
Chiusa quella porta però, la scena si apre a una dimensione più profonda, ricca di sfide emotive e conflitti interiori. Martina si trova immersa in un mondo colmo di solitudine: suo figlio, il suo grande amore, sembra portarle via il respiro, mentre un vuoto interiore si insinua sempre di più. Il suo stato emotivo oscilla tra momenti di irascibilità e vulnerabilità. Sebbene sia di indole calma e ispirata, nei momenti più difficili mostra segni di cedimento: le sensazioni di disagio diventano ostacoli da superare. Segretamente Martina teme di perdere il controllo sulla propria vita.
Nell’aria si avverte una sensazione inquieta e rarefatta, le grida di Mattia squarciano il silenzio.
«Mattia, per piacere stai fermo. Non riesco nemmeno a legarti al seggiolino.»
La sua Mini Countryman Oxford Green si avvia e finalmente parte. Percorre cinquecento metri di strada, il tempo necessario per immettersi sulla provinciale. Nessuna abitazione intorno a lei. Mentre guida, i pensieri le avvolgono la mente: bambine, donne, e ancora bambine. Il suo sguardo si sposta più volte sullo specchietto retrovisore, come se cercasse di visualizzare qualcosa del passato, alle sue spalle. Il suono del cellulare la riporta alla realtà. È sua cugina Carla.
«Ciao Carla, pensavo proprio a te. Posso passare a trovarti con Mattia? Ho bisogno di parlarti.»
«Oh, scusami, cara, oggi è mercoledì! Ho un appuntamento dal dentista. Ti aspetto domani così pranziamo insieme. Come stai?»
«Non lo so, non sono tranquilla» risponde svogliatamente Martina.
Con delicatezza si tocca gli occhiali da sole che aveva sistemato tra i capelli, come un cerchietto, facendoli scivolare sugli occhi, quasi volesse nascondere il viso dai suoi stessi pensieri.
«Fai sempre quei sogni?»
«Sì, sempre gli stessi… Stanze buie, bambine, poi ancora donne, bambine… e grida d’aiuto angoscianti. Mi tolgono minuti di vita.»
«Prendi ancora le pillole?»
«Sì, e credo non servano più a nulla» prosegue Martina con convinzione.
D’altronde i farmaci ormai non fanno che renderla solo più stanca e intontita e rischiano di disinnescare del tutto l’attenzione che prima dedicava a comprendere le ragioni della sua inquietudine.
«Senti la dottoressa Marelli, puoi sempre sostituire la cura. Luigi piuttosto… cosa dice?» continua la cugina con tono interessato.
«Per lui va tutto bene, non capisce, non mi ascolta. Vive nel suo mondo dorato, oltre al suo lavoro esiste solo quel maledetto giardino.» Martina era infastidita, aveva toccato una ferita scoperta. «Va bene, Carla, ora ti lascio. Ho la sensazione di aver sbagliato strada. Ci sentiamo domani.»
«Certo, a domani, cara, un abbraccio.»
Due poiane solcano il cielo, dirigendosi verso le cime montuose. L’occhio attento di Mattia, dal finestrino, non perde neppure per un momento il loro volo, mentre l’auto procede lungo la strada senza una meta precisa. Quel tratto, tra colline e montagne, evoca in Martina ricordi del suo passato: la voce calda e rassicurante di suo padre al volante, mentre rideva di qualche battuta sentita alla radio, e l’andamento costante della macchina che cullava la sua immaginazione. La visione era così lucida che Martina sentiva di poterla rivivere a occhi chiusi, fino a dimenticarsi di essere immersa in un ricordo. Stava facendo un viaggio dentro la sua memoria, un percorso segnato dal ritmo delle ruote sull’asfalto, che suonava come una colonna sonora familiare. Il suono era ormai una parte inscindibile di quel paesaggio naturale, come provenisse da quello stesso quadro.
Martina, però, da un po’ di tempo a quella parte percepiva la realtà circostante come illusoria e vuota. Difficilmente qualcosa riusciva a catturare la sua attenzione spontanea, e la fiamma di curiosità dentro di lei sembrava essersi spenta. Sentiva la mancanza della facilità con cui, in passato, riusciva sempre a rilassarsi. Aveva un suo rituale che cominciava dalla cosa più semplice: la respirazione.
Un respiro, poi un altro, con il finestrino abbassato e l’aria fresca che entrava, portando con sé i profumi mutevoli delle stagioni. Il corpo si distende e la mente entra in una vibrazione diversa, dove non c’è spazio per altro; i problemi sembrano diventare questioni di poco conto. Ma negli ultimi tempi qualcosa era cambiato. Un virus, invisibile e subdolo, si era insinuato dentro di lei, opponendosi all’andamento fluido della sua vita.
«Da quanto tempo non faccio attenzione al mio respiro? Voglio riprovarci.»
Primo respiro, ritmo regolare. Le orecchie ben distese, attenta al suono costante e deciso del motore della macchina. Ora sincronizza la velocità di inspirazione ed espirazione. Lo sguardo di Mattia, fisso sul finestrino, sembra appagato, mentre osserva la successione degli alberi di quel fitto bosco che scorrono velocemente uno dopo l’altro. All’improvviso, una strada sterrata. Gli spiragli di luce che filtrano tra un tronco d’albero e l’altro si dissolvono nel buio. Martina sente il cuore trasalire: una curva sbagliata. Il battito ora sovrasta il respiro. Vuoto. Il silenzio e poi il nulla.
«Oh mio Dio, tesoro, come stai?»
«Mamma, che cosa è successo, il tuo viso è pieno di sangue.»
«Non ti preoccupare, è solo qualche taglio. Ti fa male qualcosa, piccolo mio?»
«Sì, fa male tutto e ho tanta paura.»
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