Che serata fantastica. Il cielo è sereno e ci sono milioni di stelle. Ognuna è perfettamente visibile nel buio pesto della notte. Fissandole sembra quasi che si muovano e cambino posizione, non smettendo mai, neanche solo per un secondo, di scintillare. Per non parlare della luna. Non credo di averla mai vista tanto grande e luminosa. È uno spettacolo e resterei ore a contemplarla. Mio Dio…se solo potessi fermerei il tempo in questo istante. Come in una magia. Chiuderei gli occhi, schioccherei le dita e tac! Gli ultimi tre mesi della mia vita cancellati del tutto dalla mente. Via Alessandro. Via le bugie. Via i tradimenti. Via le lacrime. Come se non fosse accaduto nulla di ciò che invece è accaduto e io non avessi il cuore in mille pezzi. Come se fossi ancora felice. Bello? Sì. Irreale? Già, decisamente irreale.
Valentina si guarda intorno per accertarsi che nessuno la senta.
Decido perciò di lasciar perdere e tornare al mio tavolo, anche se faccio fatica a camminare. Questi tacchi mi danno il tormento! Quando arrivo al mio posto quasi non mi sembra vero, tanto che mi accascio sulla poltroncina in velluto neanche fossi un elefante. Cerco di nascondere la mia goffaggine come meglio posso, ricomponendomi e assumendo una postura il più possibile eretta. Schiarisco la gola, sorrido qui e là e sistemo il vestito con calma, per evitare che si sgualcisca sotto il mio peso. Con meno calma, invece, afferro il flûte di Dom Pèrignon che un cameriere gentile mi porge facendo anche un mezzo inchino. È un Vintage del 2008. Ed è buono, molto buono, tanto che me lo scolo tutto d’un fiato.
“Vacci piano cara! Bere così di fretta potrebbe farti malissimo!” esclama Alma, la mamma di Valentina, che mi è seduta di fronte e ha osservato la scena con attenzione.
“Tranquilla Alma. Reggo piuttosto bene l’alcol, non lo sa?!”, ovviamente le sto mentendo e la risatina nervosa che viene fuori dalla mia bocca credo mi abbia già del tutto sbugiardata.
“Sei davvero certa di star bene tesoro?” continua lei visibilmente e direi anche sinceramente preoccupata. Alma è come una madre per me. Sono cresciuta con sua figlia, diventando parte integrante della famiglia. La sua ansia è del tutto giustificata.
“Sì che sto bene, perché non dovrei star bene? È un giorno felice, Filippo e Valentina sono felici, siamo tutti tanto felici. Giusto?” rispondo con tono sempre più isterico, perseverando nell’intento di sembrare una matta ubriacona appena uscita da un manicomio. Intanto guardo la sedia accanto alla mia. È tristemente vuota, proprio come il mio bicchiere di champagne.
“Non arriverà nessuno a sedersi lì?” a parlare stavolta è Gertrude, la nonna di Valentina.
“No, non arriverà nessuno signora Gertrude!” distolgo lo sguardo fingendomi indifferente, anche se dentro sto morendo.
“Vedila così: finalmente ti sei liberata di quel bamboccio!”
“Mamma!– la redarguisce sua figlia dandole una vistosa gomitata- Scusala, con l’età che avanza è diventata un’impicciona!”
“Parla per te! E poi cos’ho detto di male?”
“Niente…a parte il fatto che dovresti farti gli affari tuoi!”
“Non c’è problema Alma,– intervengo io a interrompere questa simpatica diatriba mamma figlia- ma non ho voglia di parlarne!”- e a parte l’allegria che mi suscita la faccia innocente di nonna Gi, mi rattristo pensando ai veri motivi dell’assenza del “bamboccio”, come l’ha definito lei poco fa.
“Ecco, hai visto?– persevera Alma- L’hai fatta immalinconire ora. Sei davvero incorreggibile!”
“E tu sei una rompipalle figlia mia!”
“Mamma basta, te lo chiedo per favore!– Alma si alza inviperita- Faccio un giro tra i tavoli a parlare con gli ospiti, sarà meglio!”.
“Ecco brava…”.
Alma si allontana sbuffando, lasciandomi da sola con sua madre. E lei dopo qualche secondo cerca il mio sguardo, facendomi cenno con la testa per farmi avvicinare. Eseguo come un cagnolino. L’autorità che esercita anche senza parlare è davvero invidiabile.
“Non ti sei offesa, vero gioia?”
“Scherza? Perché avrei dovuto offendermi?!” e in effetti è vero. Alla signora Gertrude è concesso tutto. La donna più incredibile e sorprendente che io abbia mai conosciuto nella mia vita. Novantasette anni di saggezza e intelligenza, simpatia e ironia, racchiuse in un corpo ormai minuscolo e gracile come un grissino in procinto di spezzarsi. Ho sempre accettato dei consigli da lei, senza contare che ha visto il nostro gruppo di amici formarsi, perciò ne conosce tutti i segreti. Lei sa della storia tra me e Alessandro e della storia tra me e…vabbè. E comunque Alessandro non le è mai piaciuto e non ne ha mai fatto un mistero.
“Sai, ho sempre pensato che tu fossi diversa da mia nipote. Valentina è sangue del mio sangue, ma è tanto, tanto superficiale. Avrei visto più lei accanto ad uno come Alessandro. Non credi?”
“Cosa??? Valentina e Alessandro insieme?”
“Riflettici: tra simili ci si intende! Tu non c’entri nulla con loro! Figlia mia, sei un fiore raro e prezioso e quando un uomo ti trova dovrebbe baciare la terra su cui cammini! Fidati quando ti dico che tu e il bamboccio non eravate fatti per stare insieme. Piuttosto, per te avrei scommesso sull’altro ragazzo del gruppo. Aspetta…ehm…mi sfugge il suo nome…maledetta memoria…”
“Filippo?”
“Dolcezza, sono vecchia ma non certo rincoglionita! Non parlo del furbastro cerca soldi che ha incastrato la mia Valentina. Intendevo l’altro vostro amico, quello bello e dannato…anzi, talmente bello e dannato da sembrare un divo di Hollywood!!!”
“Matteo???” ho un sussulto al cuore nel pronunciare il suo nome.
“Matteo, proprio lui! A proposito, che fine ha fatto?”
“Beh…credo viva in America…non lo vedo da anni ormai…”
“Peccato. Lui era davvero innamorato perso di te. Tu respiravi e lui respirava. Ti guardava con certi occhi adoranti!”
“Non esageri adesso, tra noi c’è stato sempre un bel feeling ma…”
“Ma c’era il bamboccio ad ostacolarvi!”
“Non volevo dire questo…e comunque è passata una vita…”.
Eccola qui di nuovo, l’inesorabile e implacabile malinconia. Questa volta però non è più Alessandro il centro dei miei pensieri. Con le sue parole nonna Gertrude ha rispolverato, senza volerlo, dei vecchi ricordi che io stessa avevo depositato in fondo al cuore. Ed è bastato un nome, quel nome, a far sì che ciò accadesse. Matteo è parte integrante di uno dei periodi più belli e spensierati della mia vita. Quando eravamo cinque diciassettenni felici e curiosi del futuro. Io e Valentina, le due belle e inseparabili, Alessandro lo sportivo, Filippo il nerd e Matteo…il ribelle fra noi. Un bel gruppo di amici. Finché l’amicizia è diventata altro.
“Stella, ci sei?” nonna Gertrude cerca di nuovo la mia attenzione, pur consapevole di avermi provocato una bella botta emotiva.
“Ehm sì…mi scusi…”
“Sono io che devo chiederti scusa. Non volevo farti pensare a…”
“Va tutto bene, davvero. Ho solo bisogno di un po’ d’aria adesso” e mi alzo, ma lei mi trattiene delicatamente per un braccio.
“Ricorda sempre: chi non ti vuole non ti merita!”
“Ha ragione, farò tesoro del suo consiglio!”
“E mi raccomando: scopri quelle gambe!!! Avessi io le tue cosce mi sarei già fatta tutti gli uomini presenti!” e se la ride di gusto, mentre io mi sotterrerei dalla vergogna per ciò che ha detto.
Inizio a destreggiarmi tra i tavoli per tornare fuori in terrazza, lontano il più possibile da tutta questa gente e dalla confusione. Ho un tremendo male ai piedi. Ciononostante fingo disinvoltura e anzi faccio ciò che ha detto nonna Gi, immaginando per un minuto di essere una modella strafiga che con il suo fisico perfetto percorre una passerella. Di certo l’abito meraviglioso che indosso e le mie fantastiche Jimmy Choo aiutano in quest’impresa titanica. Un attimo, penso di essermi persa. L’uscita non è da questa parte. Forse era la seconda o la terza porta a vetri quella che portava a…no, mi sto sbagliando. Ho il cervello completamente in panne. Non so cosa mi prende, ma è come se mi muovessi a rallentatore. La testa gira così forte e la vista è quasi del tutto appannata. Com’è che ho detto prima? Ah sì, “Reggo piuttosto bene l’alcol”. Un corno! Alzo lo sguardo e mi giro intorno. Vedo gente che parla e che balla. E poi ancora altra gente, tanta. La musica rimbomba. Sembra di essere a un rave. Porca miseria, devo andar via di qua! Devo…ahia!!! Qualcuno ha urtato con violenza la mia spalla, tanto forte che per poco cado. Mi volto per vedere chi è stato. No…non credo ai miei occhi.
“Matteo?!”
“Stella!”
Ci guardiamo, imbarazzati per il nostro “quasi scontro frontale”. Ho le sue mani strette in vita, in realtà è solo grazie alla sua presa che non mi ritrovo distesa sul pavimento in un mare di seta e tulle. Approfitto per osservarlo e per constatare, senza ombra di dubbio, che è rimasto il gran figo di un tempo. Fisico asciutto e muscoloso, spalle larghe, braccia possenti. E quel viso…mio Dio. Gli occhi sono penetranti come spade affilate, le labbra disegnate e i denti allineati e perfetti, tanto bianchi da risplendere. I capelli ordinatamente arruffati e la barba ben curata. Matteo è bellissimo, non riesco a trovargli alcun difetto. Non sono mai riuscita a farlo. Ma che mi sta succedendo? Sarà l’alcol ad amplificare ogni cosa? Scuoto la testa, strizzo gli occhi e li riapro per mettere a fuoco. No, nulla di amplificato.
“Da…da dove spunti fuori tu?” con il tono di voce che ho usato devo essergli sembrata un’adolescente in adorazione mentre guarda il concerto del suo cantante preferito per la prima volta. Intanto provo a rimettermi in piedi, provando a non fare danni.
“Potrei chiederti la stessa cosa!” e sorride, aiutandomi a ritrovare l’equilibrio su me stessa.
“Hai ragione…ehm…scusa, ero distratta e ti ho preso in pieno. Spero di non averti fatto male!”
“Male? Tu? Ho avuto incidenti peggiori, tranquilla…”.
Per un attimo resto imbambolata, come se non avessi mai visto nulla di più bello in tutta la mia vita. Ma provo a tornare lucida, prima di perdermi totalmente in quell’assurda maschia perfezione.
“In realtà pensavo non potessi venire oggi…”
“Infatti. Poi sono spuntati degli impegni improvvisi in Italia e…eccomi! Inoltre non potevo mancare, anche in onore di Filippo e Valentina e della bella amicizia che c’è stata fra noi…”.
Sono molto confusa. Da una parte apprezzo che Matteo sia qui e che per esserci abbia attraversato il mondo. Davvero lodevole. Almeno lui l’ha fatto, a differenza di qualcun altro che conosco. Dall’altra invece provo rabbia. Ha detto “non potevo mancare” e parla della “bella amicizia che c’è stata”. Peccato che proprio lui sia sparito per ben dieci anni, lasciando il vuoto della sua assenza e fregandosene completamente di me…di noi.
“Devo uscire di qui, perdonami…” gli dico con un filo di voce, anche se non sono così tanto convinta di voler andare via. Probabilmente questo incontro è il classico “segno del destino”, ma adesso la mia mente è occupata da mille pensieri contrastanti. Per di più sono ubriaca e qualsiasi cosa dicessi sbaglierei.
“Aspetta Stella, parliamo!” cerca di bloccarmi, ma invano.
“No davvero, devo andare” e scappo via, non prima di avergli dato un’ultima occhiata fugace e inalato tutto il suo profumo.
Incrocio un altro cameriere. Afferro un bicchiere dal suo vassoio, ma lo faccio con un tale impeto che quel povero ragazzo barcolla. In tre secondi butto giù altre bollicine. Capito, bere non fa per me. Il pavimento sembra sgretolarsi sotto i piedi. La testa gira e gira. Vedo doppio. Le ginocchia cedono. Cado. Ma qualcuno mi afferra e mi sorregge da dietro con sicurezza. È lui. E mi ha salvata ancora una volta, in una sola sera.
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