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Note di Jazz a Rainbow Street

Note di Jazz a Rainbow Street
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Consegna prevista Ottobre 2024

Big City è una metropoli come ce ne sono molte nel mondo. Una città senza volto perché, in realtà, di volti ne ha molti.
Jack Rafferty è da poco approdato alla Squadra Omicidi, e non passa molto tempo che la sua incrollabile fede nella giustizia si scontri con una realtà che aveva sempre ignorato. A Big City, la legge e la criminalità sono le due facce della stessa medaglia.
A tirare le fila di entrambe c’è Bob, sadico e amorale, la cui crudeltà va di pari passo solo con la sua sete di potere. Niente si muove, se lui non dice che può farlo. Come un direttore d’orchestra, a Big City si suona la sua, di musica.
Finché un giorno arriva lei. Esile, bionda e dal passato sconosciuto, Alice s’insedia a Rainbow Street, una lingua di terra invasa da locali notturni. È in quei posti che si concludono gli affari migliori. E lei non ha alcuna intenzione di lasciare l’ultima parola né a Bob, né a Rafferty.
La musica, all’improvviso, cambia.
Questa è la storia di Alice.

Perché ho scritto questo libro?

Questo romanzo è nato da una domanda: “come sono rappresentate le donne all’interno dei romanzi noir e thriller?”. Che è stata subito seguita da un’altra: “di quale donna vorrei leggere, io?”.
Trovando risposte poco soddisfacenti alla prima domanda, mi sono focalizzata sulla seconda. Così ho deciso di scriverla io, quella storia. La vita di una donna che non fa niente per compiacerci, ma che pone sé stessa al primo posto, mettendo in crisi anche tutto il sistema di valori in cui è immersa.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

Il taxi sfrecciò silenzioso attraverso il Barrow, la zona più povera di Big City. Sebbene fosse una notte di luna piena, una coltre di nubi rendeva il cielo più oscuro del solito. Sembrava che sopra il Barrow la luna non riuscisse mai a procurarsi una via per illuminare la miseria che vi sottostava. Nessuno voleva vederne la povertà, neanche la natura.

Alice abbassò il finestrino, e lasciò che l’aria frizzante della città la schiaffeggiasse in pieno viso, mentre figure dismesse, dai tratti indistinti, le sfilavano davanti agli occhi come ombre senza forma. Non aveva bisogno di osservarli meglio per sapere chi erano. Drogati, prostitute, malati di mente e ubriaconi. Il Barrow ne era pieno, ed erano tanti, migliaia, che si vendevano per una dose o una bottiglia di liquore scadente. Che facevano il lavoro sporco per quegli stessi uomini che facevano in modo che non riuscissero mai ad alzare la testa, dipendenti dalla loro stessa povertà.

La donna arricciò il naso.

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Li disprezzava. Tutti. Uomini e donne senza potere, talmente assuefatti al loro ruolo di vittime da non aver mai tentato niente per cercare di rovesciare l’infame destino che altri avevano deciso per loro.

Osservò le case popolari mezze diroccate e i ratti, grossi come cani, correre tra i bidoni dell’immondizia, in mezzo ai quali alcuni senzatetto cercavano di trovare riparo dal gelo della notte.

Alice non aveva mai provato la morsa della fame, non era mai stata povera. La sua famiglia aveva fatto parte di quella manciata di privilegiati che dormivano tra lenzuola di seta, partecipavano a vernissage con l’élite di Big City, e pagavano profumatamente per incontri clandestini all’ultimo sangue e puttane da seviziare.

Quando avevano tentato di stroncare la sua volontà e di umiliarla, una volta compreso quale fosse la strada, non aveva esitato un secondo a fare quello che andava fatto per riprendersi il potere sulla sua vita. A dirla tutta, aveva provato un immenso piacere a torturare e uccidere quell’uomo.

“Riposa in pace, papà… lurido figlio di puttana che non eri altro…”

La bocca sorrise, gli occhi non mostravano alcuna emozione.

Appena fuori dal Barrow, iniziava il suo quartiere preferito, quello che aveva scelto come casa. Una zona di confine, dove i ricchi e i criminali si mescolavano tra i tanti bar, ristoranti e locali notturni che si susseguivano uno dietro l’altro, facciate di copertura per accordi troppo loschi per essere stretti alla luce del giorno, tra i grattacieli e le villette a schiera delle persone perbene della città.

– Rallenta! – ordinò all’autista.

Il quartiere, o meglio, quella striscia di terra chiamata Rainbow Street, che iniziava all’angolo della tredicesima, l’inizio del Barrow, e terminava una manciata di chilometri a nord, verso la Avenue, era rimasta tale e quale al giorno che Al era rientrata a casa dopo aver lanciato il corpo di suo padre nel fiume, quando era poco più che una bambina.

Casa sua si trovava nel Bourgeois, ma non aveva alcuna intenzione di tornarci. Voleva ripartire da zero. Non proprio da zero, visto che la morte del paparino l’aveva lasciata unica ereditiera di una piccola fortuna. Aveva deciso che sarebbe diventata la donna più ricca e potente di tutta la città, e anche la più temuta.

Sentì la trepidazione, l’entusiasmo fremere nel suo agile corpo, mentre il taxi entrava in città, nella sua città. Sporca e corrotta. Le era mancata.

Imboccato Rainbow Street, aveva capito immediatamente che lì avrebbe visto la luce la nuova Al. Nessun cognome, nessun passato. Avrebbe conquistato quella terra dei fuochi, e,  da lì, tutta Big City.

Poveracci quelli che avrebbero tentato di fermarla.

– Si fermi qui! – disse al tassista.

– Ne è sicura, signorina? Questa zona non è molto sicura per nessuno, tanto meno per una donna. Non vuole che la porti a casa? –

– Questa è casa mia. –

Lanciò i soldi all’autista, e si ritrovò per strada, da sola. Iniziò a camminare, lasciandosi avvolgere dal tepore e dagli schiamazzi che esplodevano nell’aria ogni volta che qualcuno apriva le porte di un locale. Lentamente, percorse quasi tutta la strada, senza una meta, lasciandosi guidare dai sensi, senza un piano, senza un posto dove andare. Ma non ne era impaurita. Per la prima volta assaporava un senso di libertà estremo, qualcosa che le era stato vietato dal suo primo vagito fino a quella notte. Sorrise. Un sorriso sincero che le saliva dal cuore.

Non le sarebbe più capitato per tanto, tanto tempo.

Mentre si trovava persa nei suoi pensieri, una musica jazz la riportò alla realtà. Si voltò verso la fonte di quella melodia. La porta del locale che stava attraversando, da cui proveniva quella triste sinfonia, si stava richiudendo. Al intravide dei lunghi capelli neri raccolti sparire all’interno del bar.

Anni dopo avrebbe continuato a chiedersi cosa l’avesse attirata dentro, quella notte, se quella musica travolgente, o la lucente chioma corvina, domata in una intransigente coda di cavallo.

Alice si ritrovò, non sapeva come, o perché, all’interno del locale. Avvolta in una nuvola di fumo, gettò un’occhiata a quel posto, leggermente demodé. I tavolini tondi erano spogli, se non per un antiquato lume posto al centro. Il bancone, possente, di legno, presentava diversi fori, che potevano essere stati causati dai tarli, oppure da proiettili vaganti. Il barista aveva ecceduto con il gel, ma non con il detersivo per la lavatrice, né per i vestiti, né per lo straccio che utilizzava per asciugare i bicchieri.

Eppure, il locale era stracolmo. La donna si chiese se fosse per quella meravigliosa musica che fuoriusciva dal sassofono del musicista assorto nelle sue note, seduto su uno sgabello sopra il palco rialzato. Osservò le facce degli avventori, facce da criminali in tailleur d’alta classe e facce da criminali in vestiti da quattro soldi. Sì, erano lì per la musica. Gli affari si concludono meglio con whisky scadente e una buona dose di jazz.

– Mi dia uno scotch, doppio, liscio. – ordinò al barista – Ehi, qualcosa di buono, non quella robaccia esposta lì in bella vista. – continuò, allungando un decino.

L'uomo la osservò, un’espressione annoiata. Lo sguardo si posò sulla banconota, l’afferrò felino e, senza mai cambiare espressione, sparì per un attimo dietro la parete, per riapparire con un bicchiere in mano, pieno fino a metà.

Appoggiò lo scotch sul bancone, quando la donna gli afferrò la mano.

– No, no, no… – disse, scuotendo il caschetto di capelli biondi – porta pure qui la bottiglia, per favore. –

Due centoni scivolarono dalla sua pallida mano a quella dell’uomo, come un gioco di magia. Pochi minuti dopo, Alice si stava riempiendo il bicchiere con il suo secondo giro.

Improvvisamente, si accorse che la lunga coda di capelli che l’aveva attirata all’interno del locale se ne stava lì, di fronte, arrampicata su uno sgabello come un falco, due gambe incrociate lunghissime e olivastre che sbucavano da una gonna veramente troppo corta. Al non sapeva se il calore che sentiva irradiarsi dalla pancia era per via del liquore o per quella visione. C'era qualcosa di aggressivo nel modo in cui la donna si sporgeva verso l’uomo con cui stava chiaramente flirtando, anche se lei tentava di nasconderlo, accarezzandosi il dietro l’orecchio per poi lasciar scivolare le dita sul collo.

Alice si sentiva già intrigata da quella donna che, non solo non conosceva, ma non aveva ancora neanche visto in viso.

La donna scoppiò a ridere e la faccia dell’uomo, un attempato di mezza età che avrebbe potuto essere suo padre, un padre molto ricco, a vedere l’abito e l’orologio che indossava, si illuminò. S’illuminò di quell’orgoglio da macho, di colui che ha l’innata convinzione che alle donne interessi solo una vita agiata, e che concederanno il loro corpo a coloro che sapranno concedergliela.

La vide infilare la mano dentro la giacca per posargliela delicatamente sul petto, gli bisbigliò qualcosa all’orecchio, gli fece un occhiolino e si alzò, incamminandosi verso la porta del bagno.

In quell’istante gli occhi delle due donne s’incrociarono. Quando la donna le fu abbastanza vicina, Al l’afferrò per un braccio.

– Attenta, stai giocando un gioco pericoloso. – le disse

– Non so di cosa tu stia parlando. –

– Ti ho vista. Sei veloce, devo ammetterlo. –

La donna la osservò, stupita. Ebbe un attimo di esitazione, poi si riprese.

– Conosco questo gioco meglio di te, ragazzina. E adesso, se non ti dispiace, dovrei andare alla toilette a sbarazzarmi di un portafogli vuoto, prima di tornarmene a casa. –

Si divincolò dalla stretta e si avviò verso il bagno.

Al si mise a osservare il riccone al bancone che continuava a bere, ignaro. Poi il suo sguardo si spostò verso due tizi, seduti a un tavolino qualche metro più in là. Uomini silenziosi che non si erano rivolti parola per tutto il tempo che li aveva osservati. Non bevevano, non sembravano ascoltare la musica. Gli occhi fissi verso il lume al centro del tavolo, ma non sembrava lo guardassero veramente. Ogni tanto, però, gettavano un occhio verso l’uomo al bancone.

“Conoscerà bene il gioco, ma stavolta sembra abbia scelto l’avversario sbagliato.”

L'uomo iniziò a tastarsi la giacca, ma non riuscì a trovare quello che stava cercando. Digrignando i denti, rosso per la rabbia e la vergogna, fece un cenno ai due taciturni che si alzarono prontamente, afferrarono le pistole da sotto il vestito senza farsi notare, e si avviarono verso la porta del bagno dove si fermarono in attesa, mentre il loro capo li seguì, piazzandosi dietro di loro.

Quando la ladra uscì dal bagno, uno dei due uomini l’afferrò con una mano per il collo, mentre l’altro le puntò la canna della pistola alla bocca dello stomaco.

– Brutta puttanella che non sei altro – disse il boss da dietro i suoi scagnozzi – credevi davvero di potermela fare sotto il naso? Se volevi i miei soldi, avresti dovuto fare la brava gattina e ti avrei saputo ricompensare a dovere. –

Nonostante la faccia paonazza dalla mancanza di ossigeno, la donna gli rivolse uno sguardo carico d’odio, privo di ogni accenno di supplica. Al conosceva bene quello sguardo. Sapeva che si sarebbe potuta mangiare il fegato crudo di quell’uomo, se solo si fosse riuscita a liberare.

Alice si alzò dallo sgabello. Sorrise, scuotendo la testa. Afferrò la bottiglia mezza vuota dalla parte del manico, e la spaccò in testa all’uomo con la pistola, che stramazzò a terra, per poi avvolgere il capo con un braccio e puntargliela a due millimetri dal collo.

– Ops! Credo il tuo amico abbia bevuto un po' troppo! Questi uomini, grandi e grossi e poi non reggono un goccio d’alcol… Adesso se non vuoi che sgozzi il tuo padrone come il maiale che è, ti conviene lasciarla andare. –

– Ehi! Il capo non vuole casini, nel suo locale. – disse il barista, senza mutare l’espressione del suo viso.

– Nessun casino, vedi? Adesso il mio amico la lascerà andare, e noi andremo via di qua, e amici come prima. E poi, vedi? Nessuno si sta interessando a noi, continuano a bere tranquilli, e ad ascoltare questa musica meravigliosa. –

Ed era vero, nessuno li stava guardando. Si era già innamorata di quel posto.

– Quindi, paparino? Che cosa vogliamo fare? – disse al vecchio, pungendogli il collo con la bottiglia rotta.

– Sì, sì, va bene… Va bene! Lasciala andare, John! –

L'uomo mollò la presa, e la donna raggiunse Al, che teneva ancora il vecchio in ostaggio, riprendendo fiato.

– Adesso ce ne andremo fuori di qui, e guai a voi se ci seguirete. Sono stata chiara? –

Non annuirono, ma prese il silenzio come un sì. Mentre spingeva il vecchio con un calcio contro John, la donna estrasse rapidamente un coltello dalla cintura della gonna, e lo conficcò nella spalla del buttafuori, nel braccio con cui impugnava la pistola.

Le donne corsero fuori. Svoltarono dietro l’isolato, poi si fermarono a riprendere fiato.

– Bella mossa, quella della bottiglia. –

– Cento dollari di buono scotch finiti sulla testa di quel coglione… Anche la tua, quella di pugnalare il braccio dell’amico John. –

– Così, anche se avesse voluto seguirci, non sarebbe riuscito a spararci. –

Al sentiva i suoi occhi analizzarla come fosse la combinazione di una cassaforte.

– Comunque, grazie. Mi avevi anche avvertito, è che di solito mi so scegliere bene i polli da spennare. –

– Non ne ho il minimo dubbio. –

– Perché l’hai fatto? Dico, aiutarmi. Di primo acchito, direi che non sei una donna propensa ad aiutare chi si trova in pericolo. –

– Infatti non lo sono. Non lo so perché… forse ho visto qualcosa in te… sentito… Comunque adesso ciao, eh! Mi raccomando, non rimetterti nei casini. Io non ci sarò, o, forse, anche se ci sarò, non è detto che ti aiuterò. –

Si tirò su, e si avviò velocemente lungo Rainbow Street.

– Aspetta! – le urlò la donna. Al si fermò.

– Abiti qui vicino? Hai un posto dove dormire? –

– No, e no. –

Alice si voltò, e si ritrovo la donna a pochi centimetri da lei. Nonostante portasse tacchi altissimi, dovette sollevare la testa per poterla guardare negli occhi. Occhi marroni come la terra fertile, che crea e protegge.

– Ti va di venire da me? –

– Sì. –

Ripresero a camminare, in silenzio.

– Nel caso t’interessasse saperlo, io sono Lee. –

Alice si fermò, osservandola.

– Piacere, Lee. –

Notò, dietro le spalle della donna, che si erano ritrovate di nuovo di fronte al locale da cui erano scappate poco prima.

– Lo vedi? – le chiese, indicando il posto con la testa – Un giorno avrò quel locale, e ucciderò chiunque cercherà di impedirmelo. –

Lee si morse un labbro, gli occhi sembrava essere diventati più grandi.

– Vieni, andiamo a casa. –

Pochi anni dopo, Alice avrebbe mantenuto la sua promessa.

2024-01-27

Flex Radio – Proxima Radio

Avviso di servizio! Volevo avvisare tutti voi che state appoggiando la mia campagna, che sabato 27 gennaio si parlerà del mio romanzo alla radio! L'intervento avverrà durante il programma "WarmUp" con Luca Di Sano. Potrete ascoltarlo dalle ore 9:00, scegliendo tra due stazioni radio. - Flex Radio: DAB+ canale 11D, oppure in TV, canale 182 del digitale terrestre (DTT); - Proxima Radio, scaricando l'app da Android e IOS, oppure DAB+ canale 11D, inoltre anche in TV, canale 186 del digitale terrestre (DTT). Sono molto emozionata! Sabato 27 gennaio dalle ore 9:00, tutti sintonizzati! 😉

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Sara Fenara
Nata a Prato nel 1980, ho la fortuna di potermi godere appieno due meravigliose decadi cinematografiche, che diventa ben presto una delle mie principali passioni. Grazie alla libreria “senza sorveglianza” dei miei genitori, mi avvicino alla lettura in tenera età, scegliendomi da sola le storie che mi avrebbero tenuto compagnia. Il passo nel diventare io, l’artefice di mondi fantastici, è breve. Nel 2013, bramante di acquisire qualche strumento in più che mi consentisse di creare storie degne o, quantomeno, decenti, da presentare al mondo, inizio a frequentare un corso di scrittura creativa presso l’Associazione Culturale Nuova Colmena di Prato, che è durato tre anni. Nel 2016, pubblico la mia prima raccolta di racconti “Nero Inchiostro”, con Edizioni Drawup. “Note di Jazz a Rainbow Street” è il mio primo romanzo.
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