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Nulla da sentire

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Quando Clara, giovane infermiera in un reparto specializzato nei disturbi della memoria, si accorge di non riconoscere una bambina che un tempo ha stretto tra le braccia, la sua vita comincia a incrinarsi.

Quello che sembra un semplice vuoto nella memoria si trasforma presto in qualcosa di molto più inquietante: emozioni che scompaiono, ricordi che si sgretolano, persone che conservano tracce di un passato che lei non riesce più a raggiungere.

In una corsa contro il tempo, tra memoria, identità e verità negate, Clara dovrà capire chi è stata, cosa le è stato portato via e quanto si è disposti a sacrificare per conservare ciò che ci rende vivi.

Capitolo 1 – Gennaio 2025: Il buco nella memoria

Un suono improvviso, una melodia leggera, riporta Clara in superficie. Apre gli occhi un istante: certo, è la sveglia del telefono. Lo sguardo si posa sull’orologio sopra il comodino: le cinque e mezzo.

Ora ricorda: deve andare al lavoro, il turno in ospedale inizia alle sette. Stordita dal sonno si mette a sedere sul letto, si stiracchia, allunga la mano e spegne l’allarme. Un sorriso le affiora sulle labbra per quella musica scema che ha scelto come sveglia: una vecchia canzone, forse dello Zecchino d’Oro, il titolo lo ricorda bene, La canzone della felicità. Quello che non ricorda bene è perché l’avesse selezionata, sa solo che la mette di buonumore e le resta in testa per un po’.

Ancora con gli occhi semichiusi si trascina in bagno, si siede sul water, fa pipì sbadigliando e intanto comincia a fare mentalmente l’elenco delle cose da fare oggi. Prende il telefono, apre l’agenda: niente di speciale, giornata tutto sommato tranquilla. Lavoro, spesa, palestra… su quest’ultimo impegno poi si vede. Comunque le solite cose per una giornata ordinaria. Forse dovrebbe passare da mamma: sono tre settimane che non la vede, dal giorno di Natale.

Capirai, quando andrò la solita predica: Eh Clara, non te ne frega niente di noi… le figlie delle mie amiche sentono la madre ogni giorno e la domenica pranzano insieme… bla bla bla.

Guarda di nuovo l’orologio: le cinque e quaranta. Cavolo, deve sbrigarsi. Si osserva allo specchio.

Devo per forza lavare i capelli, guarda che roba c’ho in testa.

Clara è romana e si sente molto chiaramente quando parla, ventisette anni, piccolina, riccia riccia, con i colori del grano che ha ereditato dalla nonna materna. È aperta, sorridente, sempre pronta alla battuta e quando scherza fa le vocine come i bambini di tre anni.

Un’occhiata veloce a WhatsApp.

Ecco, ti pareva: la solita collega che sul gruppo scrive “in malattia”. Che palle, saremo un’unità in meno oggi.

Clara lavora come infermiera all’Ospedale Civile Maria Agnese, a Roma. È abituata a questo genere di messaggi, al turnover, alla coperta sempre troppo corta che nessuno riesce a tirare da entrambe le parti. Un po’ sbuffa, un po’ scrolla le spalle, il guaio è che in così pochi anni ci abbia già fatto il callo.

Io dovevo nascere ricca, porca miseria… io lo meritavo.

Si lava i denti con cura. Con quello che costa il dentista!

Poi doccia veloce, asciugatura e via con il solito rito dei prodotti per capelli; gestire i ricci è un’impresa: troppa schiuma e si appiattiscono, poca e diventano una giungla.

Rabbrividisce al ricordo di quando da bambina li pettinava e finiva con la testa da Napo Orso Capo, ci sono voluti anni per capire che i capelli ricci non si pettinano mai.

Torna in camera, si siede sul letto e sveglia Luca con un bacio: «Amore mio, è ora di alzarsi. Il bagno è libero e lo trovi già caldo».

«Mmmmh… altri cinque minuti.»

«Non fare il bambino, dai, è già tardi. La sera fai tardi a guardare Star Trek e la mattina fai il dodicenne che vuol fare sega a scuola.»

«La solita rompipalle. Sembri tua madre» mugola girandosi nel letto.

«Luca! Dopo la chiamo e glielo dico che l’hai chiamata rompipalle.»

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«Sì, sì, chiamala pure e senti che ti dice. Ti ricordo che è da Natale che non vai a trovarla.»

«Uffa… non me lo ricordare.»

Clara apre la finestra: il cielo è grigio, il freddo punge.

Brrr… rabbrividisce.

Si dirige all’armadio, prende la sua tuta grigia, morbida, comoda, calda. È gennaio, fuori ci saranno meno di dieci gradi.

«La bellezza della divisa in ospedale è che puoi vestirti come vuoi per uscire di casa,» dice ad alta voce «morirei a lavorare in banca e dover pensare ogni giorno a cosa mettere. Amore, sei pronto? È tardiii!»

«Quasi fatto, metto le scarpe e usciamo.»

Clara indossa il giubbotto, prende la borsa, ci infila la borraccia rossa – è il suo colore preferito – e si spruzza addosso il profumo di sempre.

«Andiamo, amore?»

«Eccomi, eccomi. Andiamo. Ehi, sei straordinariamente bella con questa tuta, sexy direi.» E fa l’occhiolino dandole un colpetto sul sedere.

Prendono le chiavi, aprono la porta e attendono l’ascensore sul pianerottolo silenzioso.

«Porca miseria, ho lasciato il telefono sul mobile all’ingresso.»

Rientra in fretta, accende la luce e allunga la mano sullo smartphone.

È in quell’istante che lo sguardo le cade su una foto appesa al muro: lei, con un bambino tra le braccia o forse una bambina. Non saprebbe dirlo di preciso.

Clara resta immobile, un attimo appena, il cuore le sobbalza, una leggera vertigine nello stomaco.

Chi è quel bambino? Possibile che io non lo sappia?

Scuote la testa, distoglie lo sguardo, afferra il telefono e chiude la porta alle sue spalle. Qualche passo ed è in ascensore: spinge lo zero.

In garage l’aria è fredda e odora di benzina e cemento, entrano in macchina e partono.

Il solito tragitto: poche auto, poche persone in giro; sono le sei e un quarto e Roma non è ancora la città caotica che diventerà più tardi.

«C’è un silenzio quasi bello, che dura sempre troppo poco» dice Clara poggiando la mano sulla coscia di Luca, lui sorride e fa una smorfia prima di sbadigliare, di nuovo.

Le torna in mente il viso di quel bambino, grassottello.

Quanti mesi avrà nella foto? Direi dodici-quattordici mesi, insomma circa un anno. Occhi nocciola bellissimi, e io? Be’, io più giovane di adesso, direi subito prima della festa dei diciotto anni, i capelli erano ancora lunghi, lunghi. Il periodo della pallavolo alle superiori, quando avevo deciso di tagliare la frangetta per non sapere poi come metterla, porca miseria, aveva una vita propria e… sorride ripensando a quanto impiegasse ogni mattina per darle un aspetto decente.

«Ciao, Cla’!»

Clara sobbalza: è la voce di Paolo, il barista dell’ospedale, che batte le nocche sul finestrino.

«Buongiorno, Paolo!» risponde lei sorridendo.

Paolo è un ragazzino di vent’anni, sempre carico a pallettoni, per tutti serve caffè, a lei prepara un mocaccino perfetto e mentre glielo appoggia sul piattino dice sempre: «Ecco per te, Clara del mio cuore, un mocaccino tutto tempestato d’amore».

Entrano dal cancello dell’ospedale, salutano il vigilante che saltella per scaldarsi dal freddo di questo fine gennaio, Luca ferma la macchina davanti al palazzo grande, quello dove sono gli spogliatoi del personale. Si sporge per aprire lo sportello dal suo lato.

«Ciao, amore mio, ci vediamo dopo. Dammi un bacio.»

Clara sorride: dopo quasi tre anni, Luca ancora le apre lo sportello, un gesto piccolo, ma che lei custodisce come prezioso.

Scende dall’auto, ma poi torna a infilare la testa dentro.

«Luca… la foto.»

«Quale foto?»

«Quella sul muro, vicino alla porta di casa nostra. Io con un bambino in braccio. Chi è?»

Luca la guarda, aggrotta la fronte e per un attimo sembra spiazzato. Poi scoppia a ridere.

«Sei sempre la solita, piccola burlona!» dice ridendo ancora. Le scompiglia un pochino i capelli e lei fa un gridolino.

«Sai che odio che mi si tocchino i capelli!»

Luca le manda un bacio con la mano, fa quel gesto di aggiustarsi il ciuffo scuro che a volte gli cade sugli occhi, ingrana la marcia e parte.

Clara resta ferma, segue con lo sguardo la macchina che si allontana; percepisce il cuore che batte, non è tachicardia. Sa bene cosa sia una tachicardia, è un’infermiera, questa sensazione è diversa, è come un piccolo buco sotto lo sterno, tra la fine del respiro e l’inizio del pensiero.

Un po’ frastornata si gira, entra dal grande portone, un saluto alla ragazza della vigilanza e fa quello che da cinque anni è un gesto meccanico: cerca il badge nella borsa e ascolta il bip dell’entrata in servizio. Si dirige allo spogliatoio per indossare la sua divisa azzurra e gli zoccoli bianchi, prende tutto quello di cui ha bisogno e cammina verso il suo reparto.

2026-02-15

Aggiornamento

Ci sono pomeriggi che non si misurano con l’orologio, ma con il battito. Ieri è stato uno di quelli. Ho passato la domenica pomeriggio a ridere e scherzare con Giulia ed Oriana (alias Clara e Oriana). Due donne così diverse, per età, per storia, per modo di stare al mondo, eppure così incredibilmente affini, come se appartenessero alla stessa costellazione invisibile. Giulia ha quella luce inquieta di chi cerca risposte anche quando ha paura di trovarle. Oriana, invece, porta addosso il silenzio di chi ha già attraversato il dolore e ne conosce il linguaggio segreto. E insieme ridono, ridono come se il tempo non esistesse, come se tutto fosse ancora possibile. Ci siamo raccontate cose che esistono e cose che esistono solo dentro. Abbiamo condiviso fragilità, intuizioni, verità che non si dicono ad alta voce. In quei momenti ho capito, ancora una volta, che i protagonisti di un libro non si inventano, si riconoscono. Non li scegli con la mente, li scegli con una forma di risonanza più profonda. Accade qualcosa di misterioso: li incontri dentro di te, e sai. Sai che sono loro. Un vero protagonista non nasce per compiacere il lettore, nasce per dire una verità che non può più restare in silenzio, porta con sé una ferita, una domanda, una crepa. Ed è proprio quella crepa che lascia passare la luce. Clara e Oriana non sono solo personaggi, sono possibilità, sono parti della stessa anima umana che si cercano, si perdono, si ritrovano. Scrivere non significa creare qualcuno, significa avere il coraggio di ascoltarlo quando bussa ed ha qualcosa da dire. Possiede alcune tue parole, alcuni tuoi pensieri... E ieri, mentre ridevamo insieme, ho avuto la sensazione limpida che loro non appartengono più solo a me, adesso appartengono anche a te attraverso le parole del mio libro.
2026-10-02

Aggiornamento

Oggi voglio dire GRAZIE. Grazie a chi ha creduto in me quando ancora non sapevo farlo del tutto neppure io. A chi ha ordinato il libro senza chiedere spiegazioni, come si tende una mano a qualcuno che sta salendo una scala un po’ ripida. Grazie a chi mi ha scritto: “Lo prendo perché sei tu.” Grazie a chi ha condiviso, parlato, raccontato ad altri che esiste una storia chiamata Nulla da sentire e che dentro c’è un pezzo della mia vita, delle nostre vite, di chi cura e di chi ama. I miei amici veri hanno stolkerato chiunque. E grazie anche a chi ha fatto finta (a loro un grazie speciale per la 'lezione' che mi hanno impartito): chi ha voltato lo sguardo, a chi ha promesso e poi dimenticato, a chi ha detto di averlo preso, ma a me arrivavano le notifiche e li ho sgamati in due millisecondi. Mi avete insegnato una cosa preziosa: che chi vuole esserci ci sta sempre e senza proclami; che i sogni non cercano folle, ma alleati veri. Pochi, luminosi, necessari. Oggi quel 100% non è solo un numero. È un coro silenzioso di volti, nomi, gesti. È la prova che la gentilezza esiste, che la fiducia circola ancora tra le persone come un sangue buono. Io vi porto tutti qui dentro ❤️e tra le pagine. Chi mi ha sostenuto e chi mi ha deluso, perché entrambe le cose mi hanno resa diversa. Continuo a camminare, con gratitudine, con un po’ di tremore. E con un amore enorme per questa storia che adesso non è più solo mia, ma nostra. Grazie davvero amici miei, vi voglio bene. 🥰
2026-02-06

Aggiornamento

Ci sono pomeriggi che non scorrono: si depositano. Rimangono addosso come il profumo del legno bruciato e della cioccolata calda, come il calore buono di un camino acceso in una grotta antica, dove il tempo sembra fare un passo indietro per lasciarci spazio. Oggi è stato uno di quei giorni. Un cerchio di donne, voci diverse eppure sorelle, sedute vicine a raccontarsi la vita senza fretta. C’era la luce morbida delle candele, il fruscio delle pagine del mio libro lette ad alta voce, e quel silenzio pieno che nasce solo quando ci si sente al sicuro. Guardarsi negli occhi, davvero, è un atto rivoluzionario: significa dire “sono qui”, significa riconoscere l’altra senza filtri, senza maschere. Abbiamo parlato di sogni e di inciampi, di paure minuscole e di desideri grandissimi. Mio marito, unico uomo tra noi, fotografava i sorrisi con la delicatezza di chi sa che certe emozioni vanno sfiorate e non afferrate. Intanto il break goloso – tazze fumanti di cioccolata, dolci fatti in casa, piccole delizie condivise – diventava un rito semplice e potentissimo: nutrire il corpo per far respirare l’anima. In momenti così capisci quanto la condivisione sia un’arte antica. Non servono palchi né microfoni: bastano sedie vicine, un luogo che abbia memoria, e il coraggio gentile di aprirsi. Le parole lette dal libro non erano più solo mie, ma di tutte; rimbalzavano tra i cuori, trovavano nuovi significati, si facevano ponte. Porterò a lungo dentro di me l’immagine di quelle donne raccolte, la loro attenzione viva, le risate improvvise, gli sguardi lucidi. È lì che la vita si fa più vera: quando smettiamo di correre e cominciamo ad ascoltare. Quando comprendiamo che nessuna storia fiorisce da sola e che, per crescere, abbiamo bisogno l’una dell’altra. Torno a casa con la gratitudine silenziosa di chi ha ricevuto un dono. E con la certezza che incontri come questo non sono semplici eventi, ma semi: li pianti oggi e domani, chissà, diventeranno foreste di relazioni, di coraggio, di bellezza condivisa.
2025-11-27

Aggiornamento

📖 Come scegli un libro? E perché dotresti scegliere il mio. A volte scegliamo un libro perché ci assomiglia, altre volte perché ci sfida, altre ancora perché ci prende per mano e ci sussurra: “Guarda che questa storia parla di te più di quanto pensi.” Nulla da sentire è uno di quei libri. È nato da me, ma non parla solo di me, parla di te. Delle tue paure più sottili, di quelle che non dici e non sai come dire, parla della paura di essere dimenticati e della paura di dimenticare. Parla di quel brivido che ci attraversa quando sentiamo che, magari, un giorno potremmo essere sostituiti da qualcosa di più veloce, più preciso, più… finto. Parla dell’ombra che ci vive accanto: la tecnologia che ci aiuta, ci sostiene, ci semplifica la vita…ma che, allo stesso tempo, potrebbe invadere, rubare, trattenere ciò che siamo. E parla anche dell’intelligenza artificiale che ci accompagna ogni giorno i mille forme diverse e ci ha insegnato a non credere al 100% a ciò che vediamo con 8 nostri occhi perché potrebbe essere un 'artificio'. Volevo chiedermi, e chiederti: quanto siamo pronti a convivere con ciò che non ha corpo ma che ci capisce? Questo libro è per chi ha paura che i ricordi svaniscano. Per chi teme che qualcuno possa rubargli un pezzo di anima. Per chi non vuole essere messo in un argine da un algoritmo che decida al posto suo. Per chi vuole continuare a essere donna, uomo, essere umano con i propri sì, i propri no, le proprie storie. Per chi non vuole smettere di scegliere. Nulla da sentire parla di ciò che ci fa tremare e di ciò che ci salva. È un romanzo sì, ma è anche una domanda: che cosa resterà di noi, se smettiamo di sentire? Se un libro ti sceglie, lo senti subito e forse, chissà, questo potrebbe essere uno di quelli.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    “NULLA DA SENTIRE” Ho aspettato un po’ prima di scrivere questa recensione. Non per mancanza di entusiasmo, ma perché volevo lasciare spazio alla curiosità, al desiderio di scoperta, a quell’attesa che rende ogni libro ancora più prezioso.
    Ho avuto il privilegio di leggere quest’opera mentre la mia scrittrice del cuore stava dando forma alla sua creatura, passo dopo passo. È stato come assistere alla nascita di qualcosa di vivo: vedere le parole prendere corpo, i personaggi respirare e le emozioni esplodere.
    Un’avventura unica da non perdere

  2. Emanuela Tora

    (proprietario verificato)

    Un triller originale, avvolgente e al tempo stesso una storia delicata e profonda, capace di indagare con delicatezza nell’animo umano e restituire valore a ciò che spesso diamo per scontato : le emozioni.

  3. (proprietario verificato)

    “Nulla da sentire” un romanzo che si muove tra un universo femminile ricco e vulnerabile di Livia, Giulia, Irene e Clara che portano sulle spalle pesi che nessuno dovrebbe sopportare. Le loro vite oscillano tra identità smarrite, memorie frammentate e ferite che cercano voce. Le loro storie si incrociano allo stesso tempo con delicatezza e prepotenza, come fili di un tessuto che rischia continuamente di strapparsi. L’universo maschile è ambiguo, solo Luca emerge come una presenza chiara, empatica, quasi un punto d’appoggio emotivo in un panorama dominato da figure opache e calcolatrici. Dietro di loro si intravede un sistema di potere che influenza tutto e tutti, senza apparire in modo diretto. Il continuo intrecciarsi di passato e presente crea una struttura che ricorda il funzionamento della memoria: frammentaria, emotiva, mai del tutto lineare. Questo affascina, ma lascia anche un senso di sospensione, come se chi scrive preferisse custodire i propri segreti invece di scioglierli. È una scelta narrativa che invita chi legge a diventare parte attiva, a completare ciò che rimane fuori campo.

  4. (proprietario verificato)

    Un libro incredibile, sarebbe sicuramente anche un grandioso film. È un triller, che ti fa sfogliare ogni pagina per arrivare a scoprire chi è stato. Mentre lo leggi e ti fai attrarre dalla storia succede anche un’altra cosa, ti leggi dentro, ti accorgi di come questa potrebbe essere la storia di ognuno di noo, potrebbe accadere, anzi probabilmente sta già accadendo. Da leggere assolutamente!

  5. (proprietario verificato)

    Un viaggio attraverso l’anima e la mente, tra paure, vuoti, speranze e una profonda voglia di verità. Si rimane attratti dalla storia e incollati capitolo dopo capitolo, riflettendo sull’importanza dei ricordi e del tesoro che ognuno di noi custodisce — un tesoro che, in un possibile futuro, potrebbe esserci sottratto. Ho avuto il privilegio di recensire le bozze del libro, ora in attesa della stampa, e questa anticipazione rende l’esperienza ancora più intensa e preziosa.

  6. Ho avuto la fortuna di leggere la bozza, letta tutta d’un fiato. Sono entrata dentro ogni singolo personaggio, sono salita in quell’ascensore e ho percorso le corsie. Si, ero lì con loro! Bellissimo davvero.

  7. Sara Sangermano

    Grazie, sei stata una delle prime a leggerlo dalla bozza, che ho messo a disposizione dei curiosi di leggerlo subito. Chiaramente le tue parole straordinarie mi riempiono di orgoglio.

  8. (proprietario verificato)

    “Nulla da sentire” è una storia che arriva dritta al cuore. Sara riesce a trasformare il mistero in qualcosa di intimo, profondo, quasi famigliare. Attraverso Clara ci porta dentro una mente che vacilla, dentro ricordi che scappano, dentro quelle paure che tutti almeno una volta abbiano provato: non riconoscere più ciò che dovrebbe appartenerci. La scrittura è viva e piena di sensibilità. Ogni pagina vibra di emozioni vere e si sente che dietro le parole c’è una mano che conosce bene la fragilità umana. È un romanzo che non si limita a intrigare ma lascia addosso una domanda che resta a lungo: quanto di noi dipende da ciò che ricordiamo? Sara ha creato qualcosa che non si dimentica.

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Sara Sangermano
È infermiera da oltre trent’anni, dottoressa in Comunicazione e coach certificata. Madre di tre figli, ama studiare e si occupa di formazione sanitaria, con particolare attenzione alla comunicazione, alle relazioni di cura e al benessere degli operatori. Da sempre interessata al potere delle parole e delle storie, con “Nulla da sentire” firma il suo romanzo d’esordio.
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