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Ogni respiro è pieno

Ogni respiro è pieno
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Consegna prevista Giugno 2023
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Un evento nel passato del protagonista l’ha portato a modificare il suo stile di vita e la sua quotidianità per sopravvivere al dolore. Apatico e solitario inizia un viaggio in un mondo nascosto nella sua mente e nei suoi sogni, in cui vari personaggi, ognuno con un significato ed una storia diversi, si alternano per guidarlo verso una nuova rinascita.
Al tempo stesso il protagonista continua a vivere la sua vita nel mondo reale, quando un giorno inaspettatamente incontra un ragazzo più giovane che con il suo entusiasmo riuscirà a smuoverlo durante le loro conversazioni giornaliere ricche di confronti e riflessioni.
Il viaggio incredibile nel mondo immaginario è strettamente collegato a quello nel mondo reale, entrambi vogliono raccontare lo stesso uomo che inconsciamente desidera e ha bisogno di ritrovare la speranza di andare avanti.

Perché ho scritto questo libro?

Ho sempre desiderato scrivere un libro, vederlo con una sua copertina e sfogliarne le pagine. Ho sempre amato creare, attraverso le parole, storie ed immagini che le persone possano vedere nella loro mente solo leggendo, come accade a me quando leggo romanzi di scrittori che ammiro.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Quel momento è stato buio e nero pece.

Non c’era luce e non c’erano ricordi. Non avevo equilibrio e mi mancava l’aria.

Non ricordavo nulla e la mia testa girava e girava, colma di domande e pensieri.

Guardavo lo specchio senza capire chi ero. Avevo lo sguardo perso di fronte alla mia immagine riflessa, un sorriso sbilenco ed un pallore in volto. I punti interrogativi pulsavano incessanti nelle mie tempie.

Presi una giacca dall’appendiabiti all’ingresso, la indossai pensando a quanto mi stesse male e uscii da quella casa, saltando i gradini due a due.

Immaginai fossero le nove del mattino quando scesi in strada, il sole illuminava appena i marciapiedi e l’aria era fresca di primavera. Camminavo lungo una via stretta, scrutando i passanti ignari del perché li fissassi così intensamente. Sperai qualcuno mi riconoscesse, ma nessuno si avvicinò. Ero come un fantasma nelle moderne strade di chissà quale città.

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Le luci blu lampeggianti di un bar attirarono la mia attenzione. Decisi di entrare ma le gambe non mi reggevano per la tensione. Traballando raggiunsi un tavolo qualunque, respirando affannosamente. Sentivo i miei occhi bruciare mentre la testa continuava a girare, così mi sedetti a riprendere fiato.

«Cosa posso portarle?» disse la voce di una giovane cameriera alle mie spalle. Aveva una strana pettinatura ed una divisa blu come l’insegna. A bassa voce risposi «un caffè forte, grazie».

Il mio respiro stava tornando regolare quando all’improvviso un uomo entrò nel bar sbattendo la porta.

«Bella giornata, non è vero? Il solito per favore!» urlò al barista.

Inconsciamente ed incuriosito iniziai a fissarlo. Era goffo, i suoi modi di parlare e camminare erano strani e scoordinati. Abbozzai un sorriso e subito me lo ritrovai davanti che si agitava sulla sedia di fronte la mia, cercando la posizione più comoda.

«Ma sei impazzito? Neanche una telefonata ieri! Iniziavo a preoccuparmi. Non fare mai più che scompari solo perché ti si dice qualche parolina di troppo. Capita a tutti di esagerare ogni tanto».

«Sta parlando con me?» chiesi, sgranando gli occhi.

«Fai finta di niente, adesso? Non mi sembra la soluzione migliore» disse lui mentre la cameriera lasciava i nostri due caffè sul tavolino.

«Oh grazie cara, puoi portarmi anche i biscotti al cioccolato, per favore? Senza cioccolato che vita sarebbe?».

Continuò a parlare, un po’ con me, un po’ da solo, mangiando due biscotti alla volta e stiracchiandosi in continuazione come se non dormisse da giorni, poi di colpo smise.

«Devo andare via adesso, ho delle consegne da fare. Chiamami quando rinsavisci, ok?» mi disse bevendo l’ultima goccia di caffè dalla tazzina bianca.

Quindi si alzò di scatto, facendo quasi cadere la sedia, lasciò una banconota sul tavolo sufficiente a pagare quello che avevamo consumato ed andò via, chiudendo distrattamente la porta.

Non capii cosa fosse successo. Era chiaro che mi conoscesse ma io non ricordavo minimamente chi fosse e di che cosa stesse parlando.

Andai via anche io, il caldo fuori dal bar mi assalì e ricominciò a farmi male la testa. Avrei dovuto trovare il modo di ottenere informazioni sulla mia vita, sarei dovuto andare in ospedale o dai carabinieri. Avrei dovuto fare qualcosa ed invece mi limitai a camminare, confuso e dolorante.

Frugai nelle tasche dei pantaloni, in una trovai qualche banconota e poche monete, nell’altra le chiavi di quella casa che avevo preso frettolosamente prima di uscire. Avevano un portachiavi attaccato con il nome di un ristorante scritto sopra.

Rigirai il portachiavi tra le mani cercando di ricordare qualcosa, ma quel nome non mi diceva proprio niente. Ripresi a camminare sconsolato con lo sguardo fisso davanti a me, quando come per magia apparve un locale piuttosto grande, con una lunga fila di piccole finestre con tendine marroni da cui passava poca luce. Vidi lo stesso nome del portachiavi scritto sulla porta d’ingresso e così, stupito da quella coincidenza, decisi di entrare.

Aprii la porta con delicatezza, all’interno era buio e c’era un odore leggero di pomodori freschi e basilico. Mentre mi guardavo attorno fui raggiunto a sorpresa da una donna uscita silenziosamente dalla cucina. Era molto alta, indossava un grembiule con fiori bianchi e teneva minacciosamente un mestolo in mano. Senza nemmeno guardarmi in faccia, gridò «Siamo chiusi, torni per l’ora di pranzo!».

«Oh mi scusi, signora» esclamai colpevole.

Non appena finii la frase si girò per guardarmi meglio, come se avesse riconosciuto la mia voce.

«Ma sei tu scansafatiche! vuoi un premio per caso? Un riconoscimento per aver lavorato due giorni questo mese, pensando solo a come svaligiarmi la dispensa? Non dirmi che sei venuto per lavorare perché non ci credo. Guarda che essere mio figlio non ti dà il diritto di fare come ti pare qui».

«Mamma?» risposi incerto e sorpreso allo stesso tempo.

«Eh sì, proprio tua madre deve portare avanti il ristorante e suo figlio che fa? Se ne va in giro e viene qui solo per mangiare! Ma questa è l’ultima volta, o cambi atteggiamento o con me hai chiuso». Imbronciata tornò in cucina lasciandomi solo nella grande sala del ristorante.

Uscii senza fare altre domande, ancora più confuso di prima.

Percorsi la strada nella direzione contraria a quella da dove ero venuto. Volevo tornare all’appartamento e provare a riordinare le idee.

Lungo il cammino però, man mano che percorrevo la strada, mi sorgevano dubbi su quale fosse il palazzo giusto. Gli edifici mi sembravano tutti molto simili tra loro; ero uscito talmente di fretta prima che non avevo fatto caso ai dettagli.

Non sapevo da che parte andare, così rallentai il passo fino a fermarmi, lasciando i miei piedi incollarsi all’asfalto.   

In quel momento, mentre guardavo ciò che mi circondava, assottigliando gli occhi per scorgere anche la più piccola cosa che potesse aiutarmi a ricordare, i palazzi cominciarono a diminuire, svanendo uno ad uno dietro un’enorme quantità di polvere gialla.

Non credetti a quello che stava accadendo; semplicemente sparivano e per di più senza fare alcun rumore, mentre i passanti camminavano tranquilli, scrollandosi infastiditi la polvere dai vestiti.

Pochi istanti dopo un solo palazzo era rimasto a guardarmi fisso, ricoperto di giallo e mistero. Capii fosse quello giusto e lo raggiunsi incredulo ed intimorito al tempo stesso.

Pensai di essere guidato da uno strano destino e mi sentii osservato e giudicato nel profondo.

Entrai con quella sensazione orribile addosso e raggiunsi subito le scale senza riflettere. Non ricordavo assolutamente quanti gradini avessi sceso quando ero corso via all’inizio di quella folle giornata, per questo già al primo piano provai ad aprire la porta ma senza successo. Salii ancora al secondo e questa volta le chiavi girarono nella serratura senza difficoltà. 

A prima vista la casa aveva un arredamento impeccabile e molto costoso.

Come potevo permettermi tutto quello se al ristorante non lavoravo quasi mai?

Avevo appena finito di vedere le stanze principali quando sentii squillare il telefono all’ingresso. Sussultai impaurito, ma decisi ugualmente di avvicinarmi a quel suono insistente. Risposi piano, con un filo di voce.

«Ciao, che fortuna trovarti in casa, ma non eri a lavoro? Ieri sera mi avevi detto che avresti avuto un incontro importante con l’amministratore delegato di non so quale società. Bè meglio così, stasera passo a casa tua, ceniamo insieme? Compro qualcosa per cucinare o vogliamo ordinare una pizza? Oppure il thailandese? Anzi decidiamo direttamente stasera. A dopo amore, devo scappare, sta iniziando la lezione di francese».

La telefonata si era interrotta da qualche secondo ma non riuscivo a riagganciare. Ero rimasto paralizzato con la cornetta attaccata all’orecchio.

Quello che mi stava succedendo non aveva alcun senso, sentivo di essere due persone diverse, anzi tre contemporaneamente.

Decisi immediatamente di passare il resto della giornata ad aprire tutti i cassetti e gli armadi di quella casa in cerca di un qualcosa che potesse aiutarmi a comprendere.

Non feci in tempo a scoprire il contenuto del primo cassetto che suonò il citofono «Signore, sono il suo autista» disse una voce qualunque dall’altra parte dell’apparecchio.

Ma quale autista? Chiesi a me stesso sbalordito.

Presi solo le chiavi di casa e scesi in strada spinto dalla voglia di sapere e capire finalmente qualcosa.

Un uomo vestito di tutto punto mi venne incontro per poi aprire la portiera di un’auto grigia lucente ed invitarmi a salire.

Seduto sul sedile posteriore mi aspettava un altro uomo che si portò le mani alla testa appena mi vide, sconvolto in un’espressione tra il nervoso e lo sconcertato.

«Le sembra questo il modo di vestirsi? Lei non si rende conto. È una riunione fondamentale questa, l’incontro che potrebbe cambiare le sorti della nostra società e Lei si presenta in jeans? Peraltro macchiati di caffè! Spero sia l’agitazione dovuta a questo momento importante ad averle fatto perdere momentaneamente la testa. Torni a casa, si cambi e ci raggiunga. Io non posso aspettarla perché siamo già in ritardo. Mi ha sentito? Si sbrighi, forza!».

La macchina andò via sgommando, lasciandomi lì sul marciapiede, immobile.

Cambiai idea, non potevo aspettare un solo minuto ancora. Dovevo andare da un medico, un medico qualsiasi.

Alzai lo sguardo e vidi un taxi arrivare veloce proprio nella mia direzione. Non credendo più alle coincidenze gli feci segno di fermarsi con fare risoluto.

«All’ospedale più vicino» dissi al tassista con voce forte ma anche ansiosa, terribilmente preoccupato di ciò che ancora non sapevo sarebbe accaduto.

2022-09-22

Aggiornamento

Grazie a tutti in pochissimi giorni sono quasi arrivata al primo obiettivo delle 200 copie preordinate!manca poco!!!

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Federica Diana
Sono Federica, una ragazza romana di 33 anni con la passione per la scrittura.
Ho sempre amato scrivere e creare con le parole mondi e storie che possano far sognare ed emozionare.
Nella vita di tutti i giorni lavoro in una famosa società del settore del lusso e sono una sportiva. Amo viaggiare e durante i miei viaggi non dimentico mai di portare diversi romanzi da leggere.
“Ogni respiro è pieno” è il mio primo libro, la realizzazione di un sogno.
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