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Olio filato

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Consegna prevista Febbraio 2027

È davanti a casa sua. Circa trecentosessanta secondi e avrebbe rivisto quegli occhi. Quelli di Tommaso, il suo appel du vide. Sa che è l’unico capace di creare l’impulso improvviso e irrazionale di lanciarsi nel suo vuoto. Un secondo di paradiso con lui, può valere secoli di inferno?
Ma lui si trova lì, nel momento in cui meno se lo aspettava, ma che il destino ha scelto.
Non può evitarlo senza ferirsi anche lei. Ma non è sola ora, anche se dentro il suo ricordo non è mai sbiadito. Si può dire di essere di qualcuno se il cuore ancora trabocca di passato?
Una scelta inevitabilmente da prendere, che forse ha già una risposta chiara dentro di lei.

Perché ho scritto questo libro? 

Per tanto ho pensato che ”Aceto zuccherato” non dovesse avere un seguito, poi una sera ho ricominciato a scrivere e ho capito che era sempre stato questo.
Olio filato è una partita che tutti abbiamo giocato una volta nella vita. Quella in cui i partecipanti tornano a giocare anche quando le carte sembravano finite e il risultato chiaro.
Una storia d’amore che forse non dovrebbe continuare. Ma, per fortuna, non sempre le cose vanno come ci aspettiamo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prologo

Cinquantasei

Quando vedevo qualcosa che mi piaceva in un negozio, quasi sempre avevo già finito lo stipendio. Soprattutto in quel periodo, c’era come una legge non scritta che collegava indissolubilmente la lontananza del mio nuovo stipendio con il trovare tutto quello che avevo sempre desiderato. Passavo i giorni dopo a pensare a quello che non potevo ancora avere e che forse non avrei avuto mai. E, magicamente, tutto quello che c’era nell’armadio ci sarebbe stato benissimo insieme; sembrava tutto fatto apposta per me. Era come se non avessi aspettato niente nella vita prima di quello. Il resto dei vestiti del mondo diventava tutto d’un colpo poco attraente.

Il conto alla rovescia scorreva inesorabilmente e finalmente arrivava il giorno dello stipendio. Una strage annunciata, già appena versato sul conto.

Quando uscivo da quel negozio con quello che volevo, ero felice come una pasqua. Le settimane dopo abusavo del mio acquisto, in ogni versione e in ogni momento. Come per dimenticare i giorni in cui eravamo stati lontani. Poi, piano piano la voglia svaniva, lasciando a terra i pezzettini della nostra passione, cominciavo a “stonarmi”. Nei vestiti come negli uomini.

E, se per tutti questi anni, mi fossi innamorata del fatto che loro erano innamorati di me e basta?

Era quello il motivo per cui tutto iniziava in quinta grazie alla mia ingordigia d’amore, e poi tutto in un giorno cominciava a finire? Mi innamoravo della Greta che ero con loro e non di loro? Come facevo a passare da una quinta alla retromarcia?

Il problema degli uomini è che i primi mesi si comportano con te come se fossi la Regina d’Inghilterra, poi invece, ti trattano come le ciabatte da giardino della nonna, lasciate in garage da sole a prendere polvere.

E ogni volta che venivo lasciata sola, speravo venisse a raccogliermi qualcuno del mio passato con il suo abbraccio.

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Sapevo che non era giusto, ma me ne fregavo con la facilità di un bacio rubato. Era meno faticoso scappare che rimanere, forse.

Le cose belle fanno più paura di quelle che ti hanno già fatto male.

Se Riccardo dentro di lui sentiva di volere me, io ogni volta chiedevo che quel piccolo qualcosa lo portasse da me. Non chiedevo di essere in ogni parte del suo corpo, per quello c’era una vita intera, mi bastava un angolino del cuore. O anche un angolino di polmone vicino al cuore. Se fosse stato così, avrebbe dovuto venirmi a prendere e non lasciarmi più.

Se avessi dovuto essere presente nei suoi domani, avrebbe dovuto salire su quella macchina e fare un attentato a casa mia. Così da non avere più scampo. Se fosse stato lì, proprio dove l’avevo immaginato, nulla sarebbe stato come prima.

Non sapevo di preciso se il soggetto della prima frase fosse lo stesso dell’ultima di questo discorso, ma in quel momento io non sentivo paura di regalarmi a Riccardo fino all’ultimo pezzettino.

Quel venerdì, il dovere mi chiamava, un compleanno di un mio amico.

Non sentivo che fosse uno di quei venerdì super. Ero un po’ fiappa, modi panettone a Pasqua, la mia voglia di vivere rasentava l’indecenza, ma sapevo nasconderlo bene.

Ma come si sa, quando non ti aspetti qualcosa, il tutto sa sempre come fregarti. Sento vibrare la mia pochette, porchette, pardon.

Pensavo fosse la mia amica che doveva raggiungerci dopo.

Ciao. Come stai? non so perché ti scrivo ma rispondimi e basta.

Era Tommaso.

Perché rispondere? Ormai niente aveva senso e io non volevo rovinasse di nuovo tutto con Riccardo, non volevo permetterlo. Non sapendo dirgli di no, ho evitato di rispondere.

Solo che quando provi il Pan Bauletto, il Pan Carrè a confronto non ha più senso. Ti impoma l’anima. E solo lui sapeva farlo.

La serata continuava a scorrere e io con lei. Un mio amico faceva le spaccate, e noi lo incitavamo come fosse un ballerino di danza classica famoso. Ballavamo tutti in cerchio, tutti i miei amici erano presenti all’appello quella sera. Quando si è insieme è tutto più bello. Nelle settimane dopo ti racconti gli aneddoti della serata e ridi sempre come nel momento in cui sono avvenute. Eravamo felici,

ubriachi di felicità.

Ma il destino non voleva lasciarmi stare. O meglio, Tommaso non voleva.

Fine delle comunicazioni? Ancora lui.

Ho pensato che se mi avesse fregato anche quella volta, non avrei avuto più scampo.

E come avevo ragione.

Pensavo ad altro, tipo alle persone che mi stiravano i piedi con quei tacchi molesti, o alle persone che nel passaggio mi urtavano nei giri senza senso intorno al bar. Come quando hai male in un punto del corpo, e ti fa così tanto male che speri di farti male in un altro, in modo da non sentire più il primo dolore. Come a ingannare le leggi del corpo. Così fa il nostro cuore.

Ogni tanto facevamo un giro di ricognizione per tenere sotto controllo i presenti e poi tornavamo a ballare per ingannare l’ora. Nella mia testa speravo che qualcuno mi salvasse, sentivo che era il momento di tornare a casa.

Finalmente arriva l’orario di recarci alla base e non potevo essere più felice. Era stata una bellissima serata, ma ero proprio stanca.

Ma, la mia amica non voleva farmi il piacere di andare a una velocità decente, preferiva guidare da autista della domenica. Il viaggio più lungo di sempre, ancora di più delle quattordici ore per andare in Calabria.

Ma non sapevo sarebbe stato il viaggio dentro di me più veloce della mia vita.

Il cellulare mi sveglia dall’attacco violento della noia.

Sono qui.

Cinquantasette

Era davanti a casa mia.

Appoggiato contro alla sua macchina.

Vedevo il tratto di contorno che passava dalla fronte al nasino e poi quel mento, così lineari. Sembrava un profilo di un imperatore romano, tanto carino da essere messo nelle monetine. Se la scelta fosse mia, di ogni taglio in circolazione adesso e per sempre. Forse poteva essere l’occasione che avevo sempre cercato per iniziare una vera collezione.

Ogni suo atomo era Braille riservato per me della sua anima tattile. Lettura chiara e prepotente, quanto purtroppo preferita. Quasi troppo bello per essere vero.

Io cercavo di osservare attentamente, in modo da non perdere neanche un dettaglio. Quelle situazioni da fissare con quel velo pesante di lacca della memoria a cui ripensi quando sei nel letto a rigirarti prima di andare a dormire.

Captavo particolari come fossi un pipistrello ma con le ali foderate d’amore.

I miei occhi non vedevano altro che quella forma nel buio con le ginocchia così carine. Proprio belle. Mi ero focalizzata su quelle. Si erano fatte tanti chilometri e solo per me. In realtà più le ruote, ma in quel momento volevo pensare solo alle sue rotule, appuntite e intriganti come fossero il fuso di Malefica. Con quella paura di sentire il peso della stanchezza e l’istinto di chiudere gli occhi a modi Principessa Aurora. Con nessuna fatina pronta a far fuga nel bosco.

Doveva esserci un motivo. E se non ci fosse stato, comunque erano lì quelle ginocchia. Nella mia via, davanti al mio cancello, di fronte ai miei occhi a cuoricino.

Cosa dovevo fare?

                                                  Cinquantotto

Come quando stai camminando dal tuo ombrellone alla spiaggia e senti la paura che le cosce si tocchino troppo, rovinando la camminata da passerella che tanto ti stai impegnando a realizzare. Avverti quel disagio di rovinare quello che stai diligentemente facendo. Io mi sentivo così.

Ogni piccola sbilenca falcata verso di lui mi allontanava da Riccardo e quello che avevamo costruito. Mi sentivo attirata verso il magnete errato, così forte quanto sbagliato.

Era come se mi avesse legato le gambe con un elastico. Facevo un passo incerto ma l’altra, di tutta risposta, scattava sicura in avanti. Un movimento tirava l’altro e la lontananza che prima mi difendeva si stava esaurendo.

A metà tra il mio punto di discesa e il punto di non ritorno che di nome faceva Tommaso, c’era il mio cancello.

Era lì a destra, avevo la chiave nella borsa. Bastava aprirlo e scappare. Non era difficile. Dovevo individuare la chiave più piccolina, inserirla nella serratura e imboccare la via di casa. Lì non poteva fregarmi ancora e se ne sarebbe andato.

Ma la curiosità mi aveva messo sotto ai piedi un tapis roulant che aveva come una destinazione quel moretto appoggiato alla sua auto.

Era arrivato il momento di affrontare il mio nemico del cuore.

Mi guardava e sorrideva.

Io cercavo di non sorridere e sembrare quasi offesa dal suo arrivo. Come si permetteva di farmi ancora questo?

Aveva il divieto di sosta nella mia vita.

O parcheggiava e tirava il freno a mano, lasciando quell’abitacolo, altrimenti poteva tornarsene da dove cazzo era venuto.

Non c’era spazio per i compromessi e tanto meno per i permessi di sosta temporanea.

Avevo tenuto le mie multe mai consegnate tutte infilate nelle costole, ma non era giusto. Non ora, non adesso che stavo bene con un’altra persona. Non nel momento in cui mi stava prendendo la mano. Non potevo lasciarla per la sua. Una mano che non era mai stata stringente, un palmo senza dita per tenermi. Avevo già provato mille volte ad intrecciarmi ma non potevo in quel modo. Lui le nascondeva in tasca, per tenersele tutte sue. Mi meritavo una mano pronta a trasmettere amore.

Quella lo era?

Cinquantanove

Un minuto di silenzio.

Aveva un biglietto tra le mani, lo vedevo. Ma volevo che parlasse.

– Avevi ragione tu, manchi. –

Tutte le parole che una donna vuole sentirsi dire in fila indiana. Eccole.

Ho respirato. Ho sentito il magone che si arrampicava su per la gola e ho cercato di rimandarlo giù. Ho respirato di nuovo. Ora invece arrivava la voglia di baciarlo.

Quella non riuscivo a ricacciarla da dov’era venuta. Era proprio lì. Potevo avvertire il battito del mio cuore sulle mie labbra. Come se potessero avvicinarsi di più a lui in quel modo. Il mio corpo non mi stava aiutando. Cos’è questo ammutinamento? Ragazzi tutti calmi eh, ricordiamoci cosa ci ha fatto.

Guance quant’è che sentite la sua mancanza?

Braccia per quanto tempo vi siete chiuse ad armatura per colpa sua?

Gambe come avete ceduto quando vi ha abbandonato?

Cuore quanto ha fatto male quando ti ha spezzato?

Poi ho trovato la forza di chiudere gli occhi per trattenere il respiro.

Eccola. Era arrivata la rabbia. Ed era il sentimento giusto.

– Perché adesso? Voglio sapere perché. –

– Ci ho provato. In tutti i modi che conoscevo, anche un po’ con quelli che forse sarebbe stato meglio non conoscere. Ma non vai via. –

– Tu invece sì. Sei andato via sempre. Ogni volta che potevi sederti accanto a me nella vita. – le lettere appuntite erano calcate come quelle sui muri di V per Vendetta.

Ma ora sono qui. – Grazie eh, prima non me ne ero accorta.

– Ma io no. E non puoi presentarti davanti a casa mia. Non voglio che tu sia qui.

Allora perché stai trattenendo il sorriso?

Vaffanculo. Te e soprattutto me.

– Ma ti manco almeno un 6% di come tu manchi a me. Ed è comunque tanto contando quanto manchi. Se non è il sei, è il setter. Ma tu hai un bassotto, quindi è sicuramente la prima opzione. L’ho calcolato mentre venivo qui questa sera. – Non dovevo ridere. Davvero aveva fatto una battuta così triste dopo l’altra? Dovevo resistere a non ridere, ma cominciavo già ad avere le rughine ai lati, pronte a diventare voragini in cui avrei voluto lanciarmi dentro e scappare.

Tu non mi manchi. Quindi hai calcolato male. D’altronde i conti non sono mai stati il tuo forte.

Però sei ancora qui. – Piccolo bastardo. Dovevo entrare in casa alla veloce.

Si chiama educazione Tommaso. – Ero seria. O prendevo in giro me stessa?

Eppure io penso che sia quello che ha portato me qui questa sera. – Aveva detto con un sorriso incerto. Stava scoprendo le carte.

Non sapevo cosa rispondere. Non dovevo trovarmi lì. Dovevo entrare in casa. Non potevo stare lì ed era sbagliato.

Devi andare. Noi non siamo più nulla e io ho un’altra persona. Ora entro in casa.

Allora siamo un Noi quindi. – Non voleva capire o io avevo usato la parola sbagliata?

– No, non siamo niente. Eravamo tanto e ora siamo niente. Mi dispiace. Ma puoi guardarti nel finestrino e stringerti la mano da solo. –

Invece lui ha preso la mano a me.

Io voglio prendere questa. – Sentivo che il mio corpo stava andando in crash.

Perché non abbiamo il tasto di espulsione automatica? Così, quando i neuroni non funzionano e il cuore prende il volante senza avere il patentino del senso, puoi salvarti azionandolo e andare in un posto sicuro.

Lontano dal male e dall’amore sbagliato.

Il problema è che nessuno l’ha mai inventato perché quando sentì dentro quel sentimento hai come una cintura di sicurezza che ti tiene ben piantato dove ti trovi senza possibilità di slacciarla. Anche se è il posto sbagliato, anche se è il posto numerato di qualcun’altra, soprattutto se è l’unico posto nel mondo dove ti sei sempre sentita felice.

Mi si è avvicinato di scatto, così vicino che non potevo fare altro che restare immobile. A due centimetri dal naso non si può mentire. Soprattutto al cuore.

Lei ti pensa a letto in questo momento? No così per sapere. – Volevo bloccarlo, in ogni modo possibile.

No, anzi probabilmente immagina che io sia qui in questo momento. Sa di te. Le ho detto che non potevo più continuare. É finita. – Controllavo che il naso non si allungasse, anche se tanto non potevo fare la prova del nove. Già difficile capire se uno mente, figuriamoci a quell’ora della notte. Nel suo caso, storicamente c’erano pochissime prove a supporto della causa verità.

Si, come l’ultima volta. Se non erro poi era finita con me. Non so neanche perché sono qui a parlare. –

– Io sono qui e questa volta per sempre. –

– Non ci sono io però. Non puoi tornare come la pioggia quando pulisci la macchina, non funziona così sai Tommaso? –

– Pensi di farmi andare via così? –

– No, però vado via io.

Mi sono avviata verso il cancello quando mi ha afferrato la mano e mi ha bloccato.

Non posso, e neanche tu tornare ora. Non è giusto. – Sentivo la mia mente che diceva di andare al sicuro. Ma il mio corpo seguiva altri comandi meno intelligenti.

Lo sai che ti manco anche io. Lo vedo dai tuoi occhi e se entri da quel cancello non smetterai di pensarmi. Come già stavi facendo prima. Perché è sempre stato così. E lo so perché anche io lo facevo ogni volta. Lo so, ci ho messo troppo e sono un idiota. Ma sono qui. E non me ne vado.

Con uno scatto mi ha baciato, il mio corpo ci ha messo quei tre secondi di troppo a realizzare e poi altrettanti tre secondi in più per staccarsi.

Sei secondi galeotti. Tanto sbagliati quanto profondi.

Mi sono allontanata. E stavo per parlare quando ha posato un dito in segno di silenzio sulle mie labbra.

Stavo per rispondere d’impeto quando mi dà il biglietto che teneva nella mano sinistra dall’inizio dell’incontro.

Quel mancino maledetto.

Ora non puoi più parlare. È iniziato il gioco. La partenza era il bacio. Ho avuto paura di non poterti dare il biglietto. Perché sai non si può gabolare. Se non mi avessi baciato, me lo sarei dovuto tenere per sempre infinito+1. Era una promessa fatta a me stesso. Le auto regole sono rigide e non si possono infrangere. Non potevi saperlo, ma ora partecipi e non puoi tirarti indietro. Questo perché altrimenti verrai rapita, quindi ti consiglio di seguirmi di tua spontanea volontà. Non sai dove andrai e non te lo dirò. Ma tanto non potrai chiederlo date le regole. Puoi solo seguirmi alla prossima tappa. Ricordati da ora in poi non potrai più dire nessuna parola. Al massimo puoi gesticolare ma tanto sappiamo che lo farai comunque. Sono vietati schiaffi e violenze di ogni genere. Vieni con me.

Ho subito tirato uno schiaffo, non resistevo. Non potevo sapere quando sarebbe ricapitata l’occasione quindi meglio approfittarsene.

– Signorina, lei sta infrangendo le regole. Mi creda, non vuole sapere quali saranno le ripercussioni. –

Mi ha baciato di nuovo. Velocemente questa volta. Quel tanto da lasciare la voglia di rubarmene un altro subito dopo ma ho resistito.

Ogni violenza sarà ricambiata da un bacio, e lei ha fatto capire che non ne vuole se non sbaglio. –

Ero elettrizzata, nonostante non avessi dovuto. Il cuore batteva alla velocità delle sveglie alla mattina quando tu invece vuoi continuare a dormire. Non dovevo. Non dovevo. Non dovevo. Ma quanto volevo.

Non sapevo dove saremmo andati ma sono sempre stata una ragazza ligia al dovere che seguiva le regole, quindi non potevo parlare.

So che non sarei dovuta andare, ma sono giochi che capitano poche volte nella vita. Non riuscivo a voltarmi ed entrare in casa. I miei piedi sarebbero andati nel senso opposto seguendo altri organi poco logici.

Volevo capire cos’avesse organizzato per me. Ogni particella del mio corpo era accesa in attesa del prossimo passo.

Mi ha aperto la sportella. Mi sono seduta. Ed è partito. Era notte fonda e sentivo solo la musica e l’aria tra i capelli. Siamo rimasti in silenzio tutto il tempo. Forse erano troppe le cose da dirsi, o troppe le regole del gioco. Ma ogni tanto mi permettevo il lusso di girarmi e sbirciare lui che guidava. Quanto mi era mancato.

Stava leggermente verso destra sul sedile e con una mano guidava. Era un modo un po’ strafottente a dirla tutta, ma aveva comunque il suo perché.

Vedevo che stava rallentando quindi eravamo vicini alla meta.

Siamo arrivati. Ora seguimi. –

Mi aveva slacciato la cintura, non so perché l’avesse fatto. Ma era un gesto carino. Quel non so che di galante e tenero.

Mi ha preso per mano e ho cominciato a camminare dietro di lui nel buio che lui conosceva seguendo le sue indicazioni.

Le uniche luci del nostro percorso erano le stelle. Alzavo gli occhi e le sentivo che mi guardavano come una colpevole. Sapevo che non era la cosa giusta ma sentivo che era quello che serviva ai ventricoli del mio cuoricino confuso e pazzo. Ero dove avrei dovuto sempre essere.

Siamo a casa mia.

Agitazione che spuntava come le zanzare alle sette di sera. Non ero mai stata a casa sua. Non sapevo dove immaginarmelo. Ho sempre fantasticato sul suo divano. Si lo so, non è normale. Ma io ci tengo molto a quella versione seduta del letto. Penso che il sessanta per cento della mia vita sia stato con lui sotto di me. È il pezzo di arredamento che mi fa battere il cuore. A casa mia, prima di andare a dormire in camera, ci siamo sempre addormentati tutti insieme sul grande sofà. È come il nostro punto di ritrovo alla fine della giornata, brutta o bella che sia stata. Andare a letto direttamente è terribilmente freddo. Preferisco il passaggio alla camera in dormiveglia a una certa ora. Così non solo hai un secondo sonno ed è come dormire di più, ma prima, non essendo stata sola, hai lasciato tutti i pensieri sul cuscinone. Per questo, è molto importante il divano per me.

Ma visto l’orario ero certa che non saremmo entrati in casa e il dubbio mi sarebbe rimasto sicuramente. Un vero peccato a dirla tutta. Anche se da una parte mi rassicurava.

A un certo punto il mio sguardo intercetta un quadrato bianco lontano che si vedeva nettamente nella notte. Era in mezzo a dei filari di vite. Nel centro. Con una cesta in vimini posta con la medesima modalità. Quella di sicuro non era sua, ma ho sorvolato sul dettaglio. Tanto non potevo fare domande, figuriamoci a riguardo.

Sentivo solo il sibilo del vento che sfiorava le foglie intorno a me.

Si è chinato e si è visto quel pezzettino della schiena nel lato del fianco verso di me, che è sempre tanto bello negli uomini. Loro non hanno quei tanto odiati fiancotti quindi quel punto laterale è proprio diverso. È così dolce e intimo. Dovrebbero farlo vedere più spesso. Chiedo al tribunale della vita di istituirla come legge in modo da addolcirci quando siamo arrabbiate o tristi. La miglior cura alle peggiori litigate.

Ha cliccato qualcosa e si sono accese delle lucine che contornavano la tovaglia.

– É un picnot, un picnic notturno per te. –

– Ma tu sei matto. Ma ma ma insomma. Ma se ci vedono i tuoi? – Volevo fare la simpatica ma in realtà il mio cuore era stato shakerato e non sapeva come immagazzinare la situazione ostica. Un heart sour a tutti gli effetti.

– Ma secondo te, stanno dormendo. E anche se fosse? –

Come glielo spiegheresti?

Forse dovevo prolungare la regola del silenzio anche al picnot. Appunto per il prossimo gioco. –

Veeeh. Comunque non capisco perché ci troviamo qui. –

Non abbiamo mai mangiato di notte insieme. Mi sembrava giusto iniziare un nuovo classicone. –

– Cioè?

– Sai quando vai in un posto che ti piace e dici “voglio assolutamente tornarci” e poi ci torni perché ti è piaciuto troppo. Così diventa un’abitudine e tutte le volte che passi da quel luogo, ci torni, perché sei stato felice e non puoi farne a meno. Ecco. Io mi sono sentito così ogni volta che ci siamo visti. –

– Quindi io sono il tuo classicone? –

– Precisamente, e il picnot sarà il nostro primo classicone insieme. –

La parola insieme. Com’era bella sussurrata seduti su una tovaglia nel suo giardino. Anche se avrei dovuto dirmi “in-sema” da sola per il luogo in cui mi trovavo con la persona che più mi aveva fatto male. Ero sul tappeto di Aladdin verso la grotta delle meraviglie, non ricordando che non potevo portare nessun ricordo con me e che sarei stata inghiottita sicuramente. Ma in quel momento ho pensato solo all’ultima parola della sua frase. Insieme.

Ha estratto accuratamente dal cestino due paste. L’aveva presa alla marmellata perché sapeva che le altre non mi sarebbero piaciute. Si ricordava. O magari l’aveva fatto a caso e io ormai avevo perso la testa. Non capivo più nulla ma sentivo che avevo fame. Come sempre d’altronde. Secondo me gli stomaci si allargano dalle tre di notte in poi. Penso che ci sia una legge fisica non scritta per la quale avvenga questa reazione in quel lasso di tempo.

Ho addentato la pasta un po’ troppo velocemente e naturalmente la confettura è uscita sporcandomi tutto il mento. Ecco un disastro. Scena perfetta, stelle, lucine e io sembravo agghindata con una maschera anti-punti neri.

Poi è poco taccolenta la marmellata, quindi era proprio facile pulirsi al buio.

Siamo scoppiati a ridere. Lui si è avvicinato e mi è venuto in aiuto con un fazzoletto. Poi si è fermato e ha cambiato idea e l’ha posato. Ha cominciato a baciarmi nella zona colpita. Poi piano piano si è avvicinato alla bocca. (Lì non ce ne era di marmellata eh. Ci tengo a precisarlo.) Ma a quanto pare il servizio pulizie bacini una volta azionato non poteva essere fermato. Ho sentito il sapore di conserva di frutta sulle mie labbra. Un bacio dolce e lungo. Ormai la marmellata era più su di lui che su di me, ma non ci importava.

Poi ho sentito che si stava avvicinando per baciarmi meglio.

Non so se sia stata la quantità di zucchero, dato che era decisamente poca e non giustificabile, o se sia stata la luna. Si sa che le persone fanno cose sbagliate illuminate da quel satellite così particolare.

Ma ho sentito il bisogno di accostarmi anche io al suo corpo. Mi sono seduta sulle sue gambe e poi l’ho abbracciato con le mie, incrociandole dietro alla sua schiena.

Tutti gli allarmi erano stati disattivati purtroppo. Senza accenno di riaccendersi in nessun modo.

Il passo da bacio puro a malizioso è stato abbastanza veloce, forse non aveva aiutato il mio avvicinamento furtivo.

Ho sentito la sua mano che cercava il bottone dell’abito nella mia schiena e il brivido che l’ha seguito.

Poi io ho cercato l’orlo della sua maglietta con le mani tremolanti della confusione del momento.

Abbiamo fatto l’amore. Lì, proprio lì, sotto alle stelle. Uniche testimoni di quella prima volta.

Ho sempre avuto paura del buio. Ma quella notte ci ho trovato tutto quello che avevo sempre aspettato. Eravamo solo io e lui.

Non importava dove. O Nivea.

Ormai eravamo così vicini che potevamo sembrare un polipo perché non capivi quante braccia e zampette ci fossero nello stesso posto.

Poi abbiamo visto che il cielo era diventato color ciano, era ora di tornare a casa.

Siamo tornati nella nostra carrozza e siamo ripartiti.

Mi sa che mi era rimasta ancora della marmellata in qualche punto dato che abbiamo continuato a baciarci a tratti per tutto il ritorno. Prendeva seriamente le sue mansioni a quanto pareva.

Siamo arrivati davanti a casa mia che ormai il sole cominciava a intravvedersi.

Dovevo scendere, anche se il mio cuore era ancora su quella tovaglia.

– Buona notte pocciona. –

– Per colpa tua ho ancora fame. Dolce notte Tommaso. – L’avevo detto con malizia ma in realtà avevo ancora fame davvero. Nella location precedente mi era decisamente passata, nonostante fosse il primo morso.

Ci siamo dati l’ultimo bacio e sono scesa. Non mi sono girata per lasciare il dubbio che non fosse successo realmente.

Mi sono sempre chiesta se un cuore può spaccarsi quando trabocca di felicità.

Lo sentivo tenere più spazio nella cassa toracica.

A giudicare da come mi sentivo, forse ora ne avevo due o tre. Si era moltiplicato quasi sicuramente.

Completamente e dannatamente fregata, le stelle lo sapevano.

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Greta Ascari
è nata in provincia di Reggio Emilia nel 1992. Lavora nel settore della moda da undici anni. "Aceto zuccherato" è il suo primo romanzo. “Olio filato” è quel mondo di frammenti di vita dopo l’ultimo capitolo. L'autrice ha sempre pensato fosse colpa del suo sorriso, ora, che sia stato tutto grazie a quello. Che lo creda anche il lettore è il suo desiderio sussurrato tra le pagine.
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