Questa è la storia vera di un cammino nel dolore, fatto di incontri magici, simboli ed eventi misteriosi. Lo definisco come un lungo giro sulle montagne russe, fatto di ripide salite, accelerazioni improvvise, violente discese e vuoti allo stomaco. Virginia è una bimba nata sotto il segno della Vergine di settembre, timida e gran osservatrice. Ha un dono, riesce a percepire l’energia di chi incontra leggendo immediatamente l’animo del suo interlocutore. Ma solo un incontro riesce a modificare il suo viaggio, quello in cui ha riconosciuto la sua anima gemella, Manuel, un collega di lavoro. La sua luce e i suoi colori l’hanno folgorata. Un cambio turno sembra dare senso a tutto, mentre un terribile evento pare distruggere quel mondo. Cosa succede quando perdi la tua anima gemella, ma lei sembra trovare il modo di restare con te? Tra sogni che sembrano visioni, piume trovate nei posti più impensabili e il linguaggio antico dei tarocchi Virginia troverà le sue risposte.
Perché ho scritto questo libro?
Questo è un libro “curativo”. I personaggi dei libri sono immortali, credo che se chi legge si emoziona o ride riconoscendosi in quel che ho descritto e innamorandosi della sua luce, lui possa esistere per sempre in quelle parole. Inoltre, pur non essendo in grado di dare consigli, condividere potrebbe aiutare chi, come me, combatte il suo buio. Perché l’amore non si interrompe, diventa una bussola puntata verso il sole per chi si è perso nella tempesta.
ANTEPRIMA NON EDITATA
Ho sempre descritto la vita come un giro sulle montagne russe, interminabili salite, verso l’ignoto, fatte di ansie e aspettative, seguite da violente discese.
“Vivere” non è per i deboli di stomaco.
Ma siamo dotati di libero arbitrio, possiamo scegliere se essere quelli con le braccia alzate che si divertono e urlano quando tutto è in discesa, o quelli che svengono, si lasciano trasportare e magari vomitano, spaventati dalla salita.
Sono nata nel settembre dell’83, ho il nome di mia nonna, donna forte dell’Aspromonte, cresciuta tra campagne, riti e leggende tramandate. Mi parlava della luna e del malocchio, che spesso mi “toglieva” con una litania bisbigliata e una gestualità tipica delle generazioni antiche del sud. Ero piccola ma, tremendamente affascinata, la stavo ad ascoltare per ore: le giornate nei campi a raccogliere erbe curative e i luoghi da cui stare lontani perché avvolti da oscure storie in cui la fantasia popolare si mischiava con la realtà.
“C’è un posto, nei boschi vicino casa, in cui si trova un tesoro” – mi raccontava spesso la sera dal letto accanto al mio – “molti lo hanno cercato, invano e al costo della propria vita. Tu stai lontana bambina mia! E’ pericoloso! Chi lo ha nascosto, ha lasciato un attento guardiano uccidendo, sulla terra con cui era stato ricoperto lo scavo, il più fedele tra i suoi compagni. La sua anima tormentata è rimasta a proteggere il bottino. Lo chiamano “il tamburinaro”, perché chi si è avvicinato troppo racconta di aver sentito il rumore di mani potenti che battevano su un tamburo. Se passeggi da quelle parti e senti quel suono, allontanati! Dobbiamo sempre avere rispetto per i luoghi e i suoi antichi custodi”.
Ho conservato questa importante eredità che ha voluto condividere con me, l’unica a portare il suo nome, e anche qualche suo piccolo rituale, mai il pane capovolto a tavola o le grucce vuote sul letto e totale diffidenza verso chi si avvicina con complimenti e belle parole, perché è proprio lì che si nasconde il male più assoluto della “iettatura”.
Sono nata sotto il segno della Vergine e, come tutte le vergini di settembre che si rispettino, ero una bimba timida, timorosa, metodica. Osservavo il mondo in silenzio, sempre con un occhio rivolto al cielo, alla ricerca di segni che mi facessero capire ciò che non potevo vedere.
Credevo, forse lo credo ancora, che dietro agli alberi, nei boschi, si nascondessero fate, folletti e animali parlanti. Giocavo a essere “Alice nel paese delle Meraviglie”, sperando, dall’alto della mia innocenza di bimba, di poter così, anche io, raggiungere un mondo dove “tutto quello che non è, sarebbe”.
Ho sempre percepito di avere un ” sentire” diverso dagli altri. Per molti anni è stata una condanna, adesso credo sia una benedizione.
L’essere umano ha dimenticato l’istinto, la magia, il mistero dell’esistenza. Troppo concentrati sui “come” e sui “perché”, invece di accettare che ciò che non possiamo spiegare, quello a cui non possiamo dare un nome, ci rende immortali.
Se dovessi pensare a un sostantivo per descrivere il mio personale “incantesimo”, direi ” INCONTRO”. Ho incrociato anime che nel bene o nel male mi hanno stravolto. E sono riuscita a capirlo dopo i primi tre minuti di conversazione.
Amo subito o odio immediatamente.
È una sensazione che non so spiegare. Percepisco l’energia altrui. Vengo attratta o respinta, proprio fisicamente, come una calamita, indipendentemente dalla mia volontà.
Questo il filo conduttore della mia vita.
Questa la storia che voglio raccontare.
Persone criptonite le chiamo.
Quelle che al “ciao” sono in grado di disattivare muri e barriere costruite in anni di ansie e turbe mentali.
Quelle a cui non puoi mentire.
Quelle a cui perdoneresti tutto.
Quelle con cui senti un legame profondo, ancestrale.
La parte più struggente, che ha anche del romantico, è che io ne ho riconosciute due fino a oggi. Una non la incontrerò mai, l’altra non potrò mai più incontrarla.
A questo punto ci starebbe una resa con tanto di piantarello e maledizione al destino, in realtà sono convinta che nulla accada per caso e, che l’Universo sappia sempre cosa mandare o togliere per elevarci tramite l’insegnamento.
Il dolore è un portale, la confusione nei sentimenti che genera e trascina, porta a un perfetto ordine nella coscienza.
Sono una persona che non conosce tristezza, non ho mai pianto davanti ad altri, ho sempre creduto che il sangue attirasse gli squali. Le lacrime sono un momento troppo intimo. La materializzazione di ciò che hai dentro. Uno scorrere tangibile di gioie, dolori, delusioni. Come essere completamente nudi e inermi alla mercé del prossimo.
Non fa per me.
Ho sempre protetto quel contenuto, incapace di mischiarlo alle banalità di frasi fatte e abbracci di circostanza.
Così, mi sono trincerata dietro muri di rabbia, adornati da filo spinato di rancore, contornati da spuntoni di cinismo, il tutto condito da buona dose di black humor.
Impossibile arrivare alla mia essenza e ferirmi, anche i più temerari si sono arresi.
Tutti in ritirata.
Malconci e delusi, mentre io li guardavo compiaciuta.
Meglio passare per perfida, piuttosto che avere responsabilità emotive.
Tutti a debita distanza.
Tutti, tranne uno.
Il più bello, nobile e valoroso dei guerrieri.
Colui che ha fatto lo slalom tra le spine avvelenate con una torta al cioccolato fatta in casa, una risata rumorosa, lo sguardo pulito di un bambino e camicie super colorate.
Ecco, questo è il mio incontro per eccellenza
Quello che ha segnato un prima e un dopo.
Quello che mi ha scoperto l’anima.
Quello che mi ha devastata, uccisa e fatto rinascere.
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