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Oltre l’ombra dei colori

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Consegna prevista Marzo 2025

Oltre l’ombra dei colori è un noir a tema artistico ambientato nella Napoli di fine Ottocento. Le vicende ruotano attorno al protagonista Michele Castaldo, la cui identità viene messa in discussione nel corso della narrazione, trascinandolo, suo malgrado, in situazioni assurde e rischiose.

Michele, da poco rimasto orfano di sua madre, Rita, viene convocato al convento di santa Chiara, a cui la defunta era legata, per la realizzazione di un affresco. Accetta l’incarico, ma il suo Cristo misericordioso non vede mai la luce: una grossa macchia scura di mano sconosciuta lo copre in parte e la madre superiora decide di rinunciare al progetto. Michele può allora dedicarsi alla commessa del conte Arinaldi, uomo sinistro che, in cambio di un affresco nel suo palazzo, gli offre una grossa cifra.

Michele, però, non riesce a non pensare alla somiglianza tra quanto accaduto a lui e quanto successo anni prima nello stesso convento al pittore Antonio Abbati, autore tra l’altro di un ritratto femminile di una tale Angelica McGrey che aveva avuto un ruolo primario nell’interessamento del protagonista all’arte. Michele chiede perciò aiuto all’antiquario e amico Giuseppe Iodice affinché, grazie alle sue numerose conoscenze, riesca a sapere qualcosa in più della vicenda di Abbati. Ma l’antiquario, fatalmente, non fa in tempo a occuparsene e Michele deve indagare da solo. Le sue ricerche lo portano a collegare sua madre Rita, la McGrey e Abbati, che hanno sorprendentemente in comune il conte Arinaldi. Ed è proprio a palazzo Arinaldi, dove l’affresco stava prendendo forma grazie alla dedizione dell’artista, che Michele fa scoperte sconcertanti e macabre. Scoperte che gettano una luce diversa sulla sua identità, sulla sua famiglia e sul suo passato, portandolo a rendersi conto di aver vissuto nella menzogna e, purtroppo, di dover continuare a farlo pur lasciandosi alle spalle tutto ciò che ha vissuto fino a quel momento.

Napoli rappresenta l’altra vera protagonista – bella e tragica – del romanzo: una città che si presenta in tutte le sue sfaccettature e che, con i suoi vicoli e le sue ombre, è l’ambientazione perfetta per la storia di Michele che fonda sulla vita e sulla morte, e sul loro costante intrecciarsi, il suo pilastro più importante. Napoli – con i suoi sotterranei, le sue superstizioni, le sue credenze, la sua tradizione, la convivenza tra sacro e profano – diventa il simbolo delle vicende narrate, del mistero che le avvolge e dei suoi diversi colpi di scena. Non ultimo, la rivelazione che la nuova vita di Michele dall’altra parte del globo gli riserverà nell’epilogo del romanzo.

Perché ho scritto questo libro?

Il romanzo è l’incontro di tre “amori”: per Napoli, per la storia, per il noir. E ovviamente l’amore per la scrittura. Tutto ciò si arricchisce di un messaggio da sempre a me caro: un viaggio alla riscoperta di sé stessi, delle proprie radici; un viaggio che può mettere in discussione le proprie certezze. E il protagonista del romanzo, dopo la scoperta delle sue radici, della sua essenza, non potrà più vivere nella realtà fin lì conosciuta, ma dovrà necessariamente e drasticamente voltare pagina

ANTEPRIMA NON EDITATA

PARTE PRIMA

Gli occhi dell’affresco

I

Scostai le tende e guardai fuori. Una gelida tramontana si era abbattuta su Napoli. Nessun’anima viva per via Costantinopoli, soltanto polvere e cartacce trasportate dal vento. Una mattina d’inverno come le altre.

Mi allontanai dai vetri con indolenza. La lampada a gas spenta penzolava dal soffitto, e i pastelli, i pennelli, la variopinta confusione dei vasetti di colore sul banco mi fissavano in disordine. Non c’era più la mano ordinatrice di mia madre che li disponeva allineati e in parata come soldati freschi di branda. Ai cavalletti, alla rastrelliera, dove tre vedute di Napoli attendevano di essere ultimate, supplicavo una normalità perduta, un mondo ormai andato. Non volevo ammetterlo, ma quel 13 gennaio 1892, a tre giorni dalla morte di mia madre, assaporai la solitudine.

Qualcuno picchiò all’uscio. La sagoma di una donna, avvolta in un grande scialle nero dal quale emergevano due occhi spalancati, era lì oltre i vetri. Aprii, i cardini arrugginiti della porta stridettero come cicale. Soltanto allora, nello scoprirsi il viso, riconobbi Amelia, il donnone tuttofare del vicino monastero di santa Chiara.

“Cosa posso fare per voi?” le domandai senza inutili preamboli.

“Per me niente, Michele” rispose con la voce sdentata e grassa, proporzionale al suo aspetto. “Ma per la madre superiora sì.”

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Da sotto lo scialle spuntò il braccio e con fare deciso mi consegnò una lettera.

“La reverenda madre vuole una risposta.”

La superiora mi scriveva? Invitai donna Amelia a entrare, ma mi lanciò un’occhiataccia.

“Vuoi rovinarmi? Ho una reputazione, io! La gente maligna per molto meno. Leggila qui, e sbrigati, ché ho ancora un mucchio di cose da fare!”

La fissai stupito.

“Non penserete che io…”

“Non penso a niente! Fa’ come ti ho detto, ché il tempo perso non torna indietro!”

Nella busta trovai un foglio vergato in bella grafia.

Caro Michele,

è con profondo dolore che stiamo vivendo la perdita di sua madre, la nostra cara amica e sorella Rita. Che Dio l’accolga nel suo regno. Lì troverà la pace che le sofferenze della malattia le hanno negato. Noi la ricorderemo sempre nelle nostre intenzioni.

Mi perdonerà, non era mio proposito rinnovarle il dolore, bensì invitarla in monastero, per questo pomeriggio alle quattro, per proporle la realizzazione di un’opera pittorica.

Scenda su di lei, Michele, la grazia di nostro Signore Gesù Cristo.

Le aristocratiche volute della firma suggellavano la lettera.

Sollevai gli occhi. Malgrado non sapesse leggere, donna Amelia aveva allungato il collo nel tentativo di sbirciare il contenuto del foglio e con un istrionico sbuffo tentò di nascondere l’imbarazzo di essere stata scoperta. Le chiesi se fosse a conoscenza del motivo dell’invito: tentennò e rispose di no. Non la forzai e la pregai di riferire che sarei andato a santa Chiara.

“Alla buon’ora, giovanotto! E ricorda che non si fanno aspettare così le signore. Soprattutto se vanno di fretta!”

Si riaccomodò nel suo scialle e si allontanò sfidando il vento tagliente.

Chiusi la porta e fissai la strada. Da anni speravo in un cambiamento, in una novità. Una vita diversa. Da anni volevo scrollarmi di dosso un’esistenza soffocante. Perché allora ero inquieto se dopotutto avevo iniziato a realizzare i miei desideri?

Ripensai a mia madre. Soltanto qualche giorno prima, alla stessa ora, mi avrebbe come sempre chiamato per la colazione e io, sbuffando per l’impazienza di rimettermi subito sui miei quadri, sarei passato in cucina e avrei divorato il pane e il latte che mi aveva preparato. E senza sollevare la testa dalla tazza, avrei silenziosamente risposto “sì” e “no” alle sue solite domande: “Hai dormito bene?”, “Hai avuto freddo?”, “Dipingi anche oggi?”. E avanti così, in un’interminabile tiritera da cui mi sarei liberato con un sospiro di sollievo una volta passato in bottega.

Qualche minuto prima delle quattro varcai la soglia del chiostro della basilica di santa Chiara. Donna Amelia richiuse lesta la porta come se si potessero insinuare in quel luogo sacro chissà quali vizi e peccati. Mi fece cenno di seguirla lungo il braccio nord del chiostro. Mi accompagnavano sulle pareti gli affreschi che narravano storie dell’Antico Testamento. Era la seconda volta che entravo in quel posto, dove pochi erano ammessi. La prima era accaduto grazie alle reiterate suppliche di mia madre presso la superiora. Artista qual ero – aveva argomentato – era di vitale importanza farmi ammirare le bellezze del chiostro.

Arrivammo dove un tempo c’era stato il cimitero. Un affresco diverso prese il posto di quelli biblici: la Morte di una monaca. Mi ci fermai davanti e provai una strana inquietudine pur vedendovi una monaca che, in fin di vita, si abbandonava fiduciosa a Dio.

Donna Amelia si voltò e mi spronò a riprendere il passo. Varcata una piccola porta, si allungavano davanti a noi scale strette e interminabili e in cima ci attendeva un lungo corridoio scandito da bifore che filtravano una luce pallida. Lo percorremmo finché non ci fermammo davanti a una porta. Donna Amelia bussò con deferenza e attese un istante prima di aprire.

“Il signor Castaldo è qui.”

“Entri pure” fece la voce della superiora.

La donna si inchinò in modo ossequioso e con un energico gesto della mano mi spronò a entrare.

La superiora era alla sua scrivania, fiera e composta come fosse su un trono. Il viso asciutto, delicato, incorniciato dalle fasce della cuffia, non rivelava i suoi sessant’anni.

Lo studiolo aveva un arredo scarno: un grande crocifisso di legno appeso alla parete prospiciente la scrivania e sul davanzale interno delle due piccole finestre altrettanti candelabri. Dai vetri passava l’ultimo sole di quel giorno.

“Le sono grata per essere venuto” esordì mentre richiudeva un grosso tomo che le era aperto davanti.

“Ringrazio voi per ciò che mi avete scritto stamane.”

Accennò un sorriso posato.

“Sua madre era una donna pia, devota alla Madonna e ai santi. L’amavamo come una consorella. Il suo portare la croce fino in fondo è stato di grande esempio per tutte noi. È stato il suo modo di servire Dio. Di sicuro grande è la ricompensa che l’attende in cielo.”

Non avevo certo intenzione di parlare di mia madre. Il mio silenzio lo interpretò come un segno di dolore e passò oltre.

“Immagino la incuriosisca il motivo della convocazione. Abbiamo bisogno di un pittore. Ma sarò schietta, eviteremo malintesi. Le nostre finanze sono modeste. In tempi migliori ci saremmo rivolti ad artisti, come dire… più noti. Ma sa meglio di me che il costo dell’ingaggio è proporzionato alla qualità. Non mi fraintenda… non sto insinuando che lei non abbia talento. Ma… non è propriamente un artista conosciuto. E questo la rende accessibile alle nostre risorse.”

La sua asciutta considerazione nei miei confronti mi urtò ma dissimulai.

“Apprezzo la vostra franchezza.”

“Mi ringrazierà per la possibilità che le offro di legare il suo nome al nostro monastero. E sappia che non nutro alcun dubbio sulla buona riuscita dell’opera.”

“Spero non ve ne dobbiate pentire.”

“Non accadrà” rispose decisa.

La religiosa illustrò il mio incarico e le circostanze che lo avevano permesso: giorni addietro l’arcivescovo di Napoli, Guglielmo Sanfelice d’Acquavella, aveva visitato il monastero e celebrato la messa. Aveva voluto visitare anche la saletta attigua alla sagrestia e in particolare la parete rivolta verso l’entrata, nota per delle tristi vicende. E lì, di fronte alla parete, lo aveva folgorato una visione: un Cristo, misericordioso e in trono, tra san Francesco e santa Chiara. Aveva perciò deciso che quella visione andava concretizzata: un’opera semplice – aveva sottolineato –, dal sapore bizantino, poco importava se arcaico. Niente fronzoli, niente libere interpretazioni artistiche. Un’opera essenziale, austera, coerente con la basilica.

La superiora mi raccontò senza entusiasmo dell’inopportuno amalgama d’ispirazione pittorica e rivelazione mistica dell’arcivescovo e, anzi, la sua contrarietà era acuita dall’ordine perentorio di quest’ultimo di non bussare alla Curia per chiedere finanziamenti: il Cristo andava realizzato in economia.

Da allora la religiosa aveva trascorso notti insonni per trovare una soluzione, la quale le giunse provvidenzialmente mediante il suggerimento di una persona fidata che avrebbe permesso di coniugare risparmio e discreto valore artistico; in più era previsto anche un piccolo aiuto per le casse della santa… Fu proprio questo a fugare in un amen i dubbi della superiora su di me.

“Chi avrebbe fatto il mio nome?” chiesi senza nascondere la mia curiosità.

“Il cavalier Federico Imbriani.”

“Il cavaliere Imbriani?” ripetei stupito.

“È un nostro fedele. Animo nobile, sensibile, gran devoto di santa Chiara, sempre tra i primi banchi alla messa domenicale.”

Non ero un pittore affermato e l’aver scelto me rispondeva più a esigenze economiche che artistiche. D’altronde Imbriani era un imprenditore, tra i più noti di Napoli, e aveva ragionato come tale. Non se ne intendeva né di arte né di pittori.

L’avevo conosciuto un paio di anni prima, quando gli avevo realizzato una veduta di Napoli ammirata da Posillipo. Su una tela di circa due metri per uno avevo dato vita a una Napoli che, come una sensuale Partenope, contemplava un rosseggiante tramonto sul golfo. E il Vesuvio sullo sfondo, pur dominando con la sua autorevole presenza, pareva acquietarsi avvolto negli infiniti colori del giorno morente.

Per la proposta della superiora qualcun altro al posto mio si sarebbe forse indispettito. Io no. Era arrivata la mia occasione, l’opportunità di rivelare finalmente la mia esistenza artistica. E una volta per tutte avrei smesso con i ritratti ricopiati da fotografie consunte e con le vedute da appendere nei leziosi salotti borghesi, in cui chi vi abitava millantava un gusto tanto più presuntuoso quanto più c’era ignoranza dell’arte.

“Noto in lei una certa perplessità” riprese la religiosa.

“No… La proposta mi entusiasma, ma credo che sappiate che sono un pittore di ritratti e di vedute. L’affresco non è il mio genere.”

“Non vuol dire che non farà un buon lavoro. O… c’è dell’altro?”

“Cioè?”

Nello studiolo i raggi di sole avevano ceduto il posto a una tenue luce azzurrognola che iniziava a rendere incerti i contorni delle cose.

“Sa che sono sciocchezze quelle che si dicono sul passato della saletta?”

“Penso di sì… anche se non conosco i particolari della vicenda.”

“Son passati più di quindici anni, lei era appena un bambino. Fu fatto il possibile perché l’accaduto non si divulgasse ma…”, aggiunse in tono di biasimo, “nonostante gli sforzi di chi mi ha preceduto, alcune notizie trapelarono. Fu coinvolto il pittore che stava realizzando un affresco proprio in quella stanza, Antonio Abbati. La sua improvvisa pazzia gli fece scagliare un secchio di vernice contro la sua opera. Un gesto folle, nient’altro, che i superstiziosi interpretarono come il segno di una maledizione: la parete faceva addirittura perdere il senno a chi osava dipingerci. Ne comprende la gravità? Una maledizione in un luogo sacro! Non può immaginare gli sforzi per affidare il completamento dell’opera ad altri artisti. Tutto inutile. Il progetto fu abbandonato e l’allora cardinale Sforza mise a tacere quelle insulsaggini facendo occultare l’affresco. Quanto all’Abbati, dopo aver pure tentato di picchiare una nostra consorella, rea secondo lui di avergli rovinato l’opera, fu rinchiuso in manicomio. Dubito che sia ancora vivo. Questo è tutto. Spero non si faccia influenzare da simili sciocchezze.”

“Per nulla” mi affrettai a risponderle.

In realtà, pur non credendo a presunte maledizioni, all’idea di lavorare su quella stessa parete mi attraversò un brivido. Mi rianimai pensando ai benefici che ne avrei tratto.

“In realtà devo molto ad Antonio Abbati” aggiunsi. “È grazie a lui se ho scoperto la pittura.”

La notizia la stupì.

“Ne è stato allievo? No… non può essere. Lei avrà avuto una decina d’anni quando Abbati fu rinchiuso.”

“Una sua opera, un ritratto di giovane donna, mi impressionò molto da bambino… Mi fece innamorare della pittura.”

“Un debito artistico… Bene. Di certo l’aiuterà. Deduco, quindi, che accetta l’incarico. Farò redigere il contratto ma, come le accennavo, nelle casse della santa il denaro non abbonda. Pertanto non mi dilungherò in oziose trattative. Il suo compenso sarà di duecentocinquanta lire, oltre all’eterna gratitudine del nostro monastero e alle nostre preghiere che le sconteranno anni di purgatorio.”

Gratitudine e soggiorno accorciato in purgatorio non mi interessavano. Purtroppo il compenso – quello vero – era inadeguato, ma almeno avrebbe per un po’ scacciato le preoccupazioni economiche. E la fermezza della superiora spegneva ogni possibile trattativa.

Assentii e le chiesi di poter fare un sopralluogo nella saletta.

“Donna Amelia l’accompagnerà, ma prima… una precisazione.”

L’improvvisa gravità, accompagnata da un’espressione glaciale, non mi fece presagire nulla di buono. Mi parve più conveniente affrontare la presunta maledizione che ascoltare quella precisazione.

“Sua eminenza deve incontrare l’arcivescovo di Salerno tra poco più di tre settimane” dichiarò come un dogma di fede.

Fili invisibili univano me, il Cristo misericordioso e l’intimo conclave tra i due prelati.

“Il 7 febbraio per la precisione” continuò. “E intende incontrarlo qui. Per allora…”

“Ho capito. Per allora rimuoverò ogni traccia del mio lavoro e la saletta sarà in ordine.”

Abbozzò un sorriso indulgente, sottolineato da un cenno di diniego.

“No, non ha capito” mi redarguì. “Sua eminenza desidera vedere l’affresco terminato.”

Sgranai gli occhi incredulo.

“Ma… reverenda madre, è impossibile!”

“Si calmi. Ho fiducia in lei. Concluderà l’opera per tempo, ne sono sicura.”

“Non ce la farò!” protestai ancora. “Se non ricordo male, la parete è grande. Tre settimane non bastano. Senza contare il tempo che mi serve per imparare la tecnica dell’affresco.”

“Glielo ripeto: ho fiducia in lei. E queste sono le condizioni se vuole l’incarico.”

Fu lapidaria. Fissai le maioliche a scacchi del pavimento e sospirai.

“Predisponete il contratto.”

Sul suo volto apparve un’espressione di sollievo e benedisse nostro Signore. Si alzò e andò ad aprire la porta, oltre la quale donna Amelia spiccò un balzo per allontanarsi e dissimulare di essere stata tutto il tempo a origliare. La religiosa si lasciò sfuggire una supplica al cielo e allargò le braccia per quella che doveva essere una consuetudine dell’altra. Le ordinò di condurmi nella saletta. Si rivolse poi a me e mi chiese di realizzare alcuni bozzetti per la mattina seguente quando, alle nove in punto, avremmo sottoscritto il contratto e avrei ricevuto l’acconto del dieci per cento.

“Abbiamo bisogno di persone serie” dichiarò nell’accomiatarmi. “E lei lo è. È un buon pittore e lavora con responsabilità. Ed è anche un buon cristiano e si prodiga per il prossimo.”

Non ero affatto un buon cristiano e neanche mi prodigavo per il prossimo. Le domandai a cosa si riferisse.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Carlo Morriello
Carlo Morriello, classe 1969, è nato a Napoli ma vive a Castelfranco Veneto (TV). Laureato in Lettere moderne e specializzato nell’insegnamento secondario, ha svolto diversi lavori prima di realizzare il suo sogno di insegnare: dal 2015 è, infattii, docente di materie letterarie nelle scuole secondarie di secondo grado.
Coltiva l’hobby della scrittura da tempo, e in diverse forme: ha collaborato con alcuni periodici locali per le pagine di cronaca, cultura e approfondimento sociale e ha partecipato ad alcuni concorsi letterari, ottenendo, in qualche caso, la segnalazione da parte della giuria. Per Montedit ha pubblicato, nel 2000, una raccolta di racconti.
Oltre l’ombra dei colori è il suo primo romanzo con il quale ha partecipato a due distinte edizioni (2015 e 2019) del concorso nazionale “Io scrittore”: in entrambi i casi è rientrato tra i 300 finalisti.
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