Greta è una giovane pubblicista milanese che, in mezzo agli altri, si sente sola. Senza separarsi mai da un piccolo quaderno in cui esercita la sua arte pittorica, Greta è mossa dall’anelito di partire per trovare ciò che possa lenire questa sua solitudine. Nell’ autunno del 2019, il giornale di cui è pubblicista le offre una nuova opportunità: un lavoro d’inchiesta a Barcellona per raccontare le manifestazioni indipendentiste a seguito della definitiva condanna ai presi politici catalani.
A Barcellona si trova Gabriele, giovane scrittore alle prese con il suo secondo romanzo. In mezzo ai catalani in protesta, Gabriele si sente solo. Durante le notti insonni o quando si blocca dinanzi una pagina bianca, incapace di proseguire la storia del suo romanzo, scrive lettere rivolgendosi alla sua anima gemella, che ancora non conosce, ma di cui non dubita l’esistenza, poiché a lei affida il compito di colmare il vuoto creato dalla sua solitudine.
Perché ho scritto questo libro?
Per lasciare qualcosa che restasse.
ANTEPRIMA NON EDITATA
Capitolo 1
Era un vecchio van color bianco panna, dalle scritte azzurre orizzontali sulle portiere scorrevoli e le luci dei fanali accese a illuminare la pioggia che cadeva fitta davanti. Il paraurti era imbrattato dal fango e dal tettuccio della carrozzeria uno strato di polvere grigia colava pregno del peso della pioggia. Coppie di sedili erano disposte in file parallele separate da una passerella centrale e quattro passeggeri li occupavano sparsi, immersi nel silenzio dell’abitacolo. Il van procedeva sulla grigia e dritta autostrada che agli occhi del conducente, un omaccione tanto grosso che a stento il sedile ne reggeva il peso, sembrava non finisse mai, se non nell’orizzonte lontano, cornice d’uno sfondo scuro di nubi temporalesche.
Greta sedeva oltre la trequarti della passerella, con la spalla ad agio del finestrino. Sul sedile al suo fianco v’era una borsa khaki dai manici a mo’ di zaino al cui interno conservava l’essenziale. Un paio di file davanti, all’altro lato della passerella, sedeva una coppia di giovani dal viso innocente e i capelli dorati. Si scambiavano gesti affettuosi alla fievole luce della lampadina sopra le loro teste. Il capo di lei si coricava sulla spalla di lui e le labbra di lui si posavano sulla nuca di lei. La mano dell’una s’intrecciava in quella dell’altro, accarezzandone il dorso con le unghie colorate, le quali lasciavano un impercettibile graffio bianco al loro passaggio sulla pelle. Dall’incontro fra i loro sguardi fiorivano loro in volto innocui sorrisi. Dalla sua parte di corridoio, Greta sentiva piuttosto nascerle dentro l’urgenza di star loro lontana. Erano belli, ma a lei era bastato poco più d’un momento per capire che non fossero veri e che, per quanto fosse commovente la fantasia di quell’istante, si sarebbe disfatta non appena loro si fossero resi conto di non essere veri.
L’asfalto era sdrucciolevole sotto i colpi battenti d’una pioggia torrenziale e il van slittava leggero sui tratti di strada liscia e il conducente, spostando l’enorme mano dalla leva del cambio alla fronte e la nuca glabre, imprecava a bassa voce nei confronti del maltempo. Greta diresse lo sguardo fuori dal finestrino. Attraverso il vetro le venne concessa ora la strada, ora, in cambio, l’immagine riflessa del suo viso. Con quale rassegnazione l’accoglieva! Mai aveva trovato attraenti i capelli suoi castani, che lunghi e privi di luce le cadevano sulle spalle, né tantomeno le labbra sue sottili che scomparivano nel volto quando le impegnava in un sorriso dagli incisivi appena ampi. Gli occhi spenti, tagliati all’ingiù, erano marroni e scuri, solenni e reticenti. Non credeva d’avere l’aspetto d’una bella donna (meno che per la linea gentile del suo naso, per la quale provava una certa compassione) e per questo aveva imparato a cavarsela senza dover contare sull’aspetto d’una bella donna. Quel corpo femminile in cui era capitata, dalle gambe lunghe, il ventre magro solcato dalle ombre del bacino e il seno sodo e poco più che pronunciato, era per lei un’etichetta che il mondo le aveva messo addosso così stretta che talvolta le sembrava impossibile da rimuovere (certe sere, dinanzi lo specchio, la coglieva il dubbio di non poter essere nulla di diverso). La stagione della ribellione, della voglia di urlare in faccia al mondo che si sbagliava con le sue etichette ingiuste e il suo fare superficiale e spocchioso, rigogliosa soltanto qualche anno prima, era lentamente trascorsa, maturando in una consapevole accettazione. Se era vano tentare di cambiare gli occhi del mondo, Greta sapeva, allora avrebbe acconsentito a qualunque immagine di lei il mondo avesse visto e a qualunque etichetta il mondo le avesse apposto, e avrebbe imparato a farle proprie, usandole in favore della Greta che solo lei conosceva – la più intima e sincera.
Così era accaduto pochi giorni prima del viaggio in van. L’intima Greta aveva atteso che i suoi colleghi lasciassero il giornale per condurre la Greta che il mondo vedeva nell’ufficio del direttore, dove fu accolta con compiaciuta cortesia dall’uomo seduto dietro la scrivania di mogano scuro. Chiuse la porta (lo scatto della serratura risuonò nel silenzio del giornale) e legò i capelli in uno chignon, scoprendo i profili del mento e le spalle rosa. Fece scivolare a terra la camicetta bianca e si avvicinò alla poltrona del direttore. Egli era un uomo all’apparenza austero e autoritario, dagli anni della giovinezza trascorsi, per i quali aveva ottenuto in cambio l’aura piacente d’un reverendo vino ben invecchiato: lineamenti squadrati, labbra turgide e lucenti, mento pronunciato e ruvido di un’ombra di barba curata, pelle abbronzata e sopracciglia scure ad accentuare il contrasto coi capelli stingenti, alle porte del loro primo inverno. Gli si fece vicina fissandolo negli occhi chiari dalle sfumature castano-cangianti. Egli ricambiò con l’accenno d’un sorriso confidente. Gli si inginocchiò davanti, mentre l’uomo, dopo aver tolto la fede dall’anulare e averla riposta nel terzo cassetto della scrivania, le disfaceva lo chignon giustappunto legato e affondava le mani nei suoi lunghi capelli sciolti. Greta prese il sesso madido e retto di lui nella bocca, inarcando il collo per assecondarne la curva verso l’ombelico. Si mosse al ritmo delle mani che le stringevano la nuca. Sentì premere con forza verso il basso. Chiuse gli occhi e trattenne il respiro. Dalle pulsazioni accelerate intuì che dovette prepararsi ad accogliere il seme di lui nell’atrio del palato. Era caldo (lo deglutì). Quel sapore agrodolce dalla consistenza viscosa era il modico prezzo da pagare da parte della Greta agli occhi del mondo per concedere all’implicita Greta una settimana lontana dagli uffici odor sigaretta e carta appena stampata d’un modesto giornale della periferia milanese.
V’era un giovane uomo dalla pelle bruna seduto dietro il conducente del van. Portava cuffie auricolari alle orecchie e Greta poteva scorgerne soltanto la nuca dai capelli di seta dritti e neri come pece. Era solo. A Greta piacevano le persone sole; sapeva non si potesse esser mai più veri di quanto non lo si fosse nei momenti in cui si rimaneva soli. Greta era sola e la solitudine le donava la consolazione di potersi sentire solida e incorruttibile, forte e insormontabile: vera; non giusta o sbagliata, ma vera. Essere soli per Greta voleva dire non aver nessuno da perdere e quando non si ha nessuno da perdere non v’è alcuna parola, gesto o pensiero che sia corrotto dalla paura della perdita.
Così sola, Greta di tanto in tanto sentiva il bisogno di partire in cerca di persone nuove per osservarle, nutrirsi di loro e della loro imprevedibile e bizzarra umanità. Non importava quali fossero l’occasione o la destinazione. Aveva imparato ad avvicinarsi in silenzio agli altri e scavare loro in profondità, partendo dalla superficie per poi insinuarsi, a poco a poco, in quel labirinto fatto di inaspettate complessità che s’intrecciano l’una nell’altra e formano il tessuto più intimo e celato di una persona. Vi si perdeva dentro continuamente, finché non iniziava ad orientarcisi pian piano. Le piaceva percorrere quelle strade. Sapeva che ognuna nasceva da una necessità e conduceva a una scelta; che non sempre rimanevano le stesse, ma che col tempo cambiavano, contorcendosi oppure dispiegandosi lineari e senza fine. L’attraevano le persone dal labirinto complesso e in continuo divenire. Biasimava quelle dal labirinto semplice e costruito su imitazione d’un gratuito modello da seguire. Bramava d’incontrare persone consce della sostanza di cui erano fatte: quelle in grado di plasmarla e manipolarla a loro piacimento, Greta pensava fossero le più intelligenti e fragili che avesse mai conosciuto, ed erano le più sole. Contava sulle dita d’una mano, fra chi aveva incontrato, chi fosse in grado di rendersi conto del proprio labirinto e allora mutarne la conformazione con assoluta consapevolezza. Abbattevano pareti ed ergevano muri e disegnavano le svolte più creative. Di quelle persone, sole e intelligenti, Greta ne faceva dei maestri dai quali imparare tutto ciò che poteva, ammonendosi d’allontanarsi prima che ci fosse stato il tempo di voler loro del bene e di soffrire del dispiacere che ne sarebbe naturalmente conseguito.
Conoscere una persona e svelarne gli anfratti più intimi, per Greta, voleva dire scoprire meandri che valessero la pena di essere aggiunti al proprio, di labirinto. Era ciò che per lei voleva dire crescere. Una persona dopo l’altra, un labirinto dopo il successivo, Greta era più grande e aveva nuovo spazio dentro sé per muovere un passo; fosse stato indietro oppure avanti, verso destra o sinistra, non le importava. Non voleva smettere mai di muovere passi. Chi smetteva, secondo Greta, inesorabilmente moriva e allora si circondava di altri che a loro volta avevano smesso di muovere passi e inesorabilmente morivano assieme, uniti dal timore di finire per morire soli. Non avrebbe permesso accadesse anche a lei.
Seduta sul sedile d’un piccolo van bianco panna che, alle prime luci dell’alba, percorreva l’autostrada lombarda diretto a un versante boschivo d’una vallata che si alzava dalle rive del Lago Maggiore, guardava la coppia di giovani innamorati. Protese il collo e sbirciò la nuca dell’uomo dalla pelle bruna. Chissà se sarà qualcuno di loro, pensò. Lasciò andare il capo sul vetro del finestrino e socchiuse gli occhi. Respirò a fondo la sensazione d’irrequietezza, preludio di qualcosa che è nuovo, mentre fuori la pioggia cadeva forte e rumorosa.
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