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Orizzonti d’Asfalto

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Consegna prevista Aprile 2027

Renzo decide di lasciare tutto: lavoro, casa e certezze. In sella alla sua Harley-Davidson Dyna parte da Torino senza una meta e senza una data di ritorno, convinto di fuggire da una vita che non gli appartiene più. Attraversando la Francia vive un misterioso sogno legato allo sbarco in Normandia, mentre lungo il Cammino di Santiago, percorso in moto come un moderno pellegrino, scopre che la strada può trasformarsi in un viaggio dell’anima. A Gibilterra, mentre attende il traghetto per il Marocco, incontra Elena. Nello stesso istante riceve la notizia della morte di Franco, il fratello di strada a cui ha promesso di riportarne le ceneri in Transilvania. Tra avventura, amicizia, amore e spiritualità, “Orizzonti di Asfalto” racconta un viaggio che attraversa continenti e sentimenti, ricordandoci che la vera libertà non è fuggire, ma trovare il coraggio di diventare sé stessi.

Perché ho scritto questo libro?

Una grave malattia mi ha costretto a fermarmi, trasformando l’immobilità nel viaggio più duro che abbia mai affrontato. Tra ospedali e terapie ho trovato nella scrittura una ragione per resistere: ogni pagina era un passo verso la rinascita. Le prime pagine del romanzo sono nate proprio durante quella battaglia silenziosa. Oggi questo libro è la testimonianza del mio ritorno alla vita e della consapevolezza che, anche quando il corpo è costretto a fermarsi, l’anima può continuare a viaggiare.

ANTEPRIMA NON EDITATA

CAPITOLO 1 

L’ultima alba di cenere, quando la città si spegne e la strada chiama… 

Renzo si svegliò prima che la sveglia impostata sul suo iPhone suonasse, era sempre così alla vigilia di qualcosa d’importante, rimase immobile a fissare il soffitto della sua camera, mentre i primi raggi dell’alba filtravano attraverso le persiane socchiuse, proiettando strisce dorate sulle pareti spoglie. La camera da letto era piuttosto misera, non amava circondarsi di cianfrusaglie inutili, gli bastava solamente un letto, un armadio con all’interno abiti quasi tutti di un unico colore, con piccole macchie colorate che a mala pena si notavano nel monocromo di quel nero totale. Davanti al letto un tv da 55 pollici con collegato un lettore dvd e il suo Mac, sul lato destro del letto, come a proteggerlo dal mondo, un impianto stereo, un amplificatore da 500 watt e una sfilza di bassi e chitarre elettriche posizionate sulla rastrelliera come fucili pronti all’uso. Sul piccolo comodino alla sua sinistra sonnecchiava il suo iPhone collegato al caricabatterie e il suo iPad che trasmetteva le note di “This Life”. Quasi d’istinto prese il telecomando del televisore e del lettore dvd, accese l’apparecchio televisivo, alzò il volume e fece partire il video. In quello stesso istante il video trasmise l’immagine della serie tv “Sons of Anarchy” quando “Jax Teller” leggeva il diario di suo padre, la parte riguardante l’anarchia: «la prima cosa che lessi di Emma Goldman non fu in un libro, avevo sedici anni, facevo l’autostop al confine col Nevada. La citazione era scritta su un muro con la vernice rossa, quando vidi quelle parole fu come se qualcuno me le avesse strappate da dentro la testa: ‘Anarchia significa liberazione della mente umana dal dominio della religione, liberazione del corpo umano dal dominio della proprietà, liberazione dalle catene e dalle restrizioni del governo. Significa un ordine sociale basato sulla libera associazione degli individui.’ il concetto era puro, semplice, vero, fu un’ispirazione, accese un fuoco dentro di me, ma alla fine imparai la lezione che avevano imparato la Goldman, Proudhon e gli altri e cioè che la vera libertà richiede sacrificio e dolore. Le persone pensano solo di volere la libertà, in realtà agognano la schiavitù dell’ordine sociale, leggi rigide, materialismo, l’unica libertà che l’uomo desidera è la libertà di stare bene», mise in pausa il dvd e si stese fissando il soffitto, svapando da una “sigaretta” di cbd, in modo rilassato, fantasticando pensava alla libertà, alla sua moto e alla bella esperienza che stava per intraprendere da lì a poco.Dopo aver finito di “svapare” l’ultimo tiro della sua droga legale, si sedette sul letto e fissò il suo bagaglio per la sua fuga dalla quotidianità, tutto ciò che possedeva era già impacchettato in due borse laterali, un paio di barilotti, un borsone da serbatoio e uno zaino militare logoro degli anni, pronti ad essere agganciati alla sua Harley. Le robuste borse in pelle nera, consumate dagli anni e dalle intemperie avrebbero contenuto l’essenza della sua vita nomade: nella prima, quella anteriore destra, avrebbe sistemato con meticolosa precisione i suoi strumenti per la manutenzione della moto, chiavi inglesi di varie dimensioni, cacciaviti, nastro isolante, una pompa portatile e ricambi essenziali che potevano fare la differenza tra rimanere bloccato nel nulla o continuare il viaggio. La seconda borsa, quella posteriore destra, ospitava i suoi pochi vestiti: tre paia di jeans scuri, consumati nei punti giusti, cinque t-shirt nere con vari loghi sbiaditi di concerti metal passati, biancheria essenziale e un paio di stivali da pioggia ripiegati in un sacchetto impermeabile.

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Nel portapacchi posteriore avrebbe collocato il suo kit di sopravvivenza: un sacco a pelo ultracompatto, una mini-tenda per le notti all’aperto, un telo termico argentato, agganciato al sissybar lo zaino con all’interno, una torcia led a ricarica solare, un multiuso militare e provviste non deperibili, barrette energetiche e bustine di caffè solubile che considerava un lusso irrinunciabile. Sempre la sacca mimetica custodiva gli oggetti più personali: un vecchio album fotografico ingiallito con le uniche immagini della sua infanzia, una serie di coltelli multiuso, utili per ogni eventualità ed un coltello speciale a doppia lama, da caccia ereditato dal nonno con il manico in corno di cervo inciso a mano e un logoro diario dalla copertina in pelle su cui annotava pensieri e incontri che meritavano di essere ricordati. Il borsone da serbatoio calamitato, più facilmente accessibile durante la guida, conteneva l’essenziale per il viaggio immediato: una mappa cartacea dell’Europa occidentale e del nord africa con i punti di interesse evidenziati in rosso (non si fidava completamente della tecnologia), un GPS di riserva nel caso lo smartphone avesse smesso di funzionare, un cavetto multi porte per ricarica tutti gli strumenti elettronici, una bottiglia termica per l’acqua, occhiali di ricambio, guanti da pioggia, una tuta antipioggia economica nera con richiami argento catarifrangenti comprata alla Decatlon e diverse confezioni di liquido cbd, non voleva abusarne, era un vezzo non un vizio, gli piaceva il sapore e l’odore, sapeva che la strada lunga avrebbe messo alla prova la sua forza di volontà e la sera sarebbe stato piacevole rilassarsi un po’, anche se sperava ma era quasi convinto che avrebbe trovato di meglio lungo la strada per allietare le sue serate. Sul pavimento, appoggiato con cura sulla sedia accanto al letto, il gilet di pelle nera del suo chapter brillava con le sue patch colorate, non era un semplice indumento ma una seconda pelle, un’identità, la sua famiglia, quella che si era scelto e che gli che gli era sempre stato vicina nei momenti più bui e tristi della sua vita. L’indumento mostrava i segni del tempo e delle esperienze vissute, piccole abrasioni sulla pelle che raccontavano cadute e scontri, macchie di olio che non erano mai andate via completamente e l’odore inconfondibile di pelle, polvere di strada e libertà.
Sul retro campeggiava la grande patch centrale con l’aquila ad ali spiegate, ricamata nei minimi dettagli con fili dorati su sfondo nero, sopra di essa, arcuata, la scritta del gruppo di appartenenza in caratteri neri bordati di giallo con un piccolo logo dell’Harley, nella parte sottostante vi erano delle patch più piccole ma ugualmente fiere che commemoravano tutti gli eventi ed i rally più importanti cui aveva partecipato.
Sul davanti, all’altezza del petto sinistro, sopra il cuore ad indicare la fiera appartenenza al gruppo, brillava la patch con il nome del chapter e subito sotto l’aquila del hog, sotto vi era un piccolo baffo con il suo nome e sul lato destro, delle spillette, una piccola patch rettangolare che mostrava la bandiera siciliana un po’ sbiadita, segno delle sue origini che non amava discutere ma che portava con orgoglio.
Il gilet rappresentava non solo appartenenza, ma anche protezione, un’armatura medievale quasi un codice d’onore sulla strada, un simbolo di rispetto per tutti i membri dei vari gruppi che come lui cavalcavano il cavallo di ferro, dei nuovi cavalieri templari che attraversavano la verde terra d’Europa, il suo non era Motor Club, nel senso più stretto del termine ma lo faceva accogliere con affetto da tutti gli MC che trovava lungo il suo errare.
Si alzò lentamente, sentendo il familiare dolore alla spalla destra, souvenir di una stupida caduta quasi da fermo di tre anni prima, la fitta acuta che un tempo lo paralizzava si era trasformata in un fastidio sordo e costante, un compagno di viaggio indesiderato ma ormai accettato, come tante altre cose nella sua vita, massaggiò distrattamente il punto dolente mentre osservava la stanza attorno a sé, ormai quasi vuota, sembrava più grande del solito, le pareti, liberate dai poster che per anni le avevano decorate, mostravano rettangoli più chiari, fantasmi di ricordi che si rifiutavano di svanire, l’eco dei suoi passi sul pavimento di legno risuonava in modo sinistro, amplificando la sensazione di abbandono era strano come uno spazio potesse sembrare così estraneo dopo averci vissuto per oltre un decennio. Lasciava solo pochi elementi all’interno del piccolo monolocale, nell’armadio svuotato dei pochi vestiti, lasciava “libri”, “documenti”, “oggetti personali”, qualche dvd e molti fogli scarabocchiati con poesie frasi e testi con accordi di canzoni che nel momento in cui le aveva composte sembravano uniche ed irripetibili ma ogni volta che riprendeva in mano perdevano il fascino iniziale e ne percepiva solo la tristezza e l’angoscia del momento che li aveva partoriti.
L’appartamento sarebbe rimasto chiuso per mesi, sapeva che in cuor suo questo viaggio poteva essere un saluto al suo passato forse non sarebbe tornato, questa partenza aveva il sapore definitivo degli addii senza ritorno, la luce del sole del mattino filtrava attraverso gli scuri socchiusi, disegnando strisce dorate sul pavimento impolverato era la stessa luce che aveva illuminato momenti di gioia e di disperazione che aveva accarezzato la pelle di chi aveva condiviso con lui quello spazio, ora era solo un’ombra nella sua memoria si chiese, non per la prima volta, se fosse davvero possibile ricominciare altrove o se i fantasmi lo avrebbero seguito, indifferenti alla distanza geografica. Respirò profondamente, l’aria era impregnata dell’odore di chiuso e dell’aroma amaro del caffè mattutino, ormai l’unico rituale rimasto della sua routine quotidiana, si avvicinò alla finestra e la aprì completamente, appoggiò le mani sul davanzale riscaldato dal timido sole primaverile della città che dorme sotto le alpi, lasciando che la brezza fresca invadesse la stanza, portando con sé i suoni della città che presto avrebbe abbandonato, con questo pensiero socchiuse le grosse tende massicce. Mentre il caffè della moka saliva riempiendo la cucina del suo aroma intenso, Renzo aprì la mappa sul tavolo per l’ultima volta, l’aveva studiata per mesi, tracciando il percorso con una matita rossa: Francia, Spagna, Marocco, Tunisia, forse poi l’imbarco per l’Italia e la salita verso capo nord, un percorso ambizioso, forse impossibile, ma era esattamente ciò di cui aveva bisogno, «fuggire o cercare?» si chiese mentre sorseggiava il caffè bollente, forse entrambe le cose, fuggire dai fantasmi del passato, dalle relazioni fallite, dal senso di fallimento che lo accompagnava da troppo tempo, cercare… cosa esattamente? Non lo sapeva con certezza, libertà, forse o semplicemente un motivo per continuare. La mappa era ormai consumata nelle pieghe, testimone silenzioso delle sue notti insonni, ogni linea tracciata rappresentava una promessa a sé stesso, ogni città cerchiata una tappa verso una destinazione che andava oltre la geografia.
La piegò con cura ma non la sistemò ancora nella borsa da serbatoi, l’appoggiò sul tavolo, accanto alla lettera di dimissioni, l’aveva consegnata un mese prima, sorprendendo colleghi e superiori, diciotto anni in quella società di consulenza, una carriera in ascesa e poi il vuoto improvviso seguito alle vicissitudini accadute l’anno passato, quel vuoto che nessuna promozione o gratificazione professionale era riuscito a colmare. Mentre sorseggiava il caffè bollette rigorosamente senza zucchero il cellulare poggiato sul tavolo iniziò a vibrare veemente come sotto le scosse di un terremoto, non rispose, era sua sorella, avevano già detto tutto quello che c’era da dire, tra lacrime e recriminazioni, «non stai scappando solo da te stesso» gli aveva gridato l’ultima volta, «stai scappando da noi, da qualsiasi possibilità abbiamo di ricostruire», forse aveva ragione o forse aveva ragione lui quando le aveva risposto che non c’era più niente da ricostruire, solo macerie da cui allontanarsi per ritrovare la forza di ricominciare. Controllò l’orologio e vide che era molto presto, circa le 08:30 del mattino, aveva ancora tanto tempo davanti a sé per finire i preparativi prima dell’ultima sera con i ragazzi del gruppo, la luce del sole filtrava attraverso le tende socchiuse, creando strisce dorate che tagliavano diagonalmente il soggiorno, illuminando le particelle di polvere che danzavano nell’aria immobile.
Si passò una mano sulla testa rasata dove un tempo che fu, lunghi capelli mossi di color rosso ramato regnavano incontrastati, sentendo quella familiare sensazione di calma ansiosa che precedeva ogni esibizione ma questa volta era diverso, sarebbe stata l’ultima performance, un pensiero che lo faceva sentire allo stesso tempo liberato e svuotato.
Si sedette sulla poltrona, quella vecchia Chesterfield in pelle marrone che aveva comprato in un mercatino dell’usato il giorno dopo aver firmato il suo primo contratto di lavoro, la pelle era consumata sui braccioli, testimone silenzioso di innumerevoli sessioni di pratica, di frustrazioni e di rare, preziose ispirazioni, il leggero affossamento al centro del cuscino sembrava fatto su misura per lui, modellato da anni di abitudine.
Prese una chitarra dalla rastrelliera, una Fender Stratocaster nera con battipenna bianco, non l’originale americana che non aveva mai potuto permettersi, ma un modello messicano che aveva modificato personalmente, cambiando pickup e meccaniche fino a renderla uno strumento unico, un’estensione delle sue mani, il legno freddo e liscio del manico si riscaldò rapidamente al suo tocco mentre la sistemava comodamente sulle ginocchia. Iniziò a suonare senza collegarla all’amplificatore, le corde vibrarono, producendo un suono intimo, quasi confidenziale, udibile solo a lui in quella stanza silenziosa, per prima cosa strimpellò dei mezzi riff di pezzi conosciuti, l’intro di “sweet child o’ mine”, qualche accordo di “wonderwall”, il giro di “smells like teen spirit”, canzoni che ormai le sue dita conoscevano meglio delle strade del quartiere dove era cresciuto. 

Dopo questo rituale di riscaldamento, quasi inconsciamente, le sue dita trovarono gli accordi di quel pezzo, si quel brano che aveva scritto qualche anno prima, quando suonava in quella band che sembrava potesse essere la sua via d’uscita da una vita monotona e ripetitiva dalle 09:00 alle 17:00 di ogni singolo giorno feriale, “Luci Accese” l’aveva intitolata, ispirato da quei momenti in cui, uscendo dall’ufficio dopo ore di neon e schermi, saliva sul suo ferro americano, allacciava stretto il casco e il sole al tramonto lo colpiva negli occhi, ricordandogli che c’era un mondo là fuori. 

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Gianni Pecorella
Vincenzo Gianni Pecorella (Modica, 11 settembre 1975) è scrittore, pittore, musicista e motociclista. Siciliano d'origine e romano d'adozione, ha trasformato inquietudini, passioni ed esperienze di viaggio in un linguaggio artistico che unisce scrittura, pittura e musica. Dopo un percorso universitario in Scienze Sociali alla Sapienza di Roma, interrotto prima della laurea, ha scelto una formazione fatta di strada, arte e incontri. Ha esposto le sue opere in sedi prestigiose come la Sala del Bramante di Roma e il Palazzo Mostre di Alba, mentre come bassista ha militato in diverse band hard rock e metal. Autore di testi e poesie premiati in concorsi nazionali, affronta temi sociali e interiori con uno stile diretto e intenso. Grande appassionato di Harley-Davidson, considera il viaggio una forma di conoscenza e libertà. "Orizzonti di Asfalto" nasce proprio da questa visione.
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