In Padanemia, ritroviamo i cocci della “banda dei sassi”, un gruppo di amici che negli anni ’80 ha attraversato l’adolescenza nel Nord-Est del boom economico. Quel legame, nato tra estati spensierate e l’illusione di un benessere infinito, si è frantumato a causa di un gesto fatale: il lancio di un sasso da un cavalcavia.
Dopo vent’anni, Francesco, che ha scontato la pena per quell’omicidio, e Barbara, l’infermiera rimasta al suo fianco nonostante la complicità morale in quella notte tragica, cercano di ricostruire la propria esistenza. Il loro tentativo di rinascita si scontra però con un mondo paralizzato dalla pandemia. Mentre Francesco lotta per reintegrarsi dopo il carcere, Barbara affronta in prima linea l’emergenza sanitaria. In questo scenario sospeso, dove la violenza del passato riecheggia nel tragico destino di un ex compagno di cella, i due protagonisti sono costretti a fare i conti con i propri fantasmi per decidere, finalmente, quale futuro abitare.
Perché ho scritto questo libro?
Tutto è partito da Francesco: come si ricostruisce una vita dopo un gesto irreparabile? Ho immaginato gli anni di carcere, il rimorso, la difficoltà della reclusione. Poi Barbara, con la sua fedeltà silenziosa e il peso di un accompagnamento mai facile. Li ho proiettati vent’anni dopo, nel pieno della pandemia: lui alle prese con un nuovo inizio, lei infermiera in prima linea. Da lì, il resto è venuto da sé, intrecciando esperienze reali e inventate, persone vere e personaggi nati dalla fantasia
ANTEPRIMA NON EDITATA
Il rosso della carta di un cioccolatino a forma di cuore: dopo più di vent’anni, gli capitava ancora! … Si fermava davanti, interdetto, e tornava indietro a una vecchia ferita, mai rimarginata. Era l’immagine fossilizzata del suo passato, un passato lontano, ormai morto, appartenuto forse a una vita precedente eppure il petto, il bruciore sulla parte sinistra era profondo, dentro la pelle, un dolore pulsante e ancora vivo, sempre lo stesso. Era il dolore di un’altra vita ma era identico, perché identico era il cuore ed apparteneva sempre a lui.
Si portò la scatola dei cioccolatini vicino al viso, oltre la mascherina che ne oscurava una parte: dopo qualche attimo di indecisione, la ripose nello scaffale e passò oltre e, una volta tanto, non andò ad aggiungere una nuova confezione alla sua collezione casalinga. Ne aveva un barattolo pieno, proprio sopra la mensola della cucina: era una delle sue ossessioni.
Passò oltre entrando in una nuova corsia del supermercato dove c’erano già due persone per cui si fermò un attimo per far loro terminare la spesa e quindi mantenere la distanza di sicurezza. Approfittò per consultare la lista e verificare cosa mancava per andare alla cassa e per sistemarsi i guanti monouso, sotto i quali già cominciava a sudare e si erano formate le prime gocce. Faceva caldo.
La quarantena era forse in procinto di finire ma nulla stava ritornando alla normalità: per Francesco la reclusione era stato uno strano ritorno al passato, alla solitudine e alla vita circoscritta all’interno di mura, per quanto non sbarrate.
Barbara aveva deciso di trasferirsi da una collega che lavorava in reparto con lei, Francesco era rimasto a casa da solo conducendo la vita del recluso.
La vecchia che lo precedeva, dopo aver dato uno sguardo ai prodotti esposti nello scaffale si era girata sovrappensiero, voltandosi e incamminandosi, lo sguardo fisso sulle bottiglie dei sughi per la pasta. Gli si avvicinò senza accorgersi a un paio di metri per poi arrestarsi terrorizzata: deviò la sua rotta verso la parte opposta della corsia e sfilò via passandogli accanto visibilmente scossa. Francesco pensò che potesse avere un’ottantina d’anni: si sentiva forse una delle superstiti, rifletté, chissà quanto tempo ci avrebbe messo per non trasalire più quando si trovava in prossimità di un’altra persona! Chissà se avrebbe fatto in tempo a dimenticare tutto, come forse era successo dopo altre tragedie che verosimilmente aveva vissuto nel corso della sua lunga vita!
Francesco si affrettò a terminare la spesa: doveva passare in banca e quindi in farmacia per poi affrettarsi a rincasare.
Sulla via del ritorno, forse impressionato dalla recente e forzata solitudine, forse per desiderio di tirarsi su di morale durante quel periodo strano e inspiegabile, considerò come fosse incredibile quanto gli era accaduto negli ultimi anni! Pensò a quante cose fossero cambiate e quante nuove persone avesse conosciuto, dentro in carcere ma anche fuori, dopo aver riacquisito la libertà. Aveva scontato la sua pena per la legge, continuava a scontarla dentro di sé e anche in società, a dire il vero: per esempio quando incrociava qualcuno di meno distratto, che magari non lo conosceva bene, ma si ricordava la sua faccia e il suo trascorso. Per quelle persone restava il leader della banda dei sassi, quello di cui non si ricordava il nome, perché si era sempre parlato della compagnia al completo, ma lui restava pur sempre quello che era già uscito di galera pur avendo ucciso un ragazzo innocente. Pena uguale carcere uguale sicurezza: questa l’equazione ed era incomprensibile, per i più, il tema degli sconti di pena, della riabilitazione. La conclusione che andava per la maggiore, lo sapeva, non perché glielo avessero mai detto, ma perché lo leggeva negli occhi dei più, era che in Italia finisce sempre tutto a tarallucci e vino…
Francesco portava a spasso già da qualche tempo questa macchia e forse altre, per chi lo vedeva: non ci aveva fatto l’abitudine ma iniziava, forse questo sì, a formarsi il callo. Qualcuno gli aveva consigliato di trasferirsi, alcuni amici che avevano assistito a spiacevoli scene gli chiedevano perché non cambiasse aria, ma lui e Barbara si erano sempre ostinati a restare e a cercare di rifarsi una vita nella città in cui erano nati. Dentro di sé, certo, c’era indelebile la colpa che non si sarebbe mai cancellata, ma ormai nessuna particolare immagine associata a quei giorni era permanente salvo quel rosso della carta di cioccolatino. E se ci si soffermava, quando allargava lo zoom della memoria, il regista impietoso inquadrava senza remore la mano bianca e quindi l’abito e il viso pallido di Alberto, l’unico che non aveva avuto un’altra chance perché non se l’era concessa. Quella era forse l’unica scena indelebile e persistente, accompagnata al pensiero di Marco che non c’era più.
Lui aveva avuto molto tempo per pensarci, quand’era stato dietro le sbarre, forse più di chiunque altro dei suoi amici. Ad un certo punto, si era talmente intestardito nel suo intento di trovare una spiegazione, che era arrivato al punto di perderci la testa.
Lo psicologo della Filippo del Papa con cui parlava settimanalmente lo aveva avvertito: “Devi pensare ad altro, andare oltre. Superare l’intero trauma. Ne stai facendo un’ossessione”.
Francesco aveva vissuto i primi mesi della reclusione, ancora alle prese col processo e con tutte le conseguenze che ne derivavano, come la giusta pena che, da un certo punto di vista, con la fatidica confessione, si era inflitto da solo. Nella assurda concitazione di quei giorni, nei quali non si parlava praticamente di altro, sia nei giornali che nei dibattiti televisivi, Francesco si era sentito letteralmente travolto…
Nel frattempo, era arrivato vicino a casa e gettò lo sguardo distrattamente a lato, posandolo sulla vetrina di un negozio di prodotti per l’igiene personale. Gli occhi caddero proprio sulla confezione del sapone che non voleva e non avrebbe voluto più trovare in nessun bagno e in nessuna doccia per tutto il resto della vita: “Noi persone siamo esseri strani e molto complessi ma siamo e rimaniamo più di tutto essere viventi dominati dagli istinti e dai gusti, dagli odori”, pensò. Certe esperienze non si riescono più a togliere dalla pelle e per Francesco, che prima del carcere non avrebbe mai fatto caso ad alcuna marca di saponi o deodoranti, ora era diventato fondamentale che si potesse scegliere di tutto meno quella marca: il suo odore di pino lo riportava inesorabilmente indietro nel tempo alla vecchia angoscia, alla profonda inquietudine e tristezza. Francesco si era sorpreso la prima volta che era accaduto. Si sarebbe aspettato altro, l’odore del chiuso, del fumo, del cibo in cottura: vi erano ben altri profumi che avrebbero potuto farlo cadere nel ricordo dell’incubo ma per lui era quel sapone, chissà, forse perché era associato a un momento di intimità, quello del lavarsi da solo, sotto l’acqua, in un raro momento in cui poteva isolarsi dal resto dei detenuti che, a onordel vero, spesso gli si lavavano accanto nudi e a qualche centimetro di distanza. Eppure, il flusso d’acqua che gli cadeva sopra la testa dal doccino era solo per lui e, per qualche istante, lo faceva sentire lontano ed estraniato. Era per questo che non poteva tollerare, ora che era libero, di trovarsi sotto la doccia nel più totale abbandono e relax e proprio in quell’istante odorare l’essenza del suo nero più profondo.
Il primo giorno in cui era entrato nella Casa Circondariale di Vicenza era arrivato al seguito di una colonna di una decina di automezzi, tra macchine e furgoni. E anche la sua entrata era stata all’altezza della foga mediatica che l’opinione pubblica e i media avevano riservato alla banda e principalmente a lui, il reo confesso della stessa. Francesco, l’autore del lancio mortale che aveva spezzato senza pietà la vita di un giovane coetaneo. Braccia ammanettate dietro la schiena, spintonato di continuo avanti e poi indietro, a destra e a sinistra da un gruppo di quattro energumeni della polizia, e avvolto nella nube di flash e di microfoni sino alla soglia del cancello: Francesco era entrato praticamente di corsa dentro al recinto armato che lo avrebbe visto rinchiuso per parecchi anni. Quello che era seguito era stato uno stillicidio di umiliazioni e di minacce, sino all’arrivo alla propria cella di isolamento dove, dopo tre ore, era riuscito a provare un istante di tranquillità e sicurezza. Le guardie carcerarie e i detenuti avevano già preso posizione su tutta la vicenda e, dalle prime avvisaglie, non sembravano molto a favore della sua causa. Da qui la prima lunga parentesi di isolamento.
Dopo le prime convocazioni, l’avvocato difensore aveva chiesto di poter evitare la presenza dell’imputato che, avendo confessato e già ampiamente spiegato le dinamiche della faccenda, si rimetteva alle decisioni della corte e poteva seguire direttamente dal carcere lo sviluppo del processo.
Francesco ci aveva messo mesi, anzi anni, per cambiare la situazione e far capire che il suo era un pentimento autentico. E questo sforzo lo aveva tenuto impegnato almeno per la metà del suo periodo di detenzione. Sin dall’inizio, però, si era sentito forte al pensiero che lui non si era comportato come Raskolnikov, non era tornato indietro una volta entrato in centrale, pur sapendo in anticipo che il suo Svridrigajlov si era suicidato e teoricamente avrebbero potuto accusare tutti lui. Francesco era andato dritto per la sua strada e aveva confessato senza aver avuto bisogno di una Sonja pallida e tormentata, giù in cortile, a ricordargli cos’era giusto e a spingerlo a risalire e finalmente a denunciarsi. Aveva letto quel libro qualche anno dopo e aveva trovato una grande similitudine nell’epilogo, perché, come Sonja era rimasta con il protagonista, anche Barbara non era mancata mai e l’aveva accompagnato nell’intera reclusione e anche dopo.
Ebbene, in seguito a quel periodo di grazia, che con lo psicologo avevano definito l’ubriacatura della redenzione, era arrivato anche il tracollo, la fase discendente: “Alla ricostruzione di una nuova vita passerai soltanto dopo la difficile fase di guarigione che non sarà affatto semplice: preparati alla disintossicazione, perché è come se fossi drogato, e prima di tutto dovrai guardarti allo specchio e provare ribrezzo per te stesso. Ci sarà il rifiuto, quindi la comprensione di quello che sei stato, e forse anche l’empatia umana con quello che eri. Quello che, pian piano, diventerai deve accettare innanzitutto le sue origini. Avrai, o meglio, ti auguro di avere un giorno la consapevolezza che, senza provare pietà, nutrirai, questo sì!, vicinanza per il vecchio Francesco, perché sarai consapevole che non saresti potuto, senza quest’ultimo, diventare il nuovo uomo che sarai”.
Arrivò la prima fase e la disintossicazione fu tutt’altro che semplice e breve. Francesco si ritrovò dentro al suo bugigattolo, sbarre alle finestre e alle porte, si ritrovò a essere felice e rassicurato da questo, sprofondato in sé stesso e isolato da tutti gli altri tanto da temere qualsiasi incontro, da non avere alcun interesse, da non avere quasi appetito. Aveva interrotto ogni relazione, anche con i pochi detenuti con cui nei mesi prima s’era sforzato di fare amicizia. Non aiutava più come prima in biblioteca né partecipava alle discussioni che talvolta si facevano durante l’ora d’aria. Era diventato apatico, stava tutto il giorno steso sulla branda.
Fu allora, durante uno dei rari incontri con Brian, il solo con cui Francesco aveva accettato di incontrarsi in quel periodo, fu allora che avevano parlato a fondo della cosa. Lo psicologo era convinto che si trattava di una battaglia persa in partenza, una lotta contro i mulini a vento del tutto inutile che lo avrebbe portato alla consunzione.
“Devi pensare ad altro, andare oltre. Superare l’intero trauma. Ne stai facendo un’ossessione”.
Solo qualche mese dopo, con le pagine davanti del libro, Francesco comprese di essere simile in questo a Raskolnikov: pur non avendo pianificato del tutto la loro tragedia, erano però consci, lui e il celebre personaggio, che il compiere una certa cosa avrebbe avuto delle conseguenze possibili.
Entrambi però non erano pronti a reggere il rimorso. E qui fermò la sua analisi lasciando definitivamente calare il mistero e la non risposta, proprio come non aveva in fondo senso, tanti anni dopo, tormentarsi sul perché, nonostante si sentisse un uomo nuovo che nulla aveva da spartire col vecchio, il tonfo al cuore e il bruciore davanti alla carta rossa di un cioccolatino continuavano ad accompagnarlo. Doveva semplicemente accettarlo. Così come avrebbe accettato una volta uscito di non comprare più quel sapone dall’odore di pino.
“Devi pensare ad altro, andare oltre. Superare l’intero trauma. Ne stai facendo un’ossessione”.
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