E’ la magia delle opere di Klee. Le sfumature cromatiche accompagnano il gioco delle forme semplici e pulite in un distillato essenziale dell’espressività umana, come se attraverso il lavoro dell’artista ogni elemento avesse trovato con naturalezza la propria collocazione. La genesi del volto sulla tela costituisce in tal modo un rimando alla genesi del mondo, per cui esprime in un’immagine concreta la complessità del nostro rapporto con le cose.
Ed è proprio la complessità celata nell’evidenza di ciò che ci circonda a fare da filo conduttore di queste riflessioni, che debordano continuamente dall’arte alla filosofia o alla scienza, per spingersi anche oltre lo stesso Klee.
Ma su cosa si fonda questo approccio? Da un punto di vista culturale, oggi le sinergie e le connessioni tra i diversi saperi portano ad affrontare i temi con una visione olistica, che tende a considerare ricerche o ambiti apparentemente distinti e separati come parti integranti di un sistema più ampio.
Quanto alla mia formazione nell’ambito della filosofia, alla necessità di pensare oltre l’approccio della metafisica occidentale negli anni si è unito l’interesse per l’antica cultura indiana e, in modo particolare, per il buddhismo tibetano. Affermare che il vuoto è forma e la forma è vuoto, oppure dichiarare l’inconsistenza di quella che per noi è la sostanza, il dissolvimento della solidità della materia che costituisce la nostra esperienza diretta e soprattutto l’indagine condotta da questa antica cultura sul funzionamento della coscienza fino a qualche decennio fa potevano sembrare forme d’evasione dalla nostra società. Oggi non è più così.
Gli sviluppi della fisica quantistica ci hanno avvicinati a questo modo di pensare. Secondo l’approccio relazionale sostenuto da Carlo Rovelli, il mondo che ci circonda non ha autonome proprietà fisiche, è piuttosto un insieme di oggetti in continua interazione tra loro, le cui caratteristiche hanno esistenza solo all’interno delle interazioni stesse. L’albero, la montagna, il libro assumono forme che dipendono da noi, anche se non arbitrariamente, da noi e dall’intero universo.
Il nostro approccio alla realtà continua ad essere valido, funzionale dal punto di vista pratico, ma limitato dalla nostra organizzazione mentale; riconoscerne la relatività implica non presupporre più la materia a fondamento della realtà, non ci sono essenze profonde, nemmeno il vuoto è qualcosa di presupposto. Partecipiamo ad una danza cosmica che coinvolge l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo.
In questo contesto l’avventura del pensiero metafisico non è che una lunga e ricchissima riflessione collettiva, di immenso valore ma anch’essa parziale. Non è messa in discussione l’evidenza di ciò che ci circonda, piuttosto l’essere consapevoli dell’inconsistenza del suo fondamento ci induce a riconoscere alla natura una ricchezza indefinita; ci dà anche una liberatoria sensazione di leggerezza, forse perché riduce l’attaccamento alle forme finite e ci fa affrontare con più curiosità l’impermanenza di tutte le cose.
E in questo la visione di Paul Klee ci viene in aiuto. Con i suoi dipinti intende continuare la creazione, e il presupposto è rivivere la relazione profonda con la natura, avvertire ed esprimere il segreto che risiede nella sua dimensione invisibile, perché “il visibile costituisce solo un esempio isolato.”
E’ quanto sottolinea il figlio Felix in “Vita e opera di Paul Klee”. La sua creatività era profondamente radicata nel rapporto con la natura e con tutto ciò che è materiale, per cui “il suo abbandono al sensibile è il nucleo della sua vita spirituale”.
E lo conferma lo stesso Klee: “La realtà concreta sta invisibilmente alla base”. Oppure, dialogando con il collega Lothar Schreyer:
“Si sono aperti e si aprono per noi mondi che appartengono anche alla natura, ma nei quali non tutti gli uomini possono penetrare con lo sguardo, che è forse proprio solo dei bambini, dei pazzi, dei primitivi. Intendo, per così dire, il regno dei non nati e dei morti, il regno di ciò che può venire e vorrebbe venire, ma non deve venire, un mondo intermedio. Lo chiamo intermedio poiché lo sento tra i mondi percettibili esteriormente ai nostri sensi e posso afferrarlo intimamente in modo tale che posso proiettarlo verso l’esterno in forme equivalenti.”
La sua creatività è così legata alla materia vivente da renderlo diffidente dei voli della fantasia che riproduce una realtà a prescindere dall’esistente:
“La fantasia in effetti è il più grande pericolo per me, per lei, per noi tutti, è la fatale strada sbagliata dei cosiddetti artisti, via d’uscita per tutti quelli che sono privi di realtà spirituale.”
(Felix Klee – Vita e opera di Paul Klee)
Dai suoi appunti personali:
“La creazione vive come genesi sotto la superficie visibile dell’opera. Tutti coloro che coltivano lo spirito sono capaci di percorrere a ritroso il processo di creazione, soltanto i creatori lo percorrono in avanti.”
1 Gli anni della formazione
“La pittura senza il fondamento di un’umanità formata,
senza una concezione del mondo vivente, è positiva,
ma appaga solo in parte.”
Paul Klee, 1901
Di musica doveva essere piena l’aria che Klee respirò fin da piccolo: professore di musica il padre, cantante lirica la madre, pianista la moglie e lui stesso violinista, anche se si dedicò maggiormente alla pittura. Di musica e di cultura. Tuttavia Paul incontrò il colore a casa della nonna, che disegnava, dipingeva ricamava fiori e altre cosette che possono anche piacere. Ella suscitò assai presto in me il gusto per il colore e per il disegno.”
Guardando al di là degli eventi biografici, nei Diari si possono individuare due questioni fondamentali per la sua formazione, cui doveva prioritariamente trovare risposta. Chi sono io come uomo? In che relazione mi pongo, con la mia opera, rispetto alla realtà che mi circonda? Domande che assunse con rigore come condizioni per fare arte, considerandole i binari della propria vita, ma che gli consentirono anche di dialogare culturalmente con i più importanti intellettuali del primo ‘900.
“Dovevo innanzi tutto diventare uomo, l’arte sarebbe venuta poi.”
Diventare uomo per Klee significava scoprire cos’era vero e fondamentale per sé stesso, dar voce al proprio daimon, e da lì iniziare a costruire la sua vita, con coerenza e rigore etico.
Implicava anche prendere le distanze dalla famiglia, soprattutto dal padre che per lui costituì un modello ma che rischiava di diventare troppo determinante; quindi si trasferì a Monaco, dove frequentò la rinomata Accademia di Bella Arti con l’atteggiamento del ventenne che si apre alla vita in un modo a volte scomposto, per assaggiarne più che può, senza impegno. Una decisione che oggi non ci stupisce, ma che rispecchiava il cambiamento dei modi di vivere nella società europea. Mentre per buona parte dell’’800 il villaggio contadino piuttosto che il centro urbano, la famiglia allargata, la comunità religiosa, le tradizioni costituirono sicuri riferimenti nella costruzione della singola identità, tra i due secoli lo sviluppo del sistema economico-sociale aveva allentato i vincoli comunitari rendendo centrale l’individuo e la sua scelta di condizioni, contesti e stili di vita.
Klee interpretava a pieno quanto era nell’aria, avvertiva in modo chiaro la crisi della coscienza europea e il bisogno di ripensare l’umano.
Anche nell’ambito morale era convinto di doversi scegliere i propri valori di riferimento, a prescindere da qualsiasi istituzione. Un punto significativo, se si pensa che all’inizio del ‘900 l’aggressività della spinta nazionalistica tedesca, che sfociò nella prima guerra mondiale, si sostenne incalzando l’opinione pubblica, e in particolare il ceto medio, per indurla ad identificarsi in un’entità collettiva superiore con relativi riferimenti valoriali (la patria, la cultura tedesca, il bellicismo, la nazione,…) .
Passato attraverso una fase di profonda inquietudine e di mancanza di certezze, Klee adulto divenne una persona responsabile e coerente, rispettosa della vita in ogni forma e della diversità, ma soprattutto libera.
Un paio di esempi tra i tanti. Quando, nel 1933, fu pretestuosamente accusato di avere “sangue ebreo”, sarebbe stato molto facile per lui esibire i documenti e chiarire la sua origine, ma non volle contrapporre la verità alla montatura del regine nazista, perché avrebbe comportato accettarne la logica.
Non perse mai la fiducia in sé stesso, nemmeno quando le sue opere avevano scarso successo, dimostrando una rara forza di carattere; in quel periodo si dedicò al figlio, senza mai smettere di alimentare la sua ricerca artistica.
Il suo fu un percorso personale in linea con i tempi, perché il mondo intellettuale europeo, e in particolare quello tedesco, stava proponendo un’importante riflessione sull’interiorità dell’individuo, prendendo come riferimenti il pensiero di Kierkagaard e di Nietzsche, o la psicoanalisi di Freud. L’individuo era chiamato a ripensare la propria identità e lo doveva fare cercando d’interpretare anche aspetti di sé non spiegabili razionalmente; proprio a questo bisogno di modelli culturali più ampi, che prendessero in considerazione la totalità della persona, le sue emozioni, il suo sentire, cercavano di rispondere la pittura, la musica, la poesia, l’arte in genere.
Il primo linguaggio artistico che Klee apprese fu la musica e nella musica colse le priorità del proprio tempo, anche se fu nella pittura che propose la sua visione personale.
Attraverso i grandi compositori, già in famiglia aveva acquisito una tipo di formazione che aveva in sé un potenziale innovativo. Comprese che si stava verificando la dissoluzione del sistema tonale, costruito secondo precise regole sintattiche; lo colpivano le composizioni di Wagner che, pur mantenendo l’impianto tonale, attraverso il cromatismo, un uso particolare dei semitoni, suscitavano una sensazione di smarrimento, enigmatica e fiabesca. Tuttavia gli pareva che in quell’ambito non ci fosse molto da aggiungere.
Sentiva di dover esprimere qualcosa di sé, anche se rimanevano nebulosi sia l’ambito che l’utilizzo degli strumenti. Si spiegherebbe così la sua insoddisfazione riguardo agli insegnamenti di Franz von Stuck, pittore ed affermato maestro: Klee aveva già una precisa necessità cui l’apprendimento delle tecniche pittoriche non poteva dare risposta, cercava un rapporto suo con il colore e con i mezzi figurativi, che ottenne invece attraverso altre esperienze. Era attirato dal processo di formazione della dimensione finita, dalla sua genesi, e avrebbe potuto arrivarci solo entrando nella materia, sentendo pulsare la vita. Avvenne durante il viaggio in Tunisia:
Un senso di conforto penetra profondo in me, mi sento sicuro, non provo stanchezza. Il colore mi possiede. Non ho bisogno di tentare d’afferrarlo. Mi possiede per sempre, lo sento. Questo è il senso dell’ora felice: io e il colore siamo tutt’uno. Sono pittore.” (Diari)
E ricomponendo le opposizioni soggetto-oggetto, spirito-materia, intelletto-sensibilità, ma anche passato-futuro e vita-morte, l’artista Paul Klee creò più di 10.000 opere tra dipinti, acqueforti, incisioni, schizzi, tavole didattiche: un fiume in piena. Le sue opere non ripetono un cliché, ma cambiano soggetto, colori, forme, tecniche:
“Ho fatto esperimenti di disegno puro come anche di pura pittura chiaroscurale; nel campo dei colori ho sperimentato tutte le operazioni parziali cui potevo sentirmi indotto orientandomi sul disco cromatico. Ho così elaborato vari tipi di pittura: chiaroscuro cromatico; colori complementari; più colori; la totalità dei colori.” (Confessione creatrice)
Eppure lo stile di Klee, inconfondibile, li attraversa tutti.
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