Fu il rumore della pioggia a svegliare Davide; aveva la testa che gli stava esplodendo.
Mani e gambe erano legate con delle catene.
Intorno a lui era tutto buio, l’aria gelida, e non riusciva a capire dove si trovasse.
Provò a gridare, ma non riuscì nemmeno ad aprire la bocca, ancora stordito dal dolore alla testa.
Cercò di ricordare dove si trovava o cosa stesse facendo prima di perdere i sensi, ma il dolore atroce lo fece piegare su sé stesso.
Cominciò a ricordare: era uscito di casa la mattina presto. Nonostante il cielo grigio, uscì senza ombrello perché si sentiva ottimista, ultimamente la buona sorte lo stava assistendo.
Davide era uscito di prigione da circa un mese e, nonostante tutto, aveva trovato la forza di andare avanti e ricominciare.
Aveva trovato lavoro come giardiniere e tuttofare presso una parrocchia distante qualche isolato da casa sua. Ed era proprio lì che si stava dirigendo quella mattina.
Faceva sempre lo stesso percorso, che oramai conosceva a memoria.
Iniziò a percorrere la via centrale della città, una strada molto ampia con case che arrivavano al massimo a tre piani. Su uno dei due lati, c’erano grossi alberi con folti rami che nelle giornate di sole impedivano alla luce di filtrare.
Dopo circa 200 metri raggiunse la piazza. Al centro di quell’immensa piazza, si ergeva una chiesa con una scalinata maestosa; ma non era lì che aveva trovato lavoro, la sua si trovava a circa un chilometro da quella piazza.
Entrò nel bar “Vento di piaceri”, nome di poca fantasia poiché Vento era il nome del titolare.
Si diresse verso la cassa, che Vento aveva sistemato sul lato destro in modo da osservare la situazione del locale. Si spostò verso il bancone a elle, dove facevano bella mostra di sé i dolci, i croissant e qualche pezzo di rosticceria. Il barista, nella sua classica divisa, pantaloni neri, maglietta bianca e l’immancabile grembiule grigio dalla cui tasca fuoriusciva il block-notes, era intento a sistemare le tazzine sopra la macchina del caffè. Benché gli desse le spalle, si accorse della presenza del nuovo cliente abituale.
«Buongiorno, Davide. Il solito?»
«Buongiorno a te, Oleandro. Hai gli occhi anche dietro la testa?»
«Oramai li so riconoscere i clienti.»
Voltandosi, esibì un sorriso a trentasei denti.
«Sì, il solito caffè ristretto.»
«Ci vai presto al lavoro la mattina.»
«Diciamo che amo stare fuori, e poi in quella chiesa non si finisce mai di sistemare.»
«È vero, ogni volta che pensi di aver finito qualcosa, c’è sempre qualcos’altro da fare.»
«Esattamente. Ma tu sei solo oggi?»
«Il signor Vento è andato alla posta, in cucina c’è Roberto.»
Mentre il cliente beveva il suo caffè, Oleandro lo scrutò con
attenzione.
«Vedo che sei uscito senza ombrello, danno pioggia oggi.»
«È solo un po’ di cielo grigio. In ogni caso che sarà mai qualche goccia di acqua? Ma sono fiducioso.»
«È una bella cosa.»
«Certo. Non tutto ciò che inizia con una nuvola nera finisce con un temporale. Tienilo a mente. Qui ci sono i soldi del caffè, buona giornata di nuovo.»
«Buona giornata a te.»
Oleandro si voltò e tornò a sistemare le tazzine.
Davide riprese il suo cammino, continuò a camminare guardando le case come se le vedesse per la prima volta. Un cinguettio lo fece fermare. Osservò le rondini e invidiò la loro totale libertà. Ripensò ai giorni del carcere, alle sofferenze che aveva dovuto affrontare a causa dei suoi errori. Ma ora era libero. Non come quegli uccelli, ma libero. E doveva andare avanti.
Stava per arrivare quando uno strano rumore attirò la sua attenzione. Da un vicolo si sentiva il suono di un cellulare, ma non si vedeva anima viva. Quel rumore lo incuriosì. Provò una inspiegabile sensazione di apprensione, ma decise ugualmente di avventurarsi in quel vicolo; proseguì a rilento, il cuore cominciò a battergli più velocemente, come quando il giudice stava per leggergli la pena a cui lo condannava. Vide un cellulare a terra.
“Cavolo, qualcuno lo avrà perso; meglio prenderlo e cercare il proprietario”.
Mentre si chinava per raccoglierlo, sentì un rumore alle sue spalle. Non fece in tempo a girarsi che ricevette un colpo alla testa e cadde a terra privo di sensi.
“Cazzo!”
Il ricordo gli fece risvegliare il dolore e lo riportò al presente in quel posto freddo e buio.
Dalla stanza accanto filtrava po’ di luce; con fatica, provò a trascinarsi verso la porta, ma le catene non gli permisero di spostarsi molto.
Due fessure sui muri, che un tempo dovevano essere finestre, illuminavano l’ambiente di una luce fioca.
Osservò con attenzione; nonostante che la stanza fosse vuota riuscì a ricordare di esserci già stato, prima ancora che la sua vita finisse nella cella di una prigione.
Ma non capiva ancora perché fosse lì.
Improvvisamente, un lampo illuminò la stanza e mise in luce la sagoma di qualcuno. Non era solo.
«Lasciami andare, non ho fatto nulla.»
Dal rumore dei passi capì che si stava avvicinando a lui.
«Ti prego, liberami.»
Vide quella figura chinarsi verso di lui.
«Aiutami, ti prego.»
Di colpo quella sagoma, con un rapido movimento, gli conficcò un coltello nella coscia.
Davide cominciò a gridare e dimenarsi su sé stesso.
«Stai calmo, tra poco sarà tutto finito!»
«Ti prego, non farlo. Ti prego.»
I pantaloni di Davide oltre a essere bagnati di sangue, cominciavano a inzupparsi anche di urina; la paura aveva ormai preso il controllo, eliminando tutto l’ottimismo della mattina.
«Aiutatemi, vi prego! Aiutatemi!»
«Urla quanto vuoi, stronzo, qui non ti sentirà nessuno, questa sarà la tua tomba.»
Un altro lampo. La stanza si illuminò di nuovo per un istante. Davide riconobbe la sagoma e il suo sguardo si pietrificò.
«Tu? Non è possibile. Cosa ti ho fatto? Perché fai questo?»
«Fai silenzio e tutto passerà, direttore.»
Quella frase lo scosse, ora capiva cosa stava succedendo, capiva perché era lì. Non poteva scappare dai fantasmi del passato, e mentre pensava, un’altra coltellata gli trafisse i genitali.
Davide per il dolore fece un urlo più disperato, poi perse conoscenza.
L’assalitore lo sollevò e gli conficcò una lama nel cuore.
Il suo respiro si fermò; l’ombra lasciò la sua preda, ormai priva di vita, e la osservò cadere sul pavimento. Poi distolse lo sguardo e si avvicinò a una delle due finestre. La pioggia battente gli frustava il viso, pulendo in parte il sangue che gli era schizzato addosso. Guardò la luna ed esclamò:
«Perdonami, Padre, perché ucciderò ancora. La mia ira non si è placata.»
All’istante, un fulmine cadde lì davanti, in quel luogo dove tutto, molto tempo fa, aveva avuto inizio.
L’assassino sorrise e lo interpretò come un’approvazione dal cielo. Tornò dentro per portare avanti il suo progetto.
Capitolo 2
Tartania era una città di 75.000 abitanti ai piedi del Monte Pinco; i suoi quartieri prendevano nome dalle chiese. Al numero 43 di via Indipendenza, nel quartiere San Nicola, abitava il commissario Mirko Marrone.
Era passata la mezzanotte da una quindicina di minuti, e il temporale che di tanto in tanto cedeva il passo a una pioggia leggera, lo aveva lasciato spaesato, con un vago senso di estraneità. Guardò il suo appartamento come se fosse la prima volta, o lui fosse un agente immobiliare di fronte a un immaginario acquirente. Dietro di lui, il suo letto. Le restanti pareti erano occupate dall’armadio e dalla libreria, rispettivamente stipati di indumenti (ci teneva a vestire alla moda) e di libri. Oltre
la porta un piccolo corridoio, la cucina, il bagno, la stanza che era stata della madre e lui aveva poi adibito a workout room.
Sedette alla scrivania e aprì il portatile. Aveva deciso di trascorrere quella sera lavorando al manoscritto che stava scrivendo.
Non aveva hobby, né partite di calcio o di qualche altro sport, né film o serie tv. Se non si doveva concentrare sul lavoro, leggeva un libro o si dedicava al manoscritto quando sentiva prendere dall’ispirazione. Era come se fosse trascinato in quella seconda vita che sempre più spesso reclamava una via d’uscita attraverso la tastiera. E lui in qualche modo riversava sulla storia in cantiere che stava costruendo quelle emozioni di cui, esclusa la sua passione per il lavoro, era povera la sua vita reale. Portare avanti il manoscritto lo aiutava a capire se stesso. E anche a giudicarsi, perché qua e là si lasciava dominare da un forte bisogno di verità, ma altre volte barava. E i due piani nella sua mente si erano in qualche modo confusi. Chi era veramente?
Dopo la morte della madre e dopo la disgrazia che aveva stroncato la vita di un suo collega, ma soprattutto un suo amico, nel corso di una operazione di polizia, Mirko si era come spento. Aveva trovato conforto in una relazione con una collega. Ma era durata poco e di quella debole fiamma era rimasta solo un’affettuosa amicizia.
Quella sera, in tuta e seduto davanti al suo PC, guardava immobile lo schermo, sperando di trovare l’ispirazione giusta, qualche idea. Ma nulla. Nonostante fosse lì da più di tre ore aveva scritto a malapena una pagina che doveva per giunta rivedere.
Spostò lo sguardo all’angolo in basso per guardare l’ora. Mezzanotte e venti…
Si stiracchiò, poco curante dei versacci che faceva, rischiando fra l’altro di far cadere il bicchiere d’acqua ai bordi della scrivania.
«Mannaggia a me, non ho scritto un cazzo.»
Mirko odiava quando si metteva davanti al pc e non riusciva ad andare avanti.
Questa volta il rumore della pioggia battente sulla finestra e di qualche tuono più fragoroso degli altri non gli avevano permesso di concentrarsi abbastanza.
Cercò di mettersi le ciabatte, ma una non riuscì a trovarla col solo movimento del piede; dovette chinarsi a guardare per vedere dove si era nascosta. Era lì, all’angolino, dove sembrava avere preso residenza.
«Come diavolo sei finita là sotto?!», esclamò mentre allungava la mano per recuperarla.
Spense il portatile e armato delle ciabatte si avviò verso il bagno. Passando per il corridoio lungo e stretto, guardò le foto appese alla parete, foto di eventi della sua vita in varie fasce d’età: da quando era un ragazzino al suo ingresso in polizia, ai riconoscimenti per l’attività di servizio, a qualche premiazione. Si fermò a osservare una foto che lo ritraeva con un altro ragazzo, entrambi con la divisa della polizia.
La staccò dalla parete e la guardò con attenzione. Impallidì, mentre una lacrima gli rigava la guancia.
«Non ti dimenticherò mai, Francesco.»
Riappese la foto.
Nel bagno si fermò davanti allo specchio.
Poggiò le mani sul lavandino e iniziò a fissare il suo riflesso come se gli dovesse parlare. Smise di guardarsi e si sciacquò il viso.
I pantaloni della sua tuta erano in parte bagnati dagli schizzi dell’acqua.
La tappa successiva fu la cucina. Non aveva cenato e aprì il frigorifero, per vedere che cosa avrebbe messo sotto i denti. La scelta cadde su un pezzo di parmigiano.
Chiuse il frigo e spostò la sua attenzione verso il balcone. Scostò la tenda, ma la condensa sul vetro gli appannava la vista, così aprì la vetrata e guardò fuori curando di non oltrepassare la soglia per non bagnarsi le pantofole.
Piovigginava, ma il cielo si stava schiarendo e si poteva vedere la luna.
Le buche della strada erano diventate pozzanghere e si sentiva l’odore tipico dei primi temporali.
Nessuno era in giro, un po’ per il maltempo, un po’ perché la mezzanotte era passata da un pezzo. Un leggero brivido di freddo gli fece venire la pelle d’oca. Richiuse il balcone.
Un tocco involontario alla condensa formò due gocce d’acqua che iniziarono a scendere lungo il vetro; le guardò per vedere chi vinceva la corsa, ma il suono improvviso del telefonino lo distolse.
“Chi diavolo sarà a quest’ora?”, pensò, in preda a un leggero turbamento.
Prese il telefonino dal divano, su cui lo aveva lasciato senza più controllarlo.
Guardò il display e vide la scritta “Mattia 2”.
«Pronto Mattia, dimmi.»
Mattia era uno dei tre uomini della sua squadra.
«Scusa l’orario, capo. È stato trovato il cadavere di un uomo.»
Come aveva immaginato, una chiamata a quell’ora della notte poteva significare soltanto una cosa… lavoro.
«Tu sei sul posto?»
«No. Murino mi ha chiamato e..»
Mirko scosse la testa, sorpreso che Murino avesse chiamato Mattia e non lui. Lo interruppe.
«Perché Murino ha chiamato te e non me?»
«Veramente ci ha provato varie volte, così ha spiegato a me la situazione e mi ha detto di venirti a svegliare.»
Mentre Mattia continuava a parlare, Mirko spostò il cellulare dall’orecchio per vedere se vi fossero registrate delle chiamate perse, e così infatti era.
“Mannaggia a me che lascio il cellulare dappertutto!”, imprecò fra sé e sé.
«No, non dormivo, ma non avevo il cellulare a portata di mano. Il rumore del temporale ha coperto il suono delle chiamate. Comunque, chi è la vittima?»
«Beh, tieniti forte…»
«Dai, parla!»
«Il cadavere è senza testa, decapitato.»
«Come? Porca puttana!»
Mirko aveva di nuovo la pelle d’oca. Si girò verso il balcone pensando di non averlo chiuso, ma la pelle d’oca era dovuta alla notizia.
«Dove cazzo è successo?»
«Nella zona di San Carlo.»
«Hai detto che stavi venendo da me, giusto?»
«Esatto, quindici minuti circa e sono da te.»
«Perfetto, ho il tempo di prepararmi. A tra poco.»
Staccò la chiamata senza dare tempo a Mattia di rispondere e ributtò il telefonino sul divano.
Iniziò a spogliarsi già nel corridoio. Si rivestì davanti allo specchio con gli stessi indumenti che aveva lasciato sul letto al rientro a casa, jeans, maglioncino, giubbotto. Li indossò con cura, come era suo costume. Infine, prese il borsino dove teneva i documenti e l’agenda con l’inseparabile penna in edizione limitata con cui annotava tutto ciò che lo interessava o insospettiva.
Erano passati all’incirca dieci minuti. Ormai Mattia doveva essere nei paraggi. Guardò il portatile ed esclamò:
«Credo che per un po’ non potrò dedicarmi a te, mio caro manoscritto!»
Spense la luce della stanza e si mise davanti alla porta d’ingresso in attesa della chiamata di Mattia. Nonostante la macabra situazione riferitagli da Mattia, era preso da una certa eccitazione, annoiato com’era dalla sua tranquilla routine. Ma presto avrebbe rimpianto quella calma. I giorni che lo attendevano sarebbero stati particolarmente stressanti, ma soprattutto difficili perché l’assassino con cui avrebbe avuto a che fare aveva preparato tutto da tempo e non avrebbe commesso passi falsi.
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