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Persone Buone

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A tre anni dal litigio che ha messo fine alla loro relazione, Mary e Mattia si danno appuntamento in un bar di Milano. È lei a contattare lui, perché vuole parlargli della malattia contro cui sta combattendo. Il loro incontro diventa il punto di partenza di una serie di flashback che raccontano la loro vita insieme: dall’incontro casuale in Nuova Zelanda, alle esperienze fatte viaggiando per il mondo e assorbendo culture e usanze diverse, fino al definitivo rientro in Italia. Da quel momento, il loro rapporto si complica, deteriorandosi definitivamente.

Ricordi appassiti

Milano 2018

Mary dice che questi incontri sono come i tramonti sulla spiaggia, sparito il sole, la sabbia si raffredda e quello che rimane sono ricordi appassiti, momenti belli fino a dieci minuti prima ma che non contano più niente. Mattia si muove sulla sedia, un colpo di tosse, con una mano si accarezza i capelli biondi, lo sguardo si sposta attraverso la stanza. Un signore di mezza età in abito elegante; una ragazza che legge un libro, con le dita si arriccia le punte dei capelli; due donne sedute in un angolo in disparte parlano a voce bassa, una ha i capelli bianchi con una vecchia acconciatura, la più giovane sussurra e l’anziana distoglie lo sguardo con vergogna; due ragazzi, uno di fronte all’altro, si guardano e a malapena si rivolgono parola. 

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Le persone che stanno bene insieme parlano poco, allo stesso modo di quelle che emanano risentimento e noia, pensa Mattia. La differenza sta nel ritmo della conversazione. A vederli in quel caffè di Milano si potrebbe pensare a una coppia come tante altre, una di quelle che dopo tanto tempo ha smesso di provarci e sopravvive per inerzia. Forse un tempo era così. Oggi Mary e Mattia hanno l’impressione di essere intrappolati nel purgatorio di chi non sa più se mandarsi a quel paese o augurarsi cose migliori. Mattia dice che il problema sta proprio nelle incertezze. Niente che un po’ di alcol in corpo non possa risolvere, un bicchiere di vino, una birra o un Americano se fosse l’ora giusta, ma è troppo presto per bere alcolici e Mary è stata chiara fin da subito. «Incontriamoci per un caffè» aveva detto e a Mattia, alla fine, era sembrata una buona idea. Avevano deciso per un posto neutrale, l’arredamento in legno chiaro, le pareti dipinte di bianco e vasi appesi al soffitto con delle funi. Il cartello ingiallito sulla porta all’ingresso con la scritta: domenica brunch 15€ e le bandierine della preghiera appese sopra le teste, arancioni, gialle e blu: Dio concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare.

Erano passati tre anni dall’ultima volta che si erano visti. Lui per sfogarsi le aveva distrutto casa lanciando per aria tutto quello su cui metteva le mani e lei rannicchiata in un angolo continuava a dire di volere chiamare la polizia. «Smettila, smettila» gli aveva urlato. Alla fine però si erano calmati, lui seduto su una sedia del soggiorno e lei in piedi al suo fianco che lo guardava in silenzio.

«Quindi, racconta, come ti vanno le cose?»

«Bene, e a te?» risponde lei.

Tutto qui? pensa Mattia. Dopo tutto quello che ci siamo fatti non siamo in grado di dirci altro? La guarda alla ricerca di quei tratti che una volta erano la cosa più familiare del mondo e adesso invece gli sembrano appartenere a un’estranea. Mattia ci vede altri uomini e posti lontani, niente a che fare con loro. Lui con un paio di Levi’s sbiaditi e lei con un vestito senza maniche rosso lampone, un taglio elegante che porta con classe. Mary, una trentunenne che lavora per una società che produce e vende macchinari ospedalieri. Una che guadagna bene, cifre lontane dai pochi soldi che riesce a racimolare Mattia a fine mese. Lui, uno che vive alla giornata e al resto preferisce non pensare. Due persone che ormai hanno solo vecchi ricordi appassiti.

Qualche settimana prima

È da un po’ che il cellulare squilla quando Mattia si decide a rispondere. Le undici di sera. Il primo pensiero è che sia successo qualcosa di grave. Mattia legge il nome sullo schermo. Infatti, pensa. Ci mette un attimo a rispondere, il telefono continua a suonare, vibra come se avesse un diavolo in corpo. Rispondi, si dice.

«Pronto?»

Ma quello che sente dall’altra parte è un lungo silenzio.

«Pronto?» ripete.

«Sì scusami, è un brutto momento?» chiede titubante la voce di Mary.

«No, tranquilla, ma è successo qualcosa?»

«… No.»

«… E perché hai chiamato?» Mattia sospira e si siede a una sedia del tavolo in cucina. «Scusami, volevo dire che è strano sentirti e mi sono preoccupato, tutto qua.» Con le dita della mano comincia a gesticolare pizzicandosi il lobo dell’orecchio destro.

«In realtà, non lo so nemmeno io perché.»

«Mary,» dice Mattia «ti dispiacerebbe darmi un attimo?»

«Guarda che se sei impegnato posso richiamarti un’altra volta, non è un problema.»

«No, va bene, ma dammi solo un momento.» Mattia appoggia il telefono e corre in bagno, guarda la faccia riflessa nello specchio. Labbra sbiadite, la pelle pallida, una barba a chiazze fatta di peli ispidi, chiari, ogni tanto anche uno bianco. Mattia si copre la bocca e il naso con le mani, guarda il riflesso di quegli occhi stanchi. Cosa succede? si chiede. Fa un respiro profondo e torna in cucina.

«Pronto.»

Ma per un attimo nessuno risponde.

«… Pronto, Mattia.»

Sentire il suo nome pronunciato da quella voce gli fa lo stesso effetto che cadere in un precipizio, lanciato verso la morte, ed è ben contento di andare a morire, senza più il desiderio di tornare in vita.

«Per un attimo ho pensato che avessi riattaccato.»

«Oh, no» risponde Mary e fa una pausa. Mattia la sente respirare profondamente prima di articolare le parole. «Cerca di capirmi,» continua «non è facile, non è facile per niente.»

«Sì, hai ragione.»

«Ecco vedi… Ti ho chiamato perché ho pensato che avremmo potuto incontrarci per un caffè. Cosa ne dici?»

«Penso che vada bene, ma…» Un rumore lo interrompe.

«Pronto?»

Silenzio.

Mattia insiste. «Pronto!»

Niente.

«Affanculo, affanculo, maledetta, che senso ha chiamarmi se poi mi chiudi il telefono in faccia?» Mattia guarda lo schermo del cellulare, i numeri che conteggiano la chiamata continuano a salire. Mattia sente un nodo stringergli la bocca dello stomaco, chiude la telefonata e si rimette a sedere.

Non passa molto tempo prima di sentire ancora una volta squillare il cellulare. Ancora una volta legge il nome che appare sullo schermo e si porta il telefono all’orecchio.

«Pronto.»

«Ciao, Mattia, mi dispiace per poco fa, dev’essere caduta la linea. Ma, come ti dicevo, penso sia importante che ci vediamo. Quindi che ne dici?»

A Mattia viene il dubbio se Mary l’abbia sentito prima che chiudesse la conversazione e per un attimo l’imbarazzo gli impedisce di parlare.

«Senti, per prima; non volevo essere scortese.»

«Lo so,» risponde Mary «tu sei una persona buona.»

Mattia si chiede cosa intenda dire con quelle parole, ma si decide a ignorarle.

«Comunque sì, penso che vada bene.»

«Perfetto, ero sicura che avresti detto di sì. Ne sono davvero felice.»

Fissano l’appuntamento per una settimana da quel giorno, rimangono vaghi. In quel momento non serve decidere altro, possono sentirsi più avanti, con calma. Così dice Mary. Gli racconta che deve venire a Milano per una questione di lavoro, ma non dovrebbe avere problemi a prendersi una mezza giornata libera. Ne potevano approfittare per scambiare quattro chiacchiere visto che da quando si erano lasciati non si erano più parlati. Un’opportuna coincidenza, pensa Mattia.

Però adesso, uno di fronte all’altro, i modi gentili di quella telefonata sembrano essere spariti.

Mattia aggiunge lo zucchero alla tazzina e comincia a mescolare con calma.

«Di cosa volevi parlare? Hai detto che era importante» le chiede.

«Oh, per quello…» risponde Mary, alzando lo sguardo dalle mani che tiene appoggiate sul tavolo. «Non so cosa mi sia preso per dire una cosa del genere, non saprei proprio dirti che mi sia passato per la testa in quel momento.»

Nessuno accanto a loro sembra fare caso a quello che si stanno dicendo. La signora con i capelli bianchi continua a parlare con la donna più giovane; la ragazza ha smesso di leggere il suo libro e guarda distrattamente la porta; il signore in abito elegante nell’uscire ha lasciato la porta socchiusa da dove fa capolino un’anziana signora per dare una rapida occhiata al bar con aria incuriosita. Con fatica si trascina appresso una di quelle borse gialle della spesa, il cameriere la guarda e si chiede se sia il caso di offrirsi per darle una mano. Mattia fa una pausa e guarda fuori. I palazzi sono vecchi, incupiti dallo smog di una città impegnata in una vita frenetica, ma a lui piacciono anche così, pensa che conservino ancora una sorta di antico fascino mentre le loro sagome fermano i raggi del sole quel tanto che basta per lasciare un velo d’ombra sulla strada e dare l’impressione che il tempo e il mondo si siano fermati.

Lei si chiama Marie Claire. Ma quasi tutti lo pronunciavano all’italiana. Maria Clara. Mattia dice Mary, come se fosse un nome inglese. L’aveva fatto dal primo giorno che si erano conosciuti e dopo tutti quegli anni aveva continuato a pronunciarlo così. Non è chiaro il perché o come, ma in quel caffè di Milano, una vecchia coppia si era ritrovata e per un motivo o per l’altro adesso si era messa a parlare d’amore.

Mary dice che lo considera una cosa puramente spirituale. Mattia risponde che secondo lui, l’unico amore che vale la pena di raccontare è quello delle storie di Carver o della Munro. Mary gli racconta del suo primo ragazzo, quando l’aveva lasciato lui le aveva urlato le peggio cose. Le ripeteva: “Ti amo, ti amo, brutta stronza non te ne andare!”.

Mary l’aveva lasciato scrivendogli una mail e poi gli aveva parlato al telefono. Mattia se lo ricordava, aveva anche assistito a quella chiamata. Lui e Mary andavano già a letto assieme quando era successo. Che te ne fai di un amore così? si era chiesto.

«Dì quel che ti pare, ma penso che mi amasse davvero. D’accordo, certe volte si comportava da matto. Però mi amava. A modo suo. C’era dell’amore anche lì, non posso negarlo.»

Mary allunga la mano come se volesse raggiungere quella di Mattia, arriva quasi a sfiorarla prima di fermarsi. Lui le fa un gran sorriso.

«Come siamo finiti a parlare di questo?» le chiede.

«Hai sempre avuto la fissa dell’amore tu.»

Mattia le accarezza il palmo della mano senza sapere il perché, lo fa in maniera istintiva, e lei condivide quel momento porgendogli anche l’altro. Sono mani calde, curate, con le unghie smaltate. Mattia le circonda il polso con le dita, come un braccialetto e si limita a tenerla così.

«Però noi ci volevamo bene no, Mary?»

«Certo, con quel tipo non era come con te, anzi forse non penso nemmeno d’averlo amato. E deve averne sofferto molto per questo.»

Mary ritrae la mano e si sistema sulla sedia. A Mattia viene in mente una cosa e comincia a parlare scandendo bene le parole.

«Un po’ di tempo dopo esserci lasciati, un ragazzo col quale lavoravo che era nel bel mezzo del suo divorzio, mi raccontò di un suo vecchio compagno delle medie. Quel poveretto s’era trasferito da un paesino della Toscana fino a Londra per seguire la compagna a cui avevano offerto un lavoro. Be’, cosa succede? Dopo pochi mesi quella conosce un altro e lo pianta in asso. E lui cosa fa? Pensa bene di tagliarsi le vene. Lo fa tanto bene che muore così. Il mio amico mi disse che era perché non aveva potuto sopportare di perdere chi amava ed era una cosa senza senso. Ma sai cos’ho pensato io? Che in fin dei conti quel poveretto mi faceva pena, ma lo capivo.»

«Anche tu hai pensato di toglierti la vita?» gli chiede Mary.

«Di tagliarmi le vene intendi? No, io non sono mai arrivato fino a quel punto. Dico solo che posso capire come a qualcuno venga in mente di farlo. Anche lui aveva la sua idea di che cosa fosse l’amore. E alla fine c’è morto. E io, per quanto è vero l’inferno, questo lo chiamo amore; tutto qua.»

Mary rimane in silenzio a fissarlo negli occhi.

«Volevo raccontarti un’altra storia in realtà,» continua Mattia «una che ho letto parecchio tempo fa, ma che mi torna sempre in mente in momenti del genere.»

«Mattia, mi dispiace,» lo interrompe Mary «noi ci amavamo, di questo ne sono convinta, ma alla fine era diverso. Le cose cambiano, non è colpa di nessuno.»

«Tu sei cambiata, ma non è questo il punto. Comunque, la storia si chiama Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, la conosci? No, non penso. Ma questo adesso non è importante, allora c’è una coppia di vecchietti che ha avuto un incidente…»

«Te l’ho detto, Mattia, non mi dispiace, è finita per i giusti motivi e non c’è niente da rimproverarsi.»

«Sono così mal ridotti che li portano subito all’ospedale. All’inizio sembra non se la debbano cavare. Capisci? Avevano di tutto: fratture multiple, lesioni interne e anche una commozione cerebrale. E poi erano vecchi. Lei fra i due era quella ridotta peggio. Sembrava proprio che sarebbe morta, ma i medici alla fine riescono a salvarle la vita.»

«Dai, Mattia, cosa c’entra? Lo sai che non ha niente a che vedere con noi. È colpa mia va bene, ma cosa credi c’è voluto coraggio per farmi sentire. E tu, invece? Cos’hai fatto? Niente, non hai fatto.»

«Ma vuoi star zitta una buona volta, eh?» le risponde di getto, e poi riprende a parlare con calma. «Ti prego, fammi il piacere di star zitta un attimo e ascolta. Insomma, la coppia di vecchietti si salva ma sono talmente mal messi che finiscono per ingessarli completamente, come nei film. Gli fanno giusto un paio di buchi per gli occhi e uno per la bocca e poi li mettono nella stessa stanza. Finisce che il vecchio va in depressione e anche quando gli dicono che la moglie se la caverà continua a rimanere depresso. Allora gli chiedono perché. E sai lui che risponde? Perché non riesce più a vedere la moglie. Insomma quel vecchio è depresso perché non può più vedere quella sua cazzo di moglie. Hai capito cosa voglio dire, Mary?»

Mary continua a guardarlo ma per quanto si sforzi, è chiaro che non lo sa. È sempre così con questa storia, pensa Mattia.

«Ci vergognavamo entrambi per quello che abbiamo fatto. Ma non è detto che le cose sarebbero potute andare diversamente» dice Mary mentre si sporge dalla sedia per avvicinarsi a lui.

«Per me quello non ha più importanza.»

«E adesso cosa facciamo?» gli chiede.

2021-06-22

Aggiornamento

A tutti un grazie dal profondo del cuore. La campagna per il libro ha raggiunto l'obiettivo per la pubblicazione ed è merito vostro. Il sostegno di tutte le persone che ci hanno seguito è stato fondamentale. Ci piace pensare che questo piccolo libro sarà il figlio di una comunità molto più grande fatta di persone meravigliose. Dall'autore Emanuele Bissaldi e il Campaign ambassador Sergio Paludetti ancora un milione di grazie.
2021-05-21

Evento

Istagram Diretta sul canale istagram di EMANUELE BISSALDI e SERGIO PALUDETTI. Presentiamo il libro PERSONE BUONE, curiosità e aneddoti dietro questa storie. Seguiteci per i dietro le quinte della creazione di una storia. A presto
2021-05-21

Evento

Istagram Diretta sul canale istagram di EMANUELE BISSALDI e SERGIO PALUDETTI. Presentiamo il libro PERSONE BUONE, curiosità e aneddoti dietro questa storie. Seguiteci per i dietro le quinte della creazione di una storia. A presto

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Una lettura intensa ma scorrevole che va vissuta come un viaggio. Ogni capitolo è una fermata in un punto diverso nel cuore del lettore. L’autore ci consegna come bagaglio una trama importante capace di emozionare e stupire in ogni pagina. Consiglio una seconda lettura a distanza di qualche tempo come interessante esercizio introspettivo. Regalo perfetto per “Persone Buone” da “Persone Buone”.

  2. Carmela Isabel Rojas

    (proprietario verificato)

    Coinvolgente, Ho iniziato a leggere il libro da poco e già dal primo racconto mi ha creato una specie d’intrigo, di curiosità, che non mi lascia staccare dalla lettura senza voler scoprire come finirà la storia , è talmente fluido e coinvolgente che inizi a leggere e passa il tempo e manco te ne accorgi. Lo consiglio vivamente.

  3. (proprietario verificato)

    Sono stato consigliato da un amico e in prima battuta devo dire che questo libro non è il genere letterario che prediligo, ma in poche righe mi sono caricato di entusiasmo e ho voluto continuare questa piacevole lettura. Persone buone parla a noi e di noi. È una storia moderna che permette ai lettori non di immedesimarsi nei personaggi del libro ma di diventare loro stessi spettatori di una storia e impareremo a fare il tifo per un personaggio o a odiarne un altro, e credetemi qualcuno da odiare lo troverete! Ho trovato quest’opera molto scorrevole e in poco tempo mi sono ritrovato a ad analizzare i miei trascorsi, le mie precedenti relazioni, e a domandarmi se sono stato o sono una persona buona e se le persone che hanno condiviso la loro vita con me fossero persone buone anch’esse. I capitoli di quest’opera dividono il tempo e i luoghi e trasportano i lettori in un viaggio d’avventura e d’amore. Buona lettura!

  4. (proprietario verificato)

    Da pagina dieci alla fine tutto d’un fiato. Questo libro mi ha coinvolto, fatto viaggiare e tenuta incollata attraverso uno stile di scrittura così visivo da trasportarmi nella vita dei protagonisti. Uno di quei libri a cui continui a pensare anche dopo averlo finito. Una storia d’amore fuori dai canoni. Bisogna leggerlo

  5. Credo che Emanuele tocchi un punto molto profondo e complesso, la fine di un rapporto, la decisione di staccarsi completamente dopo aver trascorso insieme molteplici esperienze, dopo essersi conosciuti talmente bene da sapere ogni abitudine, ogni particolarità e stranezza della persona con cui si sta. Credo che lo racconti in maniera molto profonda, andando a stravolgere il solito lieto fine, quello in cui tutti sperano, credono, cercando di trovare la propria metà, quella che si spera rimanga per sempre. Ma la verità, come sottolinea nel suo romanzo, è che la vita è fatta di scelte e una di queste è quella di voler star insieme, andando oltre, cercando un compromesso, un punto di equilibrio, un punto da cui ripartire per ricucire ciò che si è andato a distruggere, sempre che ne valga la pena. Ve lo consiglio, il suo modo di scrivere profondo e toccante vi raggiungerà il cuore e forse vi aprirà un nuovo orizzonte.

    Francesca😊

  6. (proprietario verificato)

    È difficile raccontare una storia in maniera così evocativa, ma Persone buone ci riesce benissimo. Un viaggio lungo i momenti più significativi di una coppia, che coinvolge pagina dopo pagina e rompe lo stereotipo dell’amore fatto e confezionato.
    Un libro vero, lo consiglio!

  7. Francesco Bruni

    (proprietario verificato)

    La particolarità di questo romanzo sta nel fatto che Emanuele ci racconta una storia d’amore in un modo che non è per niente banale né facile, e lo fa attraverso una scrittura semplice ma al tempo stesso elegante, coinvolgente e che riesce a essere sia delicata sia funzionale ai momenti più duri, dove l’umana imperfezione dei protagonisti si mostra in tutta la sua potenza. È difficile secondo me trovare romanzi d’amore così veri, perché di solito i protagonisti ci appaiono distanti, relegati nel loro idillio inscalfibile; qui al contrario ci appaiono in tutto il loro realismo e in tutte le loro contraddizioni. Non due personaggi, ma due persone (buone, e tanto altro). Consigliato.

  8. (proprietario verificato)

    La lettura per me è svago, è immergersi nella storia di quello che ci viene raccontato. In questo libro sono annegata e risalita in superficie insieme ai due protagonisti; davvero non pensavo mi avrebbe colpita a tal punto. Non posso far altro che consigliarlo!!

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Emanuele Bissaldi
nasce a Trieste nel 1985. Nel 2009 si trasferisce all’estero e viaggia per vari Paesi, tra cui quelli del Sudamerica e la Nuova Zelanda. Nel 2018 si iscrive alla scuola Mohole di Milano, dove frequenta il corso di Scrittura Creativa e Storytelling: qui si appassiona alla letteratura americana, nella quale trova l’essenza per i suoi personaggi. A essa e alle esperienze di vita che l’hanno formato è ispirato il suo primo romanzo, "Persone buone".
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